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Francesca Mastruzzo

Oggi ho l’ADHD, ieri ero narcisista patologica. Lo dicono i social

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Tra influencer e creator, i contenuti a tema salute mentale dilagano sui social. La tentazione di cercare in essi aiuto, conferme o nuove diagnosi è difficile da sfuggire. Ma mentre promettono di aiutare a stare meglio chi li guarda, li tengono attaccati ai social, acuendo spesso ansia e depressione.

Lunedì avevo l’ADHD. Martedì sono tornata alla mia diagnosi ufficiale, ma con tratti di un disturbo di personalità. Il mese scorso ho scoperto di avere un attaccamento disorganizzato. O forse evitante. Il comportamento che ho appena avuto con un’amica è normale eppure dimostra che ho dei tratti ossessivo compulsivi. Anzi, no, tutto il contrario.

Faccio queste giravolte psicologiche perché sui social consumo quotidianamente contenuti di psicoterapeuti, psichiatri e coach. In pratica, creator specializzati nella salute mentale o “therapy influencer”, come vengono chiamati in ambito anglosassone. Li salvo. Non per guardarli più tardi, li ho già guardati, li salvo perché penso che mi definiscano pienamente e un giorno, non so come, mi saranno d’aiuto. Tra i miei salvati ci sono “Riconoscere le oscillazioni dell’umore”. “Agli evitanti piacciono le relazioni a distanza”. “Perché allontano le persone?”.“La mia mente non si ferma mai”. “Gli effetti a lungo termine dei padri narcisisti sulle figlie”. A volte non ci sono titoli, solo hashtag, quelli degli argomenti che TikTok spinge di più in quel momento.

Sono metodica. Mi sono iscritta ai miei canali e account preferiti e, ogni volta che pubblicano qualcosa, un’icona sull’app si tinge di rosso o ricevo una notifica. Seguo influencer europei e americani, quindi posso contare su un flusso costante di aggiornamenti, a ogni fuso orario, per ogni mio momento morto. Quando vado in pausa controllo se c’è qualcosa di nuovo. C’è chi va a fumarsi una sigaretta, io mi guardo un reel sulla depressione ad alto funzionamento.

Non mi limito al consumo passivo. Faccio i test gratuiti dei centri che si occupano di disturbi del neurosviluppo e che mi intercettano su Instagram con post a fumetti che sembrano parlare di volta in volta al mio lato creativo, introverso, depresso, oscillante, iper sensibile. Se in famiglia c’è qualcuno con l’ADHD la probabilità di avercelo è dell’80 per cento, dicono. Allora devo avercelo anch’io. 

La sera parlo di tutto ciò con ChatGPT e le chiedo di diagnosticarmi, sperando che mi dica che il mio psichiatra ha sbagliato, così potrei ricominciare da capo ad analizzarmi, guardare altri contenuti, scoprire una versione diversa di me stessa, magari migliore. Tutto questo mentre faccio già terapia. Ho sviluppato un appetito che la mia psicologa in carne e ossa, in un’ora sola a settimana, non riesce a saziare. I social, invece, traboccano di contenuti che nutrono la mia bulimia psicoterapica. 

Non è possibile quantificare i creator della salute mentale, ma ci si può fare un’idea del fenomeno: su Instagram e TikTok hanno in media trecentomila follower, mentre i più famosi arrivano ad averne da 2 a 3 milioni. Nel momento in cui scrivo, professionisti accreditati come gli psicologi italiani Francesco Boz e Irene Sanguineti e lo psichiatra Valerio Rosso hanno rispettivamente 366.000, 388.000 e 294.000 follower su Instagram. La psicoterapeuta belga Esther Perel (il cui ultimo video su YouTube è “Il mio ragazzo è fidanzato e sono gelosa”) ne ha 2,4 milioni. Il numero dei post di questi creator è in genere impressionante: c’è chi in pochi anni ha prodotto migliaia di video. La coach Thais Gibson, per esempio, ha realizzato più di 3500 video dal 2017 a oggi: se ne guardassi uno al giorno, impiegherei più di 9 anni per vederli tutti. Per fortuna, la mia mente fagocita molteplici contenuti quotidianamente, quindi ci metterò molto meno. 

Poi ci sono tutti i video generati con l’AI, che riassumono il meglio di quello che hanno detto altri. Si assomigliano. Omini stilizzati si alternano a immagini iperrealistiche di persone con le mani girate nel verso sbagliato che fanno cose come cadere dall’alto, beccarsi mattoni in testa o prendere congedo da una persona con un’espressione sofferente. Sembrano generati e pubblicati senza alcun tipo di editing. Guardo anche quelli.

Dato che l’ascesa dei creator di contenuti sulla salute mentale è avvenuta inizialmente su Instagram, qualcuno parla di Instatherapy”. Il fenomeno è esploso durante la pandemia da Covid-19, quando un numero altissimo di  persone ha avuto bisogno di un sostegno psicologico ma non sempre riusciva a permetterselo, innanzitutto per ragioni economiche. È stato allora che piattaforme di telepsicologia come Unobravo e Serenis sono cresciute vertiginosamente: la prima ha chiuso il 2023 con un fatturato di circa 77 milioni di euro, mentre la seconda nel 2024 ha registrato ricavi per 79 milioni, a fronte di cifre che nel 2019 erano sotto i 10 milioni. Le strategie di comunicazione da loro adottate non differivano molto da quelle delle startup e degli e-commerce: influencer marketing, podcast sponsorizzati, codici sconto, collaborazioni con creator e campagne pubblicitarie online. In particolare, nel 2024 una campagna di Unobravo insieme a Chilly prevedeva due sedute di psicoterapia gratuite con l’acquisto di almeno dieci euro di detergente intimo. La collaborazione è stata criticata da diversi Ordini degli psicologi, che si sono chiesti se fosse opportuno promuovere una prestazione sanitaria come si promuove un prodotto qualsiasi.

Malgrado le critiche, queste piattaforme hanno contribuito a rendere la terapia un argomento quotidiano, e a beneficiarne non sono stati solo i pazienti, ma anche i creator che seguo.

Per chi non può permettersi nemmeno la terapia online, spesso presentata come economica anche grazie a un modello che molti hanno paragonato a quello dei rider, la Instatherapy (che ormai include anche TikTok e YouTube) diventa un succedaneo della terapia vera e propria. Per chi, come me, va già dallo psicologo, si trasforma invece in un’analisi compulsiva di sé.

Ma è un’auto-analisi che non punta al miglioramento di me stessa. Che sia per pigrizia o per narcisismo, mi tengo ben lontana da ciò che online viene chiamato col suffisso -maxxing (looksmaxxing, moneymaxxing, sleepmaxxing), cioè l’ottimizzazione ossessiva di se stessi, degenerazione del già discutibile concetto di “crescita personale”. L’abbondanza di contenuti che promuovono un lavoro continuo e infinito su di sé ha attirato le critiche di chi lega il fenomeno a principi vagamente protestanti e capitalisti, a un’idea di società che si misura sulla prestazione. Il filosofo Byung Chul Han parla infatti dell’io come progetto, che è anche un io che dà “la caccia ai pensieri negativi” per eliminarli (Psicopolitica, traduzione di Federica Buongiorno). Ma in me non scatta quel meccanismo. Non c’è nulla di progettuale e, spesso, non c’è neanche nulla di positivo. Quello che cerco è il mio “difetto di fabbrica” (o quello degli altri). Trovarlo mi rassicura. Ogni spiegazione mi dà l’illusione di aver capito qualcosa in più, ogni nuova diagnosi presuppone una nuova soluzione. Ma la diagnosi finale non arriva mai davvero perché c’è sempre un’altra possibilità. La mia identità cambia a seconda del contenuto visualizzato. 

L’obiettivo dei creator della salute mentale è vendere consulenze, corsi e libri. A me, invece, vendono un’altra cosa: me stessa, in tutte le versioni possibili. 

Non sono l’unica. Quando ho scoperto che molte mie amiche hanno la mia stessa compulsione, ho fatto qualche ricerca. Il 25 per cento degli adolescenti si è autodiagnosticato dopo aver visto video sulla salute mentale su TikTok (social in cui quasi la metà di questi contenuti è errato o fuorviante, secondo uno studio del 2025). Di questi, il 30 per cento si è rivolto ai social media proprio con questo obiettivo. Tra gli adulti, uno su quattro sospetta di avere l’ADHD dopo aver visualizzato contenuti sul tema sui social, anche se la percentuale di persone che hanno realmente questo disturbo è molto più bassa. Non so quanti di loro siano già in terapia. E se lo sono, cosa pensano di fare? Integrare le sedute? Arrivare preparati? O sono solo in cerca di un tipo di intrattenimento che ha se stessi al centro?

Io nascondo alla mia psicoterapeuta questa mia abitudine perché me ne vergogno. Mi sono presentata come una persona con un certo discernimento, cosa di cui sembro del tutto sprovvista quando scorro i video di psicologia sui social. I contenuti online che visualizzo non sempre sono di qualità. Sebbene alcuni “therapy influencer” siano psicologi o psichiatri accreditati, ci sono molte figure ambigue, che non specificano i propri titoli, perché non li hanno. Sto mettendo a confronto una psicologa iscritta all’albo con un coach che cita a sproposito teorie che non ha mai studiato? 

Ogni tanto provo a fare selezione. Valuto con attenzione la postura, l’intonazione del creator di turno, l’ambiente in cui registra, l’eventuale tendenza a semplificare troppo o abusare del therapy speak (termini psicologici usati a sproposito). Ma la verità è che sono disposta a vedere qualsiasi cosa, addirittura lo desidero. Passo dal reel della coach che non dice una parola ma si limita a e indicare il testo che compare sopra la sua testa, alla registrazione dell’ultimo convegno universitario di psichiatria. La mattina, mentre inghiotto le mie medicine, guardo “Farmaci per tutta la vita?”, la sera “Come capire se hai davanti un narcisista covert”, dove sono elencati tratti comuni alla maggior parte delle persone, che tornano utili quando qualcuno ti ghosta e vuoi darti una spiegazione.

Se non sto attenta, però, l’algoritmo tende a immettermi in un imbuto di temi ricorrenti sempre più specifici.

Tanti creator della salute mentale sono infatti “specializzati” in qualcosa: trauma, depressione, ansia, neurodiversità, o il sempreverde narcisismo. Ma l’argomento che genera più interesse sono le relazioni interpersonali. Forse è per questo che sta spopolando la teoria degli stili di attaccamento, una teoria che risale al 1969, quando John Bowlby pubblicò il primo volume di Attaccamento e perdita, e che sui social è diventata la chiave di lettura di ogni relazione difficile o finita male. Con quattro etichette a disposizione (attaccamento sicuro, ansioso, evitante, disorganizzato), tutto quello che accade all’interno dei rapporti di coppia trova una comoda collocazione, ogni comportamento fastidioso o doloroso ha una spiegazione che non ha nulla a che fare con noi, ma con l’altro. Non siamo stati rifiutati, è l’altro che non ha la capacità di amare.

I “therapy influencer” propongono questa teoria per spiegare le dinamiche amorose ma spesso la usano per suggerire strategie per riconquistare il proprio ex partner. Nel secondo caso, segue subito l’offerta di un sostegno personalizzato a pagamento. L’idea di poter tornare insieme a una persona grazie a tecniche che solo gli iniziati maneggiano non è nuova, le fattucchiere ci campano da millenni. Che siano incantesimi, amuleti o interpretazioni aleatorie di Jung, l’obiettivo è lo stesso, darti la sensazione di controllare ciò che non puoi controllare. Tutto il contrario di ciò che ti consiglierebbe uno psicoterapeuta.  

E allora quali sono le vere intenzioni dei i therapy influencer? Vogliono davvero il nostro bene? Promettono di farci stare meglio, ma vogliono tenerci attaccati ai social, che sono correlati ad ansia e depressione. Ci consigliano di disconnetterci ma ci vogliono connessi a loro. Quando ho cominciato a seguirne alcuni, un paio d’anni fa, il ritmo era di un post a settimana, ora invece escono due video al giorno, di solito uno breve e uno più lungo. 

Due contenuti al giorno, moltiplicati per i principali “therapy influencer” che seguo, fa dieci. Cinque contenuti da venti minuti e cinque contenuti da sei minuti significa centotrenta minuti di video al giorno. In quel tempo non sarebbe meglio guardarmi un film? Difficilmente quelle visioni mi diranno qualcosa di nuovo. Non escono ricerche accademiche dirompenti ogni settimana. Cosa si potrà mai dire oggi, rispetto a ieri, del low contact con i propri genitori?  Eppure è proprio grazie ai tantissimi contenuti di cui ho fruito sull’argomento che conosco questo concetto, semplificato, diluito delle sue complessità, perfetto per le mie esigenze.

Scrollare a oltranza ripaga, mi dico. E quel film? Ho troppo sonno. Se ne riparla domani.

Forse. È il primo pomeriggio e sono seduta sulla poltrona Ikea della mia psicoterapeuta. Prima di affrontare argomenti che mi porteranno inevitabilmente a piangere, le faccio notare che le nostre poltrone non sono proprio perpendicolari. È fatto apposta? Mi alzo per accostare gli scuri, ho una lama di luce in faccia. Lei beve un bicchiere d’acqua, lo faccio anch’io. C’è una cosa di cui devo parlarle. L’ho analizzata alla luce di una decina di contenuti che ho guardato. Ma prima di tirare fuori l’argomento devo confessare il mio peccato video-terapico. Prendo in mano la confezione dei fazzoletti per vedere di che marca è. Discount, come immaginavo. Meglio fare economia, chissà quanti se ne consumano a ogni seduta. “Bel mobile, quello, si vede che è artigianato, è indiano?” A un certo punto non so più come prendere tempo. Va bene. “Devo confessarle una cosa”. Comincio.

Francesca Mastruzzo

Francesca Mastruzzo è traduttrice, editor e scrive e collabora a diverse testate.

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