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Andrea Cortellessa

Tracce senza redenzione: il fascismo nella nostra cultura

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L’Italia non ha ancora fatto a dovere i conti con l’eredità materiale e immateriale del fascismo che ha lasciato tracce nella nostra cultura e nelle città in cui abitiamo. Se non è possibile ignorare questo nesso, come invitano invece a fare Vittorio Sgarbi ed Ernesto Galli Della Loggia, è arrivato piuttosto il momento di problematizzarlo e ri-significarlo con maggiore decisione.

“Quello ch’è fatto non può essere disfatto”, ossia “What’s done cannot be undone”. Lo dice Lady Macbeth, alla fine della “tragedia scozzese” (uso l’inedita traduzione di Edoardo Sanguineti, andata in scena nel 1999 – allo scadere del secolo della guerra – nel Macbeth Remix di Andrea Liberovici). Una storia di guerra, di crimini, di redenzioni impossibili: l’Usurpatrice per antonomasia queste parole le pronuncia quando si rende conto di non riuscire a lavarsi le mani del sangue che ha fatto versare (“Ancora puzzo di sangue, qui. Tutti i profumi d’Arabia non tergeranno questa piccola mano”). È un sangue che non si vede (e infatti, decreta il dottore al suo capezzale, “non è malattia da medici” la sua), ma dal quale sa d’essere macchiata per sempre. Tanto più indelebile, quel sangue, proprio in quanto invisibile. 

La sentenza Shakespeare la prende forse dall’Aiace di Sofocle, o più probabilmente da un’espressione proverbiale del francese medievale: “Mez quant ja est la chose fecte, ne peut pas bien estre desfecte” (dove resta traccia di un calembour latino intraducibile in inglese, quello tra facta e infecta, che rende in modo icastico la malattia della Lady, infetta dai fatti dei quali è responsabile; la parola “infezione” deriva in effetti dal latino medievale infectio, ‘tintura’: quelle mani insanguinate sono stigma materiale di un male immateriale, quello che scorre nel suo sangue). Ma non importa, è chi l’ha resa memorabile che ce la tramanda: quello che ha scritto non può essere cancellato. E lo stesso si può dire degli oggetti messi a tema da due fra i più stimolanti saggi apparsi quest’anno.

In apparenza sono accomunati (oltre che dalla generazione dei rispettivi autori, nati tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta) solo dal periodo storico esaminato: il nostro lungo, interminato e forse interminabile, dopoguerra. È uno storico Emanuele Ertola, che insegna a Siena e s’è già distinto per approfondite ricerche sul colonialismo italiano; uno storico della letteratura Franco Baldasso, veneto che insegna al Bard College negli Stati Uniti e ha all’attivo monografie su Primo Levi e Curzio Malaparte, ma anche saggi innovativi sulle compromissioni col fascismo – ben dissimulate ma, ahinoi, tutt’altro che episodiche – dell’adorabile Alberto Savinio. In un saggio dato a un importante volume della Biblioteca Hertziana di Roma (A Difficult Heritage, a cura di Carmen Belmonte, 2023), uscito l’anno dopo la pubblicazione originale di Against Redemption (Fordham University Press 2022), ricorda Baldasso un breve racconto pubblicato da Giorgio Caproni nel ’46, ma dal poeta rielaborato a più riprese sino al ’61 (e ora compreso in Racconti scritti per forza, a cura di Adele Dei con la collaborazione di Michela Baldini, Garzanti 2008), dal titolo eloquente Invisibili rovine. Qui in scena è una donna ancora giovane ma già vecchia, Giulia, che rievoca i progetti fatti sei anni prima insieme al fidanzato; il quale però nel frattempo è morto in guerra, prima di poter mettere mano ai “mattoni veri” della loro casa comune. In aggiunta a quelle che fanno oscena mostra di sé, nella sua Genova e nell’intera nazione, capisce Giulia che ci sono tante “rovine invisibili”: appunto quelle dei futuri irrealizzati e delle vite spezzate. E sono proprio queste rovine, che non si vedono come le macchie di sangue sulle mani di quelle rovine colpevoli, a rendere il dopoguerra impossibile.  

Impossibile cioè semplicemente “voltare pagina”, nel 1946 come oggi, a dispetto dell’insistenza (di per sé sospetta) con la quale coloro che del Fascismo storico sono eredi dichiarati (a partire dal simbolo di partito, che sussume quello del Movimento Sociale Italiano, con la Fiamma ardente alla base del Sepolcro di Predappio) – pervenuti al governo del Paese, per via democratica, a esattamente un secolo di distanza dalla Marcia su Roma – non si stancano di ripetere che il “fascismo è storia”. Dunque qualcosa che non esiste più, dunque non è il caso di occuparsene. Curiosa concezione della storia, quella che concepisce il proprio oggetto come quanto va dimenticato. Baldasso ricorda l’ironica pseudo-etimologia – se ne dilettava spesso – di chi qualcosa da dimenticare in effetti ce l’aveva, il ricordato Savinio: il quale in Nuova enciclopedia sosteneva che Clio “in greco si scrive kleio e significa ‘chiudo’. Il nome della più severa delle nove muse rivela la vera funzione della storia, che è di ‘chiudere’ via via le nostre azioni nel passato, a fine di toglierci il loro peso di sopra le nostre spalle e farci ritrovare ogni mattina un animo nuovo, in mancanza di un mondo nuovo”.

Ma come sono tante le forme della memoria, individuale e collettiva, tante e tutte diverse – ma in qualche modo fra loro solidali, come vedremo – sono quelle dell’oblio. Il libro di Ertola fa capo a un dibattito, nazionale e internazionale, che ha fiammeggiato una decina d’anni fa ma (come attesta la ricchissima bibliografia da lui addotta) da allora non s’è mai sopito. Ad accenderlo, nell’ottobre del 2017, fu Ruth Ben-Ghiat (docente alla New York University e autrice di numerosi saggi fra i quali nel 2001, tradotto tre anni dopo dal Mulino, La cultura fascista) che sulle colonne del «New Yorker», in genere tanto più mondane e chic, se ne uscì con un pezzo furente, riassumibile nella domanda che lo intitolava: “Perché restano in piedi tanti monumenti fascisti in Italia?“. Malgrado non proponesse apertamente l’iconoclastia, né ipotizzasse come discriminare quanto buttare giù e quanto verosimilmente dover lasciare in piedi, e sebbene in un’intervista precisò poi, con tardiva mitezza, il suo punto di vista, la proposta della studiosa risuonò forte (se non altrettanto chiara). 

Tanto che, nel vespaio di polemiche che da noi accolse quel pezzo, il maggior studioso vivente del Ventennio, Emilio Gentile (in tempi non sospetti autore di un memorabile Fascismo di pietra, Laterza 2008), sul «Sole 24 ore» ne contrappose una sua, di modesta proposta, su quella originaria di Swift manifestamente ricalcata tanto nei toni che nel metodo per absurdum: radere al suolo la Città Universitaria e l’EUR, l’Augusteo e la Farnesina, Cinecittà e il Foro Italico, per poi dalla Capitale allargarsi all’Agro Pontino e cancellare dalla faccia della terra “città di fondazione” come Latina e Sabaudia, avrà non solo l’effetto di “riedificare la democrazia italiana su nuove fondamenta solide, anche se non monumentali”, ma eserciterà “un forte incentivo alla lotta contro la disoccupazione, con l’assunzione in massa di giovani demolitori e demolitrici”.

A dire il vero un po’ opaco nell’esecuzione, l’esercizio di stile di Gentile aveva però il merito di evidenziare appunto l’assurdo della situazione italiana (in questo ben diversa, per esempio, da quella tedesca – dove assai meno numerosi, e pervasivi, sono i resti dell’estetica nazista di Speer e soci): nel nostro Paese l’«architettura fascista» (etichetta già problematica, dal momento che non tutti sono disposti ad associare a detta ideologia il complesso dell’edilizia pubblica del Ventennio, per non parlare delle forme diversissime in cui questa si espresse; almeno sino alla metà degli anni Trenta quando, ha spiegato Paolo Nicoloso – Mussolini architetto, Einaudi 2008 –, un’impronta più marcata venne data allo “stile” col quale si voleva eternare il regime: in fin dei conti, va ammesso, riuscendoci purtroppo benissimo) è infatti talmente ubiqua da essere divenuta «quasi invisibile», col tempo, nei suoi connotati storico-politici: per venire presa in esame, il più delle volte, solo come «patrimonio culturale» da restaurare, e in generale manutenere e “gestire” in senso legale-burocratico e tecnico-architettonico: finendo così per venire a tutti gli effetti «defascistizzata». Se nel dibattito internazionale (a partire da un libro così intitolato del 2009, sulla Germania post-nazista, di Sharon Macdonald) si parla di «eredità difficili», per consimili resti di un passato che non potrà mai passare del tutto, ci si chiede allora se questo heritage, da noi, ponga ancora problemi: a noi che abbiamo avuto in sorte di riceverlo. 

A mo’ di specimen di una casistica che s’è riproposta simile in ogni borgo d’Italia, il libro di Ertola – bypassando i “casi” romani, clamorosi quanto paralizzanti – analizza nel dettaglio le scelte fatte, dal 1945 in avanti (e anzi, già nei famosi Quarantacinque giorni fra la caduta di Mussolini il 25 luglio e l’armistizio dell’8 settembre ’43), nelle maggiori città della Lombardia. Con l’eccezione dell’estate torrida del ’60, quando si pose il problema di cosa fare del Foro Italico in occasione delle Olimpiadi a Roma, con le centinaia di scritte inneggianti al Duce e il macroscopico MVSSOLINI DVX iscritto sui diciassette metri di Obelisco fallicamente eretti nel 1932 (la grana coincise cogli scontri seguiti all’appoggio esterno dato dal MSI al monocolore Tambroni, costati cinque morti fra i manifestanti a Reggio Emilia), una discussione su questa «eredità» ha quasi sempre latitato dalla nostra scena pubblica.

Quanto mai significativo che nella loro grande maggioranza le Case del Fascio, del Balilla o del Mutilato – talvolta opere di archistar geniali ma fasci irriducibili, quali gli allora giovanissimi Giuseppe Terragni o Luigi Moretti, quest’ultimo attivo sino agli anni Settanta – siano state tacitamente convertite in caserme dei Carabinieri, stazioni della Polizia e consimili “luoghi d’ordine” e “sedi dell’autorità”: così, sottolinea Ertola, “anche l’eredità materiale fascista finì per diventare parte del paesaggio della democrazia”.

Illustrazione plastica, è il caso di dire, di quella “continuità non solo istituzionale ma anche culturale tra la nuova democrazia e il precedente regime”, come dice Baldasso, che all’indomani della fine della guerra si tradusse in particolare nell’indisturbata sussunzione negli organigrammi democratici degli apparati fascisti della Magistratura e delle Forze dell’ordine (esemplare, fra le tante, la biografia di Federico Umberto D’Amato: vicecommissario della Polizia fascista in tempo di guerra, poi agente segreto dell’OSS americano, poi questore di Firenze nominato da Tambroni – ministro dell’Interno di Segni e Fanfani –, poi membro della P2, infine onnipotente direttore dell’Ufficio affari riservati al Viminale; rimosso solo nel ’74 dopo la strage di Piazza della Loggia, ma ancora attivo negli anni Ottanta, l’Uomo Nero concluderà placido i suoi giorni da raffinato gourmet titolare, sotto pseudonimo, della rubrica gastronomica dell’«Espresso»; ma dopo la sua morte, nel ’96, indagini prudentemente postume ne hanno rivelato il ruolo centrale, al Ministero, nel sistematico depistaggio delle trame nere della “strategia della tensione”; nel 2020 è stato indicato fra i mandanti della strage alla Stazione di Bologna, con sentenza passata in giudicato dopo tre gradi di giudizio; si veda Giacomo Pacini, La spia intoccabile, Einaudi 2021).

Come ha ricordato da ultimo Mimmo Franzinelli (in un saggio dal titolo antifrastico come gli altri di collana, Il fascismo è finito il 25 aprile 1945, Laterza 2022) il tenore della fase storica ’45-48, quella che da subito Piero Calamadrei definì «restaurazione clandestina», viene sancito dall’amnistia promulgata il 22 giugno 1946 da Palmiro Togliatti (ministro della Giustizia nel primo governo De Gasperi; suo capo di gabinetto, e futuro primo presidente della Corte Costituzionale, è Gaetano Azzariti, dal ’39 al ’43 presidente del Tribunale della Razza, all’alta carica nominato direttamente dal Duce), e suggellato dal giovane Giulio Andreotti (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel quarto governo De Gasperi), che il 19 marzo 1948 “ripristina i benefici di carriera e la pensione alle camicie nere della Milizia”.

Il tema della “continuità dello Stato”, che all’indomani della catastrofe bellica poneva formidabili problemi non solo politici ed etici ma anche, com’è facile capire, giuridici e “tecnici”, agitò i sonni dei Costituenti e in generale del personale politico del ’45-48, ma ben pochi cenni se ne trovano nella produzione letteraria del tempo. Fra le eccezioni vanno ricordati due fra i pochi autori testardamente rimasti antifascisti durante il Ventennio, il Corrado Alvaro di L’Italia rinunzia?, che già nel ’45 segna a dito la persistenza della «vecchia classe dirigente morta e non rimossa dal Comitato di Liberazione», come un “veleno” destinato a intossicare il “circolo sanguigno della nazione”, e il Carlo Levi dell’Orologio, che abbastanza a caldo (il libro esce nel ’50) mette a fuoco i sei mesi scarsi del governo di unità nazionale guidato dal partigiano Ferruccio Parri (era stato lui insieme a Carlo Rosselli, nel ’26, a salvare dal carcere fascista Filippo Turati, Pietro Nenni e Sandro Pertini) con la caduta del quale, alla fine del ’45, secondo molti storici si esaurisce l’autentica “spinta propulsiva” della Resistenza. Per Levi “la bella teoria della continuità dello Stato […] vuol dire immobilità, o, peggio, ritorno indietro. […] Che vuol poi dire semplicemente, poter restar sempre seduti sulla medesima seggiola”.

Eloquente, di questo clima, una lettera inviata a Parri nientemeno che da Benedetto Croce nel giugno del ’45, ossia pochi giorni prima dell’insediamento del suo governo (la riporta Giovanni De Luna nel suo La Repubblica inquieta, Feltrinelli 2017): contestando la decisione di escludere da quell’Esecutivo “coloro che furono iscritti comunque al partito fascista” (ancorché molti vi fossero stati costretti, a suo tempo, per poter svolgere la loro professione), colui che vent’anni prima – dopo più d’una titubanza – aveva redatto il Manifesto degli intellettuali antifascisti (fra i cui pochi firmatari di qualche fama letteraria si ricordano, oltre al citato Alvaro, Eugenio Montale, Carlo Cassola, Carlo Linati, Attilio Momigliano, Matilde Serao, Lavinia Mazzucchetti, Manara Valgimigli e il poi ampiamente pentito Emilio Cecchi) annunciava la sua paradossale quanto “postuma e ideale iscrizione al fascismo, per correre la sorte stessa di uomini che stimo e amo”.

Come spiega Baldasso, nella loro maggior parte gli scrittori di quella stagione (i quali, chi più chi meno, s’erano a suo tempo un po’ tutti compromessi con le varie prebende e istituzioni culturali del regime) preferirono contribuire a elaborare il “mito resistenziale di un nuovo Risorgimento”, che sbrigativamente si fece vera e propria autoassolutoria vulgata nazionale (col connesso mito degli “italiani brava gente”, complici miti e svogliati – quando non astuti sabotatori sottotraccia – dei demoniaci crucchi nazisti), in termini dalla religiosità secolarizzata ma evidente. Non è un caso che ricorra, nel repertorio, la metafora cristiana della “redenzione”.

Questo tropo, tanto psicologicamente e politicamente necessario all’Italia da ricostruire quanto, allora come oggi, culturalmente e ideologicamente mistificante, venne allora contraddetto da numerate eccezioni: autori i quali, anziché celebrare l’eroica e inclita Resistenza col suo alla lunga stucchevole martirologio laico (nei toni spesso così simile, ahinoi, a quello dei «Martiri fascisti della Rivoluzione»: i quali infatti – documenta Ertola in almeno un caso eloquente, quello della chiesa di San Cristoforo a Lucca – potevano venir celebrati negli stessi luoghi e dalle stesse strutture), hanno insistito sulle tragedie della Guerra civile (espressione questa che intitolava per esempio l’opera prima di Beppe Fenoglio, che Einaudi preferì invece intitolare ai Ventitré giorni della città di Alba; molti ex partigiani si sono sempre rifiutati d’impiegarla perché a suo tempo usata in chiave polemica dai neofascisti, anche dopo che nel ’91 venne sdoganata dall’opus magnum di un ex partigiano, il Claudio Pavone di Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza), sugli orrori delle leggi razziali e della complicità degli apparati statali nella deportazione e nello sterminio degli ebrei italiani (notissimo è l’episodio del rifiuto einaudiano di Se questo è un uomo, nel ’47 trasmesso a Primo Levi dalla vedova di Leone Ginzburg), sulla disfatta militare del Regio Esercito, sui bombardamenti a tappeto dell’aviazione angloamericana sui quartieri residenziali (oltre che sui plessi industriali e logistici) delle città italiane (tema anche questo rimosso, dalla nostra letteratura appena meno che da quella tedesca, contro la quale come si ricorderà protestò a suo tempo il Sebald della Storia naturale della distruzione), per non parlare del vergognoso sfascio istituzionale seguito all’8 settembre.

Di tutto ciò, per la vulgata della “redenzione”, gli italiani erano stati solo e semplicemente vittime (questo per esempio anche il registro fatto suo dalla principale eccezione al silenzio sui bombardamenti, La Storia di Elsa Morante – sin dal famigerato blurb in copertina, “uno scandalo che dura da diecimila anni” –: malgrado proprio lei, nel chiuso degli appunti autobiografici del maggio ’45, fosse stata fra i primissimi autori a registrare la morte del Duce, e fra i pochissimi a puntare il dito contro il “popolo che tollera i delitti del suo capo”, così facendosi “complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti”). Davvero poche, si diceva, le eccezioni. E va sottolineato come – a parte il miracoloso Scorciatoie e raccontini di Umberto Saba – siano quasi tutte opere di autori a suo tempo pesantemente, e più o meno notoriamente, complici del fascismo.

È il caso del compiaciuto Curzio Malaparte e del tormentato Guido Piovene (che non a caso intitolerà il suo capolavoro, nel ’63, alle Furie dalle quali si sentiva perseguitato), del tortuoso Ennio Flaiano di Tempo di uccidere, del sontuoso Salvatore Satta di De profundis, del sarcastico Vitaliano Brancati (caso forse unico di ammissione franca, ma sin troppo disinvolta, delle proprie responsabilità giovanili), del polemico Giuseppe Berto ma anche del nevroticissimo Carlo Emilio Gadda (non a caso da lui Berto prese un titolo tutto un programma come Il male oscuro): il quale dissimulò con tanto zelo i propri trascorsi fascisti, nel pamphlet Eros e Priapo tardivamente pubblicato nel ’67, da rendere quasi incomprensibile (e infatti, sino a poco tempo fa, largamente incompreso) il furor fustigatorio (ma dunque segretamente autopunitivo) di quelle pagine, come delle coeve e non meno esacerbate tirate antimussoliniane del Pasticciaccio. Solo l’epocale edizione critica di Eros e Priapo, procurata nel 2016 per Adelphi da Paola Italia e Giorgio Pinotti, ha consentito di misurare la portata del «male» psicostorico di colui che s’era per tempo definito un «dissociato noètico» (ma a posteriori pare eloquente il titolo dato all’estratto del pamphlet uscito nel ’55 sulla rivista «Officina», dell’omertoso non-partigiano Pasolini, dove senz’altro salò il sangue all’ancor più omertoso ex-partigiano Manganelli: Il libro delle furie).

Ma è anche, fra tutti forse il più complesso, il caso di Alberto Moravia. Che, sebbene cugino di Carlo Rosselli (ma anche nipote del gerarca Augusto de Marsanich, poi segretario del MSI dal ’50 al ’54), nel corso del Ventennio fu pallido e, nella migliore delle ipotesi, solo interiore oppositore del regime: rispetto al quale si mantenne, per lo più e finché poté, manifestamente “indifferente” (al punto che con la zia Amelia, madre di Carlo e Nello Rosselli, nel ’24 dovette arrivare a discolparsi: “non sono davvero fascista”). Anche se poi – solo a partire dal ’44, però – ne diverrà, come illustra nel dettaglio Baldasso, uno dei più sottili e decostruttivi interpreti. Un romanzo tuttora controverso come Il conformista, pubblicato nel ’51, incarna non senza coraggio queste sue ambiguità (ma venne preso comunque malissimo dalla famiglia Rosselli; si veda Simon Levis Sullam, I fantasmi del fascismo, Feltrinelli 2021, che – al contrario di Baldasso – ascrive anche il Moravia del dopoguerra a un atteggiamento complessivamente, seppur soffertamente, “redentivo”).

Va precisato come – per motivi non solo generazionali – sia perfettamente esente, Baldasso, dal tono risentito e maramaldo che una ventina d’anni fa accomunò, sul tema, inchieste giornalistiche rumorose ma tanto meno dettagliate e approfondite (il più delle volte mere rifritture del classico Lungo viaggio attraverso il fascismo di Ruggero Zangrandi, pubblicato nel ’47), le quali chiamavano alla sbarra una generazione di “convertiti” all’antifascismo, definiti “voltagabbana” o appunto “redenti”, onde screditare e ridicolizzare percorsi coscienziali, ideologici e di pensiero che per lo più erano stati, viceversa, tanto sinceri quanto sofferti (a differenza dell’altra “conversione”, al berlusconismo militante, di una generazione dal vissuto tanto meno tragico). Come conclude Baldasso il suo libro, i “lunghi e tormentati viaggi” degli autori di questa generazione “non terminano necessariamente con un lieto fine. Le loro voci tuttavia, imperfette come la stessa materia umana da cui provengono, elevano il bisogno di verità al di sopra della presunta consolazione di una redenzione collettiva”.

A dispetto delle apparenze, non così diverse sono le problematiche sollevate dall’”eredità immateriale” del repertorio letterario da quelle implicate dalla, fisicamente e gestionalmente ben più ingombrante, “eredità materiale” – come la definisce Ertola – dei monumenti e delle opere d’arte celebrative e propagandistiche del regime fascista. Che il loro “lungo viaggio”, invece, lo hanno fatto attraverso la Repubblica antifascista. Lo storico peraltro si astiene dall’affrontare il “giudizio storico-artistico”, sul quale si dichiara serenamente incompetente. Ma non si può evitare il problema specificamente artistico, cioè il risvolto appunto “immateriale”, di manufatti materialmente firmati da personaggi come Giuseppe Terragni e Luigi Moretti, Adalberto Libera e Gio Ponti, Mario Sironi e Gino Severini, Adolfo Wildt e Arturo Martini. Pena ricadere alternativamente nell’arbitrio della tentazione iconoclasta, sino a bordeggiare la dinamica inaccettabile della Cancel culture (che non a caso prende forma, e brand, in coincidenza col movimento MeToo – giusto l’anno, il 2017, dell’articolo-bomba di Ruth Ben-Ghiat – e divampa col Black Lives Matter di tre anni dopo), o nell’arbitrio opposto ma altrettanto vitando, da Ertola così ben denunciato, delle ri-acquisizioni a-problematiche delle Tracce fasciste nel paesaggio culturale di un’Italia che si vuole (o si voleva) antifascista: a una “defascistizzazione del fascismo”, quella che Viviana Graviano ha definito la sua “innocentizzazione”, non può che portare la decontestualizzazione storico-ideologica di quelle tracce. Che in questo modo, tacitamente ripulite d’ogni ferita iconoclasta e censoria, non sono più neppure avvertite come tracce di qualcosa.

L’altra aporia in cui si rischia di cadere è del genere di quella, ricostruita con attenzione da Ertola, in cui incorse il patriarca della critica architettonica dell’Italia antifascista, Bruno Zevi (a suo tempo peraltro tenuto a battesimo dal fascistissimo Pier Maria Bardi, alla Liberazione autoesiliatosi in Brasile), che nel 1945 propose indignato di ripulire la neonata democrazia dalla “sifilide architettonica fascista” in nome se non dell’arte almeno “della decenza” (cit. da Paolo Nicoloso in Rethinking Fascism, a cura di Andrea Di Michele e Filippo Focardi, DeGruyter 2022) – impiegando come si vede un registro pericolosamente vicino alle metafore igieniste del più macabro razzismo nazifascista – ma una decina di anni dopo, quando il Demanio ventilò di metterla all’incanto, si vide costretto a difendere la Casa del Fascio di Como: capolavoro di Terragni che, in quanto “privo di qualsiasi retorica”, doveva considerarsi di per sé “polemicamente antitetico a tutto ciò che simboleggiava il fascismo” (nel ’68 a Terragni Zevi dedicherà un convegno e un numero della sua rivista «L’Architettura»). Tanto antitetico al fascismo, Terragni, che nel progetto (poi bocciato) per il Palazzo del Littorio (quello vittorioso, di Del Debbio, Foschini e Ballio Morpurgo, diverrà più avanti l’edificio alla Farnesina che, completato nel dopoguerra, ospita oggi il Ministero degli Esteri), nel ’34 aveva inserito una tribuna gigantesca dalla quale, scriveva, Duce si sarebbe rivolto alle folle “come un Dio, contro il cielo, sopra di lui non c’è nessuno”, e che aveva concepito le (sublimi) superfici trasparenti della Casa di Como, inaugurata nel ’36, come rappresentazione materiale dello slogan mussoliniano per cui il “fascismo è una casa di vetro in cui tutti possono guardare”.

Contro la vulgata enunciata da Vittorio Sgarbi, per il quale le opere di un artista come Terragni “non costituiscono più un simbolo politico”, o da Ernesto Galli Della Loggia, per il quale l’altezza estetica di un sito come il Foro Italico (già Foro Mussolini) lo “mette al riparo da qualsiasi discussione” – perché insomma del fatto che questi oggetti siano “testimonianze del fascismo” non “gliene frega un cazzo a nessuno” (sempre Sgarbi su Facebook)  – va invece ribadito il principio (ai miei occhi colpevolmente ovvio) per cui il significato storico-estetico di qualsiasi oggetto, materiale o immateriale che sia, non può essere disgiunto dalle sue origini sociali e ideologiche. “Storicizzare” un oggetto, dice bene Ertola, significa “mostrarne la complessità, dando conto di tutti gli aspetti dell’opera, la maestria tecnica come il progetto ideologico”. Come mostra il caso eloquente di quello che è stato probabilmente il più grande artista del fascismo, appunto Terragni (con simbolismo perfetto deceduto non ancora quarantenne, per i postumi della ritirata di Russia, il 19 luglio 1943: una settimana prima, cioè, della caduta del suo idolo), solo conoscerne il progetto ideologico spiega la sua maestria tecnica. Ma dalla matrice ideologica di un’opera (per me altrettanto ovviamente) non può discendere di per sé alcun giudizio: né di condanna né di assoluzione.

Se non siamo i giudici della storia siamo però, volenti o nolenti, i suoi prodotti. E dunque non possiamo declinare la responsabilità di decidere noi cosa fare, di queste tracce e di questa memoria. La strada più giusta, come da tradizione, è quella stretta. Ossia quella che è invalso definire «ri-significazione»: un “lavoro sulla semantica degli oggetti che ne depotenzia il messaggio originale, sostituendolo con (o giustapponendolo a) un altro, che ne metta in rilievo la problematicità. Insomma, se i luoghi continuano (inevitabilmente) a parlare, che dicano almeno cose diverse”, conclude Ertola. Il caso più studiato, e ormai di scuola, è quello di due monumenti fra i più controversi, per posizione geografica, del nostro territorio: l’Arco della Vittoria e la Casa Littoria di Bolzano. Il primo (progettato nel 1928 da Marcello Piacentini) una decina di anni fa è stato trasformato nel museo del Nazifascismo nel Sudtirolo; il secondo (opera di Pelizzari, Rossi e Plattner – architetti razionalisti dal linguaggio vicino a quello di Terragni – inaugurata nel 1942), reca sulla facciata un gigantesco bassorilievo dello scultore sudtirolese Hans Piffrader, col Duce a cavallo e il suo motto nefasto “Credere, obbedire, combattere”. Nel 2017 la Provincia autonoma di Bolzano ha accettato il progetto degli artisti Arnold Holzknecht e Michele Bernardi, i quali vi hanno così sovrapposto un’installazione al neon con l’altrettanto celebre frase di Hannah Arendt, “Nessuno ha il diritto di obbedire” (in italiano, tedesco e ladino). Come dice Ertola, in un caso come questo l’eredità del fascismo non viene cancellata ma, come in un palinsesto (la metafora è presa da Michel de Certeau), vi si sovrappone una diversa intenzione, segno di un differente progetto politico (ed estetico).

Dirò di più. Un’opera-slogan di questo genere, come tanta sedicente arte politica superficiale del nostro tempo, risulterebbe inerte se fosse installata in uno spazio neutro. Lascerebbe, come si dice, il tempo che trova. Viceversa è proprio dal suo spessore storico, cioè dall’insieme delle controversie dolorose e dei significati contraddittori inevitabilmente assommati da un sito del genere, che trae il suo significato più eloquente. Non lascia il tempo che trova, ma si prende la responsabilità di produrne un altro. Nessuno ha il diritto di obbedire, perché nessuno ha il diritto di dimenticare. 

Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa è critico letterario, storico della letteratura e professore associato Università degli Studi Roma Tre, dove insegna Letteratura italiana contemporanea. Il suo ultimo libro è Con l’ascia dietro le nostre spalle. Amelia Rosselli (Electa, 2024).

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