Ma perché accada hanno bisogno di una rappresentanza unitaria che permetta di lavorare a un accordo con lo Stato – che la destra ostacola.
Giusto un quarto di secolo fa mi trovavo impegnato in una singolare riunione: con me, in una saletta del Senato della Repubblica, c’erano i rappresentanti legali – un avvocato e altri professionisti – della Congregazione cristiana dei testimoni di Geova. Era un incontro di congedo. Io stavo per concludere la mia prima esperienza parlamentare e dovevamo trarre, insieme ai miei interlocutori, il bilancio di una battaglia persa: quella condotta da un gruppo ristrettissimo di parlamentari che avrebbe dovuto portare alla sottoscrizione dell’intesa tra lo Stato italiano e i Testimoni di Geova. Il mio attivismo e l’esplicito favore dell’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema, che molto si impegnò, non erano bastati a raggiungere l’obiettivo.
Avevamo percepito, dopo la contrastata approvazione del provvedimento da parte del Consiglio dei ministri, che il voto finale spettante al parlamento avrebbe rappresentato una incognita e, quasi sicuramente, un ostacolo insormontabile. Il motivo, in realtà, era semplice: nei confronti di quella legge si manifestava una contestazione che andava oltre i confini tra maggioranza e opposizione. E il comune denominatore che univa i parlamentari era probabilmente questo: il fatto di essere o dichiararsi cattolici. O comunque, senza essere e senza dichiararsi, mostrarsi sensibili alle ragioni della Chiesa cattolica. Quest’ultima infatti già pativa, specie nel sud Italia, quella che sembrava una vera e propria concorrenza da parte dei Testimoni di Geova, particolarmente efficaci – può sembrare incredibile ma in effetti è così – nell’opera di proselitismo e nella capacità di convertire i cattolici più vacillanti.
Non a caso risalgono ad allora numerose prese di posizione in materia da parte della Conferenza episcopale italiana e di diocesi locali. Oggi credo – e comunque mi auguro – che l’atteggiamento della Chiesa cattolica sarebbe diverso. Ma a questa prima ragione se ne aggiungeva un’altra. Quel movimento appariva e appare come umanamente “antipatico”, in quanto non inquadrabile in alcuno dei classici schemi politici, culturali e infine religiosi. Fatto sta che il provvedimento dell’intesa con i Testimoni di Geova non giunse mai al voto parlamentare. E in quella riunione, nel gennaio del 2001, ne affrontavo le cause con i rappresentanti della congregazione per trarne qualche lezione.
L’incontro ebbe un curioso epilogo. Io sapevo che non sarei stato più parlamentare e i testimoni mi volevano ringraziare, perfino un po’ stupiti del fatto che uno come me, lontanissimo dalla loro fede, si fosse attivato tanto. Chiesero cosa potessero fare per me e io prevedibilmente risposi che avevo compiuto solo il mio dovere. Poi, di fronte alle loro insistenze, dissi che se mi fossi ricandidato alle elezioni avrei molto apprezzato il loro voto. Scoprii a quel punto qualcosa che mi era sfuggito: i testimoni di Geova semplicemente non votano. Così preferii buttarla sullo scherzo e riferii loro il mio indirizzo di casa affinché, come ricompensa, da allora e per sempre nessun testimone suonasse al mio citofono la domenica mattina per convincermi ad acquistare la rivista “Svegliatevi!”.
L’episodio può apparire comico ma è tuttavia istruttivo. Una confessione religiosa che conta approssimativamente duecentocinquantamila aderenti, ovvero un numero superiore a quello dei membri dell’Unione induista italiana e assai più alto dei membri dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, non ha ancora visto riconosciuti i diritti relativi alla libertà religiosa. Contraddizione che appare ancora più stridente se consideriamo la situazione dei musulmani che, secondo una stima attendibile, si avvicinano ai tre milioni.
L’articolo 8 della nostra Carta costituzionale recita: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”. In ragione di questa norma lo Stato italiano ha sottoscritto tredici intese con altrettante confessioni: Tavola valdese, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle chiese cristiane avventiste del 7° giorno, Unione comunità ebraiche in Italia, Unione cristiana evangelica battista d’Italia, Chiesa evangelica luterana in Italia, Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia ed esarcato per l’Europa meridionale, Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, Chiesa apostolica in Italia, Unione buddista italiana, Unione induista italiana, Istituto buddista italiano Soka Gakkai, Associazione Chiesa d’Inghilterra.
Grazie a tali accordi, coloro che appartengono a queste confessioni possono godere dei seguenti diritti: riconoscimento delle festività religiose proprie di quella confessione, accesso alla normativa sull’8×1000, la possibilità per i lavoratori di usufruire del riposo settimanale in base ai propri riti, la disponibilità di luoghi di culto adeguati, il rispetto dei diversi regimi alimentari nelle mense aziendali, il riconoscimento di effetti civili per il matrimonio religioso e altre disposizioni che consentano la piena professione di fede.
In occasione del primo maggio scorso, il presidente dell’Ucoii (Unione delle comunità islamiche italiane), Yassine Baradai, a nome dei musulmani presenti nel nostro paese (italiani di nascita o naturalizzati o stranieri residenti), ha proposto una sorta di piattaforma di richieste, assai simili ai diritti riconosciuti dalle intese, allo scopo di ottenere le stesse prerogative.
La cosa ha suscitato grande scandalo in alcuni settori della destra politica e culturale e ha fatto parlare di un’ulteriore tappa di quella che viene descritta come “l’islamizzazione” dell’Italia. Sorvoliamo su simili sciocchezze e chiariamo che qui non è in alcun modo in discussione il giudizio sull’Ucoii, che tuttavia, secondo un’osservatrice intelligente come Karima Moual, attraverserebbe una fase di positiva evoluzione e di progressivo affrancamento dall’ideologia della Fratellanza musulmana.
Qui è in gioco, piuttosto, una fondamentale questione di libertà: religiosa e non solo religiosa. Ed è in gioco soprattutto quello che è il ruolo riconosciuto alle minoranze all’interno dei sistemi della rappresentanza democratica. La libertà di professare la propria fede, infatti, è tra i diritti fondamentali dell’essere umano, e il riconoscerlo deve tradursi nel garantire l’esercizio pieno di quel diritto. Per dirne una, l’assenza di adeguati luoghi di culto per questa o quella confessione crea disparità e discriminazione tra la religione di maggioranza e quelle minoritarie.
Da qui la profonda saggezza e lungimiranza dell’articolo 8 della Costituzione. È infatti dalle intese che discende la possibilità per gli ebrei e per gli induisti, per i buddisti e per i membri delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, di astenersi dal lavoro nel giorno indicato dal proprio culto o di godere dell’assistenza spirituale all’interno delle strutture ospedaliere e dei luoghi di detenzione.
Le richieste dell’Ucoii prima ricordate rientrano perfettamente nell’ispirazione della nostra Carta costituzionale, ma attualmente non possono essere riconosciute e, dunque, tradotte in pratiche a ragione della condizione di incertezza che connota i musulmani italiani. Questi non hanno infatti una rappresentanza unica e unitaria; e l’Ucoii, che pure è l’associazione con il maggior numero di iscritti, non può parlare a nome dell’intera comunità. Insomma, i fedeli della seconda religione per numero di aderenti in Italia – i musulmani appunto – non hanno sottoscritto finora alcun accordo con lo Stato; e, di conseguenza, faticano a vedere riconosciuto il proprio culto e continuano a incontrare gravi ostacoli alla professione di fede. Pertanto, sono innanzitutto loro, i musulmani italiani, a dover compiere un percorso, certo assai faticoso, che porti all’unità tra tutte le componenti e le associazioni e all’elezione di una propria rappresentanza riconosciuta e legittimata.
L’attuale stato di dispersione dell’associazionismo islamico alimenta evidentemente l’islamofobia, in quanto esaspera l’immagine di irregolarità e marginalità riflessa da quella comunità. Se in Italia le moschee legali sono così rare e tante quelle precarie e fatiscenti, si comprenderà bene come l’islamofobia possa essere così diffusa. È passato un po’ di tempo da quando il leghista Roberto Calderoli, più volte ministro e a lungo vicepresidente del Senato, dopo la decisione del comune di Bologna di autorizzare la realizzazione della nuova moschea, scriveva: “Metto personalmente fin da subito a disposizione del comitato contro la moschea sia me stesso che il mio maiale per una passeggiata sul terreno dove si dovrebbe costruire la moschea, esattamente come a suo tempo feci in quel di Lodi, dove la moschea non è mai stata realizzata in quanto il terreno, dopo la passeggiata del mio maiale, fu considerato infetto e pertanto non più utilizzabile”. Come dire: un vero statista.
Oggi in Italia sono in corso più raccolte di firme, promosse sempre da esponenti leghisti, contro l’edificazione di luoghi di culto musulmani. È chiara la natura tutta ideologica e tutta demagogica di simili iniziative, e sembra inutile ricordare agli xenofobi una elementare verità che qui esprimo attraverso una semplice domanda: non è forse vero che la convivenza pacifica con persone di diversa religione o di origine straniera o di differente cultura e stile di vita sarà più rapida e più agevole se, a chi non è autoctono, verranno riconosciuti diritti e garanzie, a partire dalla libertà religiosa? Detto in positivo: è provato che la convivenza pacifica può realizzarsi più efficacemente con singoli e gruppi che partecipano di un processo di inclusione e di integrazione nel sistema dei diritti di cittadinanza. Tutto il resto è propaganda, perfino un po’ trash.