Siamo stati al Torino Jazz Festival 2026, un laboratorio diffuso in città in cui le molte forme che il jazz ha assunto nel tempo convivono tra avanguardia, ricerca e tradizione.
Il Palazzo degli Istituti Anatomici fa parte di un gruppo di edifici costruiti a Torino sul finire dell’Ottocento nella “Città della scienza”. Si trova in una zona allora periferica della città, nei pressi del Parco del Valentino, e ospitava gli istituti, i laboratori e le aule delle facoltà di Medicina e Chirurgia, Chimica e Scienze. Durante la Resistenza, fu uno dei centri clandestini del Partito d’Azione. Varcando la soglia dell’Aula Magna si entra in un’altra epoca: è un piccolo emiciclo con alti banchi di legno in file degradanti, sui quali generazioni di studenti hanno inciso i loro nomi. C’è una lavagna nera sulla parete di fondo e l’atmosfera sarebbe davvero ottocentesca se non fosse per i condizionatori incassati nella boiserie e lo schermo bianco del proiettore.
A parte gli spettatori, stasera non c’è niente di organico in mostra: nessun cervello sotto formaldeide, scheletri, sezioni di muscoli, ma uno schieramento di computer, tastiere, mixer, monitor, synth, superfici di controllo per interagire con software e decine di metri di cavi aggrovigliati. I due “docenti” sono circondati da barre verticali di luce a delimitare uno spazio che evoca il laboratorio del Dottor Frankenstein. Theatrum Anatomicum è la performance di Giorgio Li Calzi (tromba, strumenti analogici, digitali, elettromeccanici) e Simone Sims Longo (computer music elettroacustica, partitura visiva), una delle produzioni originali del Torino Jazz Festival 2026. Una performance intermediale che usa campionamenti manipolati, ambienti sensoriali in trasformazione, luci stroboscopiche ed effetti luminosi a intermittenza.
Non è una lezione di anatomia umana ma della materia sonora, “disgregata e ricomposta in nuove forme, uno studio su suono e silenzio, luce e oscurità”. Una materia fatta di beat, pulsazioni, scariche elettriche, sound processing dall’impatto a tratti soverchiante: una vera aggressione sonora e luminosa in cui il suono della tromba è campionato, scomposto, lavorato fino a renderlo irriconoscibile, mixato a segnali che si deteriorano in un crepitio analogico, ombre e flash. Una sinfonia elettronica con squarci di lento e lentissimo che – se fossimo dentro Frankenstein di Mary Shelley – ci porterebbe tra le distese bianche del Polo Nord, dove “il ghiaccio non è fatto della stessa materia dei nostri cuori, è mutevole” e infatti si scioglie: “comincia a muoversi e in lontananza si odono boati simili a tuoni”, ma sono scoppi e detonazioni elettroniche violente, o una specie di canto gregoriano deteriorato, graffiato. In realtà le voci sono elaborazioni di un coro di Orlando di Lasso, ricomposto in modo elettroacustico.
Una drum machine elettromeccanica del 1960, con una ruota che gira e il diodo luminoso ruba la scena e affascina il pubblico: spogliata del pannello metallico anteriore, sostituito con uno di plexiglass, mostrata nelle sue viscere, con una felice trovata drammaturgica viene inquadrata da uno smartphone e proiettata sullo schermo. I suoi tempi di foxtrot, rumba, cha cha cha, valzer, sono azionati a mano, diventano un battito cardiaco che si gradualmente spegne: la creatura è forse deceduta? O è Frankenstein a morire come avviene alla fine del romanzo?
“Il nostro riferimento è Robert Henke – dice Giorgio Li Calzi, artista di computer music e sviluppatore di software che crea linguaggi nuovi con strumenti vecchi, come del resto è la tromba. – All’idea di Henke aggiungo l’improvvisazione jazz: uso un primordiale sintetizzatore del 1954, con filtri preset, usato per le sue imperfezioni, che è come portare sul palco un musicista ultracentenario. Incrocio le dita, spero che tutto funzioni e così trasfiguro la tromba, faccio dialogare elettronica e improvvisazione per creare un linguaggio musicale”. Il concept alla base della performance era “riempire lo spazio dell’Aula Magna, un luogo affascinante. Tutti conoscono il gesto musicale di Pete Townshend degli Who, la sua plettrata sulle corde della chitarra. Quando utilizzo uno strumento elettronico mi piace isolarlo per renderlo comprensibile. Mi espongo, mi piace assumermi il rischio delle mie performance live”, dice Li Calzi.
Simone Sims Longo è un artista sonoro e multimediale che crea musiche sincronizzate con il linguaggio visivo, in questo caso le luci: otto fari PAR a terra in contrasto con le otto barre led verticali, una doppia possibilità per lavorare sulla partitura visiva. “Nella struttura della performance volevamo occupare più livelli emozionali, da riempire con contrasti”, dice Longo che controlla la regia sonora, il bilanciamento del suono tramite il mixer. “Abbiamo una partitura aperta, degli step per procedere, dilatare o accelerare, in sincronia con le luci. Si passa dalla citazione di All Blues di Miles Davis a una materia sonora più sgretolata, per smontarla, ricomporla e preparare la fase finale molto densa e ritmica in contrasto”. Un incrocio e uno scambio di materiali che mette a confronto “il futuro tecnologico e il futuro già passato”.
Dopo l’anteprima dal 22 al 24 aprile, il Torino Jazz Festival si è aperto il 25, Festa della Liberazione, con una produzione originale di Moni Ovadia e Kassiber Ensemble, con testi di Elisa Savi, in scena al Conservatorio Giuseppe Verdi: Il Jazz della Liberazione, dedicato ai suoni perduti di Der Ghetto Swingers, una delle formazioni jazz attive nel campo di Terezin. Un altro appuntamento di rilievo, accolto in modo trionfale dal pubblico, è stato Dagli Appennini alle Madonie di Bruno Tommaso e Barga Jazz Ensemble, “un itinerario musicale di parafrasi, variazioni e mascheramenti, su materiale popolare che parte dalla Garfagnana e si conclude in Sicilia”, passando per il liscio romagnolo, una nenia sarda, la Puglia e Napoli, attingendo al jazz, le forme classiche europee, la musica popolare. Il viaggio tocca i luoghi della vita artistica di Bruno Tommaso, contrabbassista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, che dalla musica medievale e rinascimentale è passato al jazz, l’improvvisazione e le musiche di confine.
Il 29 è salito sul palco un altro grande maestro del jazz italiano, che con Tommaso ha condiviso l’esperienza del Modern Art Trio insieme a Franco Tonani: il pianista Franco D’Andrea, 85 anni appena compiuti, da molti ricordato per la militanza nei Perigeo negli anni Settanta, con una carriera di oltre sei decenni iniziata nei primi anni Sessanta con il trombettista Nunzio Rotondo alla Rai di Roma, proseguita con Gato Barbieri e poi in varie formazioni: dal quartetto, all’ottetto e il trio, a volte atipico, con tromba e trombone o con due contrabbassisti. Sul palco del Cine Teatro Monterosa nel quartiere Barriera di Milano, D’Andrea si presenta con il trio classico che lo accompagna nell’ultimo Live del 2025 e in Something Bluesy and More del 2024: Gabriele Evangelista al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria, atletico e muscoloso il primo, misurato e swingante il secondo.
Un progetto attraversato dal sentimento blues che permea la poetica del trio e dà vita a una musica libera, gioiosa e comunicativa, di un’eleganza naturale quasi controcorrente. Con una metafora spiazzante, potremmo dire che D’Andrea è l’antitesi del manspreading che a volte subiamo quando andiamo al cinema, a teatro o nelle sale da concerto: laddove c’è invasione di spazi e prevaricazione dell’altro, qui c’è un’intelligenza sensibile basata sul dialogo, l’ascolto, l’invenzione, l’incontro arricchente che sfociano in un interplay magistrale. L’esperienza d’ascolto evoca, senza voler fare paragoni, Horace Silver, un pianista amato da D’Andrea, solare, profondo e coinvolgente.
Il TJF 2026 ha visto un grande ritorno, quello della Italian Instabile Orchestra sul palco della Casa Teatro Ragazzi e Giovani. Formazione storica del free jazz italiano ed europeo, nata nel 1990 al Festival di Noci, italiana per il gusto melodico e la verve comunicativa, instabile per la formazione mutevole: diciotto elementi diversi per provenienza geografica, età, formazione. Un ensemble che ha sempre rifiutato la verticalità gerarchica e la prevedibilità estetica, votato all’improvvisazione e alla scomposizione. Con il gusto per lo scherzo tipico delle avanguardie, a Torino rilegge il repertorio di Duke Ellington in Plays Ellington e con ambivalenza semantica lo suona e ci gioca, secondo un’attitudine visionaria, sperimentale e collettiva, con la direzione e l’arrangiamento di Giancarlo Schiaffini. Sul palco l’orchestra agisce come un organismo multicellulare, che Schiaffini remixa come se azionasse campionamenti umani, che reagisce fisicamente agli stimoli reciproci, ridendo delle proprie invenzioni come di un in-joke, una battuta comprensibile soli agli adepti, ma recepita per empatia anche dal pubblico.
Il concerto ha riproposto la scaletta del concerto tenuto a Porto nel dicembre 2013, diventato un disco per l’etichetta Felmay (2025). È stato uno dei momenti più emozionanti del festival, una reunion commovente sul palco anche con l’ex componente Martin Mayes (cornista) e l’ex manager Riccardo Bergerone. Giancarlo Schiaffini è molto soddisfatto: “È andata meglio delle aspettative, dato che erano più di dieci anni che non ci vedevamo e c’erano alcuni elementi nuovi, dei ritocchi e variazioni. Abbiamo provato solo il giorno prima e ho notato che sul palco eravamo molto concentrati, con una bella sonorità frutto di collaborazione totale. Io non amo i superlativi, ma direi che è stato entusiasmante per il senso di togetherness, di condivisione e del ritrovarsi insieme. Il concerto era stato pensato per i cinquant’anni dalla morte di Ellington: Mood Indigo è del 1930, ma il repertorio non invecchia e resiste anche agli ultimi anni di sviluppi turbolenti nella musica”.
Soddisfatto è anche il direttore artistico Stefano Zenni: “Il festival ha alle spalle una macchina logistica, amministrativa e organizzativa infallibile, la Fondazione Cultura Torino, con l’esperienza di Settembre Musica/MiTo. La città è molto ricettiva nei confronti delle proposte del festival, che a sua volta è in un posizione di grande ascolto verso la città: le realtà dei club, dei locali e associazioni, degli spazi, del sociale”. Il titolo dell’edizione di quest’anno è Il Suono della Sorpresa, un’espressione coniata da Whitney Balliett, per decenni critico jazz del “New Yorker”, e titolo di una sua raccolta di saggi. “Da storico, so che il jazz non è una cosa sola, chi lo pensa in modo molto fondamentalista e integralista come una battaglia religiosa, è antistorico”, dice Zenni. “Il jazz è un post it che le persone attaccano a musiche molto diverse: nella nostra epoca o negli anni Venti a molte musiche, nei primi anni Cinquanta a pochissime, in altre epoche come negli anni Settanta, si litigava per decidere dove metterlo, tra il free, il jazz rock, l’improvvisazione radicale”.
“Il programma prevede concerti a pagamento, scelti da me, e un’ampia parte di eventi gratuiti (concerti, incontri, proiezioni) ognuna con il suo curatore”, prosegue Zenni. “La parte gratuita è condivisa con i gestori degli spazi per la direzione artistica. Le produzioni originali sono discusse con i musicisti (Moni Ovadia, Funk Off, Bill Frisell, Stefano Battaglia, Li Calzi-Longo), poi ci sono i musicisti che si trovano in tour, come John Scofield, e diverse esclusive. Dal 2023 il mandato politico è che il festival sia diffuso in tutti i luoghi della città, che diventi una mappa per scoprire Torino. Anche per questo, come fa il MiTo con la musica classica, portiamo il jazz nelle case famiglia, nelle carceri, nei dormitori, gli hospice, i centri di accoglienza, le RSA, i centri di terapia per disabili, insieme a giovani musicisti che studiano al conservatorio o nei centri di formazione musicale del comune”.
Tornando al titolo di questa edizione, una sorpresa è stata la pianista Lisa Ullén, nata a Seoul ma residente a Stoccolma fin dai tempi del conservatorio negli anni Novanta. Ullén agisce nel campo della musica sperimentale e improvvisata e descrive il suo lavoro come “esplorazioni della vita tramite il suono”, usando frammenti ritmici e melodici stratificati, in cui diverse tessiture e ritmi si allacciano tra loro. Heirloom (2024) è stato album dell’anno per la rivista “The Wire”. Il concerto mattutino al Teatro Juvarra, un gioiello di architettura inaugurato nel 1913, prende le mosse dal brano più significativo del disco, After Sun, e diventa un’esplorazione totale delle possibilità del pianoforte nello spazio della sala, grazie all’ingegnere del suono John Chantler, che equalizza e distribuisce il suono in modo ottimale nello spazio.
Il pubblico è avvolto in un soundscape che evoca un Satie elettronico, John Cage per il pianoforte preparato, una suonatrice di koto punk, un Debussy cogitabondo. Ma quando Ullén fa risuonare accordi detonanti, sarebbe piaciuta anche a Lennon & McCartney di A day in the life, che avrebbero apprezzato – soprattutto McCartney nella sua fase di scoperta delle avanguardie – le graffiature, le interferenze e il rimbombo. La performance è un evento immersivo, simile a un bagno di gong, un viaggio interiore e cosmico guidato da una monaca tibetana che dal pianoforte estrae gorgoglii, gargarismi, il suono di un flipper, riverberi sgranati. Il pianoforte come strumento totale e come sintonizzatore universale. Spesso è un ricordo di pianoforte e di tutta la musica che vi è stata suonata, con Lisa Ullén come ricevitore e trasmettitore: la porta dell’universo è oltre la tastiera e Ullén potrebbe cadere dentro la grande cassa di risonanza dello Yamaha come Alice precipita nella tana del Bianconiglio. Alla fine della performance accorriamo tutti a guardare dentro il pianoforte come sul bordo di un antro misterioso.
Nel primo pomeriggio, al centro culturale l’ARTeficiO, un’altra formazione storica del jazz italiano, il quartetto “kierkegaardiano” Enten Eller, con Alberto Mandarini (tromba), Maurizio Brunod (chitarra), Giovanni Maier (contrabbasso) e Massimo Barbiero (batteria). Tutti piemontesi, all’attivo da oltre quarant’anni in questa e altre formazioni e collaborazioni. Suoni tersi ed evocativi per una musica “descrittiva ed epica, che deve molto alle influenze del rock progressive e psichedelico, ma che rimane jazz perché basata al novanta per cento sull’improvvisazione”, dice Brunod, che suona una splendida Vertigo (una semi-hollow con un suono più acustico e ricca di armonici del liutaio Mirko Borghino di Desenzano del Garda). Se fossero un film sarebbero Blow Up.
La giornata del 1° maggio prosegue con altri due importanti appuntamenti. All’Auditorium del Lingotto l’attesa proiezione di The Great Flood di Bill Morrison, accompagnata dal vivo da Bill Frisell alla chitarra ed Eyvind Kang al violino. Due giorni prima il regista aveva incontrato il pubblico alla GAM per ripercorrere la sua carriera e parlare della passione per le pellicole in nitrato di cellulosa (materiale estremamente fragile e infiammabile) da cui nasce la sua estetica del decadimento e della corrosione delle immagini. Morrison ha raccontato di quando all’inizio degli anni Novanta faceva il lavapiatti al Village Vanguard, dove ha conosciuto Frisell. Le immagini di The Great Flood mostrano la più grande catastrofe naturale americana (che paradossalmente si sarebbe replicata un secolo dopo con l’uragano Katrina) e i suoi effetti sulla società e la musica. L’esodo forzato dei mezzadri sfollati li spinse lontano dalle piantagioni verso le città del Nord in un contesto industriale. La Grande Migrazione fece evolvere il blues acustico in elettrico a Memphis, Detroit e Chicago, diventando la fonte ispiratrice del rhythm’n’blues e del rock’n’roll, oltre che di nuovi stili jazzistici.
Nella primavera del 2011, mentre il Mississippi stava straripando di nuovo, raggiungendo livelli che non si vedevano dal 1927, Frisell e Morrison hanno viaggiato da New Orleans fino a Chicago ripercorrendo quei territori. L’approccio di Frisell non è mai mimetico, ma “il Mississippi è l’arteria principale della mia musica”, dice durante l’incontro. Le immagini sono straordinarie per la bellezza della fotografia, della cinematografia e il valore di documento storico: un bianco e nero che rende elegante l’immensa distesa d’acqua e di fango, la fatica di migliaia di Sisifo neri che cercano di rafforzare gli argini o di spalare montagne di terra e detriti portati dall’alluvione. Le persone portate in salvo sorridono tranquille e le donne bianche del sud in tacchi e cappellini si muovono leggiadre in uno scenario catastrofico, mentre i treni corrono verso nord con il loro carico umano.
All’Hiroshima Mon Amour si tiene uno dei concerti più attesi del festival, gli Irreversible Entanglements. La sala è piena, il suono ottimo, la folla in trance, passiva, il che spinge Camae Ayewa (Moor Mother) a chiedere imperiosamente “I need some feedback, motherfuckers!”. In apertura aveva annunciato di non aspettarsi di sentire il materiale del nuovo album, Future Present Past, e ha invitato a lasciar fluire quelle che un tempo si chiamavano “good vibes”. Gruppo free jazz dalla mentalità punk, dal vivo gli Irreversible suonano senza soluzione di continuità, con echi di Freedom Suite, Bitches Brew e afrofuturismo. Bravissimi Luke Stewart al contrabbasso e mbira, Tcheser Holmes alla batteria, con Aquiles Navarro alla tromba, percussioni, conchiglia e melodica, e Keir Neuringer sax alto e tastiere. Del quintetto Ayewa è apparsa la meno incisiva, forse stanca o schiacciata dal peso dell’America di Trump. Ma, come ha dichiarato Navarro al quotidiano torinese, “l’umanità si fonda sulla collaborazione, non l’individualismo”, e l’impatto del gruppo rimane potente. Vibrate Higher, il titolo di un brano, è il messaggio migliore da inviare al mondo e idealmente un’ottima conclusione per l’edizione 2026 dei festival.
Su questa brillante edizione, a margine ma non tanto, un’ultima considerazione che riguarda un fenomeno italiano presente in ogni festival: la scarsa presenza di musiciste. Su 276 musicisti in totale (escludendo le orchestre) le donne sul palco erano solo 28, il 10%; su oltre sessanta concerti, solo quattro erano di soliste o titolari di gruppi a loro nome. La stessa assenza si è notata negli incontri e nelle proiezioni. Dato che la qualità non è un problema – sarebbe un insulto pensare che qualcuno entri nella programmazione di un festival solo per la sua identità di genere – speriamo che la sorpresa del prossimo anno sia un aumento cospicuo di jazziste, senza ghetti, recinti o vetrine “al femminile”, semplicemente includendole nella programmazione in quanto musiciste di talento.
Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con il Torino Jazz Festival. Info su programma e biglietti al sito www.torinojazzfestival.it