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Donatella Di Pietrantonio

Scrivere usando l’essenziale. Dialogo con Donatella Di Pietrantonio

Cover Dipaolo

Dalla paratassi come scelta stilistica alla “lingua mediana” come forma di verità narrativa: Donatella Di Pietrantonio racconta la sua scrittura dell’essenziale in una conversazione che riflette sul rapporto tra parole, corpo e realtà.

Paolo Di Paolo:

La riconoscibilità, il timbro della sua scrittura è uno degli aspetti più interessanti dell’opera di Donatella Di Pietrantonio. Ciò che colpisce è la semplicità, la trasparenza, il nitore, in pagine incredibilmente tese, in cui sempre prevale la paratassi: frasi sostanzialmente brevi, non cadenzate in modo stucchevole ma con una loro distensione armonica. È come se il ragionamento, o la prosa, si completasse in un tessuto in cui ogni frase completa la precedente, le dà una sfumatura, un dettaglio che integra e chiarisce. L’altro elemento che sottolineerei, su un piano stilistico, è una marcata fedeltà alla concretezza. Ogni parola, anche quando entra in una dimensione simbolico-metaforica, è sempre richiamata alla dimensione del tangibile. Per esempio, un’espressione come “luce di ferro”, in Bella mia, è bellissima nella sua semplicità, perché questa luce prende consistenza materiale, diventa una luce plumbea e in qualche modo rigida. Mi fermo ancora su Bella mia, per insistere sul rapporto dell’autrice con il paesaggio, che poi è quello ferito dal terremoto dell’Aquila del 2009. L’Aquila che viene fuori dalla sua scrittura è una città disastrata, abbattuta, segnata. È come se emanasse in modo ancora più forte il fatto che una città è soprattutto uno spazio tangibile, non è spazio ideale o astratto, ma è spazio concreto e, purtroppo, è un luogo che crolla, che si sbriciola, e questo manifesta la sua materialità, la sua vulnerabilità. C’è un passaggio, l’ultima riga di questa storia (p. 176), che dice così: «Già per le scale, si ferma e si volta verso di me senza rispondere, le labbra contratte e intorno i raggi scuri scolpiti nella pelle. Da qualche parte il rumore di una finestra sbattuta dal vento. La somma dolorosa degli anni le tira la spalla vestita di cotone, disegna la piega rigida del gomito nudo. Sul corrimano la vecchia fede consumata dalle durezze del mondo ancora brilla». Trovo che sia una bellissima frase per la tangibilità degli oggetti che, pur logorati dalle asprezze del tempo, resistono nella robustezza e nella luce quasi materiale degli affetti, del corrimano, e per la vecchia fede che viene consumata. La vecchia fede, che sarebbe un concetto astratto, in realtà diventa materiale e materico, come se si vedesse il segno dell’usura, del consumo. Credo che una delle sue cifre principali sia proprio questo modo di leggere il reale, che si riversa anche nel suo universo linguistico: la coscienza che non c’è soltanto una madrelingua più “madre” della madrelingua, che potrebbe essere il dialetto per alcuni personaggi di queste storie costretti a tradurre il loro universo mentale in un’altra lingua quando parlano in contesti che non sono familiari. Ci sono ragioni private di Di Pietrantonio, che è cresciuta in un contesto familiare in cui la prima lingua era una lingua locale, regionale; neanche un abruzzese in senso largo, ma un abruzzese rigido, più stretto. Perché dentro una stessa lingua regionale c’è una miriade di lingue e sfumature, specifiche di realtà anche molto piccole, circoscritte. Ad esempio, l’Abruzzo della costa e l’Abruzzo di montagna parlano due lingue che non sono collimanti, sono molto diverse. In Bella mia il dialetto è qualche volta un calco sintattico, cioè si sente che la frase può cadere, soprattutto nei dialoghi, con un accento dialettale. L’autrice riesce a farlo sentire come se nelle parole, nelle frasi, nell’intonazione ci fosse una possibilità di percepire da dove viene. Per esempio, questo rivolgersi a zio/zia, con “zì” è l’unica concessione in questo libro alla dimensione della lingua familiare. Però, a un certo punto, Di Pietrantonio parla di una lingua cattolica che viene “presa in prestito”. Ci suggerisce, quindi, di possedere una coscienza di altre lingue che si alternano, che si contraddicono. Perché non esiste un’unica lingua del mondo e dell’esperienza. E tutto questo è molto affascinante, perché non è mai reso in modo esplicito. Ecco, in questa lingua della concretezza sembrano agire qualche volta delle influenze letterarie. Spesso si è fatto il nome di Ágota Kristóf ma penso che, se dovessimo stare all’interno della linea delle scrittrici italiane del secondo Novecento, Di Pietrantonio somiglia molto più a Lalla Romano o a Natalia Ginzburg. Perché l’asciuttezza quasi scabra e la fedeltà al domestico, al materiale, mi sembra che si ritrovino leggendo i suoi romanzi.

Valeria Della Valle:

Le scrittrici che potremmo accostare a Donatella Di Pietrantonio, per esempio, come citavi, Lalla Romano e Natalia Ginzburg, non sono le uniche che hanno seguito questa linea di apparente semplicità. Questi autori e queste autrici sono quelli che danno meno lavoro a noi linguisti, quindi, apparentemente, sarebbero quelli che potrebbero risultarmi meno simpatici perché, di fronte alle loro pagine, che cosa possiamo dire? Quali aggettivi possiamo sottolineare e schedare? Quali strutture sintattiche, quali preziosismi linguistici, quali elementi dialettali? Nessuno. Ma in verità devo correggere subito quello che ho appena finito di dire, perché paradossalmente sono quelli e quelle che amo di più. Quindi l’incontro di oggi per me rappresenta la soddisfazione di parlare con una scrittrice che rappresenta l’ideale linguistico che mi sostiene. Mi sono scritta una frase nella quale credo che Donatella Di Pietrantonio si possa identificare; era una frase di Natalia Ginzburg che della propria scrittura diceva: «Quando scrivo delle storie sono come uno che è in patria, sulle strade che conosce dall’infanzia e fra le mura e gli alberi che sono suoi»1: La bellezza è ritrovare non solo le mura, gli alberi, le montagne, ma ritrovare anche gli stessi personaggi, le stesse storie che si incrociano continuamente. Ritroviamo il fratello morto, la sorella che ha dato tanti problemi alla vita della protagonista, un padre che sembrava essere il protagonista assoluto di questi libri, ma, nello stesso tempo, scopriamo che c’è una madre che occupa un posto importantissimo. E poi ci sono i luoghi, c’è quell’Abruzzo del quale Donatella di Pietrantonio, attraverso questi libri, è proprio la cantrice.

C’è una scrittrice che amo molto, che apparentemente non ha niente a che fare con Donatella Di Pietrantonio, perché è una scrittrice americana, Willa Cather, e l’ultimo libro tradotto (La mia Antonia) racconta la storia di una serie di protagonisti che vivono in Nebraska all’inizio del secolo scorso. E le storie del Nebraska sono in tutti i suoi romanzi. Quella terra mi ha ricordato l’Abruzzo di Donatella Di Pietrantonio, perché è una terra difficilissima da coltivare, una terra ostile, nemica, faticosa, nella quale però sbocciano storie che non sono solo storie di amori, ma storie di famiglie, con tutti gli inganni, gli inciampi, le sofferenze che nascono insieme ai lati positivi, che nascono da un ambiente familiare. La prosa di Donatella Di Pietrantonio si basa su quella che chiamiamo con un termine tecnico “paratassi”, quindi un allineamento delle frasi, senza mai compiacimento. C’è molta narrativa contemporanea che si basa sulle frasette sincopate, sulle parole di moda. Nei libri di Donatella Di Pietrantonio non c’è niente di tutto questo, non c’è nessun espediente formale che ci faccia immaginare la scrittrice alla ricerca di quello che può stupire il lettore, di quello che lo può catturare per l’esotismo, per la ricerca della parola rara o della struttura anomala. C’è tutto il resto, che credo sia il risultato di un lavoro in sottrazione, uno scarnificare che porta al miracolo dei suoi libri. Lo definisco miracolo perché, secondo me, è questo il tipo di scrittura che dimostra che la lingua italiana è in ottima salute quando è usata così; è invece in cattiva salute quando è usata in altro modo, per fare sfoggio di stranezze linguistiche, di esibizioni, per arrampicarsi sugli specchi alla ricerca del facile effetto. Qui siamo su quella che noi linguisti chiamiamo “lingua media”, che è un risultato prodigioso della storia della lingua italiana nel suo lungo e faticoso cammino, e questo risultato lo dobbiamo, in fondo, a Manzoni. E poi c’è il grande tema del dialetto. Per la storia della nostra lingua è un punto molto delicato e sappiamo quanti scrittori hanno fatto del dialetto il proprio punto di forza. Questo però, in molti casi o in qualche caso, ha finito per scadere in una sorta di manierismo, di effetto, di ricerca del termine che non conosciamo ma che ci stupisce e che fa di quella terminologia la misura di quella scrittura. Nei libri di Donatella Di Pietrantonio apparentemente il dialetto non c’è. C’è in qualche parola, c’è in un titolo di un libro di grandissimo successo, L’Arminuta (che vuol dire “la ritornata”, a proposito di una bambina, restituita da una famiglia all’altra). Ci sono quelle abbreviazioni che ricordava Paolo, come “zì”. Troviamo nei dialoghi, però, la riproposizione di una difficoltà da parte di certi personaggi nell’uso di quella che chiamiamo lingua media. Tuttavia, ciò che la scrittrice mette continuamente in evidenza nei suoi personaggi è un aspetto molto diverso da quelli presenti in tanti altri autori, dove c’è al contrario l’esibizione, l’esaltazione del dialetto come valore: qui invece c’è la vergogna del dialetto da parte dei personaggi. Vi leggo qualche breve frase che ho ripreso dai libri. In Borgo Sud (p. 20): «I miei nonni sono siciliani, ma quando sono arrivati a Grenoble hanno obbligato mio padre a parlare solo francese. Per loro l’italiano era la lingua della vergogna, per via dell’occupazione fascista che c’è stata qui». E ancora, proprio nell’Arminuta (p. 118): «Non ho mai smesso di vergognarmi della sua lingua, del dialetto che diventava ridicolo quando si impegnava a parlare pulito». O ancora, nell’Età fragile (p. 65), la protagonista allude al modo di parlare dell’altra protagonista, cioè Doralice: «Con gli amici di Pescara mi sarei vergognata di come parlava, l’accento forte della montagna, le parole in dialetto che ogni tanto le scappavano». Mi pare che questo sia un altro grande elemento di forza dei libri di Donatella, da un punto di vista narrativo, ma anche da un punto di vista di analisi sociale, perché ha raccontato quanto il dialetto, al di là delle mistificazioni, delle esaltazioni come elemento decorativo e folcloristico, possa escludere, tenere lontani, e può anche diventare una vergogna. Se si può scrivere così, si può anche avere il coraggio, come Donatella ha avuto, di dichiarare attraverso i suoi personaggi quanto quell’elemento decantato come valore abbia pesato e continui ancora, purtroppo, a pesare socialmente, non solo sui personaggi dei libri, ma sugli italiani che ancora sono relegati in quella situazione. Vi faccio un esempio: molti studenti e molte studentesse durante l’esame mi davano del “voi”, un tratto meridionale. Allora io li avvertivo che dovevano darmi del “lei”. Loro reagivano dicendo ogni volta “scusate” e continuando a darmi del “voi”. Pensavano che io la vivessi come un’offesa. Invece volevo solo dire: “non sono offesa, il suo è un modo di parlare familiare, ma la lingua nazionale, la lingua italiana, prevede che usiamo il ‘lei’”. A questo punto riduco tutto il mio discorso a una domanda: ma tu come fai a scrivere così, visto che non vai a raschiare tutti quegli espedienti, tutti quei mezzucci che fanno belle le pagine di tanti scrittori e di tante scrittrici?

Donatella Di Pietrantonio:

Sono onorata, persino commossa per tutti i punti che avete toccato, che non sono solo punti della mia scrittura, ma anche della mia vita. Mi viene da risponderti, Valeria, che se fossi una pittrice avrei al posto di una tavolozza con tutti i colori e tutte le sfumature una tavolozza di soli colori primari che corrisponde alla povertà della lingua in cui sono cresciuta. Proverei quindi a isolare una variabile alla volta. Consideriamo dunque il dialetto, la mia lingua madre particolare, una sorta di lingua straniera rispetto all’italiano. Intanto non esiste un dialetto abruzzese: secondo i miei calcoli ogni 5 km da noi cambia la parlata. Ci sono dei paesi piccolissimi con un territorio comunale orograficamente complesso in cui la lingua è diversa da contrada a contrada, anche perché spesso non comunicano così di frequente tra loro.

Quando sono andata a scuola ho ricevuto uno shock linguistico, però la scuola era solo una piccola parte della mia vita, in fondo erano solo poche ore giornaliere. Dopo tornavo in famiglia, rientravo in quel mondo contadino e in quella lingua ridotta, con un lessico molto ristretto. In fondo ero abituata a fare tutto con quei pochi elementi. Ecco dunque i colori primari. Naturalmente la scuola e le letture hanno arricchito il mio vocabolario. C’è stata una lunga parte della mia vita in cui ho scritto segretamente, per conto mio, perché nell’ambiente familiare la lettura e a maggior ragione la scrittura erano considerate una perdita di tempo, quindi mi dovevo nascondere. In tutti quegli anni ho cercato di usare un vocabolario molto più ampio. Anche a scuola, nella produzione dei temi, dei testi, praticavo una scrittura ipercomplessa, tutto il contrario di quella che c’è nei miei libri. Quindi altro che paratassi! Scrivevo frasi lunghissime, una pagina intera, dove il punto arrivava solo alla fine, dopo tantissime subordinate. Era una sfida per me usare tutte le subordinate possibili, perché dovevo marcare con me stessa il distacco da quel mondo di origine e superare un senso di vergogna che ha rappresentato un tratto molto forte della mia vita. Anche oggi mi trovo qui con un certo pudore, mi sento sempre un po’ impostora, a sedere su questa sedia. Per tanti anni, fortunatamente, ho tenuto per me questo esercizio di appropriazione della lingua nazionale. È stato solo nel periodo universitario, mentre studiavo odontoiatria, che ho avuto occasione di leggere Ágota Kristóf. E lì mi è crollato un mondo. In un certo senso è stato traumatizzante scontrarmi con quel tipo di scrittura, dopo essermi protetta nell’artificiosità dei miei esercizi d’italiano segreti. La lettura di Kristóf è stata per me un secondo shock linguistico. È come se lei, dalle sue pagine così scarnificate, essenziali, mi avesse detto: “Va bene, adesso hai fatto questo grande lavoro, hai usato tutte le parole rare, desuete, ricercate che potevi trovare, adesso rilassati. Cerca la tua lingua! Trova la tua lingua!”. E quello è stato l’inizio di un percorso a ritroso. Mi è toccato tornare indietro alla ricerca dell’autenticità, di una vera mia lingua. Ho ripercorso la strada per ritrovare il punto d’origine, mi sono diretta proprio verso quella tavolozza dei colori primari, fedele alla concretezza, senza perdere di vista l’urgenza di toccare la profondità delle cose. E lì ho avuto una rivelazione: scrivendo solo con i colori primari, usando l’essenziale, potevo arrivare in profondità, nella profondità dell’essere umano, nelle zone più oscure, nella verità dei personaggi, dei miei personaggi. Quindi, per me, usare questa lingua in sottrazione è stato anche un esercizio di fedeltà e di rispetto dei miei personaggi, che spesso sono persone molto semplici, legate al mio territorio, che provengono dal basso, e ne portano come un peso la vergogna. Si vergognano della povertà, soprattutto linguistica, che è un elemento importante. A proposito del dialetto, ho fatto in realtà un lavoro molto inconsapevole, l’ho capito solo dopo. Era necessario usarlo per rispetto dei personaggi, per rappresentarli nella loro autenticità. Questo problema è sorto soprattutto con la famiglia biologica dell’Arminuta, che possiamo definire una famiglia povera e numerosa che ha come unica lingua il dialetto. Io ho provato a scrivere senza usarlo, utilizzando due registri diversi dell’italiano: uno per la famiglia biologica, appunto, soprattutto per la sorella Adriana, e uno per l’Arminuta, che invece è una ragazzina cresciuta in una famiglia borghese, con buone scuole e una certa educazione. Non funzionava perché qualunque italiano, anche ridotto all’osso, risultava artefatto, imposto dall’autrice ai suoi personaggi. Ho continuato per un po’ a ostinarmi nel non voler usare la lingua che loro avrebbero parlato nella realtà, poi ho dovuto fare un passo indietro.

Il dialetto spesso è usato come elemento esotico e questo l’ho sempre sofferto. Per me è stata la lingua della vergogna. Alla fine è venuta fuori quella che io chiamo una lingua mediana, proprio come punto intermedio tra il dialetto stretto e l’italiano. Questa lingua mediana esiste nella realtà ed è la lingua dei “non parlanti l’italiano”. Ci sono persone ormai anziane con un grado di scolarizzazione così basso che non hanno mai avuto un vero accesso alla lingua nazionale, ma quando si trovano in certi contesti sono costretti a relazionarsi con chi parla l’italiano. Allora fanno uno sforzo per arrivare a una lingua comprensibile, a una lingua comune, di scambio, in quel punto mediano: è il cosiddetto “parlare pulito”. Cercano di parlare pulito, il che significa parlare l’italiano, ma non l’italiano corretto. È un punto d’incontro tra il dialetto originario e la lingua degli altri, che sostanzialmente resta una lingua straniera, ma alla quale ci si può avvicinare. Quindi ho cercato di riportare quella, perché mi sembrava qualcosa di autentico, che potesse preservarmi dal rischio di essere confusa con l’uso autocompiaciuto del dialetto. A volte mi basta una costruzione diversa, per esempio la posposizione del soggetto, quindi prima il verbo e poi il soggetto, che restituisce un po’ il sapore del dialetto. Oppure ci sono parole in italiano che hanno una coloritura diversa, per esempio i verbi “avere” o “possedere” sono sostituiti dal verbo “tenere”, quindi diciamo: “io tengo una macchina, tengo la macchina nuova”.

Nella totalità della mia vita, anche quella di scrittrice, la scuola ha sempre avuto un ruolo importantissimo, soprattutto come elemento di emancipazione culturale e linguistica. Prima si citava “luce di ferro”, che in qualche modo è anche una sinestesia. Ecco, a volte la scuola ti entra in modi che non ti aspetti. Lo studio del francese al liceo scientifico con una professoressa bravissima, odiata da tutti ma che io amavo perdutamente, mi ha dato tanto, tra cui le sinestesie, passando da poeti come Rimbaud. Nella scrittura mi rendo conto di usare le sinestesie senza nemmeno accorgermene, perché mi riportano alla concretezza di cui si parlava prima. Credo che nella vita di tutti i giorni usiamo i nostri sensi in una maniera molto integrata, soprattutto nell’osservazione degli oggetti. C’è questa continua addizione di percezioni provenienti da più sensi e allora la sinestesia scatta quasi automaticamente.

Paolo Di Paolo:

Una cosa che mi ha colpito molto, sulla quale vorrei che dicessi qualcosa, è la descrizione del silenzio e l’uso del presente. Voglio tornare ancora a una scrittrice come Ágota Kristóf, che appunto ti aveva così colpita, che è ungherese e si è trovata costretta, come succede a molti scrittori, a scrivere in un’altra lingua. Uno dei suoi libri più affascinanti, da un punto di vista della teoria linguistica, vissuta quasi come una ferita, è L’analfabeta, proprio il racconto di una donna che, in fuga dal regime comunista, si trova a scrivere esiliata in Francia, in una lingua che non conosce, che non domina. I colori primari di cui parlavi sono proprio una coazione, cioè tu non puoi usare altri lemmi, altre parole, perché non ne disponi, e devi forzare la tua poca dimestichezza rendendola espressiva (che, tra l’altro, è effettivamente una cosa struggente nei non parlanti italiano, quando si sforzano di trovare un’espressione esatta o pulita). Vale anche per i parlanti comuni quando si esprimono in un’altra lingua. E per quanto l’effetto possa risultare grottesco, anche un po’ patetico agli occhi di chi ascolta, risultano incredibilmente espressivi, perché devono forzare quel poco di lessico di cui dispongono. L’analfabeta, da questo punto di vista, è un libro davvero commovente. Mi affascina il processo compositivo, quindi volevo chiederti: tu sei una scrittrice che fa una prima stesura di getto e poi interviene più volte o la pagina arriva già pulita.

Donatella Di Pietrantonio:

Vorrei prima raccontare brevemente la mia storia e il mio corpo a corpo con Ágota Kristóf. L’ho prima letta senza sapere nulla di lei. Per molti anni ho avuto questa modalità di lettura: non volevo sapere niente dell’autore o dell’autrice. Solo più tardi ho voluto conoscere chi erano queste persone che scrivevano. E mi sono commossa quando ho letto le note biografiche della Kristóf, quando l’ho trovata seduta a scrivere al suo tavolo, ormai esule in Svizzera, con il vocabolario ungherese-francese vicino. Quella pagina prosciugata che all’inizio avevo ritenuto il risultato di una ricerca stilistica era invece espressione di una difficoltà e di una non completa padronanza della lingua straniera. Una lingua che era l’unico mezzo per pubblicare i libri: doveva scrivere in francese e per lei il francese è stato nello stesso tempo l’assassino della sua lingua madre, l’ungherese, ma anche l’unica possibilità di esprimersi nella scrittura. Mi commuoveva che lei guardasse anche i quaderni del figlio che apprendeva il francese in una maniera molto più naturale, era quasi invidiosa del francese del figlio. Mi ha fatto subito pensare a tutti gli anziani che conosco, compreso mio padre. Adesso ha 89 anni e per lui è ancora più faticoso fare quello sforzo. È come se tendesse a regredire verso la prima lingua, la lingua madre; ascoltandolo, provo ancora nello stesso tempo struggimento, commozione, ma anche un po’ di vergogna.

Dopo l’incontro con Ágota Kristóf ho dovuto lavorar molto sulla scrittura: la prima stesura tendeva sempre all’eccesso, alle ridondanze. Dovevo dimostrare a me stessa che avevo imparato l’italiano e poi sottrarre, un lavoro che mi dava un senso di amputazione. Come quando hai scritto una pagina così di getto e ti sembra anche bella, ma, alla rilettura, decidi che va sacrificata. È doloroso quel momento in cui la selezioni e premi il tasto per cancellare. Allora, forse per difendermi da questa frustrazione, o forse ormai per abitudine, ho cominciato a scrivere direttamente così, usando la paratassi, soltanto i colori primari. Ho messo da parte quella tavolozza ricca e ormai vado abbastanza dritta per la mia strada.

Valeria Della Valle:

Per lasciarci voglio ricordare solo qualcosa di tutto quello che avrei voluto dire. Intanto il tempo verbale prediletto da Donatella di Pietrantonio è il presente: anche questo è un elemento che ci fa riconoscere la sua scrittura. Ed è come se in questo modo la memoria, che la scrittrice non vuole perdere, passasse attraverso quel tempo verbale e si accostasse a noi. Così come quella lingua mediana che sta alla base di un’altra caratteristica di molti dei suoi personaggi. Uomini e donne non solo non sanno esprimersi nella lingua italiana, ma non sanno esprimersi per una forma ancestrale di paura, di pudore, di vergogna, e non sanno esprimere i propri sentimenti. Molte di quelle storie nascondono proprio questo aspetto: l’incapacità tra le persone di comunicare tutto il dolore che deriva dall’impossibilità di usare le parole. Credo davvero che dopo questo incontro tutti usciremo da qui avendo voglia di rileggere i tuoi romanzi e con la consapevolezza che, nonostante quello che tante volte si sente dire, abbiamo degli scrittori e delle scrittrici che sanno raccontare la nostra realtà in modo esemplare e con una lingua che non è affatto una lingua modesta o povera, ma è una lingua ricchissima.

Paolo Di Paolo:

Vorrei sottolineare anche io che la sua è una scrittura non esibizionistica e che alla rilettura guadagna ulteriormente in intensità. Come senti quella profondità su cui mi è sembrato volessi aggiungere qualcosa?

Donatella Di Pietrantonio:

Intanto volevo ringraziare Valeria per questa considerazione finale sull’impossibilità di esprimere le emozioni, i sentimenti, che affligge tanti miei personaggi. Per me la sfida era proprio raccontare con le parole, con poche parole, il silenzio a cui sono stati condannati da un’educazione muta. Volevo tornare a quello che dicevamo prima con Paolo. Impiego sempre tre anni a scrivere questi libri brevi. Il fatto che nella prima stesura venga fuori questa lingua così asciutta non significa che poi non ci sia un lungo lavoro di rifinitura. Inoltre questa lingua non tollera i capitoli lunghi, a un certo punto il capitolo mi si chiude tra le mani, io vorrei anche continuare ma è giusto così. Si chiude lì da solo, è coerente col modo di scrivere. Qualcuno mi ha detto: “ma che sintassi elementare!”. Ora io sono da due giorni alle prese con una parola che vorrei cambiare, che è giusta, ma vorrei cambiarla e la parola è “escissa”. È una parola che proviene dalla mia formazione medica e non posso usare altre parole che mi piacerebbero, tipo “asportata”, ma “escissa” non la digerisco e sto ancora lì. È necessaria e sgradevole.

Paolo Di Paolo:

Volevo chiudere con poche righe di Donatella di Pietrantonio tratte da Bella mia (p. 135) che credo abbiano a che fare con i colori e le parole semplici «Davanti al laboratorio trovo un divano di velluto verde. C’è seduta sopra una pagina di quaderno piegata a metà e un sassolino la tiene ferma, altrimenti sarebbe già volata con il vento. “Devo fare posto a una libreria, forse potresti riposarti qui qualche volta. È un ricordo di famiglia, magari tra i tuoi colori c’è spazio. A presto, Sandro”. Sono brividi ogni volta che lo rileggo, in particolare le parole: potresti, riposarti, i tuoi colori. Insomma, quelle con il tu contenuto. Mi fanno credere che esisto, qualcuno può apprezzare la mia piccola vita. Metto in tasca il foglio e il fermacarte improvvisato, ci lascio la mano insieme, a scaldarli nel palmo. Poi è facile stendersi sul tessuto imbottito, ci sto, piegando un poco le ginocchia. Dentro l’orecchio morbido sul bracciolo un po’ consumato pulsa tranquillo il sangue, come quando ascoltavo le conchiglie. L’ultima immagine che registro è, sul ramo più basso dell’acero, la nervatura delle poche foglie nuove attraversate dal sole di oggi. Non avevo visto schiudersi le prime gemme. Con me si addormentano una a una tutte le pene».

Dipaolo 2

La conversazione è estratta da Le parole dei romanzi (Treccani, 2026) a cura di Valeria Della Valle e Cristina Faloci. Si ringraziano l’editore e le curatrici per la gentile concessione.

Donatella Di Pietrantonio

Donatella Di Pietrantonio è scrittrice e sceneggiatrice. Con il suo ultimo libro, L’età fragile (Einaudi, 2024), ha vinto il Premio Strega.

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