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Nicola Lagioia

Gli infelici molti sono tutti. “Il mondo salvato dai ragazzini” nella tragedia contemporanea

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In occasione della XXXVIII edizione del Salone del Libro di Torino, dedicato a Elsa Morante e a Il mondo salvato dai ragazzini, una riflessione che attraversa Freud, Gaza, l’Ucraina e la retorica geopolitica contemporanea per interrogarsi sulla guerra come malattia della coscienza, sull’irrealtà che anestetizza il presente e sulla possibilità di sottrarsi alla regressione collettiva.

La XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino è dedicata all’Elsa Morante de Il mondo salvato dai ragazzini, cioè al libro inclassificabile di una scrittrice di sempre – per fortuna – più ardua decifrazione. Tutto accade mentre lo scandalo che dura da diecimila anni che per Morante è la Storia scrive un altro capitolo. (Ogni nuovo atto della tragedia della specie, dopo il 1945, rischia di essere l’ultimo, ma anche questo è diventato un feticcio, uno slogan affascinante; la strategia è svuotare di senso un pericolo terribile a colpi di semantica per trasformare, dentro di noi, il rifiuto in catalessi). Continuiamo a interpretare stoltamente Putin, Netanyahu, Trump, i guardiani della rivoluzione iraniana come forme romanzesche o enigmi strategici. Ma non dovremmo fidarci troppo neanche dei loro detrattori quando fondano il proprio biasimo sulla ragion di Stato (o di continente) prima che su quella – più radicalmente – umana. 

Nel frattempo, il mondo brucia. Ucraina e Palestina sono alcune delle terre dentro cui il delirio di chi ha il massacro su larga scala come ultima pulsione disponibile prima di quella del proprio suicidio si è trasformato in realtà. Come ci rivolgiamo a chi governa il mondo? Ecco ad esempio il peggior approccio possibile a Donald Trump: concedergli una possibilità sulla base di una sua presunta strategia vincente. E peggio ancora: non concedergli più di una snobistica disapprovazione, quando una delle tattiche del potere è far sentire ridicolo chi vi si oppone in modo meno che cortese. “Non so se è il più pazzo o il più furbo di tutti”. Cosa serviva per svegliarsi? Non era sufficiente il video AI in cui l’inferno di Gaza diventava “un’occasione immobiliare”? Non era sufficiente l’agguato a Zelensky nello Studio Ovale? Le minacce agli altri popoli? L’attacco al papa? La promessa di riportare l’Iran all’età della pietra? (Non pochi di coloro che biasimano Trump per uno di questi episodi sono disposti a chiudere un occhio per l’altro, ma qui scatta la trappola). La sensazione dell’annullamento del rapporto sogno-veglia nelle continue dichiarazioni dell’attuale presidente degli Stati Uniti, più che una strategia è la fotografia più fedele della catastrofe interiore (in altri solo più nascosta) che manda in crisi la macchina del mondo. 

E noi? Persino quando protestiamo siamo svegli a metà. 

In Pro o contro la bomba atomica Elsa Morante sostiene che la bomba è tutt’altro che un’invenzione accidentale. Nessuno, scrive, può fermarsi a credere che si tratti di un caso. Non si è arrivati a questa “crisi cruciale” (così Morante chiama la deterrenza da annullamento reciproco, la “pace” costruita sulla possibilità di distruggere l’intera specie in una notte) solo perché il nostro ingegno, “sempre a caccia di nuove avventure”, si è infilato in un sentiero buio tra altri sentieri disponibili. Nella vicenda collettiva certi casi sono scelte inconsapevoli. Ecco dunque che la bomba (il desiderio di distruzione) si rivela il fiore dell’età contemporanea. Come i dialoghi platonici lo furono della città greca, il Colosseo della Roma imperiale, le Madonne di Raffaello dell’umanesimo, le gondole della nobiltà veneziana, allo stesso modo i campi di concentramento (Morante traccia un filo tra gli impiegati negli uffici preposti al funzionamento di Auschwitz e quelli del progetto Manhattan) sono espressione di una “cultura piccolo-borghese burocratica già infetta da una rabbia da suicidio atomico”. 

È vero, continua Morante, che Eros e Thanatos convivono nell’uomo dalla notte dei tempi, ed è altrettanto vero che l’annientamento come suprema beatitudine vibra nel cuore di ogni religione. “Però, mentre il Nirvana promesso dalle religioni si guadagna per la via della contemplazione, della rinuncia a se stessi, della pietà universale, e insomma attraverso l’unificazione della coscienza, al suo maligno surrogato piccolo-borghese, inteso per i nostri contemporanei, si arriva appunto attraverso la disintegrazione della coscienza, per mezzo della ingiustizia e della demenza organizzate, dei miti degradanti, della noia convulsa e feroce”. Le bombe – costruite nei paesi democratici come in quelli totalitari, da liberali e comunisti, da atei e fanatici religiosi – che dormono, simili a “orchesse balene”, sepolte nei quartieri d’Europa d’America d’Asia, non sono la causa potenziale della fine del mondo ma la manifestazione “già in atto” di un disastro della coscienza. La “mentalità piccolo-borghese” di cui scrive Morante non va presa alla lettera, non in modo restrittivo, è un’estensione del pensiero calcolante che affolla le burocrazie mondiali. 

E oggi? Oggi a insidiarci è lo schema binario che cerca di muovere ogni nostra azione, indignazione, manifestazione d’opinione. È una forza in grado di brutalizzare il funzionamento delle menti, isolandole in un guscio sempre più duro, fin quasi ai meandri della coscienza, dove (si spera) sappiamo ancora segretamente che quell’“acceso/spento” da noi stessi alimentato è totalmente falso. Sosteniamo i popoli oppressi. Davvero? Ma allora perché non riusciamo a essere contemporaneamente solidali con ucraini e palestinesi? Perché in chi sposa la causa di un popolo scatta una parziale indifferenza per le sofferenze dell’altro? 

La malattia interiore di cui scrive Morante ha a che fare con l’impermeabilità dello spirito. E l’impermeabilità è figlia dell’astrazione. Ecco il grande nemico. Un senso di irrealtà domina le nostre vite. Da una parte “sappiamo” che a Gaza sono morti e continuano a morire decine di migliaia di bambini, “sappiamo” che sul fronte russo-ucraino un’intera generazione viene massacrata, dall’altro una forza contraria ci spinge a credere che non sia vero. Astrazione e immaginazione qui sono antitetici. E infatti, quello che sta davvero accadendo non lo riusciamo a immaginare. Non riusciamo a crederci fino in fondo. 

Ogni malattia dello spirito necessita di una ragioneria che ne occulti i sintomi. Mi pare che oggi abbiamo affidato questo compito alla geopolitica. La geopolitica, di per sé, non è un male. In tempi di guerra lo diventa quando, oltre a non affiancare l’analisi della contingenza con una più profonda riflessione sulla natura umana, pretende di fondare la sua autorevolezza sul determinismo. “L’allargamento della Nato a est ha obbligato Putin a invadere l’Ucraina”. “70.000 civili morti a Gaza sono un in fondo basso rispetto ad altre tragedie storiche”. “I morti sul fronte russo-ucraino sono meno importanti perché lì si scontrano due eserciti”. Seguono statistiche, grafici, editoriali, analisi dimostrative (usare il pensiero numerale per misurare una tragedia era un abominio per Simone Weil, una delle maestre di Morante). A certe condizioni la guerra è inevitabile: in questo modo il determinismo della geopolitica si rivela puro pensiero nichilista. Il passo successivo sarà sostituire “inevitabile” con “giusto”, poi “giusto” con “sacro”. La guerra è santa! Dio è con noi!, riecheggia già nelle cancellerie dei paesi oggi in conflitto.

Nel 1915, dopo che lo scoppio della I guerra mondiale sancì la fine della modernità (l’illusione spezzata della Storia come progresso continuo), Sigmund Freud scrisse una riflessione intitolata Considerazioni attuali sulla guerra e la morte. Freud era profondamente deluso da come le nazioni che avevano preteso di guidare l’umanità fossero precipitate nella barbarie. La civiltà europea aveva prescritto tradizionalmente per ogni suo membro delle “alte norme morali” pretendendo da ogni singolo “una grande autolimitazione, una radicale rinuncia al soddisfacimento delle pulsioni”, ma adesso, proprio gli stati del Vecchio continente, contraddicendo il fondamento della loro esistenza, si sbarazzavano di quei vincoli mettendo in scena il più grande massacro che si fosse mai visto. A venire contagiati dal virus della menzogna – questa era un’altra delle cose che turbava molto Freud – furono anche diversi intellettuali di valore, trasformati dalla propaganda in fanatici. Come era possibile che persone abituate a operare costantemente sotto il lume della ragione potessero smarrirla all’improvviso? Il fatto è che le evoluzioni della psiche possiedono caratteristiche estranee a ogni altro processo evolutivo. “Quando un villaggio cresce fino a diventare una città, il villaggio scompare nella città”, le forme e i materiali precedenti vengono sostituiti da quelli nuovi. Diversamente avviene nell’evoluzione psichica. “Lo stato psichico precedente può non manifestarsi più per anni, ma permane a tal punto da poter tornare, un giorno, a essere una delle forme espressive delle forze psichiche – e, di fatto, l’unica, quasi che gli sviluppi successivi fossero disfatti e annullati”. Una regressione devastante può avere la meglio sulla più solida delle menti. Gli aspetti primitivi (le pulsioni basiche e violente che la propaganda di guerra, ma non solo, tende a scatenare) possono prendere il sopravvento. Ma in questa cattiva notizia, scrive Freud, ce n’è una buona. Come gli impulsi barbarici riescono a soggiogarci, allo stesso modo la terribile marea della regressione può a un certo punto ritirarsi, restituendoci alla ragione (e all’umanità) a cui eravamo stati sottratti in precedenza.

I “ragazzini” del libro di Morante non sono l’innocenza zuccherosa con cui cerchiamo di annacquare persino le tragedie. Sono creature anarchiche, irregolari, pre-politiche, quasi sacrali proprio perché non del tutto integrate nella macchina del potere e del linguaggio. I felici pochi possono salvare il mondo. Gli infelici molti devono distruggerlo. Questi ultimi hanno introiettato la malattia della Storia (vale a dire la separazione dalla realtà, l’obbedienza all’astrazione, il culto della forza, la riduzione dell’altro a funzione, la perdita della pietà), sono, anzi siamo, gli adulti normalizzati, non importa se burocrati, aspiranti rivoluzionari, benpensanti, progressisti, conservatori, giovani, anziani, vincitori e perfino vittime. Gli infelici molti sanno ma non sentono più, reagiscono ma non immaginano, sostituiscono l’esperienza con un riflesso ideologico. Se dovessimo pensare le due categorie definitivamente separate, il mondo sarebbe ormai perduto, perché gli infelici molti oggi sono tutti e i felici pochi quasi nessuno. Dobbiamo contare sulla possibilità che un “infelice” si converta tornando “ragazzino”? Ma è mai possibile questa cosa? Per Freud la barbarie è reversibile persino nel suo punto più nero. Cosa fare degli adulti che annegano nell’irrealtà? Chi di noi può dirsi fuori, davvero libero da questa malattia? 

Nicola Lagioia

Nicola Lagioia è scrittore, sceneggiatore, conduttore radiofonico e direttore editoriale di Lucy. Il suo ultimo libro è La città dei vivi (Einaudi, 2020).

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