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Arianna Giorgia Bonazzi

“Tutto ha trovato corrispondenza dentro di me”: sulla scrittura di Christa Wolf

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E/O sta ristampando l’opera della scrittrice tedesca in vista del centenario della sua nascita, che si compirà nel 2029. Un’ottima occasione per rileggere o scoprire un classico della letteratura contemporanea.

Una delle prime frasi che ho sottolineato in Cassandra, considerato dai più il capolavoro di Christa Wolf, e appena riedito da e/o con la storica traduzione di Anita Raja, dice: “Finora tutto ciò che mi è accaduto ha trovato la sua corrispondenza dentro di me.” 

È Cassandra a parlare, ma io ho deciso subito che questa affermazione rispecchia bene l’approccio di Christa Wolf alla sua letteratura, e al rapporto tra quest’ultima e la sua vita, che quasi sempre, quando si parla di lei, prende il sopravvento su quel che ha scritto, e soprattutto su come l’ha scritto, e cioè in una prosa che nessuno assocerebbe al realismo socialista: un flusso di coscienza lirico, scatenato, che si affida alla frammentarietà dell’io per raccontare la concreta durezza dell’essere donna in società organizzate dai maschi, intessuta di piani temporali che si rincorrono tra associazioni di sogno.   

In questi giorni, in occasione della riedizione delle sue opere, che inizia questo mese e continuerà fino al centenario della sua nascita, nel 2029, sui principali quotidiani italiani sono usciti diversi ritratti di quella che è considerata la principale autrice tedesca del Novecento (nacque in un paesino della Prussia che oggi fa parte della Polonia, e della sua gioventù sotto il nazismo si legge in Trama d’infanzia). Tutti quanti sottolineano come Wolf fu una figura politicamente divisiva, perché continuò a vivere nella DDR quando gli intellettuali fuggivano, si ostinò a credere che libertà e democrazia potessero convivere col socialismo di regime, venendoci a patti ma criticandolo dall’interno, e incorse così sia nell’odio degli esponenti del suo partito, che in quello degli intellettuali della Germania ovest dopo la caduta del muro. Ma mi ero ripromessa di non cominciare a parlare di lei dalla sua biografia; e nemmeno da Cassandra.

Tutto ciò che le è accaduto, dicevo, ha trovato corrispondenza dentro di lei. Sembra quasi l’affermazione di un pensiero magico, invece è l’opposto. Ogni grande scrittore riesce a trasfigurare la realtà come funzione esteriore del proprio sentire. 

E così, il suo primo romanzo acclamato è Il cielo diviso, la storia di Rita Siedel, una diciannovenne della DDR che lavorava in una fabbrica di finestrini di treni, ma che mentre parla (il libro passa dalla prima alla terza persona) è rinchiusa in manicomio perché il suo innamorato Manfred non solo l’ha lasciata, ma è scappato nella Germania ovest, e l’adesione di lui agli ideali materialisti di quel pezzo di mondo le fa molto più male della fine dell’amore. 

Dall’attrito insanabile tra slancio interiore e patto sociale, muovono il passo tutti i personaggi di Wolf, che tra mitologia e romanzo, sono diversissimi tra loro ma tutti suoi alter ego. Tra i miei preferiti in assoluto, ci sono i protagonisti di Nessun luogo, da nessuna parte: la poetessa Karoline Günderrode e il poeta Heirich Von Kleist, due intellettuali marginali e anomali, due romantici fuori tempo, entrambi realmente esistiti e morti suicidi giovanissimi, che Wolf immagina si siano incontrati una sola volta, in un austero salotto borghese a Winkel sul Reno. 

Scrisse Baricco in un articolo uscito su Repubblica nel 2012 che questo romanzo è “tutto commovente, senza smettere di essere severo:” potrebbe essere un’altra bella definizione di Wolf scrittrice. Tutta commovente senza smettere di essere severa. 

In questo libro Wolf non si proietta solo nella Günderrode (per la quale nutrì una vera ossessione, e di cui curò anche la raccolta poetica L’ombra di un sogno), ma inevitabilmente anche in Von Kleist. Di Günderrode mette in esergo “Così mi pare di vedere me stessa distesa nella bara, mentre i miei due Io si guardano fissamente con enorme stupore.” A Kleist fa dire: “Se dovessi dividere il mondo, dovrei rivolgere l’ascia contro me stesso, spaccare il mio intimo, presentare al pubblico disgustato le due metà.”

Günderrode e Von Kleist sono due figli delusi di un’epoca, due poeti che non trovano posto, appunto, in nessun luogo e da nessuna parte. Nelle parole dell’autrice, due “isolati, sconosciuti, relegati e confinati nelle avventure dell’anima… consegnati inermi alla sempre più viva certezza del fallimento.” Günderrode sospira: “Non provo inclinazione per nessuna delle cose che il mondo propugna. Le sue esigenze, le sue leggi e i suoi disegni, mi pare tutto quanto così distorto.” Von Kleist dice che la felicità è lì dove non è lui… Günderrode pensa: “Ah, questa brutta abitudine di essere sempre nei luoghi in cui non vivo, in un tempo già trascorso o non ancora venuto.” 

È la spaccatura che sente Christa Wolf nella sua vita di intellettuale che ha sfidato dall’interno le convinzioni di un socialismo orientato su narrazioni epiche e maschili. È quello che prova il personaggio di Rita in manicomio, innamorata di un uomo che ha scelto la Berlino Ovest. È lo stesso tormento che vive il personaggio suo omonimo nella “proto autofiction” Riflessioni su Christa T.: dove racconta la formazione di una donna irrequieta, dalle posizioni non perfettamente allineate al partito, e anche dagli amori irragionevoli, attraverso i quali cerca di fuggire dalle strette della normalità. È la ferita che tenta di ricomporre in Trama d’infanzia, dove attraverso il personaggio di Nelly racconta di sé stessa piccola nella Hitlerjugend – l’organizzazione giovanile del Partito Nazionalsocialista tedesco – e cerca di capire che cosa possa aver significato avere marciato bambine con quelle divise, essere cresciute sotto il nazismo e avere poi voluto contestarlo.  

All’enigma dell’infanzia torna anche Cassandra, che nella versione di Wolf rievoca in un lungo flashback tutta la sua vita mentre, caduta Troia, viaggia da prigioniera verso Micene dove l’attende la morte: “Se a tentoni oggi vado a ritroso lungo il filo della vita, che è arrotolato dentro di me, salto la guerra, un blocco nero… giungo a ritroso agli anni del sacerdozio… un blocco bianco… alla fanciulla, e poi resto impigliata nella parola: la fanciulla.” Un’infanzia felice, dominata dal fascino della figura paterna e dall’eco dei traffici politici che l’attraevano, nonostante donna (come la Günderrode, come Wolf). Ma Cassandra, scrive Anita Raja nella postfazione, crescendo svela tutte le finzioni tessute dal Palazzo sull’intera Troia, e passa da un uso della veggenza conforme al potere all’uso di quello stesso dono in funzione oppositiva. Aderisce alle comunità femminili dissidenti dello Scamandro, alle donne che si riuniscono per discutere e coltivare la memoria e il sogno di una comunità incruenta. 

E in effetti, nelle Premesse a Cassandra, che raccoglie le quattro lezioni tenute da Christa Wolf nel 1982 all’Università di Francoforte, e appena riedite da e/o, l’incontro dell’autrice con la Cassandra del mito viene raccontato quasi come un incontro fantasmatico con un’anima affine. Cassandra figlia amata, predestinata a vedere (o a scrivere) e a farsi portatrice di verità scomode (Wolf scrive in un mondo sotto la minaccia di una catastrofe nucleare), profondamente legata alle amiche pacifiste dello Scamandro (così come Günderrode con la cara Bettina, “ribelle e imprevedibile, che vorrebbe essere alla finestra vicino all’amica, ma non ha il coraggio di violarne quello stato di oblio di sé”). Cassandra è soprattutto una sconfitta: nessuno ha dato ascolto alle sue profezie e la guerra è stata persa. Allo stesso modo, Wolf è una sconfitta perché, nonostante le sue grida d’avvertimento, l’utopia socialista è destinata a fallire. 

Ecco in che modo i romanzi di Wolf mi appaiono come tanti romanzi dell’io: di un io che non riesce a ricomporre la propria interezza, tra il pensato e il dicibile, tra sfera pubblica e privata. Dice Wolf, una persona all’apparenza così saldamente ancorata alla realtà, della sua sorella Günderrode: “pericoloso sarebbe se cedesse all’impulso di allentare le briglie … e se poi, nella corsa più sfrenata, andasse a cozzare contro quell’ostacolo che gli altri chiamano realtà e di cui lei […] non ha un’idea precisa.”

Che piacere, riconoscere lo spirito appassionato di un’autrice così formalmente controllata (“gelidamente tiepida”), ben nascosto dentro ogni suo personaggio! Le cose che dice di loro, le cose che fa loro dire nel 1804 o durante la guerra di Troia, parlando però sempre di sé, del suo dolore: un tutt’uno con le sorti della sempre più indifendibile DDR.

E poi, ci sono gli amori di questa autrice severa e commovente, sposata tutta la vita con l’intellettuale Gerhard Wolf col quale viaggiò nella Grecia del mito alla ricerca di fantasmi per le sue riscritture: il sentimento impossibile che Wolf, nella sua versione, inventa per Cassandra e Enea. Enea che rimase “un punto rovente nell’animo” di Cassandra; l’indicibile tra loro, in un mondo che produceva solo distruzione dove lui avrebbe potuto rappresentare un modo diverso di essere uomini (quello di suo padre Anchise, dalla “bocca che ride e dalla fronte triste”) e invece no: accetta la sua sorte imposta di trasformarsi in eroe. E poi, quel sentimento non vissuto tra Günderrode a Von Kleist, nell’unico giorno in cui camminano affiancati al tramonto, e all’improvviso si devono tenere l’un l’altra per non cadere a terra dal gran ridere! (“Non sono mai stati vicini a sé stessi come in questo momento.”). 

E come immediata conseguenza degli amori, ci sono i personaggi maschili di Christa. Ci sono Anchise e von Kleist, che rappresentano i soli modelli maschili futuribili: uomini dediti all’arte – Anchise dell’intaglio, von Kleist della parola – protesi in un aperto dialogo con le donne. Anchise visita le amiche al fiume Scamandro sempre recando una statuina in dono, riflette con imparzialità su chi gli vuole male, e dice che nessuno, prima che muoia, va giudicato perduto. Von Kleist passeggia con Günderrode e pensa con rammarico al verso: “nessuna donna alla propria forza crede”. E subito dopo: “Con questa donna, il sesso femminile potrebbe raggiungere la fede in sè stesso.” Ma soprattutto, ci sono tutti gli altri maschi di Wolf: uomini “deboli, ma con il prepotente bisogno di vincere,” che “si servono di noi come vittime per poter conservare il sentimento di sé.” Quelli che, come Agamennone, hanno fondato la loro civiltà su un infanticidio: l’uccisione di una bambina.

E quindi, ci sono le bambine, i bambini della Wolf! “Quando il bambino dorme”, dice la ninnananna intonata dall’ancella ai gemelli di Cassandra, “la sua anima, il bell’uccello, vola verso l’olivo d’argento e poi, adagio, incontro al sole che tramonta. Anima, bell’uccello. Talvolta lievi come il tocco di una piuma, talvolta forti e dolorosi avverto i suoi movimenti nel petto.” E poi, quei bambini diventano uomini, la guerra si introduce nel loro petto e uccide l’uccello della loro infanzia.   

Ma alle bambine ciò non succede, non succede alle donne. A Cassandra, a Günderrode, perfino a Medea. Nella Medea di Wolf, a differenza di quel che avviene nella tragedia di Euripide, non è lei a ammattire e a uccidere i suoi bambini. È la gente di Corinto a farlo: perché Medea, la barbara arrivata con Giasone, aveva parlato – come Cassandra, come Christa – e così svelato le manipolazioni con cui la città era soggiogata. Il popolo sanguinario non se la prende infatti con chi compie il misfatto, ma con chi ha il coraggio di rivelarlo. In Wolf sono le donne, le sacerdotesse, le veggenti, le maghe, le poetesse, a dover dire i segreti. Allo stesso modo, Medea punta il dito sul materialismo dei corinzi, sul loro attaccamento al vello d’oro: nel momento in cui Wolf scrive, l’unificazione della Germania era ormai avvenuta e si era asimmetricamente fondata sulla rincorsa al capitalismo. 

Tutte le donne di Wolf portano il fardello di non riuscire a far sentire la propria voce. Cassandra vedeva lontano ma non veniva creduta. Günderrode cosa doveva fare, più che morirne suicida? Rita del Cielo diviso era finita al manicomio. Christa, dal canto suo, si è sbagliata sul futuro dell’Unione Sovietica. Ma è così importante che questa profezia si sia rivelata sbagliata se poi Wolf ha saputo guardare così lucidamente al ruolo del femminile in una società pensata dagli uomini? Se ha saputo parlare a quel modo dell’inconciliabile spinta a essere sé stessi, in un mondo che non prevede mai di dire la verità?

Se avete “esperienza diretta del male che fa un eccesso di sensibilità”, dice Baricco sempre in quel vecchio pezzo, leggete Christa Wolf. Perché tutto quello che è accaduto ha trovato una risonanza nella sua scrittura. E tutto quello che accade nei suoi libri continua a risuonare dentro di noi, nel tempo. 

Arianna Giorgia Bonazzi

Arianna Giorgia Bonazzi è scrittrice, traduttrice e giornalista.

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