La storia di Orlando Botti, che a partire dagli anni Settanta ha cercato di sindacalizzare e democratizzare la polizia dall’interno, si lega alle vicende di piazza di questi giorni e alla deriva securitaria del governo Meloni.
Ogni tanto, all’inizio degli anni Settanta, la punta del molo lungo di Imperia si popolava di un un gruppo di guardie di pubblica sicurezza. Si piazzavano lì alla fine dell’orario di servizio, si confrontavano e discutevano animatamente e sfruttavano l’ampia visuale panoramica per intercettare eventuali disturbatori con il necessario anticipo. Vestivano abiti civili, si muovevano in solitaria e usavano nomi in codice come Fedayn, Rospo, Muto, Partigiano. Dovevano evitare di essere riconoscibili per tutelare la propria incolumità.
Erano gli anni della repressione violenta delle piazze studentesche, operaie e contadine. Erano gli anni in cui il potere, ovvero la Democrazia Cristiana, dava ordine alle forze di pubblica sicurezza di lasciare campo libero ai gruppi di estrema destra, considerati l’antidoto a una presunta “minaccia comunista”. A un certo punto un gruppo di poliziotti si rese conto di averne abbastanza. Da una parte le difficili condizioni di lavoro che sfociavano nello sfruttamento, dall’altra una gestione dell’ordine pubblico improntata unicamente alla violenza e una strage di manifestanti che aumentava anno dopo anno. Orlando Botti e le altre guardie di pubblica sicurezza che si riunivano segretamente in fondo al molo lungo di Imperia facevano parte dei cosiddetti “carbonari”, il movimento clandestino che iniziò a immaginare una polizia diversa. Smilitarizzata, sindacalizzata e soprattutto democratica. Al servizio del cittadino.
Il movimento crebbe nel corso degli anni e sembrava potesse aprire le porte a una rivoluzione politica e culturale, ma quando arrivò l’agognata riforma, molti dei loro ideali vennero traditi. La nuova polizia era uguale alla vecchia polizia. E nel tempo l’eredità di quella lotta è andata persa, consegnando all’Italia i fatti del G8 di Genova, la normalizzazione degli abusi in divisa e gli scudi penali di oggi.
Nel mio libro L’ordine (Sem, 2026) ripercorro la storia di Orlando Botti dall’epoca dei carbonari fino a oggi. Con Orlando ci siamo sentiti parecchie volte e ci siamo anche incontrati nella sua Imperia. Un giorno, camminando lungo le ripide salite di Borgo Parasio, proprio lì dove si trova il commissariato teatro delle sue battaglie per la democratizzazione della polizia, mi ha detto una frase che mi è rimasta impressa. E cioè che oggi la polizia non può considerarsi un’istituzione democratica e che il modo in cui mira ad assicurare l’ordine travalica ogni tipo di buon senso. Detto da un ex poliziotto che ha passato quasi quarant’anni lì dentro fa un certo effetto.
Stavamo parlando della storia di Igor Squeo, il ragazzo di 32 anni morto nel 2022 durante un intervento di polizia nel suo appartamento nel quartiere Mecenate di Milano. Una lite in casa con un’altra persona, l’arrivo di diversi volanti, tre arresti cardiocircolatori, il suo corpo martoriato e senza vita sul lettino dell’ospedale maggiore di Milano, la diagnosi sentita e risentita di una morte naturale per overdose da cocaina, le testimonianze di agenti e soccorritori che non collimano, una madre che cerca verità e giustizia. La storia di Igor Squeo è il secondo filone narrativo, o forse il primo, il principale, che sviluppo nel libro. La storia di Squeo racconta bene come la violenza di stato di oggi, l’aria di repressione e di deresponsabilizzazione delle forze dell’ordine che stiamo respirando di questi tempi, ha radici molto lontane. Nelle ultime proteste nelle piazze italiane per il diritto allo studio e contro il carovita abbiamo visto dispositivi di dissuasione usati come armi potenzialmente letali. È il caso dei soliti lacrimogeni lanciati ad altezza uomo a Torino e dei getti degli idranti usati per scaraventare per terra le persone invece che per disperderle a Bologna. Tra le altre pratiche ci sono stati i cosiddetti caroselli, quello zigzag all’impazzata con le camionette che tanto si adoperava negli anni Sessanta e Settanta e che si credevano fosse andato perso dopo aver lasciato sul terreno morti e feriti. E poi la profilazione razziale, le offese alle persone manifestanti e le manovre a tenaglia con cui chiuderle in spazi stretti, in mezzo ai gas irrespirabili dei lacrimogeni e senza vie d’uscita.
Per trovare l’origine di una gestione dell’ordine pubblico così brutale da parte delle forze dell’ordine spesso si torno ai fatti del G8 di Genova del 2001, alla cosiddetta “macelleria messicana” all’interno della scuola Armando Diaz, ai giorni di torture ininterrotte all’interno della caserma di Bolzaneto, all’omicidio del 23enne Carlo Giuliani sull’asfalto di Piazza Alimonda. In realtà quella è solo una tappa, la più rumorosa, della caduta recente nel precipizio degli abusi di stato.
Per un decennio intero Orlando Botti e gli altri carbonari avevano rischiato vita e carriera per cambiare il corso della storia. Diverse guardie di pubblica sicurezza erano state scoperte durante le loro riunioni clandestine organizzate per discutere di democratizzazione della polizia e questo si era tradotto in perizie psichiatriche, trasferimenti punitivi e perfino arresti. Un set di misure ritorsive che non aveva spezzato le gambe a un movimento che non ne poteva più di essere usato dal potere come una marionetta educata all’odio e al manganello, peraltro in cambio di stipendi e diritti molto miseri. Quando nel 1981 arrivò infine la riforma della polizia si capì subito che poco o niente sarebbe cambiato. Nessun diritto allo sciopero, nessuna affiliazione del primo sindacato di polizia Siulp alla federazione Cgil, Cisl e Uil, nessuna limitazione del potere dei questori e quindi nessuna possibilità di separare l’attività di polizia dalla linea di governo, nessuna affermazione chiara e netta che l’istituzione avrebbe ripudiato ogni forma di violenza indiscriminata contro la cittadinanza, che andava al contrario ascoltata e tutelata. I metodi brutali delle forze dell’ordine rimasero lì dov’erano e gli anni Ottanta furono segnati da nuovi scandali, come le torture inflitte nei commissariati e nelle caserme ai danni degli ex brigatisti.
Il G8 di Genova poteva essere l’occasione per aggrapparsi a un ultimo appiglio e provare a risalire dal precipizio lungo il tracciato delle istanze riformiste segnate trent’anni prima dai carbonari. La deresponsabilizzazione delle forze dell’ordine coinvolte, i depistaggi da parte di chi aveva ricoperto posizioni all’interno dello stesso sindacato Siulp nato dalle lotte carbonare, gli scatti di carriera dei funzionari che avevano gestito l’ordine pubblico in quei giorni, sono state la condanna a morte definitiva dello spirito riformista che ci ha condotti fino ai tempi bui del presente. Un’occasione mancata, l’atterraggio che ci ha fatto smettere di dire che fino a qui andava tutto bene.
Negli ultimi anni ho incontrato parecchie volte Franca Pisano, la madre di Igor Squeo. Delle tante conversazioni che abbiamo avuto ce n’è una che trovo importante riportare qui e che suona come uno sfogo. Franca non si dà pace del fatto che la politica odierna abbia fatto della frase “sempre e comunque da parte delle forze dell’ordine” uno slogan elettorale, arrivando persino a lanciare petizioni a favore di agenti e militari coinvolti in indagini e processi e, con gli ultimi decreti sicurezza, a chiudere il cerchio introducendo le prime forme di scudo penale e altre cose come il pagamento delle spese legali per poliziotti e carabinieri.
Prima, le famiglie che si portavano sulle spalle il peso mentale ed economico della battaglia per la verità e la giustizia per i decessi occorsi in circostanze come quelle di Igor Squeo erano dimenticate dallo stato. Oggi va addirittura peggio: sono designate come nemiche della cosa pubblica, elementi d’intralcio a un disegno repressivo e securitario che pare inevitabile. Tutto questo non può che tradursi in una spirale ulteriormente regressiva. A ogni nuova forma di tutela a prescindere per le forze dell’ordine corrisponderà infatti un ulteriore passo verso la loro deresponsabilizzazione nell’esercizio delle loro funzioni. E un restringimento matematico dello stato di diritto.
“Lo scudo penale ti trasforma in una belva”, mi ha confidato Orlando Botti in uno dei nostri ultimi incontri, interrogandosi retoricamente su cosa possa avere di democratico un dispositivo di deresponsabilizzazione di questo tipo. Lui, che assieme agli altri carbonari cinquant’anni fa si è battuto per una polizia a suo modo indipendente, responsabile e al servizio del cittadino, si ritrova oggi a fare i conti, da ex poliziotto in pensione, con un’istituzione violenta e sempre più braccio armato del potere.
Negli ultimi anni la conta di persone decedute durante fermi e operazioni delle forze dell’ordine in Italia ha continuato a ingrossarsi. Le morti seguono pattern precisi che hanno a che fare con il profilo della vittima ma anche con la modalità con cui avviene l’intervento da parte di polizia e carabinieri. Igor Squeo può sembrare un’eccezione ma in realtà sono decine le altre persone morte nelle medesime circostanze, un arresto cardiocircolatorio durante le manovre di contenimento con diversi agenti a sovrastare con braccia, gambe e ginocchia il corpo di una persona in condizioni di fragilità. Abderrahim Fakir a Bologna è l’ultima storia di una lunga scia che è passata per Federico Aldrovandi, per Riccardo Magherini, per Andrea Soldi, per Riccardo Rasman e per decine di altre vite quasi dimenticate. Persone colte in momenti di fragilità e considerati come un problema securitario invece che un’emergenza sanitaria. Morte a causa di questa errata interpretazione che lo stato continua a voler ostinarsi a fare.
La risposta politica più logica da parte del potere sarebbe dovuta essere in direzione della trasparenza e della deresponsabilizzazione. Invece, sull’onda del test del G8 di Genova, si è andati nella direzione opposta. Se neanche “la più grave sospensione dei diritti umani in una democrazia occidentale” ha permesso di ripensare le polizie e il loro modus operandi è difficile aspettarsi che possa farlo qualcos’altro. Le morti durante un intervento delle forze dell’ordine, la profilazione razziale, le manganellate in faccia e i lacrimogeni sparati ad altezza persona sono le pratiche odierne che esistono e resistono sui fallimenti riformisti di ieri. E su cui la dialettica politica securitaria e gli scudi penali modellano una nuova, vecchia idea di ordine.