Articolo
Giordano Meacci

Tutto ciò che ho imparato da “Il nome della rosa”, forse

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Quarant’anni fa arrivava nelle sale italiane “Il nome della rosa” Jean-Jacques Annaud. Dal film, nuovi lettori sono risaliti al bestseller di Umberto Eco e hanno così approcciato una costellazione di riferimenti, dal medioevo a Borges, e dalla Biblioteca di Alessandria a Joyce, che da noi ha segnato un’intera stagione culturale.

Per E. e E.

“Allora si possono dire verità superiori
mentendo quanto alla lettera,” dissi.


Adso da Melk , “Il nome della rosa”

Paragrafo Zero

Il 17 ottobre del 1986 – oggi: quarant’anni fa – usciva nelle sale italiane Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud; a quasi sei anni dalla prima pubblicazione del romanzo (nel settembre del  1980).

Con Sean Connery nella parte di frate Guglielmo da Baskerville; e Christian Slater in quella di Adso da Melk. La sceneggiatura era stata scritta, insieme con Birkin (Andrew, non Jane), Franklin (Howard, non Benjamin) e Godard (Alain, non Jean-Luc): anche da Gérard Brach. Il genio in compartecipazione del Polanski (tra gli altri) di Repulsion, Cul-de-sac e L’inquilino del terzo piano.

Me la ricordo, l’uscita, per due motivi: la conferma referenziale data, ora, dalla lettura della scheda relativa al film su wikipedia. E il fatto che, proprio in quei giorni (e proprio perché m’ero avventurato alla scoperta del romanzo sulla base dei preannunci tardoestivi del film) stavo leggendo Il nome della rosa di Umberto Eco.

All’età di quattordici anni e undici mesi; a poco più di due settimane dall’inizio del quinto ginnasio.

Se mi concentro, mi ricordo ancora il pomeriggio d’inizio ottobre – forse il 2, forse il 3 – in cui sono andato alla Cartolibreria Caracuzzo di via Col di Lana 118-120: a Ciampino. E in vetrina ho ritrovato la stessa copia esposta che avevo già visto, quella mattina, andando alla Stazione verso il Liceo «Ugo Foscolo» di Albano Laziale.

Quella stessa copia – tascabile, rugosa di un cartoncino che poi i delfini bompiani non hanno più utilizzato: presentandosi invece con una carta più tagliente e lucida già dalla ristampa successiva – che ancora campeggia riposta (un ossimoro di cui vado fiero) nell’angolo iniziale delle librerie di Casa: proprio ora, proprio adesso che mi sto risolvendo di andare a toglierla dal suo riparo di legno e carta: proprio ora, proprio adesso. Imponèndomi di interrompere la scrittura.

E infatti èccola: la copertina di Aurelia Raffo; il castello in miniatura – è il caso di dire – al suo crollo. L’annuncio dell’appendice di Postille al romanzo dello stesso Umberto Eco. Il bordo marroncino della cornice e della costa sfibrato dai quarant’anni che la minacciano: e che però mi riporta a quell’autunno adolescenziale di allora. Un tempo in cui di lì a poco si sarebbe affacciato un – temporaneo, insostenibile – novembre umido, e piovigginoso, nell’anima vaga e smarrita dei miei quindici anni in agguato. E che però, nel ricordo, è un periodo radioso come gli autunni di foglie a Piegaro; o la prima delusione d’amore sopravvissuta ai giorni che le sono occorsi per dimenticarsi di sé.

Per la prima volta, in quel viaggio minimo e inesorabile da casa alla Cartolibreria – la stessa dove poi, nel tempo, compulsando le sue sezioni usate, avrei trovato il Dostoevskij triplice dei Karamazov e il tascabile del Ladrone di Festa Campanile ― in quei duecento metri da casa a lì e poi di nuovo a casa: io non ho comprato solo un libro. Ma il primo romanzo della mia vita scelto di là dall’eredità bibliografica avuta in sorte: l’Hemingway di mia madre e i poeti di mio padre; tutt’i libri che dai miei erano di regola passati a me per eredità indiscussa.

Per la prima volta, affascinato da una rapida impressione di bellezza, ho comprato il primo romanzo da cui sono stato scelto. E che s’è portato in dote, anche, la constatazione stordita di essere, per linea ereditaria originale – appunto – il primo, io, a essersi affacciato oltre le soglie, remote, e preziose, di quel latino di cui – giocosamente, leggermente: ma questo l’avrei capito solo più in là, negli anni – il romanzo era composto: e io ero il primo a potermente appropriare attraverso il privilegio della frequentazione ginnasiale.

Videmus nunc per speculum et in aenigmate era il San Paolo dei Corinzi e dei miei padri (e delle mie madri): che mi permetteva – dolcemente, protervamente: una somma di opposti, i primi amori, le prime letture – di oltrepassare lo specchio di una genealogia semisconosciuta, nel tempo, che trasformava il ritmo devozionale incomprensibile di un latino di chiesa in una sorta di codice segreto di cui ero – forse – in grado di procurarmi le chiavi.

La cifratura nascosta di una lingua antichissima e gelosa che si lasciava schiudere come fosse lo scrigno di una biblioteca di mostri che, però, avrei potuto esorcizzare: battezzandoli, tutti, con nomi che riuscivo a comprendere; e di cui non avrei avuto più paura.

“I mostri esistono perché fanno parte del disegno divino”, dice (dirà: nel mio ricordo di allora) Abbone a Guglielmo di fatto proibendogli l’entrata nella Biblioteca, “e nelle stesse orribili fattezze dei mostri si rivela la potenza del Creatore. Così esistono per disegno divino anche i libri dei maghi, le kabbale dei giudei, le favole dei poeti pagani, le menzogne degli infedeli. È stata ferma e santa convinzione di coloro che hanno voluto e sostenuto questa abbazia nei secoli, che anche nei libri menzogneri possa trasparire, agli occhi del lettore sagace, una pallida luce della sapienza divina. E perciò anche di essi la biblioteca è scrigno. Ma proprio per questo, capite, essa non può essere penetrata da chiunque”.

Lo spauracchio possessivo del potere e della censura: e però già a pagina 46 io ridevo. Perché, attraverso lo specchio in cui guardavo, ecco che si trasformavano in parole tutte le declinazioni di un numero imprecisato di medioevi trascorsi.

1. Quello che ho imparato di filologico e di giocoso dal Nome della rosa

Solo dopo un numero imprecisato di letture del romanzo, nel tempo: credo – ma è atto di fede nella letteratura riletta – di avere intercettato un elenco sempre crescente di citazioni, interpolazioni, divertimenti di lettore e di erudito: tutta le costellazioni di pagine, da libro a libro, di secolo in secolo, che Eco fa vorticare, ellitticamente, nella sua biblioteca composta “di brani, citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri” che però, una volta trascritti nell’universo recluso del libro: prendono vita, ogni volta, regalando un varco nuovo alle suggestioni (e, volendo, alla rincorsa sempre aperta di una qualche interpretazione che ci emozioni; o, perché no?, di un’emozione che ci interpreti).

Quello che però mi accadde, in quell’ottobre di quarant’anni fa: fu di venire a conoscenza, con gusto (e una fascinazione che rèlego, proteggendola, nel punto più luminoso della mia formazione di lettore): della possibilità date dal giocare con il mondo, con la vita e con i libri: per cercare di ricompaginare i quinterni di un’altra vita, di un altro mondo; di un altro libro.

Mentre mi lasciavo fluire dalla dotta trouvaille del manoscritto di Adso (naturalmente, un manoscritto: tìtola la premessa d’autore); mentre mi esponevo alle gioie visive del disegno puntuale e rigoroso dell’Abbazia (e, mi accorgo ora, con quanto divertimento, poi, nel mio primo romanzo, ho manipolato i confini cartografici di Umbria e Toscana per dare un quadro di riferimento alla Corsignano della mia immaginazione) ― mentre, in sostanza, mi lasciavo irretire dall’idea di poter scrivere l’incipit di un incipit trasformandolo in qualcosa d’altro e di diverso (se è vero – com’è vero – che uno è il Verbo presso Dio dell’inizio di Giovanni; e un altro è invece quello dato dalla citazione ispirata che ne fa Adso al primo rigo): intanto filtrava, dalle pagine, un’idea di tempo carpiato e circolare che riportava al presente che vivevo il passato che studiavo; e intanto lo trasformava in futuro mentre leggevo.

Intuivo, in un certo senso, quanti libri si fossero dati appuntamento nei righi vergati da Adso. Sia quelli che appartenevano al patrimonio di gusto e di pratica di un qualsiasi dotto benedettino del Trecento (perché l’Adso del romanzo è benedettino; francescano – come Guglielmo – è solo l’Adso di Annaud); sia quelli che non erano ancora stati scritti, quando Adso ricordava: ma ugualmente gli appartenevano come una memoria futura ritornata sui suoi passi pronta per farsi profezia.

Così, in quella prima lettura, mi arrivava  il gioco sul casato di Guglielmo. E mi dicevo (poi ci furono saggi; e precisazioni: e divagazioni critiche: ma allora per me queste erano intuizioni di cui mi gloriavo: e che intanto forgiavano quel gusto per la filologia ricostruttiva, così affine alla ricerca poliziesca borgesiana, per cui già spàsimavo prima di conoscerne il nome): che Guglielmo (William) è il nome inglese per eccellenza della Letteratura. E che Il mastino dei Baskerville rimandava esattamente a quella sovrimpressione holmesiana che fa oscillare la sagoma dell’investigatore di Conan Doyle nel secondo universo del maestro francescano.

Mi dicevo che non poteva essere un caso la congruenza tra il raccontatore – talvolta tardo, diciàmolo – Watson e il nome Adso che, ai miei occhi, germanizzava il blocco fonetico centrale del medico assistente di Holmes. (Con tanto di sonorizzazione: avrebbe poi confermato un lustro dopo lo studente di Serianni).

Il gioco che mi condizionava proiettava un cono di luce sulla mia infanzia di piombo; e ritrovavo le istanze speranzose (o terrorizzanti) della mia nascita a Monteverde negli anni Settanta negli atteggiamenti dei contestatori; o in quelle brigatistiche dei dolciniani: i Semplici e il loro Gran Fiume dell’Eresia da cui s’erano fatti travolgere, confondendo il delirio del potere e del sangue con le istanze sacrosante di giustizia.

Su tutto, mi stregava l’altalenarsi di tempi tra il presente e il passato. Almeno: le poche volte che – lettore ancora tutto da compormi; o ancora da compormi del tutto – ho riso consapevolmente di una falsa profezia. Di un fraintendimento del futuro fatto però al tempo stesso con una certa arroganza e un certo stile. Sbagliando insomma da professionisti.

“Due anni dopo veniva eletto ad Avignone il nuovo papa, Giacomo di Cahors, vecchio di settantadue anni, col nome appunto di Giovanni XXII, e voglia il cielo che mai più alcun pontefice assuma un nome ormai così inviso ai buoni” (il corsivo è, naturalmente, mio).

2. Quello che forse davvero è successo nel Paragrafo Zero

Nel paragrafo 0, ho mentito.

All’inizio per intermittenza della memoria; poi, trattandosi di un testo scritto: volutamente.

Se voglio, riesco a vedere via Col di Lana a Ciampino com’era allora, in quel lontanissimo e presente 1986. M’immagino e riscrivo le brume autunnali di quell’ottobre; le levatacce quotidiane per scalare i Castelli, superare il Lago in una ferrovia western tuttora esistente e arrivare al Liceo. Brume vere: pioggia e freddo e vento in arrivo in un tempo in cui il passaggio tra ottobre e novembre era reale: e sentito.

Ricordo quella strada e quella vetrina di nomi della rosa (due, di solito); proprio in quei giorni. Ricordo le mattine prima del tempo in cui mi svegliavo per rifugiarmi nel silenzio scricchiolante della casa ancora addormentata: per dedicarmi alla lettura del romanzo: centellinato per farlo durare; la carta sfiorata come fossi davvero un amanuense del XIV secolo; la grafia minuta della stampa (che, probabilmente, m’avrebbe poi per sempre forgiato le diottrie tanto da condizionare l’uso, adesso, del book antiqua 11 con il quale scrivo).

Il tempo si fonde, si confonde e si riscrive: ma io non posso negare di aver mentito, parlando di quella strada di Ciampino in cui, ora, la cartolibreria non esiste più.

In realtà, Il nome della rosa io l’ho comprato alla libreria Caracuzzo, sì, ma di Albano Laziale. La mitica libreria della mia giovinezza in cui ho acquistato nel tempo, tra gli altri, libri fondativi come La lepre di Cerami; o il primo Stephen King. García Márquez e L’immortalità di Kundera.

La libreria di Corso Matteotti appena a destra dalla strada in salita (arrivando) che percorrevo tutte le mattine per salire verso l’«Ugo Foscolo»; tagliando per un vicolo che, tutte le mattine, ci salutava offrendoci la meraviglia colorata delle locandine dei film in programmazione al Florida; o all’Alba radians.

E che in quei giorni offriva per l’appunto il tesoro chiaroscurato di James Bond e di Salieri dominati dagli occhi vuoti, e inquietanti, di Jorge da Burgos.

Cieco. Dèmone antitetico del gioco e del riso. Che Eco parlasse – grazie al suo effetto eco – di uno dei più grandi scrittori di tutt’i tempi: l’avrei capito di lì a poco. Inciampando (grazie a Eco) nella meraviglia dell’Aleph; e di Finzioni.

Mi “avvedevo”, scoprivo, in sostanza, come Adso, “che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero fra loro”.

PS E ancora più spesso ricreando testi in un testo: si mente per dire la verità perfetta per l’universo in cui il testo vive. Il mio primo Stephen King, Le notti di Salem: l’ho comprato nell’estate del 1987 (insieme al Diario in Bolivia di Ernesto “Che” Guevara) in un’altra libreria – che non esiste più, maledizione, anche lei – a Roma. In via delle Terme di Diocleziano. Dirimpetto all’antica carrellata di chioschi di libri della Fiera di piazza Esedra; esistente di nuovo  (anche se, purtroppo, in misura minore).

Ho mentito perché è stato solo un errore della vita che quel libro di Stephen King (in cui avrei ritrovato il paese di mia madre, i miei boschi e la vita estiva che frequentavo tra il Trasimeno e Montepulciano: e in cui sono tuttora rimaste tutte le nevi di un tempo) non sia stato comprato insieme con Il nome della rosa e La lepre. Errore minimo che Qui, almeno, s’è ricomposto testualmente in un’armonia filologica che lo ravviva.

3. Domenica è sempre domenica

La prima indagine storico-ricostruttiva della mia vita – se legata alla filologia, alla cronologia o alla curiosità compulsiva che mi sottolinea il carattere: non saprei ancora dirlo – è stata condizionata dall’arrivo di Guglielmo e di Adso all’Abbazia. Il Primo giorno.

Se ricordate (se ricordi, in realtà: perché per me chi legge sei sempre e solo tu): dopo la pianta in scala dell’Abbazia; dopo la prefazione in corsivo di Eco (in cui si ricostruisce la scoperta del manoscritto di Adso da parte dell’autore); dopo la Nota sulla scansione delle ore nel medioevo raccontato e il Prologo giovannesco di Adso: l’ora Prima del Primo giorno (Dove si arriva ai piedi dell’abbazia e Guglielmo dà prova di grande acume) comincia così: “Era una bella mattina di fine novembre. Nella notte aveva nevicato un poco, ma il terreno era coperto di un velo fresco non più alto di tre dita. Al buio, subito dopo laudi, avevamo ascoltato la messa in un villaggio a valle. Poi ci eravamo messi in viaggio verso le montagne, allo spuntar del sole».

Una prima frase – tra Orwell e Charles M. Schulz, volutamente – che sùbito localizza ma senza specificare.

Si parla di un tempo e un luogo nell’Italia premessa dal prologo in cui l’Abbazia (per me sempre maiuscola) sorge su alte montagne non troppo lontane dal mare. Lo specificherà Adso molto dopo, nel corso del romanzo, con maggiore precisione, all’ora Sesta del Quarto giorno: «Il mattino del nostro arrivo, quando già eravamo tra i monti, a certi tornanti, era ancora possibile scorgere, a non più di dieci miglia e forse meno, il mare. Il nostro viaggio era stato ricco di sorprese, perché d’un tratto ci si trovava come su di una terrazza montana che dava a picco su golfi bellissimi, e dopo non molto si penetrava in gole profonde, dove montagne si elevavano tra le montagne, e l’una ottundeva all’altra la vista della costa lontana, mentre il sole penetrava a fatica in fondo alle valli».

La bontà del luogo si ricava in varie parti del romanzo. Quando Severino l’erborista risponde alla domanda di Guglielmo, stupito nel vedere “erbe diverse e buone per climi diversi”, Verso nona del Primo giorno: «lo devo alla misericordia del Signore, che ha posto il nostro altopiano a cavallo di una catena che vede a meridione il mare, e ne riceve i venti caldi, e a settentrione la montagna più alta di cui riceve i balsami silvestri».

Dai resoconti dolciniani sapremo che Novara è “in questa parte dell’Italia, un poco più a settentrione”. E da Adso stesso che «mai come in» questo “luogo d’Italia” ha visto “così strette e repentine interpenetrazioni di mare e monti, di litorali e paesaggi alpini», mentre «nel vento che sibilava tra le gole si poteva intendere l’alterna lotta dei balsami marini e dei gelidi soffi rupestri”.

Quindi è chiaro che la localizzazione dell’Abbazia è precisa: nell’infanzia battesimale e precordiale dell’Autore stesso (per libri; e per vita).

E così, se lo spazio è vago e però precisissimo; il tempo è preciso ma vago.

L’anno è il 1327. Ce lo dice il romanzo.

Ma. Cosa si deve intendere per “fine novembre”?

La seconda quindicina del mese, almeno. Cominciamo da Qui.

Adso e Guglielmo arrivano di domenica. Il primo giorno è senz’altro domenica. La messa ascoltata nel villaggio a valle è intuitivamente caratterizzante; ma non filologicamente dirimente. La religiosità contadina di certo medioevo (la messa ascoltata prima dei campi: quando anche la domenica poteva – doveva – essere comunque giorno dedicato alla terra di là dalla distinzione settimanale) si fonde con la necessità monacale della celebrazione quotidiana a prescindere (e questo, in chiese di villaggio sempre aperte, di regola, al tempo delle dita di rosa dell’aurora).

Sono più caratterizzanti invece altre indicazioni temporali che confermano la domenica. Sùbito, già alla chiusa del capitolo Verso nona del Primo giorno: “Guglielmo chiese se avremmo trovato qualcuno nello scriptorium anche se era domenica. Severino sorrise e disse che il lavoro, per il monaco benedettino, è preghiera. La domenica gli uffici duravano più a lungo, ma i monaci addetti ai libri passavano ugualmente alcune ore lassù, di solito impiegate in fruttiferi scambi di osservazioni dotte, consigli, riflessioni sulle sacre scritture”. Questo, è dirimente.

(Le altre indicazioni: quando Guglielmo interroga il cellario e gli chiede conto della notte “tra domenica e lunedì”; il rimando alle varie fasi delle indagini ecc.: sono note di conferma accessorie, in questa indagine. Ma le diamo per conferma comunque; non si sa mai).

Quindi domenica; fine di novembre.

Stando al calendario giuliano in vigore quell’anno all’Abbazia, le due domeniche finali di novembre sono il 22 e il 29.

Tenendo conto del fatto che nel romanzo si racconta delle vicissitudini storiche di Michele da Cesena; e che si dice che la settimana dopo la deviazione litigata con Bernardo Gui sarebbe partito per Avignone (“Come ormai tutti sanno, Michele andò dal papa, la settimana che seguì i fatti che ora narro”). Tenendo conto delle stesse parole di Eco nelle sue Postille: “Ma perché si svolge tutto alla fine di novembre del 1327? Perché in dicembre Michele da Cesena è già ad Avignone” (e commenta “ecco cosa vuole dire ammobiliare un mondo in un romanzo storico”).

Sappiamo che Michele resterà in Francia fino a maggio. Ma quel che ci interessa è il dicembre di Eco. Ipotizziamo l’inizio di dicembre? Evitiamo l’a-ridosso-del-Natale. Di là dalle carte storiche: confermiamo una presenza (partendo dall’Abbazia) di Michele da Cesena ad Avignone tra il primo e il dieci dicembre del 1327. Il che, istintivamente, ci porta a sposare (insieme con un azzardo stilistico: Eco avrebbe parlato di ultimi giorni di novembre, trattandosi del 29; o la suggestione di Snoopy di cui parla nelle Postille è di per sé travalicante?) la data di domenica 22 (nella vulgata, la più accreditata) come ‘arrivo di Guglielmo e di Adso’ all’Abbazia. Lasciamo un agio largo a Michele; e l’azzardo stilistico, e contrario: diventa analisi critica. Eco sceglie il 22 (immaginiamo) perché meglio s’attaglia alla vaghezza di Snoopy rispetto alla precisione finale del 29.

Adso e Guglielmo arrivano nell’Abbazia il 22 novembre (domenica, primo giorno); la notte tra il 27 e il 28 novembre la Biblioteca e l’Abbazia vanno a fuoco; e l’abbazia arde poi “per tre giorni e tre notti” (ipotizzando l’alba del 28 novembre, sabato, come primo dei tre giorni: la notte tra il 30 novembre e il primo dicembre ci sono gli ultimi fuochi).

Diamo i numeri, quindi.

Ma tutto questo perché?

Per trovare una data perfetta, nel tempo; nell’universo in cui Guglielmo e Adso sono vivi, a ogni incipit riletto. E la Biblioteca con il suo labirinto si staglia ancora sull’altopiano a una decina di chilometri dal mare.

È importante. Perché in quelle sale (nel finis Africae) a ogni incipit (e più o meno fino alla Notte tra il Sesto e il Settimo giorno) è conservata l’ultima copia esistente del Secondo libro della Poetica di Aristotele.

4. La vita è fatta, talvolta, di lettere non spedite

Dopo la lettura del romanzo – “e la mia fascinazione” è dire poco – cercai di recuperare tutto quello che Eco aveva scritto (tutti libri dei quali l’ignoranza dei miei quasi quindici anni era compiutamente inconsapevole).

Grazie a Eco: ci furono Borges; e Joyce: e l’incantamento inconoscibile di qualche tempo dopo: i libri del Finnegans Wake (H. C. E.) nella traduzione di Luigi Schenoni (con testo a fronte).

Ci fu la meraviglia di Sugli specchi e altri saggi; il folle innamoramento per Il Pendolo (e la mia prima recensione letteraria sul giornalino della scuola «Il Rullo»).

Ma prima: a un paio di settimane dalla lettura del Nome della rosa (e la visione: ora sì: del film di Annaud): ci fu Il diario minimo.

Per cui: prima di leggere Lolita (prima di sapere della sua esistenza): ho letto Nonita, la parodia attempata di Umberto Eco (“Nonita. Nonita. Nonita. Tre sillabe, come una negazione fatta di dolcezza: No. Ni. Ta”), restandone folgorato per sprazzi. E la meravigliosa Lettera a mio figlio, che tanto ha contribuito al consolidamento della mia percezione del dubbio (e del gioco: “Così, caro Stefano, ti regalerò dei fucili. E ti insegnerò a giocare guerre molto complesse, in cui la verità non stia mai da una parte sola, in cui all’occorrenza si debbano organizzare degli otto settembre”: e vìa fino all’explicit finale che, chiunque abbia letto la Lettera: si può tenere caro).

E, infine, la Fenomenologia di Mike Bongiorno. Il testo per cui già dagli anni Sessanta Il diario minimo di Eco è diventato un libro mitizzato.

E Qui il quindicenne del Liceo «Ugo Foscolo» legge: “Quanto più è mediocre, l’uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica”.

E Qui, capìtelo (capìscimi): il giordanomeacci di quindici anni legge fraintendendo le affermazioni finali del saggio. Non importa (e questo non ha a che fare tanto con la filologia ai suoi albori quanto con la formazione caratteriale di un’adolescenza specifica) quanto abbia letto in precedenza; quanto tutto quello che Eco spiega e racconta della figura pubblica esposta di Mike Bongiorno si distanzi dalla descrizione di sé che, anche nei pomeriggi più cupi, giordanomeacci si fa.

È quell’aggettivo, maldestro: declinato nella timidezza un po’ goffa con cui – sempre lo stesso giordanomeacci – s’affaccia alla vita nella seconda metà degli anni Ottanta, neanche fosse un personaggio di Pynchon ― è quell’aggettivo che lo precìpita in un’incongruenza sospetta e devastante.

Tanto che: prende carta e penna (siamo pur sempre più o meno all’inizio del 1987): e decide di scrivere a Umberto Eco. «Caro Prof. Eco», scrive. “Ho letto ecc. ecc.”. Una premessa di rito.

Poi.

“Una sola domanda. Lei scrive ‘Quanto più è mediocre, l’uomo mediocre è maldestro’.

Intende dire che chi è maldestro è per forza mediocre; o che solo la mediocrità comporta successivamente l’essere maldestri, magari? Personalmente, sono sicuro che si possa essere maldestri senza che questo comporti alcun appiglio di mediocrità.

Mi faccia sapere, se crede.

Mi creda suo,

Giordano Meacci”

Dovrei averla ancora da qualche parte, questa lettera. Naturalmente mai spedita: e che però ricordo a memoria proprio per il tempo che mi ci è voluto a imbastirla. Per poi decidere che l’unico gesto maldestro – e quindi mediocre – sarebbe stato scrivere a Eco una lettera così.

Non l’ho fatto. Vorrà pur dire qualcosa.

(Anche se: in qualche universo scritto sono ugualmente sicuro che Eco l’ha letta. Non ha risposto, certo. Ma ci si è divertito. Smentìtemi pure, se potete. Se puoi).

5. Ancora delle profezie non avverate

Nel Nome della rosa, spesso Adso s’avventura in proiezioni del mondo nel futuro sùbito vanificate dalla sua appartenenza a un tempo e a un luogo già codificati – e incistati – in lui (per nascita, o per cultura).

“Mi sentii confuso e timoroso dei miei pensieri. Forse essi non si addicevano a un novizio che doveva solo seguire con scrupolo e umiltà la regola, per tutti gli anni a venire ― ciò che poi ho fatto, senza pormi altre domande, mentre intorno a me sempre più il mondo sprofondava in una tempesta di sangue e follia”. Così l’Adso invecchiato racconta l’ora Terza del Terzo giorno fingendosi nei panni di quel novizio che girellava per l’Italia insieme con il suo maestro. Senza pormi altre domande.

“Adso è stato molto importante per me”, racconta Eco. “Sin dall’inizio volevo raccontare tutta la storia (coi suoi misteri, i suoi eventi politici e teologici, le sue ambiguità) con la voce di qualcuno che passa attraverso gli avvenimenti, li registra tutti con la fedeltà fotografica di un adolescente, ma non li capisce (e non li capirà a fondo neppure da vecchio, tanto che poi sceglie una fuga nel nulla divino che non era quella che gli aveva insegnato il suo maestro). Far capire tutto attraverso le parole di qualcuno che non capisce nulla”.

E questa incapacità di comprendere (di leggere, di intelligere) la realtà di Adso si lega a filo doppio con le false profezie di cui il romanzo, divertendosi, si compone.

Abbiamo detto del paradosso di Giovanni XXIII (il papa buono con il nome inviso ai buoni).

E si continua poi in un ulteriore scarto di Adso sul papa francese (Giovanni XXII): “Francese e devoto al re di Francia (gli uomini di quella terra corrotta sono sempre inclini a favorire gli interessi dei loro, e sono incapaci di guardare al mondo intero come alla loro patria spirituale)”. Così in quattro righi chiudendo per sempre il sogno di Voltaire, Rousseau, l’illuminismo cosmopolita e la Rivoluzione Francese.

Ma non si tratta solo di questo; la genialità di volteggiare tra i riferimenti può essere anche di tipo opposto (quasi Adso, come il Rosencrantz di Stoppard, cogliesse talvolta la referenzialità di un varco tra universi senza dedùrne la portata; o semplicemente accettando il buco nella rete con grossolano empirismo). Così, descrivendo il cadavere di Severino (all’ora Sesta del Quinto giorno): “Gli occhi del poveretto, velati dal sangue scorso a fiumi dal capo, erano sbarrati e mi chiesi se fosse mai stato possibile leggere nella pupilla irrigidita, come si racconta sia avvenuto in altri casi, l’immagine dell’assassino, ultimo vestigio delle percezioni della vittima”. Ed ecco che il Dario Argento del 1971 di Quattro mosche di velluto grigio s’affaccia dal futuro e saluta Adso, come si racconta sia avvenuto in altri casi.

Malachia è “vaso di coccio tra vasi di ferro”. E il presente del 1980 di nascita è ancora pieno del sangue sparso dal terrorismo, dalle menzogne reiterate del potere di turno, dall’illusione degli sprovveduti, dal delirio incontrollato (e facilmente gestibile) di chi pensava di usare a suo modo l’ansia di giustizia che lo travalicava (magari “senza riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”).

Per questo Remigio si confessa delle sue scelleratezze giovanili con parole che potrebbero essere ripetute in un’aula di tribunale di sei secoli e mezzo dopo.

“E abbiamo bruciato e saccheggiato perché avevamo eletto la povertà a legge universale e avevamo il diritto di appropriarci delle ricchezze illegittime degli altri, e volevamo colpire al cuore», mio il corsivo, «la trama di avidità che si estendeva da parrocchia a parrocchia”.

Però. E questo è un frattale stilistico della grandezza del romanzo.

Non c’è giudizio sui personaggi; né i personaggi sono manichei.

E così, oltre allo scriba un po’ ottuso che lo accompagna, anche il genio di Guglielmo dormitat in una previsione inarrivabilmente sbagliata. All’ora Sesta del Sesto giorno.

“Abbiamo già tante verità nelle mani che il giorno che arrivasse anche qualcuno a pretender di cavare una verità dai nostri sogni, allora sarebbero davvero prossimi i tempi dell’Anticristo”.

Anche Guglielmo non può prevedere la barba bianca e i sigari (il tabacco mancherà in Europa ancora per molto) del dottor Freud.

(Anche se. Tutto e il contrario di Tutto: per capire, Guglielmo si approprierà proprio del sogno di Adso: “credo che la tua anima addormentata abbia capito più cose di quante non ne abbia capito io in sei giorni, e da sveglio…”).

Dopotutto. “Un sogno è una scrittura, e molte scritture non sono altro che sogni”.

6. Negli anni Ottanta, I contain Moltitudes

Il 30 ottobre del 1986, due settimane dopo l’uscita del film di Annaud (e una decina di giorni dopo averlo visto al cinema insieme con mio fratello Cataldo, a Roma, al cinema Quirinale: dove insieme assistemmo, a titoli di coda già avviati, a uno scambio – più una ‘sentenza’ – tra due coetanei sconosciuti di fronte a noi: “lo vedi che è come te dicevo io? Rosa era ’r nome della ragazza!“): mi ritrovai di nuovo al cinema, con mio padre, a vedere Highlander di Russel Mulcahy. Con Christopher Lambert nel ruolo di Connor MacLeod; e Sean Connery, ancora, nel ruolo immortale anch’esso di Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez, “maestro d’armi di Re Carlo V di Spagna” per voce di Pino Locchi.

A essere sinceri (ma la coincidenza d’ottobre mi sembrava, pochi righi fa, più giusta) con mio padre andammo il sabato successivo all’uscita, il primo novembre; al Royal.

Mi ricordo la folgorazione del film; lo stordimento che mi fece venir voglia di essere immortale, almeno per un periodo, nonostante la struggenza indimenticabile (e indimenticata) di Who Wants To Live Forever dei Queen (“… when love must die…”).

E la grazia precisa con cui mio padre, uscendo dal cinema, ironizzò sull’incapacità di gestione dei sottotitolisti. “Se l’Highlander è lui: a chi altro può essere riferito l’epiteto di ‘ultimo immortale’?…”. Battezzandomi per sempre la stupidità dell’eccesso didascalico; la volontà di rapprendere l’epica in una definizione dozzinale che la svilisce per poco rispetto di chi leggerà.

Comunque.

Guglielmo di Baskerville e Connor MacLeod, in quell’ottobre del 1986, si fondono al Bill Murray di Ghostbusters e a Mickey Rourke (per ora ancora solo The Motorcycle Boy e John Gray: finché non sarà definitivamente grammaticalizzato nell’Harry Angel di Parker ― e anche Qui: parliamo di quell’Ascensore per l’inferno che accompagna l’Angel Heart di partenza).

Trasformàndosi in una summa variegata di personaggi da cui mi sentivo assediato (sotto l’ègida di Han Solo – e di Indiana Jones – e di Yanez; di Rick e James Stewart e John Wayne: con alterne vicende di adesione e di allontanamento a seconda dei giorni e della pioggia in arrivo: o lontana).

E però. Se l’animo clownesco era direttamente ispirato dall’immenso Peter Venkman; se il mio modo di guardare la vita rassomigliava a quello guascone e raffazzonato di Han Solo: il tentativo di conoscenza del mondo seguiva invece l’ironia rigorosa di frate Guglielmo.

Il mio modo di leggere, credo: dipende ai suoi albori da un monaco vissuto a cavaliere tra il Duecento e il Trecento. (Come Dante Alighieri, mi viene da scrivere).

La ridicolizzazione del fanatismo (“Ecco, forse l’unica vera prova della presenza del diavolo è l’intensità con cui tutti in quel momento ambiscono saperlo all’opera…”); la natura vissuta come libro (“La neve, caro Adso, è una ammirevole pergamena sulla quale i corpi degli uomini lasciano scritture leggibilissime”); la lotta alla retorica vuota e in malafede (“Non fidarti dei rinnovamenti del genere umano quando ne parlano le curie e le corti”); e infine, l’idea stessa che per conoscere un libro bisogna leggerne moltissimi altri. E che. “Spesso i libri parlano di altri libri”.

Frammenti, frasi di cui mi sono appropriato perché – come vuole il poeta – mi servivano. Per me. Per comporre una lettera d’amore. Confortarmi in una decisione che sembrava controproducente in quel momento ma inattaccabile al vaglio dell’eternità.

Le frasi di Guglielmo; talmente piene di domande da far capire qualcosa – uno sfolgorìo, un abbaglio – anche a me; e ad Adso.

“Ora mi avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero fra loro. Alla luce di questa riflessione, la biblioteca mi parve ancora più inquietante. Era dunque il luogo di un lungo e secolare sussurro, di un dialogo impercettibile tra pergamena e pergamena, una cosa viva, un ricettacolo di potenze non dominabili da una mente umana, tesoro di segreti emanati da tante menti, e sopravvissuti alla morte di coloro che li avevano prodotti, o se ne erano fatti tramite”.

Guglielmo – per Adso, per me – come un modo per individuare da lontano (e provare a respingerli) i vannacci d’ogni tempo che si nascondono nei modi dello Jorge di turno (senza peraltro avere un briciolo della sua pur scellerata conoscenza): “E come ci sono discorsi cattivi ci sono immagini cattive. E sono quelle che mentono circa la forma della creazione e mostrano il mondo al contrario di ciò che deve essere, è sempre stato e sempre sarà nei secoli dei secoli“, il corsivo è naturalmente mio, “sino alla consunzione dei tempi. Ma voi venite da un altro ordine, dove mi dicono è vista con indulgenza anche la giocondità più inopportuna”.

7. Soprattutto il dubbio.

Ora.

Per continuare a discettare di tempo e di spazio (anche di date). Bisogna tornare a Eco e farlo parlare – libro contro libro, vita contro vita: laddove il contro restituisce solamente i significati molteplici e cangianti di versus – con la sua creatura trecentesca.

Così scrive Eco nelle Postille: “Come ho detto in qualche intervista, il presente lo conosco solo attraverso lo schermo televisivo mentre del Medioevo ho una conoscenza diretta. Quando accendevamo dei falò sul prato, in campagna, mia moglie mi accusava di non saper guardare le scintille che si levavano tra gli alberi e aliavano lungo i fili della luce. Quando poi ha letto il capitolo sull’incendio ha detto: ‘Ma allora le scintille le guardavi!’ Ho risposto: ‘No, ma sapevo come le avrebbe viste un monaco medievale'”.

E Guglielmo, quando risponde all’inizio del romanzo alle domande di Adso su come abbia fatto a riconoscere il cavallo Brunello senza vederlo: Guglielmo si appiglia al modo colto del suo tempo per interpretare la realtà: “‘Se il cavallo di cui ho inferito il passaggio”», spiega Guglielmo, “‘non fosse stato davvero il migliore della scuderia, non spiegheresti perché a inseguirlo non sono stati solo gli stallieri, ma si è incomodato addirittura il cellario. E un monaco che considera un cavallo eccellente, al di là delle forme naturali, non può non vederlo così come le auctoritates glielo hanno descritto, specie se,'” e qui sorrise con malizia al mio indirizzo, ‘è un dotto benedettino…'”.

Costringendo Adso a glossare: “Così era il mio maestro. Non soltanto sapeva leggere nel gran libro della natura, ma anche nel modo in cui i monaci leggevano i libri della scrittura, e pensavano attraverso di quelli”. 

Non è il libro: è il modo in cui lo leggi. E questo dipende da chi guarda; da chi legge. Da chi, ogni volta, scrive; e riscrive.

8. Le scritture, le riscritture

Nell’edizione del 2012 del romanzo (rivisto dallo stesso Umberto Eco) c’è una Nota in cui si parla degl’interventi fatti a distanza di più di trent’anni dalla nascita storica del Nome della rosa (correzioni minime, riscritture, variazioni di ritmo e nuove aggiunte traduttive).

Soprattutto: la nota ci dà testimonianza di un Eco rilettore di sé che, quindi, decide consapevolmente cosa tenere e cosa no all’interno dell’universo del libro; di fatto trasmigràndolo in un altro universo che a sua volta diventa l’universo proemiale a tutti gli universi successivi dati dalle singole letture e riletture del romanzo stesso.

Da Qui: mi sono trovato a segnarmi mentalmente alcune scelte di struttura o stilistiche che sono rimaste nella nuova edizione. In particolare, una tra le altre.

Che riguarda evidentemente la mia ossessione per la localizzazione temporale dell’arrivo di Adso e di Guglielmo nell’Abbazia del delitto (questo, stando alla testimonianza dell’Autore: il titolo iniziale del libro).

Proviamo a elencare.

Per Adso, arrivano in una mattinata invernale.

«E fortuna che, essendo una limpidissima mattinata invernale, la costruzione non mi apparve quale la si vede nei giorni di tempesta».

Ne parla ancora, poi (èvito Qui i riferimenti più generici alla vita del monaco, come le riflessioni sull’“ufficio di mattutino” “nelle giornate invernali”: comunque suggestivi; limitàndomi a segnalare l’inverno descritto puntualmente nelle pagine di Adso perché vissuto in quel momento): “Era appena il primo flebile annuncio dell’alba invernale, ma fu abbastanza, e fu abbastanza a rinfrancarmi il cuore la lieve penombra che nella navata ora stava sostituendo il buio notturno” (Mattutino, Secondo giorno).

E ancora: ““Frangula,” disse a un tratto Guglielmo chinandosi a osservare una pianta, che in quel giorno di inverno riconobbe dall’arbusto”. E, nel pieno della passeggiata del suo innamoramento: “Ora che passeggiavo al sole pallido e freddo di quella mattinata invernale, circondato dal fervore degli uomini e degli animali, cominciavo a ricordare gli avvenimenti passati in modo diverso”.

Per Adso, quei giorni di fine novembre del 1327 sono decisamente invernali.

Perché canuti di neve, evidentemente.

Visto che mancano (a seconda della scelta del còmputo), nel calendario giuliano di Adso, ventuno (o quattordici) giorni al Solstizio d’Inverno (il 13 dicembre, nel 1327).

Attenzione. Voglio dire come prima cosa che sono sicuro che non si tratta di un errore di calcolo.

Per continuare, mi viene in aiuto un lacerto di dialogo tra Ubertino da Casale e Guglielmo.

“Non costruire un castello di sospetti su una parola”, gli dice Ubertino.

“Non lo farei mai”, gli risponde Guglielmo.

“Ho smesso di fare l’inquisitore proprio per non fare questo. Però mi piace ascoltare anche le parole, e ci penso su”.

L’unica cosa – lo spiega Guglielmo ad Adso – è che “Occorre trovare una regola di corrispondenza”.

E quando Adso gli chiede “Trovarla dove?”, il suo maestro gli risponde: “Nella testa. Inventarla. E poi vedere se è quella vera”.

E ancora, rubando a mio piacimento tra le pagine del romanzo: è sempre Adso, di fronte ai rovelli dell’interpretazione e della conoscenza, a dire a Guglielmo (a testimonio di quel che aveva imparato): “Così si possono conoscere le cose guardandole dal di fuori!”

E però Guglielmo fa una precisazione fondamentale; indispensabile per noi.

“Le cose dell’arte, perché ripercorriamo nella nostra mente le operazioni dell’artefice. Non le cose della natura, perché non sono opera della nostra mente”.

Parliamo delle cose dell’arte.

Nelle sue preziosissime Postille del 1983, Eco scrive, a proposito della sua scelta di novembre per legare il mese e il romanzo alla vita storica di Michele da Cesena: “Ma novembre era troppo presto. Io infatti avevo anche bisogno di ammazzare un maiale. Perché? Ma è semplice, per poter ficcare un cadavere a testa in giù in un orcio di sangue”.

Per dire: l’universo che devo creare crea l’entropia precedente alla sua stessa creazione: se il creatore sono io.

Così Eco si informa; e scopre che “i maiali si ammazzano solo col freddo, e novembre poteva essere troppo presto. A meno che non mettessi l’abbazia in montagna, in modo da avere già la neve. Altrimenti la mia storia avrebbe potuto svolgersi in pianura, a Pomposa, o a Conques”.

Da Qui la neve. E la montagna. E l’Abbazia. E l’inverno percepito di Adso (perché dìtemi – dìmmi – chi mai potrebbe sostituire, a queste altezze, l’atmosfera invernale e nevosa del Nome della rosa con una qualche pace autunnale e sfiorita nonostante la singola parola edifichi un castello decisamente di qua dal solstizio?)

Nel manoscritto di Adso, il 22 novembre del 1327 rivela l’inverno in agguato; e l’inferno (che è poi solo la sordina letterale della neve che prepara l’incendio dei libri) che, senza accorgersene, sta raccontando.

9. Domenica non è sempre la stessa domenica

Perché di là da tutto, da sempre: da quell’ottobre del 1986 della prima lettura e del mio primo arrivo di Guglielmo e di Adso all’Abbazia: io mi sono figurato una domenica decisa tra le altre: battesimale, borgesiana (potrei aggiungere bibliofila e benedettina ma poi, a partire da Adso, dovrei continuare per rispetto di Eco fino alle zizzanie della zeta: per cui è meglio fermarsi Qui).

Confermàndo poi quest’idea tanto nella diffrazione invernale dell’universo del racconto; quanto delle decisioni preterintenzionali e sistematiche al tempo stesso (un altro ossimoro necessario) di chiunque scriva Letteratura.

E allora.

Alla fine del rogo. Dopo tre giorni e tre notti: torniamo all’incipit dell’introduzione di Eco al romanzo (Naturalmente, un manoscritto).

“Ho riscoperto così”, ci racconta Eco nelle Postille, “ciò che gli scrittori hanno sempre saputo (e che tante volte ci hanno detto): i libri parlano sempre di altri libri e ogni storia racconta una storia già raccontata. Lo sapeva Omero, lo sapeva Ariosto, per non dire di Rabelais o di Cervantes. Per cui la mia storia non poteva che iniziare col manoscritto ritrovato, e anche quella sarebbe stata una citazione (naturalmente). Così scrissi subito l’introduzione“, ancora un corsivo mio, “ponendo la mia narrazione a un quarto livello di incassamento, dentro ad altre tre narrazioni: io dico che Vallet diceva che Mabillon ha detto che Adso disse…”

Ora, potrei essere certamente funestato dagli anni come il vecchissimo Alinardo da Grottaferrata; e dire con lui “Non lo so, non lo so più… Sono stanco. Il calcolo è difficile”.

Ma non lo faccio.

E invece trascrivo il corsivo di Eco in incipit degl’incipit. “Il 16 agosto 1968 mi fu messo tra le mani un libro dovuto alla penna di tale abate Vallet, Le manuscript de Dom Adson de Melk, traduit en français d’après l’édition de Dom J. Mabillon (Aux Presses de l’Abbaye de la Source, Paris, 1842). Il libro, corredato da indicazioni storiche invero assai povere, asseriva di riprodurre fedelmente un manoscritto del XIV secolo, a sua volta trovato nel monastero di Melk dal grande erudito secentesco, a cui tanto si deve per la storia dell’ordine benedettino“.

Come spiega Guglielmo a Bencio: importa sempre molto capire di quali libri si parli «perché qui stiamo cercando di capire cosa sia avvenuto tra uomini che vivono tra i libri, coi libri, dei libri, e dunque anche le loro parole sui libri sono importanti».

E visto che – teste sempre il maestro di Baskerville – «I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti a indagine. Di fronte a un libro non dobbiamo chiederci cosa dica ma cosa vuol dire».

Allora. In quest’incipit corsivo. All’inizio dell’inizio. Dopo l’abate Vallet, esistente nell’universo di Adso. Il nome (luminoso, per chi si muova tra le biblioteche e i libri con la curiosa felicità di un Pierre Menard) di Jean Mabillon. Il fondatore, in sostanza, della paleografia e della diplomatica.

Vogliamo dire il santo (laico) protettore delle Biblioteche di tutt’i tempi (di là dalla sua consistenza storica secentesca, almeno in quest’universo)?

Ecco. Da sempre mi sono detto – e lo scrivo, stavolta – che se domenica dev’essere (perché è); e se novembre dev’essere (perché è): di là dal calendario giuliano di qua dall’universo di Adso.

Il Primo giorno del Nome della rosa non può cominciare il 22 novembre.

Soprattutto se giochiamo con la data del corsivo stesso messo ai margini della storia. 

5 gennaio 1980. Compleanno di Umberto Eco.

Apposto – Print the Legend – su un’introduzione che lui stesso dichiara aver scritto per prima (e diventa storicamente, filologicamente impossibile pensare a un romanzo scritto dopo il 5 gennaio e uscito nel settembre dello stesso anno: stando alla tracciatura del lavoro fatta dallo stesso Eco).

Ne ricavo che il gioco sta, anche, nella scelta di un’evidente data simbolica.

E allora. Nell’universo in cui vivono, ogni volta, Adso e Guglielmo: la domenica d’inverno in cui arrivano non è quella del 22 novembre.

È il 23.

Compleanno – e nume tutelare della Biblioteca – di Jean Mabillon. 23 novembre 1632. 

Tre secoli prima del 1932 di nascita di Umberto Eco. 5 gennaio. 23 novembre. (Che del ’32 è anche il suo opposto ― “Così Francesco insegnava alla gente a guardare le cose da un’altra parte”).

10. Tutto questo, perché?

Perché quello della Letteratura è un pluriverso in cui se le cose non corrispondono: si creano altri universi per tenerle insieme. L’importante è quanto sia bello il modo in cui, tutte le volte, le ritroviamo.

Una giostra di universi in cui l’inverno, magari, arriva prima di quando te lo immàgini; ma, a saperlo guardare, nasconde tesori infiniti sotto il mantello bianco della neve. Ed è bellissimo.

Una piccola nota bibliografica:

Questa digressione narrativa vuole essere, sostanzialmente, una lettera d’amore giocosa all’autore del Nome della rosa.

Per scriverla, i miei testi fondamentali sono stati: Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, Bompiani, in appendice «Postille a “Il nome della rosa” di Umberto Eco», 1986 [1980]; Umberto Eco, Il nome della rosa, Nuova edizione con i disegni e gli appunti preparatori dell’autore, in appendice «Postille a Il nome della rosa», «Nota all’edizione del 2012», «Disegni e appunti preparatori dell’autore» con una Nota di Mario Andreose, Milano, La nave di Teseo, 2026 [2020].

Le citazioni da Umberto Eco, Diario minimo [Nonita, Lettera a mio figlio, Fenomenologia di Mike Bongiorno] sono tratte dall’edizione Bompiani del 2001. (Non trovo più il mio primo libro di Eco dopo Il nome della rosa. Mi piace immaginarlo tra le mani di Adso, invecchiato, che – come il nonlettore del Finnegans immaginato dallo stesso Eco in un suo racconto – si chiede come sia finito questo strano libro sul piano inclinato del suo scrittoio).

***

Questo testo è stato scritto in occasione del Convegno Nel labirinto di Umberto Eco, dieci anni dopo – Con Mario Andreose, Anna Maria Lorusso, Elena Kustioukovich, Giordano Meacci e Stefano Piccardi

«Umbria Libri 2026» – Perugia (18 ottobre, ore 17.00)

Sala delle Colonne Palazzo Graziani – Corso Pietro Vannucci, 47

Evento a cura di La nave di Teseo. Con il Patrocinio della Fondazione Umberto Eco.

Giordano Meacci

Giordano Meacci è scrittore e sceneggiatore. Il suo ultimo libro è Acchiappafantasmi (Minimum Fax, 2023).

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