L’ultimo film del grande regista russo Andrej Zvjagincev, vincitore del Grand Prix a Cannes 2026, racconta una storia di infedeltà coniugale sullo sfondo delle contraddizioni della Russia di oggi, che sacrifica i suoi figli alle guerre, e si regge su un sistema sempre più totalitario e corrotto.
“Va tutto bene” (“Всё в порядке”, Vsë v porjadke), dice Tatiana, la madre di Gleb, il quarantenne protagonista di Minotaur, il nuovo film di Andrej Zvjagincev (in sala in Italia dal 29 ottobre, Grand Prix a Cannes e scelto per rappresentare la Francia agli Oscar 2027). Il matrimonio del figlio sta andando in pezzi, ma va tutto bene. Lui torna a casa stravolto, non riesce neppure a entrare nella stanza dove si festeggia il compleanno del figlio adolescente, ma va tutto bene. La rassicurazione viene ripetuta anche a colazione, quando ormai è accaduto qualcosa di irreparabile. Cosa si cela dietro quell’affermazione palesemente incongrua, quando il paese è in guerra, è sempre più totalitario e la vita quotidiana è sempre più difficile? Questa frase, che conserva la forma della rassicurazione, fa trapelare la paura che l’ordine sociale e familiare sia in grave pericolo. Dopo Leviatano (2014) e Loveless (2017), Zvjagincev — che oggi vive in esilio a Parigi — torna a descrivere una famiglia in crisi per raccontare la società russa, e lo fa con un grande film. Un’opera profondamente politica e allo stesso tempo sentimentale e in parte anche una crime story, Minotaur ci racconta i compromessi morali al tempo di Putin.
La vicenda si svolge nell’autunno del 2022, dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina e l’annuncio della mobilitazione. Gleb Morozov (Dmitrij Mazurov) dirige un’impresa di trasporti e vive con l’attraente moglie Galina (Iris Lebedeva), il figlio adolescente Serëža (Boris Kudrin), con frequenti visite della madre Tatiana (Elena Bogdanovič-Golubeva). Quest’ultimo personaggio, all’apparenza minore, ha un ruolo importante, come lo ha il nucleo familiare nella Russia di Putin. Dopo le proteste del 2011–2012, il Cremlino ha fatto dei ruoli di genere tradizionali, della religione ortodossa e del rifiuto dei valori occidentali la chiave della propria legittimazione politica e culturale. La vita privata è oggetto di una disciplina ideologica, attraverso leggi contro le persone LGBTQ+, restrizioni all’aborto e politiche a favore della natalità. La famiglia è depositaria dei valori tradizionali e ha il ruolo di proteggere i propri membri, ma allo stesso tempo le viene chiesto di sacrificare i propri figli. Non tutto va bene quindi. Esiste una contraddizione profonda nel cuore del sistema che in Minotaur si esprime attraverso questa figura di madre, nonna e suocera, che vuole rassicurare, come ci ricorda la scena in cui Galina e Tatiana mettono in ordine le foto di famiglia, ma fa fatica ad essere credibile.
Chi, come me, parla quasi giornalmente con familiari e conoscenti nella Russia di oggi, sa bene che ogni conversazione oscilla tra finte rassicurazioni ai parenti lontani, preoccupazione per la crisi economica, timore di vedere i propri figli (e nipoti) mandati al fronte e droni ucraini che ormai raggiungono tutta la Russia europea: è notizia del 26 ottobre che un attacco ucraino nella regione di Voronež ha provocato due morti e diciassette feriti. Il giorno prima un attacco ha raggiunto la regione di Perm’, negli Urali. Ovviamente non si intende qui mettere sullo stesso piano le sofferenze ucraine con quelle russe, l’aggredito e l’aggressore, ma solo registrare un tema ricorrente nelle conversazioni quotidiane con chi oggi vive in Russia. La “grande politica” non può che irrompere nella vita quotidiana: si vorrebbero salvare i propri cari, stare in equilibrio all’interno del sistema, ma si paga un prezzo.
I Morozov abitano in una grande casa immersa in una pineta sulla riva di una baia, in una non meglio precisata città (il numero che compare sulle targhe delle automobili è il codice fittizio 760). Il capofamiglia è un oligarca strettamente legato all’amministrazione comunale. La sua ricchezza si inscrive nel capitalismo clientelare costruito da Putin. Nei primi anni Duemila, gli oligarchi che cercavano di conservare un’autonomia politica furono incarcerati, costretti all’esilio o privati delle loro imprese. Il patto era chiaro: si poteva restare ricchi a condizione di accettare la subordinazione all’autorità politica. In Russia esiste solo un capitalismo asservito al potere, che, nel caso di Gleb, ha il volto del sindaco (l’attore Vladimir Fridman).
Durante una riunione convocata dal capo dell’amministrazione comunale, Gleb e gli altri imprenditori scoprono che è arrivato un ordine “dall’alto”. Devono fornire i nomi di quattordici dipendenti da mandare al fronte. Il Minotauro – un’entità distante e invisibile – deve essere sfamato. È una catena di comando che ben descrive la realtà. Come spiega lo studioso oggi in esilio Grigorij Judin nelle conversazioni raccolte in La Russia che si ribella (Altreconomie 2024), il Cremlino ha affidato ai governatori il compito di trovare uomini e risorse, anche rivolgendosi agli oligarchi locali. La preoccupazione di Gleb è duplice, da una parte non può rinunciare ai propri dipendenti pena il fallimento dell’azienda ma dall’altra deve soddisfare la richiesta del sindaco. In preda a queste ambasce, ritorna a casa e, senza essere visto dalla moglie, assiste ad una conversazione al telefono sospetta. Il tono passa rapidamente dal felice e intimo al guardingo quando Galina si accorge che Gleb è nella stanza. Così il marito si convince che la moglie abbia un amante.
Gleb trova una soluzione al problema del reclutamento, una variante anche più indegna dell’inghippo inventato da Čičikov, il protagonista de Le anime morte di Gogol’, che acquista servi della gleba morti ma ancora registrati come viventi, per ottenere un prestito. All’interno degli uffici moderni e asettici dell’azienda di Gleb, la telecamera si sofferma a lungo sui volti degli uomini in cerca di lavoro, alcuni giovani, altri più anziani, e si intuisce che tutti hanno una vita, dei cari, un futuro che sperano di costruire. Anche Čičikov, leggendo l’elenco delle anime acquistate, si ferma un attimo ad immaginare le vite di quegli uomini, i mestieri, le abitudini, il modo in cui potrebbero essere morti. Per un momento, in entrambe le opere, i nomi diventano persone. Nel film, chi viene scelto per andare in guerra, testa rasata e in divisa, assiste in silenzio al discorso patriottico del reclutatore, lui in abiti civili e senza alcuna intenzione di andare al fronte, che esalta l’eroismo, la patria e la difesa della famiglia tradizionale, sotto lo sguardo benevolo di un prete (noi sappiamo che le reclute devono comprare a loro spese quasi tutto l’equipaggiamento per il fronte e nelle città russe sono sorte decine di negozi che vendono questo materiale).
Il prete accanto al reclutatore rende visibile l’alleanza fra Stato e gerarchia ortodossa. Sin dal 6 marzo 2022, celebrando la Domenica del Perdono, dedicata alla riconciliazione e precedente l’inizio della Grande Quaresima, il patriarca Kirill aveva spronato il paese ad appoggiare la nuova avventura militare del regime, inveendo contro la “lobby gay” e la decadenza dell’Occidente. Del resto, già nel 2001 la Chiesa aveva elevato al rango di santo un ammiraglio zarista del diciottesimo secolo, facendone il patrono dei bombardieri in grado di sganciare l’atomica. Chiesa e Stato si muovono in sincronia, con pochissime voci dissenzienti all’interno del clero, oggi all’estero.
Mentre Gleb è indaffarato a risolvere i problemi di lavoro, si sviluppa in parallelo la storia del tradimento coniugale, che riprende quasi alla lettera la trama de La moglie infedele di Claude Chabrol (1969), a sua volta adattato nel 2002 da Adrian Lyne (Unfaithful, con Diane Lane e Richard Gere), anche se Minotaur — scritto dal regista insieme a Semën Ljašenko — scarta dai predecessori in alcuni aspetti decisivi.
Nelle scene tra Galina e l’amante c’è una tenerezza che ci sembra allo stesso tempo genuina e precaria, che non lascia intravedere un futuro comune (come anche nei film di Chabrol e Lyne). Eppure, in questa situazione. la scelta di Galina è un atto di ribellione, frutto del disgusto che prova per il suo ambiente e per un matrimonio ormai svuotato di sentimenti. Ma questa insofferenza non diventa un rifiuto dei privilegi e delle protezioni che quella vita le garantisce. Attraverso questo personaggio il film pone una domanda politica: quanto siamo disposti a perdere per sottrarci a un realtà che disprezziamo?
Zvjagincev ci offre anche uno spaccato del mondo frequentato da Gleb. In una cena in un ristorante elegante che dovrebbe servire a riparare il rapporto con la moglie, gli invitati faticano a divertirsi. Uno ha un’amante molto più giovane, che parla troppo ed è vista con sospetto dalle altre donne, e pensa di trasferirsi in Thailandia. Le barzellette grevi e il vino di pregio non servono a stemperare la tensione. Nessuno crede alla guerra, ma tutti si rendono conto della loro situazione incerta e del rischio di essere sostituiti se non danno mostra di adesione totale al regime. Del resto, nelle elezioni del settembre 2026, quarantuno veterani della guerra sono entrati alla Duma nelle file del partito Russia Unita. Il servizio al fronte diventa quindi una credenziale per fare una rapida carriera politica. Quanto a lungo ricchezza e relazioni basteranno a garantire la posizione di chi è rimasto a casa? La guerra ridistribuisce i sacrifici e le opportunità di arricchimento, ma la vecchia guardia dei Gleb non può dormire sonni tranquilli.
La scelta di girare in Lettonia rafforza la tesi del film. Rispetto ai luoghi di Leviatano (2014) e Loveless (2017), i due lungometraggi precedenti di Zvjagincev, qui non si indugia sulla desolazione delle periferie russe. Anche il palazzone dove vive l’amante di Galina appare relativamente ordinato. Le case, gli uffici sono asettici, parte integrante di un paesaggio totalitario. La catastrofe interiore può essere amministrata senza lasciare disordine esteriore. La fotografia di Michail Kričman, con obiettivi grandangolari, dà consistenza a questo mondo attraverso vetri, riflessi e stanze troppo ampie, senza umanità. Il “va tutto bene” di Tatiana trova qui il proprio contraltare fisico: ogni cosa appare al suo posto. Ma la musica dei fratelli Evgenij e Saša Gal’perin, con percussioni nervose, incrina la calma apparente delle immagini. Sotto la patina di asettica freddezza alberga la violenza. In una conversazione centrale nel film, Gleb spiega al figlio adolescente come comportarsi col bullo che lo perseguita a scuola: afferrarlo per il collo della camicia e minacciarlo. Bisogna saper intimidire per non essere soggiogati. Un gesto di cura – il padre che vuole aiutare il figlio – trasmette la logica della sopraffazione. “Ci sono molte forme di violenza, ed è questa la cultura in cui siamo cresciuti,” ha scritto Svetlana Aleksievič. A scuola, in famiglia, nelle strade, nelle prigioni, tra marito e moglie, tra padre e figlio ha forme diverse ma un comune denominatore. Nel 2017, la Russia ha depenalizzato le percosse in famiglia che provocano dolore senza causare lesioni penalmente rilevanti, e sono punite con una multa. I delitti passionali continuano ad avere un trattamento speciale nel codice penale.
Stando al passo con i tempi, Minotaur aggiunge qualcosa ai due film precedenti del regista. Leviatano è certamente cupissimo: la corruzione politica, giudiziaria e religiosa schiaccia chi vuole opporsi. Ma qualcuno cerca ancora di resistere, si rivolge alla legge, tenta di difendere una casa e un diritto. La sconfitta non cancella la differenza fra chi subisce l’abuso e chi lo organizza, e resiste la possibilità di riconoscere un’ingiustizia e combatterla. In Loveless, alla crudeltà dei genitori verso il figlio scomparso si contrappone il lavoro dei volontari, che si spendono giorno e notte alla ricerca del piccolo. Dentro un racconto permeato dall’odio e dal risentimento, emerge comunque un barlume di vera solidarietà. Zvjagincev si ispirò ad un gruppo di volontari che esiste realmente, Liza Alert, di cui lesse in un articolo di giornale. In quella che sembra essere un’incredibile coincidenza oppure un presagio, Loveless finisce con un personaggio che ascolta le notizie del telegiornale sulla guerra in Donbass e l’annessione della Crimea (2014), il prodromo dell’operazione speciale che diventa lo sfondo del film successivo di Zvjagincev.
In Minotaur, non si intravedono buoni, nemmeno se destinati ad essere sconfitti, come nei film precedenti. Non c’è un Teseo disposto a combattere il mostro né un’Arianna capace di aiutarci ad uscire dal labirinto. Eppure il progetto putiniano si fonda su basi fragili: da una parte spinge la società a mobilitarsi, ma dall’altra promette di non turbare la tranquillità della classe media urbana. Per anni il regime aveva favorito il disinteresse per la politica, ma oggi la guerra richiede uomini, risorse e una partecipazione organizzata dall’alto. La guerra è arrivata in casa, come i due poliziotti che bussano alla porta di Gleb e Galina. Il piccolo oligarca di provincia raccontato in questo film cerca di difendere la propria posizione collaborando a un sistema che impone ad altri il sacrificio, e ne ricava protezione politica. Ma fino a quando questo patto può durare? Fino a quando non sarà lui stesso una vittima?
La bellissima inquadratura finale, lunga ed astratta, inizia con qualcuno che guarda fuori da un finestrino di un aereo diretto a Creta. Lo sguardo poi esce dal velivolo e vola sopra le nuvole che riempiono lo schermo, prima bianche poi sempre più sinistre, sporche, che paiono essere l’effetto di esplosioni. I cumuli nascondono una natura terribile. E, nella calma irreale del volo, sembrano echeggiare le parole di Tatiana, “Va tutto bene”, ma noi non vi possiamo credere.
Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con BiM, in occasione dell’uscita nelle sale del film Minotaur, prevista per il 29 ottobre. Info al sito BIM Distribuzione.