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Dopo un terremoto non si smette mai davvero di tremare

Montera Cover

In Italia la cura degli anziani non autosufficienti si regge quasi interamente sul carico dei familiari e sul lavoro delle badanti straniere. È un sistema che muove centinaia di migliaia di persone e risorse enormi, ma che continua a funzionare attraverso un mercato privato spesso improvvisato, costi elevati per i bilanci domestici e una normativa sui caregiver che non garantisce tutele adeguate.

Prologo

Non so più se il terremoto sia stato soltanto un terremoto. Per molto tempo ho pensato che fosse possibile raccontarlo attraverso le case distrutte, le strade chiuse, le persone spostate altrove, i paesi ridotti a una promessa di ritorno. Era una lingua comprensibile. Aveva dati, fotografie, parole d’ordine che sentivo ripetere continuamente: ricostruzione, rinascita, resilienza, cratere. Poi quel linguaggio ha cominciato a sembrarmi esausto. Esaurito dalle troppe voci che si sono sovrapposte, ognuna con obiettivi diversi, che si sono rivelati, troppo spesso, personalistici e incapaci di guardare davvero alla vita di chi era rimasto. Mi sono accorta che un terremoto distrugge anche la fiducia in ciò che potrebbe ancora arrivare. Colpisce le case e insieme indebolisce la possibilità di riprogettarle; attraversa una piazza e compromette l’idea che possa tornare a essere il luogo di una vita ordinaria. Quando investe un paese, raggiunge anche il futuro di chi lo abita: rende più difficile immaginare che una biografia possa continuare a svolgersi lì senza essere sottoposta, ogni volta, alla prova della resistenza. Il crollo comincia in verticale: nei muri che cedono, nei tetti che cadono, nelle finestre che esplodono. Poi si allarga nel tempo. Entra nelle famiglie, nei lavori interrotti, nelle persone giovani che partono e in quelle anziane che restano, nelle attività che non riaprono, nelle relazioni che diventano più faticose. Raggiunge perfino i gesti quotidiani, che si caricano di distanza, provvisorietà, rinuncia.

È allora che il terremoto diventa una condizione in cui non tutti poi cadono allo stesso modo. Alcuni assistono al crollo della propria casa, altri alla caduta di una rete familiare non più capace di assorbire le emergenze. Altri perdono il lavoro, i risparmi, la salute, il tempo. Per alcuni la provvisorietà resta una parentesi, un’avventura traumatica che riescono, con il tempo, a ricacciare indietro. Per altri diventa un modo di vivere, una forma nuova e più fragile di guardare al futuro.

Allora qui, oggi, con la distanza di dieci anni, dovremmo ricominciare a guardare al terremoto come a un evento che interroga la stratificazione sociale, la classe e la diversa disponibilità di futuro. C’è chi può sbagliare, cambiare città, cambiare lavoro, investire, tornare indietro, ripartire. E c’è chi affronta la catastrofe trasformando ogni scelta in una scommessa definitiva. Chi può aspettare perché ha di che aspettare. E chi, nell’attesa, perde pezzi di vita. Il terremoto rende questa differenza più visibile, una configurazione dello svantaggio nello spazio.

A distanza di anni vediamo che ci sono case che restano vuote non perché nessuno le desideri, ma perché non tutti possono permettersi di abitare un futuro incerto. Paesi che si svuotano perché vengono lentamente privati delle condizioni minime che rendono la permanenza una scelta ragionevole: servizi, trasporti, lavoro, scuola, salute; luoghi in cui stare senza dover consumare ancora qualcosa.

Da anni sento ripetere la formula magica: bisogna riportare vita nei paesi. Ma la vita non è un arredo urbano. Non arriva perché si apre una struttura ricettiva, si organizza un festival, si illumina una piazza, si inaugura un edificio. Tutto questo può essere necessario, persino bello. Ma non basta. La vita si produce quando le persone possono immaginarla desiderabile e possibile.

E raccontare il crollo significa anche questo: fissare lo sguardo sulle macerie, ma poi seguire il modo in cui le macerie entrano nelle vite e redistribuiscono il diritto al futuro.

Geo-grafia. Socio-grafia.

Una scrittura dei luoghi per capire quali mondi abbiamo abitato e quali ci è stato impedito di abitare.

La notte

All’inizio non c’è il terremoto. 

C’è un normale pomeriggio, al lavoro in libreria. È il 26 ottobre 2016. Siamo a circa quaranta chilometri da Visso, dove vivono i miei genitori. È tardi, ma non abbastanza da pensare alla sera. Fuori fa già buio anche se non sono ancora le sette. Le giornate, a ottobre, prendono questa forma: si esce quando è quasi notte e si ha la sensazione di non avere mai il tempo per niente. 

Il terremoto c’è già stato, però. C’è stato ad Amatrice, ad Arquata del Tronto, a Pescara del Tronto. Il numero dei morti è altissimo, scandaloso. Così tante persone che a immaginarle tutte non si riesce a farle entrare nella testa. Le immagini passano in televisione: case aperte, persone che scavano, parenti che aspettano, disperati. Si guarda tutto, ma da lontano. Quella morte non sembra appartenere al “nostro” mondo. Sarà per questo che la prima reazione è quella di dare alla morte una ragione, una responsabilità. Abbiamo bisogno che qualcuno abbia sbagliato, che qualcosa non sia a norma, che ci sia una responsabilità riconoscibile, un rischio preso, una casa troppo vecchia, una vita troppo vicina al pericolo. Ci serve a costruire un confine: là è successo perché c’era qualcosa che non funzionava; qui, invece, non accadrà. Una sorta di fiducia magica.

Ad Amatrice, in quel momento, il terremoto è ancora una tragedia enorme, una sciagura. Per noi, che non lo vediamo muoversi nelle vite, è una tragedia che arretra.

La prima scossa, qui, arriva alle 19.18. 

E si è sentita forte; nell’epicentro, che immaginiamo di nuovo sui Sibillini, sarà stata una catastrofe. Chiamo mia madre, poi mio padre, non rispondono. Il mercoledì è il loro giorno di chiusura. Da agosto, da Amatrice, non dormono più a casa. Hanno paura. Non so dove siano. Dico a Francesca che dobbiamo andare.

Visso è a una cinquantina di minuti da Matelica, dove abitiamo. La strada la conosco bene, ma quella sera cambia misura. Non è più il percorso che mi separa da casa mia, né la distanza che percorro più volte a settimana per una cena in famiglia, un incontro con gli amici. È una strada fatta di chiamate senza risposta, di angoscia, di sconcerto. Quando arriviamo è buio e piove forte. Il centro non si può attraversare, allora passiamo fuori, tutto sembra ancora integro, ma stanno tutti fuori dalle case. I miei genitori ancora non rispondono, poi li vediamo. Sono sul bordo del fiume Ussita, davanti casa, e insieme a loro c’è mio zio Peppe e qualche vicino di casa. Sono sconvolti, bagnati. Li raggiungiamo. Stiamo tutti lì. Stiamo bene. Tutto in quell’istante sembra passato, irripetibile. Io e Francesca ci spostiamo a piedi verso il centro storico, per capire l’entità dei danni, per vedere ancora più giù, verso la piazza, cosa sia successo. “Non ci infiliamo nei vicoli” dico. Ho paura che qualcosa ci caschi in testa. Decidiamo allora di tornare indietro, verso casa, dalla mia famiglia che sta ancora cercando di riprendersi dallo spavento, lì sul bordo del fiume. 

Alle 21.18 arriva la seconda scossa.

Ci prende mentre stiamo camminando. Il primo suono è un boato, un ruggito. Viene dalle montagne, viene da sottoterra. I massi rotolano giù, o almeno così sembra: un rumore enorme, continuo, impossibile. I vetri delle case esplodono, le case tremano. La strada si muove sotto i piedi. Una ragazza corre e comincia a gridare. Corriamo anche noi e ci teniamo per mano. Ripeto senza sosta: “corri, corri, corri”. E non so se grido o sussurro. Lo ripeto senza sapere se ci stiamo davvero muovendo o se siamo ferme dentro quel rumore. Le oscillazioni sono così forti che quasi non riusciamo a restare in piedi. Per qualche istante tutto diventa sovrannaturale, dilatato. Quando siamo di nuovo vicino casa, vedo mia madre in lacrime, terrorizzata e bagnata di sudore. Sviene. Intorno ci sono persone sconvolte, i vicini che cercano di capire dove andare. Restiamo sul bordo del fiume, la pioggia si fa ancora più forte. Saliamo dentro le automobili, aspettiamo senza sapere se sia più sicuro stare fuori o ripararsi da qualche parte. Anche la terra sembra volersi aprire, inghiottirci. Riesco ad avvicinarmi a casa, e nel garage, al piano terra, entro per attaccare una prolunga per avere un po’ di corrente elettrica. È un gesto piccolo, quasi assurdo, ma in quel momento sembra necessario: una luce, la possibilità di sentire qualcuno.

Arriva una telefonata che ci dice che le strade sono bloccate: i massi caduti e le case crollate ci impediscono di andare via. Ricordo con precisione quello che penso: che stiamo per morire. Che il mondo è finito. Che tutto è finito. La sensazione che non esista più un dopo. Che la nostra storia si concluda qui, così.

La notte non finisce con la scossa. Finisce molte ore dopo. Alle cinque del mattino riaprono la strada. Fino a quel momento siamo rimasti lì, sul bordo del fiume, nelle macchine, con la pioggia addosso e le notizie che arrivano a pezzi. Nessuno sa bene che cosa sia successo oltre il paese. Si sa soltanto che le case non sono più affidabili, che le strade possono chiudersi. I miei non vogliono allontanarsi. Dormiranno sotto casa, in macchina, per paura degli sciacalli, dicono. La paura, in quelle ore, non distingue più tra ciò che è possibile e ciò che è immaginato. Detta le regole. Dice che bisogna sorvegliare le case, i mobili, i documenti, quello che resta. Dice che non ci si può fidare di nessuno, che bisogna restare svegli, che bisogna guardarsi intorno. 

Sembra iniziata una guerra. Noi torniamo a Matelica, per capire cosa sia successo a casa nostra, da Yuma, la nostra gatta. È il tentativo di raggiungere qualcuno che dipende da noi, di riaprire una porta, riempire la ciotola, verificare che stia bene. Mia madre ci implora di dormire in macchina, non vuole che rientriamo in casa, non vuole che ci chiudiamo sotto un tetto. La paura ha già cambiato il significato delle cose più semplici. Mettiamo Yuma nel trasportino, prepariamo la lettiera e la ciotola per tenerla con noi in macchina. Io compro le sigarette. Ricomincio quella notte, senza pensarci troppo. Forse mi serve qualcosa da fare con le mani.

La casa

La mia casa, la casa che chiamo mia, viene lesionata la domenica successiva. La chiamo mia perché è la casa in cui sono nata e cresciuta. La chiamo mia perché, quando sogno una casa, ha spesso quella forma, quelle stanze, quella disposizione. È lo spazio dei miei sogni. La chiamo mia perché è la casa del tempo condiviso con i miei due fratelli, della nostra famiglia, di mamma e papà. È la casa di me bambina. Quella in cui si torna senza bisogno di chiedere permesso, di cui abbiamo custodito la chiave senza perderla, tenendola nello zaino anche quando non ci dormivamo più. La casa-casa.

Non ricordo subito i particolari. Ricordo gli autobus. I miei compaesani portati via. Le persone con poche cose in mano, i cani, le borse preparate male, la sensazione che nessuno stesse davvero partendo per qualche giorno. La domenica mattina è la scossa che scaccia via tutti. Mia madre mi manda una foto: “è tutto finito” scrive. Visso scomparsa in una nuvola di polvere. I miei genitori caricano poche cose nella loro macchina e Mirò, il nostro cane. Matisse, il gatto, no. È abituato a stare fuori, intorno casa. Ci penserà mio cugino Enrico a lui. Oggi, quando ci penso, sento ancora l’angoscia di saperlo lì. So che il giorno in cui siamo riusciti a prenderlo per portarlo con noi ha segnato il passaggio della mia famiglia altrove. Di noi come famiglia altrove. Perché mi è sembrato, finalmente, che fossimo davvero tutti in salvo.

Domenica sera quasi tutti gli abitanti di Visso raggiungono Civitanova Marche, dove saranno divisi tra i vari camping della costa. Non so se mio padre e mia madre sanno già che quella sarà l’ultima volta in cui lasciano quella casa come una casa. Forse mia madre lo sa. Quella sera prende appunti, solo parole sparse, ma tra le tante scrive: non torneremo più. Per un mese stanno in albergo, a Tortoreto, in Abruzzo. Poi, grazie a una famiglia che li ospita, si trasferiscono a Potenza Picena. Non so se abbiano davvero deciso. Forse si sono solo trovati lì.

Inizia il trasloco. Molti traslochi. Qualche cosa della casa. La merce del negozio che era in piazza. Le scatole. Le cose che bisogna scegliere, quelle da lasciare, quelle da buttare, quelle che non hanno più un posto. Le cose di valore. Le cose di valore affettivo. Le cose che fino al giorno prima stavano semplicemente dove stavano e che, all’improvviso, chiedono di essere giustificate, scelte. È un trasloco infinito. Per anni la vita di Isabelle e Lino, mamma e papà, viene mangiata dal terremoto. Inghiottita. La casa da buttare. La casa da fare. La casa da non fare. Le pratiche. I tecnici. Le perizie. Le decisioni rinviate. Le cose da spostare ancora, le cose che non si trovano, quelle che ricompaiono in una scatola e sembrano appartenere a qualcuno che non esiste più.

Il terremoto prende spazio prima di tutto così: occupando il tempo. Non lascia margine per altro. Non è soltanto un evento da ricordare, né una ferita che ogni tanto torna a farsi sentire. Diventa un lavoro continuo, senza orari e senza fine. Un lavoro che non produce nulla, se non la possibilità di non perdere definitivamente quello che è già stato perso.

Per un certo periodo le cose prendono tutto lo spazio. Bisogna salvarle, catalogarle, spostarle, tenerle vicine. Ogni oggetto sembra contenere una parte di vita che non può essere lasciata indietro. Poi, lentamente, le cose perdono valore. Non perché smettano di essere importanti, ma perché diventano troppe. Perché non c’è più una casa capace di contenerle. Perché la loro presenza continua ricorda soltanto ciò che non può essere ricostruito nello stesso modo.

Credo che anche il modo in cui i miei hanno amato sia cambiato lì. Non in una frase, non in una decisione. È cambiato nel tempo che non avevano più, nella stanchezza, nelle telefonate, nelle pratiche, nei viaggi avanti e indietro, nella necessità di occuparsi sempre prima di ciò che andava salvato. È cambiato il modo di stare insieme, di pensare al futuro. Il modo di parlare, di ascoltare. Prima c’erano le cose e il tempo. Dopo, per molto tempo, ci sono state soltanto le cose da gestire.

Noi figli siamo già adulti, ma non abbiamo le risorse per entrare davvero in quelle decisioni. Stiamo costruendo a fatica le nostre vite. Le teniamo insieme con lavori incerti, affitti, soldi che non bastano mai, tempo che manca sempre. Non abbiamo una casa da decidere, né un patrimonio da proteggere. Abbiamo appena il necessario per non perdere il filo delle nostre giornate. Per questo li guardiamo decidere, fare avanti e indietro tra la vita di oggi e quella di ieri. Guardiamo le planimetrie, le promesse, i progetti. Cerchiamo di convincerci che sarà fantastico. Che alla fine ci saranno case nuove, spazio, ordine, sicurezza. Che da quella distruzione uscirà almeno una forma migliore di vita.

Ma forse sappiamo già che non ci servirà. Mentre la ricostruzione promette di restituirci più spazio, in dieci anni noi perdiamo la possibilità di sapere che cosa farcene di quella casa.

Il tempo

Il tempo del terremoto fa cose strane. All’inizio è velocissimo. Una scossa, una telefonata, una strada chiusa, un albergo, un altro paese. In pochi giorni una famiglia può lasciare una casa, dormire altrove, imparare percorsi nuovi, dividere le proprie cose tra stanze provvisorie e scatole. Le decisioni arrivano tutte insieme, come se non potessero essere rimandate. Poi il tempo diventa lentissimo. Ci sono anni che non riesco più a distinguere. Anni fatti di distanza. Non solo la distanza tra Visso, Tortoreto, Potenza Picena, Matelica. Una distanza che entra nelle relazioni.

Senza una casa, una famiglia diventa una diaspora. Non c’è più un posto a cui tornare senza pensarci. Un posto in cui entrare sapendo dove sono le cose, dove sedersi, chi si troverà in cucina, chi sarà sul divano, chi arriverà più tardi. Si perde la confidenza: prima con le stanze, poi con gli altri. Ci si vede, ma non ci si ritrova più davvero. Ogni incontro deve essere organizzato. Bisogna decidere chi viene, quanto resta, dove dorme. Bisogna avere una macchina, il tempo, l’energia. Nel frattempo si accumulano le pratiche, le decisioni, i soldi, i lavori, le vite di ciascuno che chiedono spazio.

Anche il conflitto trova nuove strade. Ci sono frasi dolorose che forse senza il terremoto non sarebbero state dette, o che sarebbero rimaste piccole, coperte da quelle del giorno dopo. Invece restano. Frasi dette perché ci si sente sull’orlo di un tempo che non concede altre occasioni, perché non si sa dove mettere la rabbia. Senza una casa, anche il conflitto resta senza margine. Non ha una cucina in cui consumarsi, una porta da chiudere, un giorno dopo in cui tornarci sopra, chiarirsi, misurare gli sguardi. Si allunga nelle telefonate, nelle distanze, nei silenzi. Diventa tristezza.

E poi c’è un tempo che dilaga. Un tempo in cui non succede niente, e proprio perché non succede niente, tutto sembra trasfigurarsi in attesa. Aspettiamo senza sapere nemmeno cosa ne segnerà la fine: la casa, la piazza, il paese, le persone.

Poi, all’improvviso, tutto accelera di nuovo. La vita continua a muoversi anche se il terremoto resta fermo. Si affastella sopra il terremoto che, come una metafora prepotente, comincia a significare tutto. Cambia il senso delle case, delle distanze, del tempo passato.

In questi anni di attesa è morta mia nonna Monique. Con la sua morte è come se si fosse allargata ancora di più quella marea nera che continua a inghiottire le persone e le cose. E le case. È facile pensare che sia ridicolo soffrire per le case. Le case sono muri, metri quadrati. Si possono demolire, ricostruire, vendere. Ma una casa è anche il paesaggio della mente. È il luogo in cui il passato può ancora appoggiarsi, trovare riparo. È il posto che permette a un ricordo di avere una stanza, una porta, una distanza da percorrere. Stanze che non servono a ospitare il presente, ma a renderlo intelligibile: una cucina, un corridoio che scricchiola, un mobile, una fotografia tenuta in un posto preciso. Quando spariscono, sparisce la geografia dei ricordi. I luoghi in cui erano accadute le cose. Senza, il passato si disperde.

Così fa il terremoto: quando porta via le case, toglie ai ricordi il loro luogo. Costringe le persone a ricordare senza poter tornare indietro, nemmeno per un pomeriggio, nemmeno per guardare da una finestra. La mente allora si perde, in preda alla nostalgia. Conserva i visi, gli odori, i momenti, ma non sa più dove metterli, nessun posto sembra più abbastanza prezioso, sicuro. E mentre il passato resta senza casa, il presente continua a chiedere di essere vissuto: bisogna allora cambiare traiettorie, linguaggi, riscrivere alfabeti amorosi. Il terremoto costringe le vite che restano a passargli attraverso.

Dieci anni

Questi dieci anni dal terremoto sono un repertorio temporale dell’elaborazione del lutto che si attraversa quando un luogo, o forse solo un tempo, scompare.

Perché i luoghi conservano gli accessi attraverso cui ciò che è accaduto può ancora tornare. Piccole chiavi sparse nello spazio: il gradino consumato del sagrato della chiesa, per esempio. La temperatura della pietra sotto il palmo della mano, la sera d’estate, quando ci si sedeva lì con gli amici a parlare di un intero anno trascorso, senza sapere che quel punto del paese stava registrando qualcosa per noi. Il bordo ruvido contro le gambe, la luce che calava dietro le case, il muro della chiesa contro cui si faceva la conta del nascondino: “chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro”. Gli occhi chiusi, la fronte appoggiata alla pietra, le mani sul viso per non vedere. E intanto le voci degli altri che correvano via cercando un posto dove sparire. L’acqua gelida della fontanella, così alta che, da bambini, per riuscire a bere bisognava alzarsi sulle punte, piegare il collo, avvicinarsi troppo al getto. E ogni volta ci si bagnava la maglietta, portandosi addosso l’alone verde delle alghe, il segno freddo dell’acqua sul petto, quella piccola distanza di chi non arriva ancora bene alle cose del mondo.

Per questo Visso non è soltanto il mio paese. È un portale di accesso. Un luogo fatto di varchi minimi, di dettagli quasi invisibili, di punti esatti in cui la memoria si apre senza chiedere permesso. Dopo dieci anni, gran parte di questi varchi è inaccessibile. Altri sono scomparsi per sempre. Mi affanno allora nella ricerca di chi possa averne portato in salvo qualcuno.

Non proprio i miei oggetti, non le mie stanze, non il mio paese. Qualcosa di più laterale e forse più possibile: un metodo, una forma, un gesto. Cerco qualcuno che abbia guardato le cose, e i luoghi, con la stessa compassione e che abbia trovato un modo per trattenerle prima che venissero disperse. Qualcuno che abbia capito che gli oggetti, gli angoli, le stanze, le superfici non sono mai soltanto oggetti, angoli, stanze, superfici, ma aperture attraverso cui una vita può tornare a farsi riconoscere.

In Katalog, Barbara Iweins fotografa e classifica ogni cosa della propria casa. Non soltanto gli oggetti belli e significativi, quelli che si mostrano senza imbarazzo, ma tutto, stanza per stanza, cassetto per cassetto: le cose utili, quelle rotte, quelle intime e quelle senza valore apparente. Senza scegliere cosa meriti memoria, per accettare che una vita sta anche nella sua massa disordinata, nei suoi oggetti incongrui, nelle cose che non avremmo mai pensato di dover difendere.

In Eindhovenseweg 56, Ton Grote compie un gesto diverso e similissimo. Dopo la morte della madre, mentre il padre comincia a svuotare la casa familiare, fotografa migliaia di oggetti appartenuti ai genitori: teiere, vecchie macchine fotografiche, prese elettriche, bicchieri, un pallone consumato. Cose qualunque. Cose usate, conservate, sopravvissute alla loro funzione. Eppure, guardate una per una, quelle cose diventano tracce di un’esistenza che mostrano il modo in cui una vita resta dispersa negli oggetti che ha toccato, nelle cose che ha scelto di tenere, in quelle che ha dimenticato di buttare.

Anche Asterusher di Michele Mari mi sembra abitare questo stesso bisogno, ma da un’altra soglia. Lì non c’è soltanto il catalogo degli oggetti: c’è la casa come luogo ambiguo dell’identità, spazio fisico e immaginario insieme, territorio chiuso del ricordo familiare e del subconscio. Le case dell’infanzia, fotografate nei loro angoli nascosti, non sono scenari, ma organismi della memoria. Luoghi che abbiamo abitato e che, a loro volta, hanno abitato noi. 

Io sento quel bisogno lì. Non il bisogno di accumulare, né quello di possedere tutto. Piuttosto il bisogno che qualcuno, da qualche parte, mi confermi che esiste questo dolore minore, quasi indegno, di cui si ha pudore. Che una bambola, una tazza, una fotografia, un gradino, una fontanella, una stanza, possono custodire un frammento di ciò che siamo stati. Perché sono state toccate, usate, guardate, dimenticate da qualcuno. Ci hanno visto passare avanti e indietro, crescere di pochi centimetri alla volta. Perché sono state dentro una relazione. Perché hanno tenuto, senza saperlo, un pezzo della nostra storia.

Che se questo dolore minuscolo ha dignità di esistere allora sta sotto il dolore grande, non al suo posto. Non pretende di essere tragedia, e proprio per questo fatica a trovare una lingua. Somiglia a un capriccio, a una malinconia infantile, a una forma privata di attaccamento. 

Per questo i lavori di catalogazione mi commuovono. Perché sostituiscono, almeno per un momento, quegli accessi che non ho più. Non restituiscono Visso, non restituiscono la mia casa, non riportano indietro gli oggetti perduti. Ma mi ricordano che esiste un modo di guardare capace di salvare almeno le tracce. Un modo per dire che niente, nemmeno la cosa più piccola, scompare davvero se qualcuno la guarda con abbastanza attenzione da riconoscerla altrove.

Forse, allora, il terremoto è soltanto la forma diversa di qualcosa che sarebbe accaduto comunque. Perché se altri sentono il bisogno di guardare gli oggetti uno per uno prima che vengano dispersi, allora questa paura non appartiene solo a chi ha visto crollare un paese. Accade a tutti, prima o poi. Accade quando capiamo che le cose non restano, che le case si svuotano, che i genitori invecchiano, che le persone muoiono, che gli oggetti vengono buttati da qualcuno che non conosce più la loro storia. Accade quando ci rendiamo conto che la memoria non è una sostanza interiore autosufficiente.

Forse io avrei catalogato comunque. Un modo per oppormi alla sparizione ordinaria. Non solo alla catastrofe, non solo alla perdita improvvisa, ma alla cancellazione lenta che accompagna ogni vita. 

Il terremoto ha tolto a questa perdita la sua gradualità. Ha reso urgente ciò che forse sarebbe arrivato più tardi. Ha trasformato in emergenza un sentimento che forse era già dentro di me: la paura che senza un oggetto, una stanza, un odore, diventi più difficile ritrovare chi abbiamo amato nel punto esatto in cui lo abbiamo conosciuto.

Allora forse non catalogo per trattenere il passato. Catalogo per non lasciare sole le persone che il tempo porta via. Per accompagnarle ancora un tratto attraverso ciò che hanno toccato, usato, lasciato, conservato. Per dire che non sono scomparse tutte insieme. Che qualcosa di loro resta disperso nelle cose, e che guardare quelle cose con attenzione è una forma minima, ostinata, di custodia.

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