Vita, miracoli, qualche flop dello studio cinematografico più cool (e per molti divisivo) degli ultimi anni.
Ultime uscite al cinema
Il 5 settembre è stato presentato in anteprima – con pochi entusiasmi di critica e pubblico, a dire il vero – alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il film Primetime, dove Robert Pattinson interpreta una versione grottesca e inquietante di Chris Hansen, il giornalista che negli anni Duemila ha costruito la sua fama incastrando e facendo arrestare in diretta, nel programma televisivo To Catch a Predator, potenziali adescatori di minori. Alla regia c’è Lance Oppenheim, al suo esordio nella finzione dopo tre documentari (Some Kind of Heaven, Spermworld e Ren Faire) apprezzati dalla critica. La sceneggiatura è ispirata a un articolo di Luke Dittrich pubblicato su «Esquire» che racconta la tragedia che ha posto fine al programma. Il film ci riporta al 2006, quando gli smartphone con touchscreen capacitivo non esistevano ancora e la televisione con programmi in orari prestabiliti dettava i ritmi del pubblico in un modo difficilmente immaginabile. Il film è uscito nei cinema italiani il 15 ottobre e promette di riaprire un dibattito scomodo sulla TV-verità.
Venerdì 16 ottobre è uscito invece negli Stati Uniti il molto più atteso documentario You Can See Everything, diretto da Nathan Fielder, autore tra le altre della serie di culto The Rehearsal, e dallo stesso Lance Oppenheim. È incentrato su Elizabeth Holmes, la fondatrice di Theranos, l’azienda di tecnologia sanitaria valutata 9 miliardi di dollari nel 2014 che ha poi iniziato a crollare dall’anno dopo, quando si è scoperto che i suoi dispositivi per l’analisi del sangue non funzionavano: si trattava di una truffa. Se nelle idee iniziali il documentario avrebbe dovuto seguire Holmes e il compagno le settimane precedenti la carcerazione della donna per la frode ai danni degli investitori di Theranos, le riprese si sono poi protratte per tre anni.
Questi due film recenti, pure così diversi tra loro, hanno in comune, oltre al regista, il fatto di essere prodotti dallo stesso studio cinematografico indipendente newyorkese, che negli ultimi anni si è molto distinto, forse più che per la qualità (altalenante) dei suoi film, per l’efficacia del marketing e del branding, e che ha sì tanti ammiratori ma pure qualche detrattore: stiamo parlando di A24, il cui logo e nome sono quasi certamente familiari.
Molti dei film che A24 ha prodotto negli anni dalla sua nascita, nel 2012, hanno avuto successo, o comunque sono stati capaci di far parlare di sé. Ad esempio: Ex Machina (2014), The Witch (2015), The Lobster (2015), Room (2015), Moonlight (2016), Lady Bird (2017), Hereditary (2018), The Lighthouse (2019), Midsommar (2019), Diamanti grezzi (2019), Everything Everywhere All at Once (2022), Aftersun (2022), Past Lives (2023), La zona d’interesse (2023), Civil War (2024), Marty Supreme (2025), The Drama (2026) e Backrooms (2026).
A24 è ormai molto più di una casa di produzione: è un marchio con un’estetica molto riconoscibile, che da tempo ha superato i confini del territorio cinematografico, vendendo capi d’abbigliamento e gadget di culto. Ma se c’è chi elogia l’originalità e la stravaganza dei suoi film, c’è anche chi legge nella sua linea editoriale una formula ormai troppo codificata, con il paradosso di aver finito per omologare proprio quel cinema indipendente e di genere che aveva contribuito a rilanciare.
Nata su un’autostrada italiana
Ottenere un’intervista da Daniel Katz e David Fenkel (fondatori di A24 con John Hodges, che ha però lasciato nel 2018) non è semplice. Si dice che vogliano mantenere un profilo defilato e che amino poco parlare con la stampa, e possiamo confermare che è così, avendo noi cercato di contattarli per questo pezzo. L’ufficio stampa ci ha infatti ribadito, in modo fermo ma gentile, la linea dello studio: niente da dichiarare. Atteggiamento questo che di certo per alcuni contribuirà ad accrescere la mistica di A24, ma per altri sarà legittimamente motivo di ulteriore antipatia.
È nota la storia della nascita della casa di produzione e della scelta del nome, A24 come l’autostrada Roma-Teramo, che Daniel Katz stava percorrendo durante una vacanza con amici: “Stavamo guidando verso Roma e ho avuto come una illuminazione”. L’illuminazione era quella di fondare uno studio cinematografico che si concentrasse sui film indipendenti. Nelle fasi iniziali, limitandosi alla distribuzione e alla promozione dei film, l’azienda è riuscita a instaurare rapporti con nuovi registi, senza i rischi d’impresa che avrebbe comportato invece la produzione. Ancora oggi capita spesso che A24 acquisisca i diritti di distribuzione dei film per il Nordamerica, quindi in Italia e nel resto del mondo questi film hanno un altro distributore.
Quando è nata A24, i tre fondatori erano poco più che trentenni. Lavoravano già nel cinema, e bazzicavano da anni gli stessi circuiti newyorkesi di film indipendenti.
A24 non è nata dal nulla, ma si è inserita nel vuoto seguito a una stagione del cinema indipendente statunitense ormai conclusa. Tra la metà degli anni Ottanta e la fine degli anni Duemila, infatti, i film autoriali realizzati con budget contenuti hanno cominciato a ottenere sia l’attenzione della critica sia l’apprezzamento del pubblico. Lo studioso di cinema Michael Z. Newman ha definito questo periodo “era Sundance-Miramax”, sottolineando il ruolo del festival cinematografico Sundance e dello studio Miramax nella costruzione di un nuovo mercato per il cinema indipendente. Anche i grandi studi allora hanno iniziato a interessarsi a film economici, ma capaci di generare profitti e prestigio, e hanno creato divisioni specializzate nel produrre e distribuire film che cercassero di coniugare la sensibilità autoriale con l’ibridazione dei generi tipica del cinema indie, ma anche con le grandi star e una distribuzione estesa.
Da subito A24 ha dimostrato di avere un istinto per i film originali. E una grande capacità di venderli, soprattutto agli spettatori più giovani. Film di questo genere, ai tempi, sembravano in via di estinzione, in un mercato dominato da blockbuster, franchise, sequel e supereroi. A24 si è fatta velocemente un nome, cosa non scontata per i distributori. Nei primi anni, i film di A24 non hanno ottenuto risultati straordinari al botteghino, ma hanno attratto l’attenzione di molti appassionati, creandosi un posizionamento di nicchia, ma più allargato e trasversale.
Il primo film distribuito da A24 è stato A Glimpse Inside the Mind of Charles Swan III (2012) di Roman Coppola: un grande passo falso, massacrato da pubblico e critica. È andata meglio con il secondo film, Ginger & Rosa (2012) di Sally Potter.
Ma è con il terzo film che A24 ha iniziato ad acquisire notorietà: Spring Breakers (2012) di Harmony Korine, un grande successo negli Stati Uniti. Violento, molto discusso – anche per la sessualizzazione delle protagoniste, le ex star di Disney Channel Selena Gomez e Vanessa Hudgens, che nel film interpretano personaggi molto diversi dall’immagine pubblica che avevano –, rimane oggi probabilmente uno dei film migliori di Korine. A24, non a caso, ne aveva acquistato i diritti: il piano infatti era quello di comprare dai grandi festival i film più chiacchierati e divisivi.
Korine già consolida un’estetica poi fatta quasi maniera da A24: l’uso di un’illuminazione al neon e l’inserimento di sequenze che sembrano create apposta per diventare meme, così da poter essere condivise su internet dagli stessi spettatori-utenti, che inconsciamente pubblicizzano il film in modo completamente gratuito.
Volti noti, ruoli inediti
Dicevamo di Vanessa Hudgens e Selena Gomez. Emerge qui una caratteristica che accomuna diversi film distribuiti o prodotti da A24: stravolgere l’immagine di una grande star. La presenza di un interprete famoso svolge una funzione promozionale ambivalente: se da una parte offre al film un volto immediatamente riconoscibile, importante per attirare spettatori al di fuori della cerchia cinefila, dall’altra può avere un effetto spiazzante se l’attore interpreta un ruolo incompatibile con la sua immagine pubblica.
Nulla di nuovo, in fondo: sono molte le star hollywoodiane che nel corso dei decenni hanno cercato di sfuggire alle rigide e asfissianti aspettative del pubblico abbracciando ruoli inaspettati e/o controversi. A24, consapevole di questa vecchia regola di Hollywood, l’ha semplicemente sfruttata. Il pubblico vuole la star? Diamogliela, ma rendiamola irriconoscibile ai suoi occhi. Emma Watson e Daniel Radcliffe, famosi per la saga di Harry Potter, hanno poi interpretato ruoli tutt’altro che rassicuranti per i loro fan: Watson ha recitato in Bling Ring (2013) di Sofia Coppola, dove è una ragazza fissata con le celebrità che, insieme a una banda di coetanei, deruba le case delle star di Hollywood; Radcliffe, in Swiss Army Man (2016) di Daniel Kwan e Daniel Scheinert, è un cadavere e flatulente. Entrambi i film sono A24. Per fare qualche altro esempio: Adam Sandler, protagonista di commedie spesso leggere o demenziali (ma anche di film come Ubriaco d’amore di Paul Thomas Anderson), in Diamanti grezzi (2019) di Josh e Benny Safdie è un gioielliere e giocatore d’azzardo compulsivo. Brendan Fraser, reso celebre da blockbuster come La Mummia, si è trasformato in The Whale (2022) di Darren Aronofsky in un uomo gravemente obeso e isolato. Hugh Grant, noto per commedie britanniche come Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill e Love Actually, in Heretic (2024) di Scott Beck e Bryan Woods interpreta un manipolatore inquietante e minaccioso. E si potrebbe continuare.
Insomma, dietro a molte delle più clamorose (anche solo mediaticamente) prove d’attore degli ultimi anni, c’è A24.
Le notti degli Oscar
Il 2016 ha segnato l’inizio dell’ascesa di A24, perché durante la notte degli Oscar ha vinto i suoi primi premi: Brie Larson si è aggiudicata il premio alla miglior attrice per la sua interpretazione in Room (2015) di Lenny Abrahamson ed Ex Machina (2015) di Alex Garland ha vinto il premio ai migliori effetti speciali, una sorpresa visto che il film era costato solo 15 milioni di dollari e gareggiava con blockbuster del calibro di Mad Max: Fury Road, The Martian, Star Wars – Il risveglio della Forza e Revenant – Redivivo.
Nel 2016 A24 ha prodotto il suo primo film, Moonlight di Barry Jenkins, che racconta la vita difficile di un afroamericano omosessuale a Miami. Nel 2017 il film ha vinto tre premi Oscar: per il miglior attore non protagonista (Mahershala Ali), per la miglior sceneggiatura originale e, soprattutto, per il miglior film, dopo la gaffe epocale dove, per colpa di una busta sbagliata, La La Land era stato erroneamente annunciato come vincitore.
Ma se il 2017 è stato l’anno del primo Oscar vinto per il miglior film, la svolta per A24 è arrivata nel 2023, con una vittoria senza precedenti durante la notte degli Oscar. Everything Everywhere All at Once (2022) di Daniel Kwan e Daniel Scheinert, un film che immagina l’esistenza di tanti universi paralleli quante sono le scelte che la protagonista avrebbe potuto compiere nella sua vita, e che sfrutta il caos del multiverso per parlare della complessità dei rapporti di una famiglia cinese immigrata negli Stati Uniti, si è aggiudicato sette statuette, inclusa quella per il miglior film. A24 ha vinto anche il premio al miglior attore grazie all’interpretazione di Brendan Fraser in The Whale (2022) di Darren Aronofsky. A24 è stato il primo studio a vincere, nello stesso anno, l’Oscar al miglior film, alla miglior regia e i premi in tutte e quattro le categorie di recitazione (miglior attore/attrice, miglior attore/attrice non protagonista). Anche per questo è stata inserita da «Time» tra le 100 aziende più influenti del 2023. Ma quella notte degli Oscar ha dato nell’occhio agli addetti al settore anche ciò che non è successo: Searchlight Pictures e Focus Features, gli studi che negli ultimi anni erano stati un punto di riferimento per il cinema indipendente più ambizioso, non hanno vinto neanche un Oscar.
Le idee al primo posto
A24 lascia grande libertà creativa ai registi, permettendo loro di realizzare film personali che contaminano i generi. Il suo catalogo comprende film diversi tra loro, per generi e stili, ma spesso uniti da tratti comuni: opere con una premessa originale, capaci di generare inquietudine o disagio, che approfondiscono temi complessi, con finali ambigui e spesso spiazzanti che restano impressi nella memoria dello spettatore. Al centro delle storie, direttamente o indirettamente, ci sono quasi sempre traumi, fragilità personali o famigliari. Le storie sono incentrate su due o tre personaggi, se non addirittura uno solo. Sono tutti film con una forte visione artistica, molto curati dal punto di vista estetico, con grande attenzione alle inquadrature e al color grading, e che a volte ricorrono a luci al neon, a colori pastello o a un’illuminazione espressionista. Il risultato è un’identità ben definita e coerente tra i film, promossi da poster con un design minimalista che facilitano il riconoscimento dello studio. Per fare un solo esempio: The Lobster (2015) di Yorgos Lanthimos è ambientato in un futuro distopico in cui i single sono costretti a recarsi in un albergo per trovare l’anima gemella in poco tempo, scaduto il quale vengono trasformati in un animale di propria scelta. I protagonisti principali sono due, un uomo e una donna, e il finale è inutile spoilerarlo perché tanto è ambiguo. I colori della fotografia, del paesaggio, dell’architettura e dell’arredamento sono molto tenui, sfumati. Il poster è un capolavoro di semplicità dell’artista Vasilis Marmatakis.
“Cerchiamo film che la nostra visione, il nostro modo di lavorare e il nostro team possano rendere qualcosa di speciale”, ha detto David Fenkel. Lui e gli altri dirigenti di A24 sono partecipi dell’intero processo creativo e produttivo: seguono da vicino le riprese, quasi come un’estensione della troupe cinematografica. I membri dello studio sono felici di fornire feedback, ha detto Ari Aster, il regista di Midsommar (2019), specificando però che non “stravolgono il DNA di un film”. La stessa filosofia guida anche la divisione televisiva di A24, che ha prodotto serie come Beef (2023-in corso) di Lee Sung Jin, Euphoria (2019-2026) di Sam Levinson e Hazbin Hotel (2024-in corso) di Vivienne Medrano.
Il regista Alex Garland sostiene addirittura che ci sia “un’era pre-A24 e un’era post-A24”. All’inizio della sua carriera, alla fine degli anni Novanta, per Garland “l’accordo era che potevi avere idee, potevi avere complessità etica, potevi avere cose che mettevano in difficoltà lo spettatore in un modo o nell’altro, ma dovevi infilarle di nascosto nel film”. Una considerazione che si riferisce all’industria dei grandi studi hollywoodiani, dove la complessità deve spesso passare attraverso le forme rassicuranti del cinema di genere o di intrattenimento. Con A24, aggiunge, “non devo più introdurre di nascosto le idee”. Forse perché A24 è uno studio davvero indipendente mentre altri, come Focus Features e Searchlight Pictures, sono divisioni di realtà più grandi, nello specifico rispettivamente di Universal e Disney. E sono state proprio Focus e Searchlight ad aver ispirato A24 nella ricerca della riconoscibilità del marchio e di uno stretto rapporto con il pubblico, caratteristiche attribuibili anche allo studio Miramax.
Nati e cresciuti online
A24 è sempre stata molto attenta ai contenuti e ai creativi nati e diventati famosi online. Ad esempio, il film Zola (2020) di Janicza Bravo è ispirato a un thread virale di Twitter. Marcel the Shell (2021) di Dean Fleischer Camp è nato su YouTube, dove Camp aveva pubblicato una nota trilogia di cortometraggi da cui è tratto il film. La regista di Sorry, Baby (2025), Eva Victor, si era fatta notare grazie a tweet e video su TikTok virali, soprattutto durante il lockdown del 2020, periodo in cui anche Jordan Firstman, regista di Club Kid (2026), era diventato celebre per dei video su Instagram.
La promozione come performance
È proprio su internet che A24 ha costruito e alimentato fin dall’inizio il culto del suo brand. A differenza della maggior parte delle case di distribuzione, A24 segue una strategia di marketing diversa dalle altre: invece che puntare su spot televisivi e inserzioni sulla stampa, l’azienda, come mi ha confermato una fonte vicina alla stessa, investe la maggior parte delle proprie risorse promozionali sulla pubblicità non tradizionale, privilegiando in particolare il digitale e i social media, puntando sul passaparola, creando campagne particolari e provando a trasformare ogni suo film in un evento, in un’esperienza collettiva. Una strategia più elegante e meno invadente di quella dei grandi studios, ma furba quanto la loro: anche la bolla di consenso costruita da A24 intorno a un pubblico selezionato è, in fondo, una macchina per generare hype e incassi. Diversa nella forma, ma non nell’obiettivo, da una proiezione in anteprima in una sala piena di influencer. Agli inizi, un grande aiuto per A24 è arrivato da Operam (non più in attività dal 2022), una startup di marketing che sviluppava algoritmi per gli studi cinematografici con lo scopo di individuare potenziali acquirenti di biglietti online. Anche lo studio creativo Watson Design Group ha fatto la sua parte. Ma soprattutto, il successo del marketing deriva dal coinvolgimento dei creatori del film durante tutta la campagna, una cosa che non fanno molti studi cinematografici. I risultati sono molto positivi: una società di venture capital sostiene di aver investito in A24 dopo aver scoperto che il 60% delle persone vanno a vedere un film dello studio solo sapendo che si tratta di un film dello studio, che per molti è più conosciuto dei registi stessi. Diversi miei amici cinefili fanno lo stesso: un nuovo film A24 è da vedere, o comunque incuriosisce. Lo studio si è costruito una reputazione abbastanza solida e i film in catalogo creano delle aspettative su quelli in uscita. Nel cinema il pubblico raramente sceglie in base alla casa di produzione come avviene invece con A24, e ad esempio va a vedere l’Odissea perché è il nuovo film di Nolan, non certo perché è di Universal.
Tra le campagne promozionali forse più riuscite e più note c’è quella per Ex Machina (2014), lanciata in occasione della proiezione del film al festival South by Southwest (SXSW) di Austin. Su Tinder era comparso il profilo di una venticinquenne chiamata Ava, come la androide protagonista del film, con una foto da giovane di Alicia Vikander, l’attrice che la interpreta. Chi faceva match con lei poi non chattava con una persona reale, ma con un bot. La conversazione si trasformava così in una sorta di test di Turing, richiamando uno dei temi centrali della pellicola, e si concludeva con l’invio del link alla pagina Instagram del film. Durante la campagna per Swiss Army Man (2016), Daniel Radcliffe ha partecipato a un tour promozionale su un autobus a due piani, accompagnato da un suo manichino realistico che richiamava il cadavere da lui interpretato nel film. Per Marty Supreme (2025), Timothée Chalamet ha preso parte a una campagna promozionale bizzarra, che si prendeva molto sul serio nel suo prendersi poco sul serio. È stata pubblicata, come se fosse trapelata accidentalmente, la registrazione di una finta riunione di marketing di A24, una videochiamata dove Chalamet propone idee pubblicitarie assurde, tra cui un dirigibile arancione, poi effettivamente realizzato. L’attore è anche comparso sul tetto della Sphere di Las Vegas, illuminata d’arancione come una gigantesca pallina da ping pong.
Il culto del brand
La forza dell’identità visiva dello studio deriva certamente anche dal suo logo, realizzato dall’agenzia creativa GrandArmy. A24 le ha chiesto di creare un’identità visiva che risultasse moderna, ma che al contempo si ispirasse esteticamente all’età d’oro di Hollywood. Il risultato è un logotipo che richiama la tipografia Art Déco di quell’epoca e un’animazione fluida, colorata e ipnotica per i titoli di testa dei film, in cui linee e forme compongono il logo per poi compattarsi e dissolversi.
La casa di produzione ha inoltre trasformato il merchandising in un elemento centrale della propria identità, puntando su gadget e su capsule collection realizzate insieme a marchi streetwear come Online Ceramics. La logica è quella del drop: prodotti in edizione limitata e in quantità ridotta messi in vendita quasi a sorpresa sull’A24 Shop e che, in diversi casi, si esauriscono rapidamente diventando oggetti da collezione. Indossare un capo d’abbigliamento di A24 significa dichiarare la propria appartenenza a una comunità di appassionati di un certo tipo di cinema, con un effetto di riconoscimento sociale e cinefilo. Nel tempo, A24 ha accumulato quel tipo di “capitale simbolico”, per usare un’espressione di Pierre Bourdieu, che trasforma un marchio in un segno distintivo e che spinge i suoi stessi affezionati a diventarne pubblicità vivente. Contribuisce certamente anche il logo, lineare e semplice, che quasi somiglia più a un marchio di moda che a quello di uno studio cinematografico, ed è carico di un’aura intellettuale abbastanza riconoscibile, e insieme abbastanza di nicchia, da funzionare come posa. Al contrario, nessuno andrebbe in giro con un cappello HBO o con lo scudo di Warner Bros. stampato sulla maglietta. Da noi in Italia succede qualcosa di simile ad A24 con Adelphi: si porta in giro la borsa di tela, facendo di fatto promozione gratuita alla casa editrice, perché essere lettori di Adelphi, per la comunità dei lettori, è cool.
Il legame con il pubblico viene coltivato anche attraverso altri canali. A24 ha lanciato un proprio podcast, privo di un conduttore fisso: ogni episodio è costruito attorno a una conversazione informale tra due protagonisti dell’industria cinematografica, e quasi sempre, ovviamente, almeno uno dei due ospiti è legato allo studio.
C’è poi l’abbonamento AAA24, un programma di membership lanciato nel 2022, per ora destinato solo ai residenti negli Stati Uniti. Di recente è stato lanciato “The Board” che, come mi ha riferito una fonte vicina ad A24, è un format video dove i creativi legati allo studio classificano e commentano i film del catalogo A24, attaccando le miniature dei poster su una lavagna magnetica. È un chiaro tentativo di seguire il successo di altri format simili, come “Closet Picks” di Criterion e “Four Favorites” di Letterboxd, azienda con la quale A24 tra l’altro ha collaborato per una serie di video.
Il risultato è un ecosistema in cui lo spettatore guarda i film, segue l’azienda, la sostiene e si sente parte di una comunità di fan, composta soprattutto da giovani.
Breve “inchiesta” cinefila
Per capire come A24 sia percepita dalla demografica di riferimento ho raccolto alcune impressioni tra i miei amici cinefili, soprattutto studenti o neolaureati all’Università di Bologna, una città molto florida dal punto di vista cinematografico, grazie all’attività della Cineteca e al festival del Cinema Ritrovato.
Il giudizio più diffuso è largamente positivo e si concentra soprattutto sulle scelte artistiche: la fotografia molto curata e riconoscibile, un uso della luce diverso da quello delle produzioni mainstream o dei blockbuster. Apprezzano la capacità di A24 di raccontare storie che a loro paiono originali. C’è chi si è spinto oltre: alcuni titoli dello studio sono dei capolavori o addirittura rientrano nei film preferiti. Il genere horror, in particolare, è stato indicato più volte come il terreno su cui A24 raggiunge i risultati più costanti.
Accanto all’entusiasmo, tuttavia, emergono anche letture più critiche, o comunque più consapevoli dei meccanismi che stanno dietro al marchio. C’è chi ha fatto notare il rovescio della medaglia delle scelte editoriali: l’inflazione di certi look e di certe strutture narrative anticonvenzionali, che rischiano di trasformarsi in una formula usurata. Alcuni sostengono che spesso il logo in apertura basti da solo a legittimare la stranezza di certi film, fino a farli inconsciamente percepire come migliori, più arditi, sperimentali e profondi di quello che sono.
Non manca poi il registro ironico, quasi affettuoso, con cui la peculiarità di alcuni titoli di A24 viene presa in giro tra amici, che credono che lo studio produca solo film criptici e strambi, comprensibili unicamente dopo una ricerca su internet. C’è anche chi cita la battuta dello scrittore Willy Staley, secondo cui A24 è l’abbreviazione di “Un ragazzo di 24 anni penserà che questo sia il miglior film mai realizzato”.
Per deridere la mia adorazione spesso eccessiva per lo studio, una mia amica, talvolta detrattrice di A24, si è lanciata in una sfida. “Te lo scrivo io un film alla A24”, mi ha detto scherzando, e poi mi ha illustrato una sua idea ironica per un film perfetto per lo studio. Si tratta di Fishers of Men (Pescatori di uomini), da girare rigorosamente in 4:3 e con un color grading dai toni prevalentemente blu. La storia è quella di un pescatore che ha perso suo fratello in mare durante una tempesta, mentre erano in barca assieme. Anni dopo la tragedia, un giorno il pescatore incontra un grande pesce che gli parla, dicendo di essere suo fratello reincarnato (si scoprirà che non è vero, è solo un inganno), e cerca di trascinarlo con sé nell’abisso. Alla fine anche il protagonista diventa un pesce, rinasce, e vive con il falso fratello pesce. È una storia sui legami famigliari, sull’elaborazione del lutto e sul suicidio, simboleggiato dalla metamorfosi acquatica. Chissà, magari lo vedremo al cinema, prima o poi. Un esordio alla regia?
Una fase di espansione
È da qualche anno che A24 è entrata in una fase di espansione, e uno degli obiettivi principali è tenere con sé i registi per tutta la loro carriera: “Questi sono rapporti sacri per noi”, ha affermato Noah Sacco, responsabile della produzione e delle acquisizioni, aggiungendo che “Non possono essere tutti grandi successi, ma ciò non diminuisce il nostro entusiasmo per questi artisti. Siamo impegnati a lungo termine con loro”. Ma se A24 cerca fedeltà, sembra che spesso i registi non facciano altrettanto e considerino lo studio un ottimo trampolino, dove iniziare la propria carriera per poi proseguire altrove, in studi più grandi. Ad esempio, Greta Gerwig è passata a Sony per girare Piccole donne (2019), poi a Warner Bros. per Barbie (2023) e ora a Sony e Netflix per Narnia – Il nipote del mago (2027). Ho contattato l’ufficio stampa della regista per porle alcune domande su A24, ma mi è stato comunicato che non era disponibile, immagino anche perché assorbita dalla post-produzione di Narnia.
Uno degli aspetti centrali della nuova fase di crescita di A24, allora, sostengono in molti del settore, sarà proprio cercare di fidelizzare più registi, finanziando i loro progetti con budget più elevati e portandoli a realizzare anche film più commerciali, ma artistici. Sembra poi inevitabile la svolta verso film più appetibili per il grande pubblico, lungometraggi d’azione o basati su proprietà intellettuali note, anche perché data la recente valutazione da 3,5 miliardi di dollari A24 non è più esattamente il piccolo studio indipendente degli inizi. Il primo film che ha segnato questo cambiamento è Civil War (2024) di Alex Garland, un blockbuster da 50 milioni di dollari che ne ha poi incassati 127 milioni. Ha fatto seguito l’ancora più costoso Marty Supreme (2025) di Josh Safdie, con un budget di 70 milioni, diventato il secondo film con maggiori incassi nella storia dello studio.
I conti non tornano
Nonostante i successi e i tratti distintivi con cui si è guadagnata spazio, A24, o meglio il suo modello, non è esente da criticità. Molte volte i film di A24 passano in sordina o hanno incassi sotto le aspettative, anche perché lo studio spesso promuove massicciamente solo alcuni dei titoli annuali, dando loro un’ampia distribuzione. Ha inoltre prodotto o distribuito molti brutti film, che si sono rivelati flop al botteghino, anche se sono perlopiù passati inosservati, persi in una marea di altri titoli, dato che A24 punta molto anche sulla quantità. Per rendere l’idea, nel 2025 Warner Bros., studio decisamente più grande di A24, ha distribuito 15 film, mentre A24 ne ha distribuiti 18. E soprattutto nei primi anni A24 non distribuiva i suoi film meno riusciti al cinema, ma li dirottava sul piccolo schermo, grazie a un accordo con l’operatore televisivo satellitare DirecTV e con Prime Video, che ha certamente contribuito ad ampliare il pubblico dello studio. Ora A24 ha un accordo esclusivo con HBO Max.
Tra i casi più recenti e noti di film poco conosciuti o con incassi sotto le aspettative c’è sicuramente Under the Silver Lake (2018), diretto da David Robert Mitchell e interpretato da Andrew Garfield. Presentato a Cannes, il film aveva raccolto un’accoglienza non entusiastica, abbastanza da spingere la produzione a chiedere a Mitchell di rimontarlo, ricevendo come risposta un fermo rifiuto. Il film è poi stato distribuito negli Stati Uniti nell’aprile 2019 e reso disponibile in streaming solo tre giorni dopo. Per quanto bizzarro e non del tutto riuscito, con il tempo Under the Silver Lake è diventato un piccolo film di culto. C’è poi Beau ha paura (2023), che ha segnato la prima grande battuta d’arresto commerciale di Ari Aster con A24. Il film, un’odissea surreale e claustrofobica sul rapporto tra un uomo adulto e la madre, con Joaquin Phoenix protagonista, si allontanava dal registro horror che aveva reso celebri Hereditary e Midsommar, puntando su un tono onirico e grottesco, dilatato in quasi tre ore di durata. A fronte di un budget stimato tra i 35 e i 50 milioni di dollari, l’incasso mondiale si è fermato appena sopra ai 12 milioni. Il caso di Beau ha paura è indicativo di un problema più ampio in cui lo studio deve evitare di incorrere: affidare budget sempre più alti a visioni autoriali radicali, senza che il pubblico generalista sia disposto a seguirle fino in fondo. Negli anni successivi sono arrivati altri inciampi, tutti con budget e star piuttosto importanti, ma incassi e qualità ben al di sotto delle aspettative: Y2K – La rivolta digitale (2024), Death of a Unicorn (2025), The Smashing Machine (2025) e Mother Mary (2026). Viene da chiedersi se la colpa dei flop e di questi esiti meno riusciti sia anche dovuta alla patina omogenea, in superficie, che hanno molti film A24: la fotografia curata, le scelte registiche particolari, le trame originali. Funziona finché resta una cornice entro cui il regista realizza qualcosa di veramente suo, ma rischia di appiattirsi quando diventa la cifra dominante, l’etichetta che precede l’opera. Che sia proprio questa riconoscibilità, da molti considerata una forza, a diventare talvolta un limite, nell’illusione che basti per fare un buon film? Ormai è fin troppo facile riconoscere un film A24: la mia amica di cui sopra, che mi deride per la mia adorazione dello studio, dopo che le ho semplicemente raccontato la sinossi di Primetime ha subito capito che si trattava di un prodotto A24.
AI24
Ma non sono tanto questi insuccessi ad aver messo a rischio il rilievo di A24. Quest’anno, proprio durante un periodo di crescita, A24 potrebbe intaccare la sua reputazione di studio che mette al centro l’originalità. A insidiarla è il rapporto sempre più stretto e controverso con l’intelligenza artificiale. La questione è in realtà retrodatabile all’aprile del 2024 quando, in occasione dell’uscita di Civil War, lo studio ha pubblicato su Instagram cinque poster promozionali che immaginavano alcune delle più note città americane devastate da una guerra civile. Per via di alcuni errori e stranezze evidenti, gli utenti si sono presto resi conto che le immagini erano generate dall’intelligenza artificiale, e le reazioni sono state in gran parte negative: c’era chi accusava lo studio di tradire proprio i valori artistici su cui aveva costruito la propria reputazione e chi si chiedeva come mai la promozione di un film sui fotoreporter, diretto tra l’altro dal regista di Ex Machina, fosse basata sull’intelligenza artificiale. Un episodio isolato, si sarebbe potuto pensare allora. Non è stato così.
Nel giugno del 2026 è stato reso noto un accordo di ricerca pluriennale tra A24 e Google DeepMind per sviluppare nuovi strumenti per la produzione e la distribuzione, compresi nuovi flussi di lavoro destinati ai registi. Inoltre, il team interno A24 Labs, guidato da Scott Belsky, ha già allo studio un progetto dedicato alla creazione degli storyboard con l’IA, progetto che probabilmente verrà affinato a seguito dell’accordo con Google. Nell’ambito della partnership, Google ha investito circa 75 milioni di dollari nello studio: è la prima volta che il colosso di Mountain View acquisisce una quota in una casa di produzione cinematografica. Secondo quanto dichiarato dai due partner, l’accordo non concede a Google l’accesso ai dati né alla libreria di film e serie TV dello studio. Belsky ha spiegato che l’obiettivo è distanziarsi dall’idea di un’intelligenza artificiale pensata solo per velocizzare e abbattere i costi di produzione, puntando su “usi migliori che preservino il controllo creativo”. La responsabile della comunicazione di A24 ha spiegato l’accordo come una collaborazione di ricerca a tutti gli effetti, descrivendo un lavoro fianco a fianco con i ricercatori DeepMind fatto di apprendimento, sperimentazione e costruzione condivisa di nuovi strumenti e flussi di lavoro. Alla base di questa scelta, ha detto, quasi come una giustificazione, c’è la volontà di avere voce in capitolo su come vengono definiti gli strumenti destinati agli artisti, invece che limitarsi a riceverli già pronti: “Preferiamo avere un posto al tavolo delle decisioni piuttosto che restare in disparte”. Ci ha però tenuto a ridimensionare le aspettative sui risultati concreti della partnership, ammettendo che A24 non apprezza particolarmente i risultati dell’IA visti finora a Hollywood, e che non è affatto scontato che la collaborazione porti allo sviluppo di una tecnologia vera e propria. A suo dire, si tratta soprattutto di un percorso di apprendimento e di risoluzione di problemi nei lavori dietro le quinte. Sono sulla stessa linea le parole di Demis Hassabis, cofondatore e CEO di Google DeepMind, secondo cui il modo migliore per sviluppare nuove tecnologie di IA utili agli artisti è lavorare con loro fin dall’inizio del processo creativo.
Citazionisti, non derivativi
Non tutti, però, hanno accolto l’annuncio con lo stesso ottimismo. C’è chi l’ha interpretato come l’inizio del declino di A24, ribattezzata “AI24”, e chi lo ha letto come un’operazione di immagine vantaggiosa per Google, funzionale a ripulire la reputazione dell’azienda associandola ad artisti di talento, lasciando intendere ingannevolmente che siano proprio i migliori registi a voler utilizzare gli strumenti dell’IA. L’operazione è pericolosa per un marchio costruito proprio sulla vicinanza ai registi emergenti e a un pubblico giovane, la stessa fascia demografica che guarda più criticamente l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro creativo.
La scelta di partire proprio dagli storyboard è forse dovuta al fatto che si tratta di un terreno di produzione che il pubblico non vede mai, e che permette allo studio di sperimentare la tecnologia senza legarla a contenuti generati e visibili sullo schermo, mettendo così meno a rischio la propria reputazione. È una mossa prudente, ma anche come un modo per abituare gradualmente il proprio pubblico a un rapporto con l’IA, un passo alla volta, iniziando dal punto meno esposto. Ma chi sostiene che si tratta solo di pre-produzione, e che non tocca il prodotto finale, minimizza un problema reale, perché lo storyboard prevede un mestiere e sostituirlo con uno strumento generativo significa comunque togliere lavoro a professionisti.
A24 si trova oggi davanti a un bivio che riguarda la sua stessa identità. Per spiegarlo meglio si può usare proprio un’opera dello studio: la serie TV Euphoria (2019-2026) di Sam Levinson, uno dei titoli più noti del suo catalogo, che dimostra che si può essere citazionisti senza essere derivativi. Levinson attinge da decenni di cinema e immaginario visivo, ma lo fa con un gesto riconoscibile, capace di rinnovare, di trasformare le ispirazioni in qualcosa di contemporaneo. L’intelligenza artificiale generativa, che di generativo ha in realtà ben poco, si fonda invece sulla violazione sistematica della proprietà intellettuale e sulla rielaborazione di opere già esistenti. E rischia di condurre lo studio verso film e serie che finiscono per assomigliarsi tutte. Magari andando proprio incontro a quella standardizzazione che in parte A24 ha già incoraggiato. In fondo, il prompt da dare all’IA potrebbe essere molto semplice: “fammi un film A24”.