Manca poco meno di un anno alla sua annunciata apertura, eppure della BEIC, la nuova biblioteca/spazio ibrido milanese, non si sa quasi nulla, nemmeno se sarà gestita da ente pubblico o privato. Nel frattempo però viene annunciata la dismissione della biblioteca storica che la BEIC andrà a sostituire, la Sormani. Ma a Milano oggi servono più biblioteche pubbliche, più spazi progettati per i cittadini: non è troppo tardi per reclamarli.
L’archivio immenso e le funzioni della più grande biblioteca comunale di Milano, l’amatissima Sormani, saranno trasferiti in un edificio più grande, più luminoso, dotato di un capiente auditorium, di un archivio automatizzato ad alta tecnologia, di spazi scenografici aperti 24 ore su 24, e persino di un parco: la BEIC, la nuova Biblioteca Europea. Un luogo aperto, iconico, contemporaneo, non più in pieno centro città ma in un’area più esterna, ben collegata dai trasporti. Così ci ripetono da anni. Che bella notizia. Cosa può andare storto?
Si hortum cum bibliotheca habes nihil deerit, “Se avrai un orto insieme con una biblioteca non ti mancherà nulla”, scrissero i gesuiti del Collegio Romano nella pietra – una frase che Dario Franceschini, a più riprese ministro della Cultura, cita nel suo Con la cultura non si mangia?, nel capitolo dedicato ai libri. Non la vedono così i bibliotecari di Milano, e neppure molti affezionati frequentatori della Biblioteca Sormani.
Lavoratori e utenti della Sormani protestano perché, a meno di un anno dall’annunciata e trionfale apertura, della BEIC non si sa quasi nulla. Non è chiaro nemmeno se la proprietà resterà del Comune, e se a gestirla sarà l’ente pubblico o il privato, la Fondazione BEIC, partecipata da Comune, Regione, Ministero della Cultura, Ministero dell’istruzione, Politecnico, Associazione Milano Biblioteca del 2000 e Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere. Si parla genericamente di una governance mista, ma è inaccettabile che ancora non se ne sia discusso pubblicamente, dal momento che almeno una parte consistente delle preziose collezioni della Sormani – 700.000 libri – confluiranno nel nuovo spazio. Non sappiamo se a lavorarci saranno i bibliotecari comunali, dotati di un contratto dignitoso benché non ad altissimo reddito, oppure il sempre più diffuso miscuglio di assunti pubblici, precari in subappalto e volontari. Sempre che ne vengano assunti abbastanza. Infine, non si sa da chi e quanto sarà finanziata la costosissima gestione, stimata in 18-20 milioni l’anno, dal momento che il Ministero si mostra freddo a riguardo e gli altri enti, si sa, sono sempre a corto di denaro.
In pratica si è deciso di costruire un contenitore cool senza avere la più pallida idea di come mantenerlo, senza un piano economico, gestionale e culturale, senza che Stato e Comune si siano minimamente preoccupati di come sono stati impiegati i soldi pubblici spesi fino a ora (100 milioni di PNRR e 30 milioni di fondi comunali, più altri 30 per gli arredi) e delle immense spese che genererà, a scapito di altri servizi pubblici.
L’idea di piazzare in città un edificio culturale monumentale, un “grande attrattore”, per alimentare il brand Milano e la rigenerazione urbana in un’area ex-industriale, non aveva nulla di innovativo neppure venticinque anni fa, quando era nato il primo progetto BEIC sui resti dello scalo ferroviario di Porta Vittoria, vicino all’ex Macello. Era una stanca copia della Biblioteca Mitterrand di Parigi, una fiacca riproduzione dell’effetto Bilbao, analogo ad Hangar Bicocca e Fondazione Prada, che però sono musei privati, finanziati e gestiti come tali.
Il sogno della BEIC di allora naufragò insieme a quelli dell’immobiliarista Danilo Coppola, nello scandalo finanziario dei “furbetti del quartierino”. La BEIC di oggi è figlia della pervicacia della Fondazione omonima, che ha aspettato per anni, in sordina, il momento buono per accaparrarsi fondi pubblici nazionali, ovvero l’arrivo del PNRR. Il ministro in carica, allora, era Franceschini, fedele al principio della cultura come alimento e stimolo per la valorizzazione immobiliare, che infatti colse subito l’occasione per dare alla città due “regali che non si possono rifiutare”: la seconda piramide di Herzog & De Meuron a Porta Volta e il doppio ziggurat di Porta Vittoria, cioè il Museo della Resistenza e la Biblioteca Europea.
A che servono questi due involucri onerosi in una città che svende le piscine pubbliche, lo stadio pubblico, i centri sportivi, gli ippodromi, le case popolari, i terreni, i parchi, gli edifici di pregio, perché – sostiene – non si può permettere di manutenerli? Donare uno yacht di lusso a qualcuno che non riesce neppure a fare il pieno all’utilitaria significa obbligarlo a cedere la barca sottocosto, o a sacrificare tutti i beni di prima necessità per mantenere il prestigioso gioiello, o peggio le due cose insieme.
Come farà Milano a mantenere in vita la sua rete di Biblioteche civiche, costruita in anni di welfare culturale e già da anni in regime di austerity, con personale e orari di apertura ridotti in quasi metà dei quartieri? Cosa ne sarà della Biblioteca di Calvairate, frequentatissima, a poche decine di metri dalla BEIC?
La questione non interessa affatto ai sostenitori della “cultura come risorsa”, perché le loro politiche neoliberali hanno precisamente lo scopo di scremare quelle che considerano spese inutili, vale a dire le infrastrutture del welfare. Nella loro prospettiva, i pesci grandi mangiano i piccoli, i fondi pubblici si concentrano sulle istituzioni di eccellenza e i proventi sono diretti ai privati: devono nutrire le cooperative cui esternalizzano il lavoro (che possono sfruttare legalmente i dipendenti), le pulizie, le visite, e poi le imprese a cui appaltano le biglietterie dei musei, le pubblicazioni, i public program, gli eventi speciali, il marketing, i servizi digitali e i laboratori educativi, le caffetterie, gli shop, l’affitto spazi, e ancora l’indotto presunto (sempre ingigantito), gli affitti brevi, soprattutto l’aumento del valore del metro quadro.
I cittadini perderanno servizi pubblici di prossimità, alla faccia della “città dei 15 minuti”, pagheranno di più il trasporto pubblico, che sarà meno efficiente, l’accesso alle piscine e persino quello ai musei civici, che hanno appena raddoppiato il prezzo del biglietto grazie a una delibera di giunta.
Perderanno con ogni probabilità anche la biblioteca Sormani, destinata forse a diventare uno di quegli spazi ibridi che ospitano indefinibili funzioni culturali di facciata solo per ricoprire il ruolo di location spettacolare per eventi temporanei, commerciali o feste di lusso.
Potranno però andare, insieme ai turisti, nella grande BEIC da 30.000 metri quadri, ispirata ai modelli innovativi nordeuropei – aperta, accogliente, colorata, inclusiva, moderna, multimediale, con il fablab e le sale registrazione. Ci saranno gli spazi silenziosi e quelli rumorosi (come specificato nella descrizione del progetto), perché non si tratta di un luogo pensato solo per il libro (che vecchiume polveroso!), ma anche per incontrarsi, socializzare, consumare e produrre cultura in tutte le forme, dalla prima infanzia alla maturità, giovani e boomers. Si potrà partecipare a laboratori, corsi, concerti, eventi. Ma si potrà anche consumare e basta, senza cultura – o meglio, anche quella è cultura. E bisognerà che consumino molto perché tutto questo sia economicamente sostenibile. Anzi, visto che sarà presumibilmente uno spazio ibrido pubblico-privato, dovranno anche pagare carissimo quello che consumano, perché i privati devono guadagnare, non sono mica le suore della carità.
E i lettori che non sono di zona? Che hanno magari bisogno di luoghi per studiare, ma non hanno accesso alle biblioteche universitarie? O per lavorare in smart working, ma non hanno i soldi per i coworking? Beh, possono sempre trovare un bar pietoso o un centro commerciale nei dintorni che gli lasci occupare un tavolino col wifi, come già succede, no?
Se c’è una cosa che è sempre mancata a Milano, specialmente da quando aspira a rappresentarsi come global city e capitale della conoscenza, è una biblioteca pubblica seria dove fare ricerca. Cosa sarebbe New York senza la NY Public Library, Londra senza la British Library, Parigi senza la Bibliothèque Nationale? Istituzioni e accademie avrebbero potuto fare della BEIC un investimento sul sapere critico, e contemporaneamente rafforzare la dimensione sociale delle biblioteche civiche. Era una scelta possibile, sarebbe stato un monumento realmente innovativo, un regalo vero a una città che è terrorizzata dagli spazi di riflessione, che si è avviluppata attorno a un modello di sviluppo autodistruttivo, fondato sul fare e disfare, sul ma anche, e che non ha più il coraggio di capire le esigenze dei suoi abitanti e produrre luoghi dedicati a soddisfarle. Una città che, per paura di sbagliare, finisce per immaginare un solo tipo di spazio, tanto ibrido e flessibile da essere uguale a tutti gli altri, e fondamentalmente ridotto al mero consumo.
Le alternative esistono, sono ancora vive. Si possono realizzare, affianco agli spazi ibridi, bellissime piscine progettate per i nuotatori e biblioteche per i lettori. Serve una nuova politica per costruirle, o almeno per renderle più pubbliche e più belle e più accessibili di sempre.