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Jennifer Guerra

Secondo le guru del “divine feminine”, per essere felici basta “fare le femmine”

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Il concetto di "divine feminine", nato negli anni ’70, si è trasformato in un ecosistema online che mescola crescita personale, ruoli di genere rigidi e retoriche di autoaffermazione: dalle guru del parto naturale alle influencer da milioni di follower, la riscoperta dell’“energia femminile” si presenta come un’occasione di emancipazione, ma finisce per riproporre una visione essenzialista e deterministica dei sessi.

Sul prato che circonda un ranch di lusso sulle Blue Ridge Mountains in North Carolina, una donna seminuda – indossa solo un poncho bianco e una corona di rose d’oro – parla a un gruppo di persone riunite in cerchio. Si chiama Emilee Saldaya ed è incinta, come molte delle giovani intorno a lei, che la considerano la loro guru. Da lontano, DJ Matriarch One suona musica ambient da una consolle. Emilee sta raccontando alle partecipanti dei suoi “parti liberi”. È convinta, insieme alla socia Yolande Norris-Clark con cui ha fondato la Free Birth Society -un’azienda con un fatturato di tredici milioni di dollari – che le donne non hanno bisogno di alcuna assistenza quando partoriscono, nemmeno in caso di complicazioni. Non si devono sottoporre ad alcun controllo o visita né devono ricevere alcun aiuto se non quello delle “Birth Keepers”, le custodi del parto, che non hanno una formazione medica riconosciuta ma si sono diplomate a un corso della Free Birth Society, al costo di dodicimila dollari. 

Secondo un’inchiesta del «Guardian» , la Free Birth Society sarebbe collegata a una serie di decessi e di danni di salute irreparabili in donne e bambini a cui sono state negate cure cruciali durante la gravidanza o il parto. Per la filosofia del “free birth”, infatti, il parto è un “portale sacro” tramite cui la donna attiva un potere divino ancestrale, che ciò che chiamano il “complesso medico-industriale” delle cure neonatali cerca di ostacolare. Sin dalla sua fondazione, la Free Birth Society ha ammiccato al lessico femminista dell’empowerment, presentando il parto “selvaggio” come un’esperienza di liberazione dalle istituzioni patriarcali. Negli ultimi tempi, però, ha eliminato ogni riferimento al femminismo dai propri comunicati, ha cominciato a criticare la “cultura woke” e ha sostenuto le politiche di Robert F. Kennedy Jr. 

Dopo l’inchiesta che le ha viste protagoniste, la Free Birth Society ha ridimensionato la sua presenza sui social, riempiendo Instagram e il proprio sito di disclaimer che specificano che i loro non sono consigli di medici professionisti. Tuttavia, milioni di altre influencer, pur non occupandosi di maternità, continuano a propagandare il messaggio chiave della loro ideologia: il divine feminine, l’essenza divina femminile. Secondo le proponenti di questa teoria, il mondo sarebbe governato dall’armonia tra due “energie divine”: una maschile, che si manifesta nella forza, nella resistenza e nell’ingegno, e una femminile, che si manifesta nella cura, nella bellezza e nell’empatia. La crisi della società attuale sarebbe causata da un disequilibrio delle due energie, in particolare dal fatto che negli ultimi tempi le donne si sono troppo “mascolinizzate”. La soluzione, quindi, è assecondare la propria energia femminile, che tutte le donne possiedono per natura.

Lize Dzjabrailova, nota sui social come The Wizard Liz, è forse l’influencer più popolare degli ambienti online che ruotano intorno al divine feminine. Con 8,5 milioni di iscritti al suo canale YouTube e quasi altrettanti follower su TikTok, spiega alle sue giovani seguaci che basta abbracciare la propria energia femminile per ottenere tutto ciò che si vuole. “Non sei stanca di stare sempre nella tua energia maschile e trascurare il tuo potere?”, chiede Lize in apertura di un video intitolato Essere una regina è un tuo diritto di nascita, con quasi tre milioni di visualizzazioni. “Sono cresciuta con una madre single che stava sempre nella sua energia maschile”, scrive una spettatrice in uno dei commenti con più like. “Ma ora che ho conosciuto l’uomo a cui Dio mi ha destinata, nonostante le difficoltà e i litigi dovuti alla mia mascolinità, finalmente sono capace di fidarmi, ed entrare in contatto con la mia femminilità”. Altre ragazze ringraziano Lize per aver cambiato le loro vite. Attribuiscono all’energia femminile i loro successi, in particolare in campo amoroso. The Wizard Liz, a dispetto del nome, non potrebbe essere più distante dall’immagine di santona coltivata da Emilee della Free Birth Society. Anzi, a prima vista non c’è nulla che la differenzi dalle tante influencer di moda e beauty di TikTok: ha dei lunghi capelli neri sempre piastrati, il filler alle labbra ed è vestita con abiti alla moda. Negli ultimi anni, infatti, il divine feminine ha smesso di essere roba da fricchettoni, e si è avvicinato al mondo degli hustle guru, cioè gli influencer della crescita personale. 

Come spiega la teologa Rosemary Ruether nel libro Goddesses and the Divine Feminine: A Western Religious History, l’interesse per la spiritualità femminile è nato tra le femministe degli anni ’70 con i cosiddetti “movimenti della Dea”, che proponevano una critica alla religione tradizionale attraverso la riscoperta dei culti preistorici femminili. Secondo queste studiose, le religioni della Dea, dove venivano venerati tratti tipicamente “femminili” come la capacità di dare la vita, erano il riflesso di società matriarcali e pacifiche, che furono poi soppiantate dall’avvento di religioni maschili, in particolare quelle monoteiste. Nel corso degli ultimi cinquant’anni, queste forme di devozione hanno riscosso grande popolarità negli ambienti new-age e neopagani, che sono stati perfettamente integrati nel grande supermercato spiritualedel capitalismo. 

Già negli anni ’70, le seguaci dei movimenti della Dea vedevano nella spiritualità femminile una forma di resistenza nei confronti del potere patriarcale, rinfocolato dalle istituzioni religiose, in particolare cristiane. All’epoca il femminismo era dominato dal pensiero della differenza sessuale, che credeva non nell’uguaglianza con l’uomo ma nella rivendicazione positiva dell’alterità femminile, intesa soprattutto come esperienza incarnata. Il concetto di divine feminine, che individua nella donna delle qualità morali a lei esclusive, ha quindi molti punti di contatto con questa concezione del sistema di genere. Ma a differenza dei movimenti femministi della Dea, che usavano l’essenza femminile per rifiutare radicalmente la società patriarcale, la versione moderna ha preso una piega molto più reazionaria: il motivo per cui così tante donne sono depresse, spiegano le novelle guru, è che compiono scelte contrarie all’“energia femminile”, come lavorare, essere indipendenti e non fare figli. È il femminismo, che le ha convinte che possono fare tutto ciò che fanno gli uomini, ad averle allontanate dal principio divino femminile, non il patriarcato. 

Lo scivolamento dall’adozione di stili di vita e credenze “alternative” a idee di estrema destra è un fenomeno noto come Alt-Right Pipeline. Se il fenomeno è stato ampiamente documentato per le comunità mascoliniste come la maschiosfera o gli Incel, negli ultimi anni questa pipeline si è diversificata dal punto di vista del genere, come dimostra l’influenza della componente femminile del movimento MAHA, “Make America Healthy Again”. Kathleen Belew dell’«Atlantic»  nello specifico parla di Crunchy-to-Alt-Right Pipelineper riferirsi alla “scomoda vicinanza tra le community dell’alimentazione e del corpo naturali [chiamate “crunchy”, croccanti, per fare ironia sul consumo di frutta secca, nda] e gli spazi online della destra militante e del white power”. Trascorrendo sempre più tempo online in comunità chiuse e autoreferenziali, queste persone radicalizzano il proprio scetticismo nei confronti delle istituzioni – a partire da quelle mediche – per poi finire fra le braccia del fascismo e di teorie cospirazioniste. 

In questo contesto, sempre più persone vedono nella popolarità del divine feminine la porta di accesso della pipeline verso l’estremismo di destra. A prima vista, il divine feminine si presenta come uno strumento di miglioramento personale abbastanza innocuo e rispondente all’esperienza di tante donne, che si sentono schiacciate dalle responsabilità e dagli obblighi della vita moderna, e allo stesso tempo non si sentono riconosciute o apprezzate dalla società. Gli inviti ad assecondare un ritmo di vita più lento, ad accrescere la propria autostima o ad accettare sé stesse non sembrano quindi così strani. Ma se si tiene conto dell’intera visione del mondo del divine feminine e masculine, ecco che cominciano a essere molto più sinistri. Di fatto, questa ideologia considera il sesso biologico un destino immutabile e crede che l’unica felicità possibile risieda nell’armonica convivenza fra i due sessi, ciascuno con il proprio ruolo ben distinto. Non sono previste altre possibilità, come avere un orientamento sessuale o un’identità di genere diversi dalla norma. Deviare da questo sistema significa andare contro natura. 

A complicare il quadro c’è anche il fatto che, pur puntando a una risoluzione della “guerra tra i sessi”, le guru del divine feminine riescono a far apparire queste idee come femministe, attirando giovani donne sempre più insoddisfatte dei loro rapporti con gli uomini. Solo eliminando l’energia maschile dalle loro vite le donne potranno essere felici, e a quel punto potranno finalmente coltivare relazioni positive con uomini che, a loro volta, sono in pace con la loro energia. Per questo motivo il divine feminine è spesso accostato all’ideologia Incel, che fa leva sui fallimenti personali e propone una visione rigida e deterministica dei ruoli di genere. 

Nel suo libro del 2018 Empowered, Sarah Banet-Weiser sostiene che il “femminismo popolare” e la “misoginia popolare” online sono due movimenti speculari che hanno costruito il loro successo sulla promessa di risolvere la crisi percepita rispettivamente da femmine e maschi. Le adolescenti e le giovani donne hanno creduto nell’empowerment femminista, i giovani uomini nei movimenti mascolinisti più o meno estremi. Ora che però la quarta ondata femminista è entrata in crisi e del femminismo non resta che una versione banalizzata e superficiale, che confonde la pratica femminista con il successo individuale, qualsiasi messaggio vagamente emancipatorio può essere confuso col femminismo, specie da una generazione che lo ha conosciuto quasi esclusivamente su Internet. È questa confusione che permette al divine feminine non solo di prosperare, ma anche di essere accolto come un messaggio femminista, pur non avendo quasi più nulla a che fare con la visione radicalmente anti-patriarcale dei movimenti spirituali della Dea. Ed è questa stessa confusione che permette alle destre di raccogliere sempre più simpatizzanti tra le giovanissime, riuscendo a far sembrare l’obbedienza a un rigido sistema di genere una forma di liberazione. 

Jennifer Guerra

Jennifer Guerra è giornalista e scrittrice. Il suo ultimo libro è Il femminismo non è un brand (2024, Einaudi).
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