Più si cresce, più il senso d’appartenenza rischia di affievolirsi fino a spegnersi, specie se si è distanti dai luoghi d'origine. Riprendere in mano una vecchia tradizione di famiglia - come quella di festeggiare gioiosamente il giorno dei morti - diventa così un modo per custodire la propria memoria e proseguire il racconto di chi ci ha preceduto.
Ogni anno, a fine ottobre, digito su internet “totò a Milano”. L’esito scontato è che finisco per inebetirmi davanti alle clip di Totò, Peppino e… la malafemmina, ma in realtà la mia ricerca riguarda tutt’altro: oltre che lo pseudonimo di Antonio De Curtis, “totò” è uno dei molti nomi, il più comune, del mio dolce preferito, un biscotto siciliano a forma di cilindro o di polpetta che si prepara per il giorno dei morti, il due novembre. Altri nomi dei totò: tetù e teio, regina e bersagliere, biscotti catalani, tetè, taitù. L’ultima variante è, credo, la meno diffusa, ma anche l’unica di cui si avvale la mia famiglia, motivo per cui la preferirò anche in queste righe. In ogni caso, che uno li chiami totò o taitù o li descriva goffamente al pasticcere, a Milano questi biscotti non si trovano, nemmeno ricorrendo a Google, e quando si trovano lasciano eufemisticamente a desiderare. (Potrei, lo so, affinare la ricerca e scrivere “totò dolce siciliano dove trovarlo a Milano”, ma imbattermi nella malafemmina ormai fa parte del rituale).
Premessa: mia madre è siciliana, di un paese che si chiama San Fratello, provincia di Messina. Si è trasferita sulla terraferma da circa trentasette anni, e sebbene io sia nato e cresciuto in Calabria, lei – che come molti meridionali è animata da un ferocissimo campanilismo – mi ha allevato nella negazione del suo sradicamento, cioè fingendo che casa nostra fosse in Sicilia. Una Sicilia, peraltro, stereotipata, da cartolina, con le trinacrie dipinte a mano appese ai muri, i fichi d’india nell’aiuola che lambisce il posto auto e la cassata come torta di compleanno (in questa sua lunga reggenza da sindaco dell’exclave siciliana, mia mamma è stata supportata da un talento culinario francamente eccezionale).
Quand’ero bambino, tornavamo alla madrepatria molto spesso: ogni estate, ogni Natale, se capitava a Pasqua e, soprattutto, durante il ponte dei morti. Gli altri periodi si svolgevano come sarebbe successo ovunque, ma il due novembre era speciale solo lì. Ricordo il piacere di prendere in consegna il mio vassoio di taitù e spogliarlo della carta pelleaglio, per farmi investire dall’aroma di cannella e chiodi di garofano. Le poche volte in cui non siamo andati in Sicilia per i morti, era quell’aroma a venire da me, via posta o via valigia di mia nonna, nello scrigno del solito vassoio, difeso come un ordigno inesploso. Insomma, per gran parte della mia vita è stato molto facile, quasi scontato, procurarmi dei taitù. Poi, più o meno quando avevo vent’anni, andare a casa di mia nonna è diventato difficile – per ragioni così deprimenti che, se le citassi, distrarrebbero sia dal senso e sia dal tono generale di questo testo – e poi lei è morta, e gradualmente da San Fratello non è arrivato più nulla.
Per i primi anni, quasi non me ne sono accorto. Forse perché ero molto giovane, o comunque non ero abbastanza adulto da capire che anche le tradizioni, se non c’è chi ne alimenta la fiamma, possono estinguersi. Ma ora che vivo lontano – se mi mettessi in macchina adesso, farei prima ad arrivare al confine con la Danimarca che davanti al portone di mia nonna, o a quel che ne rimane –, rivoglio il mio vassoio di taitù, soprattutto perché ho capito che se non me lo procuro finisce qua: non sarà mai più un’abitudine famigliare, ma solo un ricordo in via di scolorimento, una coccola infantile, il fantasma oggettivato di mia nonna. Lo rivoglio, insomma, per lo stesso motivo per cui mia madre ha tappezzato casa nostra di trinacrie, e cioè perché il sangue, l’affetto e la memoria non sono sufficienti a garantire il riconoscimento di un’appartenenza: le origini vanno ribadite, agli altri e a se stessi, soprattutto quando si è lontani. Essere originario di un luogo, un luogo con cui non si ha più alcun legame formale, rischia di non significare più nulla quando di quel luogo non si può esercitare la cultura, e quando la morte interrompe le relazioni che la trasmettono. O forse, per farla ancora più breve: come un mio illustrissimo predecessore, sto cominciando a invecchiare e a sentire nostalgia per ciò che ho perso, e me ne sono accorto grazie a un dolcetto.
La mattina del due novembre, accanto ai vassoi coi taitù – che di tanto in tanto contenevano anche buste con banconote – c’erano i regali. Ognuno di questi regali arrivava idealmente da un morto della mia famiglia. Mia mamma mi racconta che a scuola era molto invidiata perché fra i suoi parenti era morta tanta gente, e tanti familiari morti significavano tanti regali. Non dico che crescere in questa atmosfera mi abbia liberato dalla paura della fine, ma mi ha insegnato, quantomeno, che persino il lutto può essere generativo, e avere come conseguenza il piacere, la gioia, la creatività.
A un certo punto della giornata, si andava tutti insieme al cimitero. Anche quello mi piaceva: i morti mi venivano presentati o ricordati al presente, e senza tetraggine o struggimenti: lui è il cugino x, lei è la zia y, ora andiamo di là dalla signora w. A ogni sosta, si faceva dell’aneddotica. Un anno, venne con noi l’adorabile fidanzato coreano di una cugina di mia madre. Arrivato davanti alla tomba di famiglia, e per la prima volta al cospetto di quello che – se non fosse morto trent’anni prima – sarebbe stato suo suocero, chiese in inglese una sigaretta e un accendino (ne fummo tutti stupiti, perché non fumava) e diede una sola timida boccata, per poi conficcare la sigaretta ancora accesa, dal lato del filtro, dentro il ghiaino antistante la lapide. Sempre in inglese, ci spiegò che in Corea si omaggia il defunto con qualcosa che in vita gli era tanto caro, così lui aveva chiesto alla fidanzata che cosa suo padre amasse più di tutto e lei gli aveva detto “Fumare”. Quella sigaretta rimasta accesa fu un modo come un altro per instaurare un dialogo impossibile, e nel frattempo provare a fare una buona impressione.
Tutto quello che ho imparato sulla morte – o meglio, sui molti rapporti che si possono avere con la morte – l’ho imparato in Sicilia, e dalla Sicilia. Ho questo ricordo risalente a quand’ero piccolissimo: mio nonno è morto da poco, piuttosto giovane e all’improvviso, e mia madre è una ragazza affranta, arrabbiata col destino, che si sente persa. Nel mio ricordo è stesa a letto e sta piangendo. La raggiungo, mi stendo accanto a lei, la abbraccio. Le chiedo cos’abbia, mi dice che piange perché le manca il nonno. E allora mi faccio condizionare dal suo pianto e piango anch’io, e disperato le domando: “Ma chi è stato, mamma? Chi l’ha ucciso?”. Lei mi guarda, lì per lì non capisce, poi passa dal pianto alla risata con la spaventosa scioltezza con cui il nostro corpo non vede l’ora di disfarsi del dolore. “Nessuno”, dice, “è successo e basta, è morto da solo”.
È così che ho scoperto che si muore anche e soprattutto di morte naturale, e che il mondo è allo stesso tempo peggiore e migliore di quanto immaginassi: migliore perché la gente che lo abita non è sempre feroce come i cattivi delle fiabe, dei film, dei giochi di arco, spada e pistole che facevo con mio zio, usando le poltrone come fossero balle di fieno, cactus, montagnole; peggiore perché le cose possono finire all’improvviso, indipendentemente da quanto siano belle o meritevoli di durare, e non c’è nessuno con cui prendersela, neanche un nemico a cui reclamare giustizia. L’unico modo che abbiamo per salvare i momenti che ci piacciono – come quello in cui siamo io e mia mamma sul letto, e un po’ piangiamo e un po’ ridiamo – è stare attenti mentre succedono. Così, inizio a stare molto attento. Diventa la mia vocazione. Diventerà, in un certo senso, il mio lavoro.
Davanti al portone di mia nonna c’era una targhetta con su scritto “Per mio marito”. Significava che lì abitava una vedova, e che questa vedova stava tenendo un lutto. Mio nonno è morto nel 1993, ma la targhetta è rimasta lì per sempre, cioè ben oltre l’abbandono della casa, ben oltre la morte di mia nonna e ben oltre il lutto che noialtri abbiamo tenuto per lei.
Qualche mese fa, ripensando a quella targhetta, a quel “per”, ho sentito il bisogno di andare al cimitero di San Fratello. Mi chiedevo: altrimenti chi ci va, da quanto tempo nessuno fa la spola fra le lapidi, nessuno infilza sigarette accese nel ghiaino, nessuno compra fiori freschi. Così, appena ho potuto, mi sono messo in macchina con mia moglie e alcuni amici e, con la scusa di una vacanza, ho raggiunto il paese. Gli amici si sono tenuti la macchina e sono andati al mare, mentre io e mia moglie salutavamo le vecchie vicine di casa, passeggiavamo, facevamo un po’ di turismo della nostalgia. La targhetta “Per mio marito” non c’era più, rimaneva solo il chiodo a cui era stata appesa; la pasticceria dove mia nonna comprava i taitù era chiusa per riposo settimanale. Dopo qualche ora trascorsa così, ciondolando fra un’occasione di malinconia e l’altra, siamo andati a piedi verso il cimitero. A poche centinaia di metri dall’arrivo, ci siamo imbattuti in un’alta parete di rocce e detriti, esito di una frana recente, che ci impediva di proseguire. Stando a Google Maps, avremmo dovuto rifare il percorso a ritroso, ripartire dal centro del paese e imboccare l’unica strada alternativa, raddoppiando il tempo di percorrenza. Invece, tale era l’urgenza di arrivare – e la paura di mollare, di far tramontare il sole e dirci: pazienza, sarà per un’altra volta – che ci siamo arrampicati sull’accumulo di frana a mani nude (mia moglie con più agilità di me, devo ammettere), e siamo riusciti a oltrepassarlo. Poi, una volta arrivati, ho fatto quello che si fa di solito: ho comprato i fiori, li ho distribuiti fra nonni, bisnonni, zii, amici di famiglia, e ho rievocato qualche aneddoto incompleto, sicuramente storpiandolo. È stato un gran piacere, un sollievo, un elisir per il mio senso d’appartenenza.
Si può dire di appartenere a un luogo se non si ha bisogno di frequentarne il cimitero? Immagino di sì, ma quel luogo non ti avrà mai tutto per sé. Perché noi siamo anche di dove riposano i nostri morti e di dove la morte ce l’hanno insegnata.
Questo accadeva d’estate, quando appunto avevo il tempo di mettermi in macchina e raggiungere la provincia di Messina. Ma che fare, d’autunno? Che fare col giorno dei morti?
Ho compiuto dei progressi anche su quel versante, alcuni giorni fa, forse per miracolo, forse per intercessione fantasmatica di mia nonna. Mentre ero al telefono con mia madre, mi è successa una cosa incredibile: sono passato davanti a una tavola calda di Milano nord-est, sotto una pioggia sottile, e li ho visti: i taitù. In vetrina. Lo so che si fa fatica a crederci, i fatti straordinari sembrano sempre cattiva letteratura, ma pazienza, a volte capitano pure quelli. Comunque: ho chiuso con mia madre, sono entrato, ho chiesto: cosa sono? Mi hanno risposto, con accento meridionale: dolci dei morti. Ho insistito: voi come li chiamate? Quando mi hanno risposto “Tetè” me li sono fatti dare tutti, ero felicissimo, e in preda all’euforia ho organizzato una festa in casa, per la sera del due novembre, e ho deciso che festeggiare il giorno dei morti diventerà, anzi, tornerà a essere, una mia tradizione famigliare. L’eredità culturale serve forse anche a questo, a scendere a patti con ciò che è irreversibile.
I taitù li ho già scartati e assaggiati, e purtroppo non sono buoni (molto secchi, poca cannella, glassa dozzinale) ma hanno compiuto il loro miracolo: connettere due mondi, non solo quello dei morti e quello dei vivi, come già facevano, ma anche quello della mia infanzia e della mia vita adulta, della Sicilia e di Milano, di una cosa che credevo persa e che in realtà, con un po’ di impegno, è ancora possibile. Per fare le cose come si deve, ho anche comprato dei regali a ciascun invitato, perlopiù orrendi – portacandela, bloc notes, fermagli – ma pazienza: i regali belli li fanno i morti, io sono vivo.