Febbraio 1981: Claudio Cecchetto inventa il Gioca Jouer. Settembre 1981: muore Eugenio Montale. Quante possibilità esistono che, in quei sette mesi, i mondi apparentemente distantissimi della dance pop e della poesia si siano incontrati? Un'indagine semiseria per scoprire se il poeta premio Nobel abbia mai ceduto al ballo di gruppo più famoso d'Italia.
Dal febbraio al settembre 1981 passano sette mesi cruciali: sette mesi in cui sul Pianeta Terra esistono sia il premio Nobel Eugenio Montale sia il Gioca Jouer, l’irresistibile ballo di Claudio Cecchetto. Chiameremo questo intervallo temporale Finestra Montale-Jouer. Tale Finestra è un bug nella storia dell’umanità, nonché un’occasione irripetibile, e viene spontaneo chiedersi se sia stata vissuta appieno. Pongo la domanda a CHAT GPT:
Ovvio. Cosa potevo aspettarmi dall’AI? Eppure, nel 1981 il Gioca Jouer era la sigla del Festival di Sanremo, seguito da 20 milioni di telespettatori. Per non parlare dei passaggi in radio nei mesi successivi. Vincere il premio Nobel comporta la decurtazione delle orecchie? E quel ballo di gruppo, concepito per essere eseguito da tutti (Dormire! Salutare! Autostop!) non può, magari tramite qualche nipotino, essere giunto al poeta?
CHAT, borbottando una scusa, si affretta a chiudere la Finestra. Non ci riesce. Ho messo la mia mano in mezzo. Perché farmi tanto male, e per inseguire un’ipotesi così strampalata? È vero, Montale è un feticcio della cultura memetica. È protagonista di questa celebre clip, base per i più svariati remix:
Ma anche di questo capolavoro:
Nello spazio liminale dei meme, la Finestra è divelta, e tra universo e multiverso soffia sempre una piacevole brezzolina.
Ma nella realtà? Nella realtà occorrono prove. Vale la pena imbarcarsi in questo viaggio?
Mentre scrivo queste righe, la mia ragazza mi ricorda che tra tre ore dovremo imbarcarci noi, sul nostro aereo per l’America. Sono stato invitato a tenere un talk sui meme alla New York University, ed è mia intenzione concluderlo, in un inglese renziano, con la frase “The power of memes is to create parallel worlds”.
Con che faccia potrei pronunciare questa frase, se non mi spendessi in difesa di un mondo parallelo? Sfilo dallo scaffale un volumetto con l’opera completa di Montale, e lo metto in valigia.
***
Qualche ora dopo sto sfogliando il volume, a 12mila metri sull’oceano. Mi imbatto in una tarda poesia intitolata “Il pirla”. Non vale come prova, ma è una pista. Non troverò niente, se pascolo nel Montale arcinoto delle antologie scolastiche. Devo cercare dei bug della sua poetica, e inseguirli.
Il componimento viene da Satura, del 1971. Il poeta ha 75 anni, e si sta avvicinando all’orizzonte temporale della Finestra.
Sembra che negli ultimi anni della sua vita Montale si stia lasciando andare. Ci vuole poco a immaginarlo a casa sua, in poltrona, a sintonizzarsi su qualche radio milanese, magari una di quelle su cui un giovane Claudio Cecchetto sta mandando della disco-music. Il genere è nuovo, ma al poeta non dispiace. Di tanto in tanto accenna qualche passo da pirla. Il Gioca Jouer può trovare terreno fertile.
Forse però sto correndo troppo.
Queste altezze possono innescare strani pensieri, e aggiungici il jet lag… chiudo il volume, e prima di addormentarmi sbircio nello schermo di bordo della mia ragazza. C’è una commedia di Bollywood in cui l’anziano protagonista, per una promessa fatta a un vecchio amico, decide di scalare l’Everest. In quel momento si sta cimentando in una fastosa scena di ballo corale. Per un attimo, sul suo volto abbronzato sfarfalla quello di Montale. Poi mi addormento.
***
Nei giorni newyorkesi, mi porto sempre il libro in metropolitana, per cercare indizi durante le lunghe trasmigrazioni pendolari. Sempre in Satura trovo La morte di Dio, che, a dispetto dell’altisonanza, è la versione poetica di uno sketch di Paperissima:
Il componimento è dedicato alla moglie, Drusilla Tanzi, detta Mosca per le sue lenti spesse. Per intenderci, la donna le cui “sole vere pupille, sebbene tanto offuscate” permisero a Montale di scollinare il milione di scale nella famosa poesia.
Le speculazioni teologiche di Montale vengono interrotte da Drusilla che stavolta, lungo le scale, ci ruzzola. Mi trovo di fronte al rovescio comico – e sconosciuto ai più – di Ho sceso dandoti il braccio. Questa signora le cui risate riecheggiano dal fondo della spirale mi ispira così tanta simpatia che vado a consultare la sua pagina Wikipedia. E lì, alla voce morte, faccio una scoperta agghiacciante:
“È la nostra”, fa Linda, segnalandomi la fermata.
Poco dopo, passeggiando per il Bronx con lei, i miei pensieri si diradano per un attimo. Vengo attratto da uno scorcio. Tra i palazzi coi mattoni rossi, discendono dei gradini. Non so resistere a una lunga scalinata in discesa, specie se non so cosa mi aspetta sul fondo.
Mentre do il braccio a Linda, non posso che scherzare citandole la poesia. Arrivati giù, mi volto a osservare la scalinata. Ho un sussulto.
“Ma questa è…!”
Sono le scale di Joker, il film del 2019.
Cerco la scena. Joker scende solo. Nessuno a dargli il braccio. E si esibisce in un ballo scomposto e dinoccolato.
E se fosse lui? Un Montale così provato dalla perdita di Drusilla, così sconvolto dall’assurdità dell’esistenza… che decide di abbracciare il caos. Montale come Joker.
La rimando dall’inizio. Alzo il volume.
La musica: il groove è spaventosamente identico a quello del Gioca Jouer.
La Finestra non è mai stata così aperta. E io ho paura.
***
Ultima sera a New York. Il mio inglese è stato più renziano del previsto, ma il talk sui parallel worlds è andato bene. Siamo a cena con un blasonato professore universitario, e tra poco arriverà il Taxi che ci porterà all’aeroporto. Il professore mi pone una domanda grossomodo traducibile in:
“Progetti per il futuro?”
A questo punto sarebbe intelligente sponsorizzare il proprio libro in uscita, promettendo una copia in omaggio. Però… un certo pensiero non mi abbandona, e quello davanti a me, in fondo, è un luminare di letteratura italiana. Mi lancio:
“You know… in Italy we have a dance called Gioca Jouer…”.
Espongo la mia teoria. Dico che il mio libro di Montale si spinge fino al 1977, col poeta 81enne. Di lì alla morte rimane un buco di 4 anni, che potrebbe essere decisivo. Possibile che non ci siano altri scritti?
Il professore mi guarda, in silenzio.
Lo sapevo, è finita. La Finestra è serrata per sempre. Devo sembrargli un maniaco che batte il dito sul vetro.
Ma poi mi fa: “Do you know… Diario postumo?”.
Il Diario postumo è il centro di una delle più pruriginose polemiche letterarie del ‘900: versi che Montale avrebbe affidato alla sua ultima musa, Annalisa Cima, perché li sigillasse in 11 leggendarie buste custodite in una banca di Lugano. 11 buste a cui togliere il sigillo, una per ogni anno dopo la sua morte. Un gusto spettacolare, neanche fossimo nell’Apocalisse di Giovanni.
In effetti, per il professore, questi versi sono gli squilli di tromba della fine del mondo. Anzi, squilli patetici e sfiatati. Queste poesie sono brutte senza appello.Cadute di stile, mediocrità di immagini, perfino strafalcioni grammaticali… il verdetto, nella comunità scientifica, è quasi unanime: Annalisa Cima è una truffatrice. Gli autenticisti, invece, sono pochi, ma tenaci: secondo loro il Diario Postumo sarebbe uno scherzo letterario con cui prendersi gioco dei critici. Come scriveva Montale in una lettera:
“Sono cani da tartufo, bisogna depistarli. Vedrai che bagarre, che parapiglia ne nascerà”
Cerco foto di Annalisa Cima. In una a braccetto col nostro, i 45 anni di differenza si notano tutti: Montale in paltò, cravatta e cappello; lei chioma cotonata e pelliccia leopardata. In un’altra, lei si accompagna a un terminale Ungaretti. Ammetto che potrebbe apparire come una gold digger.
Si potrebbe giungere a facili conclusioni sulla natura di questa relazione. Eppure, come scrive Montale in un’altra lettera:
“Sono un uomo che ha vissuto al cinque per cento. Appartengo al limbo dei poeti asessuati e guardo il resto del mondo con paura”.
Ai fini della nostra indagine, non è importante stabilire se gli ultimi versi siano brutti. Quel che conta è: quanto ci avvicinano al Gioca Jouer? La risposta è: tanto. E l’entrata in scena di Annalisa Cima è decisiva: il Joker Montale ha trovato la sua complice Lady Gaga. I due si avviluppano in una folie à deux.
Il docente si tratterrebbe ancora molto, ma ho un aereo da prendere.
“My Taxi is here! Tank you so much!”
Saltato in macchina, mi appresto alla mossa decisiva: finora ho provato ad arrivare alla verità tramite Montale. Ma ora devo arrivarci da Cecchetto, e concludere la manovra a tenaglia.
Per affrontare Cecchetto – deus ex machina di oltre vent’anni di intrattenimento italiano, scopritore di talenti come Jovanotti, Amadeus, Fiorello, Max Pezzali, i Finley – avrò bisogno di un aiutante speciale: Auroro Borealo, al secolo Francesco Roggero, intellettuale e massimo esperto italiano di musica brutta.
Da lui sono le 3 di notte. Gli scrivo anticipandogli la mia indagine. Risponde subito:
“Chiamami”.
Gli domando, per cominciare, se Cecchetto potesse essere un insospettabile fan di Montale.
“Ne dubito”, risponde “Cecchetto non è come… che so, Antonio Ricci, che gioca con l’alto e il basso, il sublime e il tremendo. Cecchetto è un maestro di comunicazione diretta… un po’ come lo vedi”.
Lo sospettavo. Poco prima, ho visionato uno spezzone di Cecchetto conduttore del Sanremo ’80. Benigni mattatore ruba una macchina fotografica da una prima fila e comincia a scattare foto dal palco. E la prima cosa che, d’istinto, Cecchetto dice è: “Queste sono foto da un milione di dollari”. Come dicono i giovani: ingiocabile.
“PERO’” il tono di Auroro tradisce un’improvvisa epifania “Cecchetto fece con Fiorello le versione dance de la nebbia agli irti colli di Carducci!”
Ci siamo. Questo sì che desta la mia attenzione. E il mio consulente chiosa:
“Forse si sono incontrati alla perfezione: da una parte, Cecchetto decostruttore postmoderno. Dall’altra, Montale stufo del proprio mito”.
Non mi resta che affrontare il mostro finale: passo buona parte del controllo passaporti e bagagli, trafelato, a cercare una qualche intervista in cui Cecchetto si tradisca.
Poi, finalmente, mentre siamo seduti sull’aereo pronto a partire, in un podcast dal titolo Eccellenza Italiana, lo sento raccontare l’origine del Gioca Jouer.
“Io all’inizio lo provavo muovendomi in maniera discreta. Poi è arrivata una persona anziana. Gliel’ho fatto sentire e ha iniziato a sbracciarsi. E allora ho detto: vuoi vedere che è questa la formula?”
Ho sentito bene?
Questa persona anziana è chiaramente il nostro uomo.
In quel momento, la connessione si perde. Ho ufficialmente dilapidato tutti i miei giga in ricerche su Montale e il Gioca Jouer.
Chiedo a Linda di passarmi il suo cellulare, ma una hostess ci rimprovera perché stiamo per decollare.
Dovrò sferrare l’affondo decisivo coi miei soli mezzi. Tiro fuori il libro di poesie e comincio a sfogliarle. E mi imbatto in questa:
Rieccola, l’insofferenza per la critica. Rieccolo, lo spettro di una vita vissuta al 5%. Il nostro è pronto a dipingersi un sorriso da Joker, e a gettarsi in pista con la sua Lady Gaga, sulle travolgenti note di Cecchetto.
All’improvviso, però, la mia indagine mi sa di accanimento. È giusto forzare una Finestra?
Cosa sta cercando di comunicarmi, Montale, quando mi chiede di fare un falò di tutto quel che so di lui? Di inventargli una nuova vita, o di lasciarlo in pace?
Eppure… che senso ha tenere un poeta in una teca?
L’aereo accende i suoi motori.
Impugno la poesia, come fosse un martelletto per le emergenze. La brandisco contro la Finestra e la spacco in mille pezzi.
Aumento il voltaggio di Montale: lo porto al 10%… 30%… 60%… sarà pericoloso?
Le luci si spengono. Il mio schermo di bordo è l’unico a illuminarsi, come una finestra. L’aereo imbocca la pista. Nella Finestra visualizzo questa scena: Cecchetto è al tavolo del suo ufficio, a scervellarsi. Un collega gli posa una busta sigillata sulla scrivania.
“Da parte del maestro Montale”.
Cecchetto, un po’ confuso, se la gira tra le mani. C’è scritto “12”. Strappa il dodicesimo sigillo. Dentro c’è un foglio con un componimento in versi liberi:
Dormire
Salutare
Meriggiare
Autostop
Starnuto
L’aereo accelera fino a schiacciarmi la schiena sul sedile.
Sembrerebbe poesia ermetica. Eppure, Cecchetto fiuta del potenziale. Decide di andare a fondo. La sera dopo, sta suonando un campanello. In mano stringe una musicassetta con l’etichetta Montale Jouer. Gli apre una donna statuaria in vestaglia leopardata. “Piacere, Annalisa. Eugenio la sta aspettando”. Nel passarle accanto, Cecchetto ne inala la fragranza, e si appunta mentalmente un paio di idee che saranno alla base della tv berlusconiana.
Entra in un grande salotto solenne. Montale si alza dalla poltrona e gli sorride. Ha giusto i capelli più rizzati, e un accenno di riflesso biondo. Indossa un maglione di Star Wars con la scritta “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…”. Mentre i due si abbracciano, Annalisa chiude le porte. Poco dopo, da quelle porte trapela un irresistibile groove.
Decolliamo sui grattacieli. Chiudo gli occhi e reclino il sedile. Non ho più dubbi.
Quella notte Montale ballò forsennato, circondato dalle trombe d’oro della solarità. Tanto che noi, oggi, quando balliamo il Gioca Jouer, siamo solo copie imperfette di quell’esibizione.
Dietro quella porta, il poeta visse al 100%.