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Gabriella Dal Lago

Una propensione al gioco. Intervista a Catherine Lacey

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In occasione dell’uscita de "Il libro di Möbius," Catherine Lacey riflette sul confine tra autobiografia e narrativa, sulla precarietà del lavoro creativo e sul bisogno di inventare nuove forme.

Navigando sul sito di Catherine Lacey troverete: un pettirosso che si guarda intorno curioso, un cavallo che galoppa, una foto sfocata ritrovata nell’archivio del suo telefono (raffigura una ragazza, ma chissà chi è), la copertina di un suo libro che vola da una parte all’altra dello schermo. Niente a che fare con il sito di uno scrittore o una scrittrice, di solito una webpage un po’ noiosa, un tentativo di dare forma al proprio lavoro in un curriculum, qualcosa che diventi la prova tangibile che scrivere è quello che faccio per lavoro.

Il sito di Catherine Lacey non è sempre stato così bizzarro. Fino a qualche tempo fa conteneva il classico elenco di pubblicazioni. Poi, un giorno, Lacey si è detta: “Vorrei che questo sito fosse ridicolo senza alcun motivo”. Allora ha rispolverato le sue competenze in materia di web design, quelle sviluppate in terza media giocando con l’HTML e poi coltivate durante gli anni di università per curare un blog letterario insieme ad altre persone,  ed ecco che sono comparsi i cavalli, le scorciatoie impreviste, i link che portano a video di meduse che galleggiano nell’oceano. “Perché è importante avere un senso del gioco”, mi dice. E poi aggiunge “Sono contenta di guadagnarmi da vivere come scrittrice, ma ho bisogno di avere anche altri spazi creativi nella mia vita. Non voglio che la creatività del mio processo di scrittura di romanzi prenda il sopravvento su tutto, che sia solo quello, sai?”. Sedersi al computer, scrivere, rispettare delle deadline, consegnare: e insieme, cercare di stare attente a non trasformare tutto il lavoro che facciamo con il cervello in lavoro che paga le bollette, preservando uno spazio di autonomia, di libertà, di gioco appunto. C’è chi lavora a maglia, chi disegna, chi si iscrive a un corso di improvvisazione. “Io mi costruisco un sito web strano”, sorride Lacey.

Mi sembra controintuitivo iniziare un’intervista a una scrittrice parlando del suo sito web e non dei suoi libri, ma in queste  parole che Catherine Lacey mi ha detto, nel corso di una lunga conversazione in cui abbiamo parlato di libri e letteratura e scrittura e più in generale di creatività, ho ritrovato quello che poi in realtà mi ha da sempre fatto innamorare dei suoi romanzi: una propensione al gioco, un allenamento alla creatività in senso lato che poi si riflette sulla sua pagina. I suoi romanzi (pubblicati in Italia da Sur nella traduzione di Teresa Ciuffoletti) sono il lavoro di una scrittrice che non ha paura di cambiare, di sperimentare. Rileggerli tutti di fila mi ha fatto pensare: ma quante cose si possono fare! Quanto ci si può divertire! Scrivere un libro a forma di road movie (Nessuno scompare davvero) e poi una specie di romanzo d’amore – satira filosofica – fantascienza (Le risposte) e poi un romanzo su una comunità religiosa (A me puoi dirlo) e dopo ancora una finta biografia di un’artista inesistente che intreccia la sua vita con figure realmente esistenti (Biografia di X) e infine un libro, il suo ultimo (Il libro di Möbius) che si legge sia da una parte che dall’altra, sia dall’inizio alla fine che dalla fine all’inizio – libro che è molto divertente leggere in posti pubblici, per spiare gli sguardi interrogativi sulla copertina al contrario che tenete tra le mani. 

È da qui che inizia la mia intervista con Catherine Lacey, dal suo ultimo  romanzo. Qui Catherine Lacey reagisce alla fine, improvvisa e inaspettata, della relazione con un uomo che amava: da un lato del libro racconta l’esperienza in modalità autobiografica, dall’altro ne prende spunto per un romanzo breve, con protagoniste due vecchie amiche che si ritrovano per una cena insieme. Questa intervista è durata un’ora, perciò la versione che trovate qui è stata editata per ragioni di spazio.

Il libro di Möbius è la storia di una fine di un amore raccontata in due modi: una novella e un memoir, testa e coda del romanzo. Tu hai studiato non fiction, ma questa è la prima volta che da scrittrice ti confronti con il memoir. Qual è il tuo rapporto con questa forma e perché hai deciso di combinarla con la fiction?

Prima di tutto c’entra con quello che stava succedendo nella mia vita, sul fronte della non fiction. La mia relazione era finita all’improvviso, non avevo più una casa, tutto intorno a me era crollato e io semplicemente mi sentivo incapace di scrivere narrativa. Negli ultimi dieci anni mi ero abituata a una routine di scrittura precisa che in quel periodo della mia vita era saltata: dopo la fine della mia relazione non avevo un posto dove vivere, e quindi mi spostavo di continuo tra le case dei miei amici. E scrivevo sempre, sì, ma non avevo un progetto, non avevo una struttura, e quindi mi dicevo che non stavo scrivendo. Ma poi, dopo qualche mese passato così, ho guardato tutti quegli appunti che avevo scritto, ed era vero, non stavo scrivendo un romanzo, però stavo scrivendo. Ho avuto bisogno di tempo per capire cosa: ho finito una bozza del libro provando a dargli la forma di un memoir, poi l’ho messa da parte per qualche mese, e quando l’ho ripresa c’era qualcosa che mi sembrava sbagliato. Intanto la mia vita era cambiata, c’erano di nuovo le condizioni per scrivere narrativa. E allora mi sono chiesta se ci fosse un modo per la fiction di rispondere ai problemi che vedevo nella mia scrittura del memoir: un modo per scrivere cose nella parte narrativa che non riuscivo a scrivere in quella di memoir, e viceversa per permettere alla parte narrativa di fare buchi in quella del memoir, per mettere alcune cose in discussione, o semplicemente per offrire altre prospettive.  

Nella parte di fiction metti in scena l’incontro tra due vecchie amiche, costruendo una scena che sembra una piece teatrale, un dialogo in un appartamento che avviene nello stesso momento in cui nel palazzo si sta consumando un fatto di sangue, mentre nel memoir racconti appunto dei tuoi mesi che seguono la fine brutale di una storia d’amore. Eppure tra queste due parti così diverse ci sono dei punti di contatto, come degli squarci che si aprono: oggetti che ritornano, battute pronunciate da personaggi diversi, dinamiche narrative. È questo il modo in cui la narrativa funziona per te? Questo atto di estrarre e trasformare dettagli, personaggi e storie dalla realtà al romanzo?

È quello che mi piacerebbe fare. A volte sono più cose, a volte sono meno cose, e a volte non è nessuna cosa in particolare, ma più un’atmosfera o qualcosa che sento davvero personale, ma che forse non definirei autobiografico. Ci sono molti scrittori che riescono a tradurre l’autobiografia, le cose reali che accadono, in una narrativa in cui è praticamente come se non ci fosse differenza tra fiction e materiale autobiografico. Ed è una cosa che rispetto molto, ma contemporaneamente ogni tanto penso (forse proprio perché mi piace molto leggere i memoir): ma allora, perché non scrivere semplicemente un memoir? E però poi capisco perché: ci sono certe cose che puoi fare nella narrativa che non puoi fare in una memoir. Tipo: raccontare cose che non sono necessariamente successe, ma che sembrano più vere di quelle che sono successe.

Nel Libro di Möbius c’è un personaggio, il figlio della tua amica Heidi, che dice di star leggendo un libro che non gli piace, perché lo trova troppo “fictiony”. E quando sua madre chiede: “Cosa intendi, troppo fictiony?” lui risponde: “Troppo realistico.” Cosa significa? 

Non ne ho idea! Ma forse proprio perché non lo so, l’ho apprezzato e l’ho inserito nel libro. Mi sembrava che ci fosse qualcosa di vero in quel commento. Sai, penso a quei libri in cui si vede che chi scrive si sta sforzando tantissimo di far sembrare la scrittura aderente alla vita reale. Per me fictiony è quel tipo di artificio che si ottiene. Succede quando chi scrive lascia alla realtà troppo il controllo: pregiudica troppo la narrativa. La cosa magnifica della fiction è che puoi far accadere cose che non possono accadere. C’è così tanta libertà nella forma che mi sembra non venga sfruttata: invece spesso gli scrittori si bloccano su questa idea di narrativa iper-realistica che finisce per sembrare un po’ artificiosa. Non è mai stato il mio obiettivo, almeno non quel modo iper-realistico di osservare la vita. Della vita mi interessa più quella componente di stranezza, quella per cui vai a dormire ogni notte e fai dei sogni, e poi ti svegli e devi semplicemente andare avanti nella tua giornata come se non avessi fatto questo sogno folle su, boh, un oggetto che si trasforma in una vasca da bagno. Ti alzi e vivi con quella finzione in testa. E ti influenza, no?

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Qual è il rapporto tra il tuo lavoro di romanziera e queste forme altre di scrittura? Me lo chiedo alla luce della tua riflessione su internet come spazio altro di creatività, e pensando anche al tuo Substack, che raccoglie riflessioni sulla scrittura e pensieri sul lavoro creativo.

Ho sempre un po’ invidiato i musicisti per la loro possibilità di fare pratica. Metti che magari sei un compositore e in quel momento non hai niente da comporre, puoi prendere il tuo strumento e fare semplicemente le scale. Ecco, a me piace avere forme diverse di scrittura da cui imparare. Tengo un diario, prendo appunti e sì, ora uso anche Substack, che ha una dimensione pubblica che mi ricorda quella dei blog del 2008, che a un certo punto sono scomparsi per venire rimpiazzati dai social.  Alcuni dei miei vecchi amici blogger sono su Substack adesso, e sembra un po’ come recuperare un po’ di energia giovane, quella volontà di trasmettere alle persone l’entusiasmo per i libri o per quello che stai guardando, in una via di mezzo tra lo scrolling dei social media e una forma di scrittura più professionale, come quella di saggi o articoli per riviste. E questi ultimi due tipi di scrittura, sì, lì ho praticati un po’ come freelance, però a un certo punto ho capito che non mi piace davvero farlo. Preferisco semplicemente scrivere libri e poi mettere questo altro tipo di scrittura in un posto come Substack.  

Ho visto che è un argomento che tocchi spesso nel tuo Substack, e visto che mi sembra un discorso aperto anche qui in Italia mi sono detta: parliamo di soldi. In che modo i soldi hanno influenzato la tua scrittura? 

Soprattutto agli inizi della mia carriera, era un continuo destreggiarsi tra lavori e roba fatta solo per pagare le bollette, e comprimere la scrittura in piccoli spazi di tempo. E certo questo influenza molto il lavoro. Poi di tanto in tanto ottieni una residenza di scrittura, il lusso di uno spazio strutturato. Quando ero più giovane ero proprio spaventata dalle residenze, perché appunto avevo sempre lavorato in ritagli di tempo, e avevo questo terrore che avendo tutto il giorno davanti lo avrei sprecato, non avrei fatto niente. Invece non l’ho sprecato. C’è proprio uno spazio mentale diverso in cui entri quando puoi scrivere tutto il giorno, un diverso ritmo di lavoro. Il mio secondo libro parla molto di avere un milione di lavoretti e vendere ogni minuto della tua giornata. Ma adesso non vivo così, metti anche che oltre ad essere in una fase diversa della mia carriera mi sono trasferita a Città del Messico, e qui il costo della vita è diverso che negli Stati Uniti. In effetti non so come l’assenza di quel problema stia influenzando il mio lavoro adesso, non ci ho mai pensato. In generale ho come l’impressione che in certi autori molto affermati, molto in vista, riesci proprio a notare come la stabilità della loro vita si insinui nella loro scrittura, ne diventi un po’ un soggetto. Tipo, la loro ricchezza e la loro mancanza di preoccupazioni. Ma io mi sento un po’ nel mezzo, ecco, da qualche parte tra l’essere completamente al verde e quella situazione lì.

Che poi pensavo, parlando anche con altri scrittori e scrittrici, si tratta anche di una questione di visibilità sociale, proprio di chi sei come soggetto-lavoratore. Come a dire: c’è una questione più complicata oltre alla difficoltà di non sapere spiegare che lavoro fai alle cene di famiglia.

Sì esatto, penso che nel mio caso, per esempio, di scrittrice che viene dagli Stati Uniti, io non possa iniziare a parlare di soldi e creatività senza parlare del sistema sanitario americano, che è assolutamente un incubo se sei una persona freelance che non sta cercando di ottenere un lavoro normale. E io ho cercato di ottenere lavori standard, ho cercato di avere semplicemente un lavoro e scrivere nel tempo libero. Perché quello può essere un modo di scrivere, non è un problema in sé. E però non sono mai riuscita a trovare lavoro. Nessuno mi avrebbe mai assunto per fare qualsiasi cosa che non fossero lavoretti. Nessuno mi avrebbe mai dato un lavoro vero con l’assicurazione sanitaria: infatti non l’ho mai avuta, e ho avuto la fortuna di essere almeno uscita dalla mia giovinezza senza gravi debiti medici. 

Ma adesso vivi stabilmente fuori dagli Stati Uniti, vero?

Sì, adesso vivo in Messico. È in parte una decisione basata sulla qualità della vita qui rispetto a quella degli Stati Uniti adesso – banalmente qui posso permettermi un’assicurazione sanitaria, non è una cosa di cui devo preoccuparmi. E poi sì, volevo andare via, imparare un’altra lingua, e uscire dagli Stati Uniti.

Ne hai parlato spesso nei tuoi libri, anche in questo: tu vieni dal Mississippi, da una zona degli Stati Uniti in cui la religione ha un ruolo molto forte, e questo ruolo lo ha avuto anche nella tua educazione, nella tua adolescenza. Pensi che per te ci sia qualche relazione tra fede, religione e il fatto che sei diventata una scrittrice?

Qualcuno tempo fa ha scritto un pezzo sul mio lavoro definendo i miei romanzi “post-religiosi”. Io penso che chiunque abbia attraversato un’esperienza intensamente cristiana viva una vita che è fondamentalmente post-religiosa, senza necessariamente diventare uno scrittore. Ma penso che qualcosa debba un po’ sostituire quel vuoto che senti in questa esistenza post-religiosa. E penso che possano essere molte cose diverse. Sì, forse per me è la scrittura. Una volta avrei risposto “oh, sì, è così”. Ma non sono più così sicura che lo sia. Penso sia più complicato.

Ultima domanda, promesso. I tuoi personaggi spesso mentono, raccontano storie, hanno vite segrete e passati misteriosi. Sei anche tu una bugiarda?

Ho il problema opposto. Ho davvero, profondamente il desiderio di parlare di ogni minimo dettaglio di tutto. E quindi non mi piace avere segreti, non mi piace mentire. Però penso che ogni essere umano abbia una specie di impulso non tanto a mentire, ma ad esprimersi attraverso qualcosa che riesca a rappresentare come si sente. Come quando ti piace qualcuno, e ti metti ad ascoltare una canzone esagerata e sopra le righe, eppure hai come l’impressione che quella canzone parli proprio di chi sei, di cosa senti, che per un attimo quello sia esattamente il tuo punto di vista. Ed è una specie di bugia, no? Ecco, penso che quell’impulso lì sia molto vivo nella mia scrittura.

Gabriella Dal Lago

Gabriella Dal Lago è autrice e scrittrice. Il suo ultimo romanzo è Giorni Futuri (Einaudi, 2026).

 

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