L’AI è ormai diffusissima per scrivere testi col risultato che capita di partecipare persino a funerali in cui il discorso di commiato è palesemente artificiale e ultimamente si sono diffusi software per “umanizzarne” la prosa. Difficile non riconoscere l’efficacia dell’AI quando serve scrivere un testo medio e prevedibile ma la letteratura, dagli albori della sua storia, non è consistita proprio in uno scarto dalla media?
Ho chiesto a ChatGPT, a Gemini e a Claude di impostare una riflessione sul tema della scrittura con l’intelligenza artificiale, e tutte e tre – naturalmente – hanno cominciato il discorso parlando proprio di AI. A quanto pare, l’arte del divagare continua a essere una prerogativa del tutto umana: e siccome penso con Hans Blumenberg che “possiamo esistere solo perché facciamo digressioni”, decido da me e parto da lontano. E da una citazione (un’altra): “Uno s’abitua a come pensa, e fa fatica a cambiare”.
Siamo negli anni della Grande Depressione. È cominciato da poche pagine l’esodo dall’Oklahoma della famiglia Joad e di quelle degli altri mezzadri sfrattati dalle loro fattorie per insolvenza nei confronti del “mostro” delle banche. Tutto un popolo forzato ad abbandonare le proprie case, il proprio lavoro: e ora in cammino nella speranza di trovare altrove una qualche forma di sopravvivenza. Tra i tanti disperati di questa carovana, anche il predicatore Casy: il più reattivo nel tentare di avviare nei suoi compagni un processo di accettazione dello stato delle cose. Qualcosa per aiutarli almeno a parole a contenere la rabbia – il Furore, che poi dà il titolo al romanzo di Steinbeck da cui è tratto tutto questo – per le loro vite stravolte; e che forse vale per tanti altri di noi, e per sempre, perché è così: uno s’abitua a come pensa, e fa fatica a cambiare.
A rifletterci, una sintesi perfetta – tanto estrema quanto puntuale – di un conflitto centrale in tutta la storia dell’umanità. La sua tendenza all’abitudine come prima necessità; e la fatica che le ha comportato sempre, al sopraggiungere di necessità nuove (tanto più quando eterodirette e imposte con la forza), ogni tipo di cambiamento.
Vale – dolorosamente – per un popolo migrante, in ogni secolo e a ogni latitudine (chi riesce a comprendere davvero, se non ci è passato, quanto sia sconvolgente essere costretti a cambiare luogo, clima, lingua: l’odore dell’aria, intorno?); ma vale anche per chi resta fermo e a migrare, per certi versi, è il mondo che aveva abitato fin lì, come è successo sempre con le grandi rivoluzioni tecnologiche.
Perché, a dispetto di una certa atavica inclinazione al misoneismo diffuso nella comunità dei suoi stessi artefici, il cambiamento (in tante forme diverse) non si è comunque mai arrestato, se è vero che dagli ominidi alle prese con un monolite nero della preistoria oggi usiamo anche nel quotidiano l’equivalente di Hal 9000, immaginato da Arthur C. Clarke e Stanley Kubrick già nel 1968.
Ma quanto può essere violento, e escludente, per tutti i non nativi digitali, l’impatto con i tanti mezzi della contemporaneità? Penso ai miei genitori, per più di settant’anni capaci di gestire con disinvoltura anche grandi questioni personali e professionali, e ora tutto insieme spauriti e spersi già solo al pensiero di dover pagare la Tari usando lo Spid. Assediati come sono da codici e password: infinite barriere d’accesso, per questa forma postmoderna di disabilità che nega il diritto a qualunque esenzione.
In ogni epoca, del resto, se stiamo alla storia della tecnologia, la comparsa di un’innovazione ha comportato sempre per contraccolpo una qualche reazione di rifiuto, come se gli esseri umani finissero per considerare una minaccia le loro stesse creazioni. Una protesta a volte organizzata, come è capitato coi luddisti inglesi agli albori della rivoluzione industriale; a volte affidata all’intervento episodico di intellettuali chiamati ad accendere almeno una luce – proprio come il predicatore Casy – nello spaesamento generale determinato da qualcosa che non si riesce a comprendere e fa paura come il treno in arrivo alla stazione di La Ciotat dei fratelli Lumière.
Memorabile per equilibrio, in questo senso, l’articolo di Luigi Pirandello sulle pagine del «Corriere della sera» nel 1929 – Se il film parlante abolirà il teatro – a proposito dell’inserimento del sonoro nel cinema: e sappiamo tutti che il teatro, pur con le sue difficoltà, a distanza di un secolo da allora continua a regalarci ancora tante emozioni (fossero anche solo quelle degli spettacoli di Antonio Rezza e Flavia Mastrella). Altrettanto fondamentali, nel suo àmbito, gli studi di Tullio De Mauro: il primo a rendersi conto del contributo che avrebbero potuto dare radio e televisione nella diffusione della lingua italiana anche nelle fasce sociali a quell’altezza ancora dialettofone.
E così, da sempre, su questi temi, la riflessione oscilla tra fazioni contrapposte di apocalittici e di integrati, secondo la definizione immortale di Umberto Eco: anche oggi utile per descrivere il dualismo in cui si dividono tutti quelli che più o meno quotidianamente si stanno esprimendo in materia di intelligenza artificiale. Che poi è quello che – finalmente – sto per fare anch’io, concentrandomi, nello specifico, sulla scrittura: senza sapere già in quale schieramento finirà per incasellarmi il ragionamento nel suo dispiegarsi (anche se sempre spero che ragionare mi porti a eluderle tutte, le caselle). E questo dubbio, mi rendo conto, potrebbe apparire come un primo segnale di posizionamento nel lato degli apocalittici. Perché la scrittura – la ricerca della parola esatta; la sintassi, su tutto: ogni aspetto della lingua che ci mette in scacco e ci costringe a una riformulazione – è una forma di organizzazione del pensiero. Se ha ragione Michele Apicella quando urla che chi parla male pensa male, c’è da credere che chi non scrive più, affidandosi alle AI, potrebbe correre il rischio prima o poi di smettere anche di pensare (sinceri: siete più stati in grado di eseguire un’operazione da quando a un certo punto a scuola vi hanno permesso di usare la calcolatrice?).
È che la scrittura, mentre si compie, genera il pensiero, perché lo costringe a confrontarsi con la sintesi e nessuna sintesi è possibile finché il pensiero non viene formulato con chiarezza: e da lì arriva, di conseguenza, anche la limpidezza della lingua.
Affidare all’AI un elenco di contenuti, in attesa che sbrogli una prima matassa di discorso, di fatto fa venir meno quell’esercizio dell’intelligenza (umana) che da sempre l’ha nutrita e fatta crescere. Anche l’intelligenza artificiale del resto cresce in base a quella umana che interagisce con lei, assorbendo di volta in volta nozioni e malizie in proporzione alla complessità delle richieste che le vengono inoltrate.
E però, e va detto da subito anche questo, più in generale, per tutti i non addetti ai lavori della scrittura, questo strumento può diventare un aiuto prezioso, che non va affatto demonizzato: a patto, però, di una meticolosa verifica delle informazioni (un po’ come dovrebbe succedere con Wikipedia) e di una qualche necessaria rielaborazione personale (almeno una digressione, insomma).
Interessante in questo senso che istituzioni importanti come Treccani abbiano avviato corsi di addestramento nell’uso dell’AI, per valorizzarne le potenzialità senza restarne sopraffatti.
Di certo questo supporto è perfino decisivo per chi è in possesso di una lingua incerta e lacunosa (punto del pareggio lato integrati). Non a caso, il presidente dell’Accademia della Crusca Paolo D’Achille si è espresso in proposito con toni tutt’altro che apocalittici, anche solo per l’utilità del mezzo nelle traduzioni.
Oggi, chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le varie AI sul mercato è in grado di imbastire un testo in un italiano corretto. E forse è anche per questo che negli ultimi tempi molte più persone di quelle che si sarebbero esposte in passato prendono coraggio a matrimoni e funerali (un binomio, moltiplicato per quattro, già reso celebre dal cinema) e si prestano a leggere una lettera per omaggiare gli sposi o per celebrare il defunto. Il risultato, molto spesso, è quello di testi impostati secondo una retorica standardizzata che molto ha a che fare col rito in generale e poco con chi del rito, nella circostanza, è il protagonista in particolare.
Benché comincino a diffondersi applicazioni pensate per umanizzare lo stile di questi scritti (da Grammarly a Humalingo), la verità è che i testi che vanno bene per tutti (per chiunque si stia sposando o debba essere ricordato da postumo) individualmente non vanno bene per nessuno, mancando di quegli elementi inveranti che secondo Vincenzo Cerami rendono un testo vivido e unico.
Di sicuro, quei testi, non vanno bene per me, quando mi capita di assistere alla loro lettura nelle cerimonie in cui sono presente: specialmente ai funerali. Perché mi mettono profondamente a disagio. Vivo, mentre li ascolto, un senso di straniamento simile a quello che per anni ho provato frequentando Lugano, per quanto il parallelo possa sembrare assurdo.
Come è noto, lì, come in tutta la Svizzera italiana, si parla la nostra lingua, per cui sulle prime si ha la sensazione di trovarsi in un posto qualunque dell’Italia Settentrionale dove siamo già stati (e questo per via dell’accento). Poi però c’è tutta una serie di dettagli – i franchi al posto degli euro, il razzismo a geografia ribaltata (dato che per i ticinesi i terroni sono i lombardi: tanto per ricordare a chi discrimina che c’è sempre qualcuno più a nord di noi) – che manda segnali d’allerta all’inconscio (un po’ come succede negli incubi). Qualcosa che non rende del tutto riconoscibile il posto che conosciamo e in cui pensavamo di essere. Ecco, proprio quello che mi succede ai funerali quando il defunto viene salutato con un’orazione funebre impostata con l’AI. Un po’ sembra che si stia parlando di lui o di lei (si ricordano i ruoli: in famiglia o nella professione), ma non c’è traccia della persona che ho conosciuto – le sue passioni, i suoi tic, i suoi difetti: qualcosa di unico, veramente vissuto – sotto la cosmesi dell’italiano pur corretto. Come se l’elaborazione del lutto avesse inizio da lì: cominciando a sottrarci il morto a parole, ancora prima che ognuno per sé realizzi di non poterlo avere più accanto in carne e ossa.
Lo so, perdersi dietro questi pensieri mentre qualcuno sta ricordando, come può, un amico, un parente che ha amato al punto da vincere le proprie timidezze, mi fa apparire cinica. E infatti, quando càpita, mi sento in colpa. So di dare più peso alla forma di quei discorsi che alle emozioni che li hanno portati a esistere (che altro dovrebbe contare in un testo se non la forma, però?). Se non fosse che, in qualche caso, è proprio accanendomi su quella che riesco a distogliere il pensiero dal dolore che nel frattempo mi attanaglia: perché, per quanto la scrittura sia importante per me, in definitiva riesco a sopportare meglio un brutto testo piuttosto che accettare la realtà brutale di una persona a cui ho voluto tanto bene e che non potrò rivedere mai più.
Anche perché: a resistere ai brutti testi purtroppo sono allenata. Alla loro struttura omologata, alle metafore pedestri. E questo, ahimè, anche quando a firmarli sono autori di fama. E qui, entrando nel merito della scrittura professionale (che sia creativa, saggistica o giornalistica), si apre tutto un altro capitolo.
Sono recenti le polemiche sollevate dal sospetto che il romanzo C’était ça ou mourir del canadese-haitiano Thélyson Orélien sia stato scritto usando l’AI (primo caso in lingua non anglosassone), al punto da essere stato escluso dal Premio Goncourt. Si tratta di un grande successo editoriale, apprezzato dalla critica e venduto in tutto il mondo, Italia compresa.
Non posso entrare nel merito della scrittura perché non ho letto il libro, né le accuse sono state dimostrate con prove certe (che, se fosse, direbbe di più dello stato della critica che dell’autore), ma di sicuro la vicenda ha portato in primo piano un tema quanto mai attuale: che cosa succede se anche gli scrittori usano l’AI? La mia risposta è netta (per quanto possa sembrare semplicistica): niente. Non succede niente. Niente che comunque non sia già successo prima dell’avvento dell’AI.
Assistiamo da tempo, nella letteratura e nel cinema, alla diffusione di strutture narrative sempre uguali, a personaggi stereotipati e ridotti a funzioni narrative. A una lingua – per restare nello specifico dell’editoria – semplificata e anemica: generica. E tutto questo col preciso intento di assecondare le esigenze di un fantomatico “pubblico” (mi sono espressa più volte su questo tema e sui rischi che comporta, visto che è un po’ una mia ossessione).
Non vedo differenze, in sostanza, tra un testo eventualmente scritto con l’AI e uno rassettato da un editor (nella lingua e nella struttura), magari anche con la complicità dell’autore. Il punto è questo.
Il punto è che l’arte, per me, sta comunque da un’altra parte. Sta – sempre – nel tentativo di sperimentare e di smarcarsi dal già noto (che è esattamente quello che, almeno fin qui, è in grado di proporci l’AI).
E parlo soprattutto delle forme e dei linguaggi. Perché i contenuti – sebbene in molti si illudano di poter cercare qualcosa di nuovo proprio lì: lo sfondo più esposto, semmai, alle tentazioni degli ideologismi (un indirizzo sicuro verso la conformità) – nelle opere destinate a restare muovono sempre dagli stessi due macrotemi fondamentali e variamente declinati: eros e thànatos.
Mi viene in mente quella storiella raccontata da Hitchcock a Truffaut dello sceneggiatore che ogni giorno si sveglia con la sensazione di aver avuto nottetempo un’idea formidabile che poi non riesce a ricordare al mattino. E allora si organizza con un taccuino sul comodino, tante volte l’idea facesse ritorno, e, quando succede, al risveglio resta deluso dall’appunto di sua mano: “ragazzo si innamora di una ragazza”.
Un aneddoto che Hitchcock usa per dire che molte idee che ci sembrano speciali poi possono rivelarsi perfino banali. E che invece a me serve per dire che tutte le idee possono essere banali se non c’è un lavoro sulla forma a renderle memorabili.
Per esempio. Quanti sono i personaggi indimenticabili che rientrano nell’estrema sintesi dell’appunto hitchcockiano? Da Paolo e Francesca a Giulietta e Romeo; da Mr. Darcy e Elizabeth Bennett; da Florentino Ariza e Fermina Daza a Heathcliff e Catherine. E se tutti loro anche a distanza di secoli ancora ci emozioniamo con le loro storie è perché Dante, Shakespeare, Austen, Márquez e Emily Brontë hanno saputo passarcele in una forma che le ha rese uniche, di là dal fatto che sempre di storie d’amore si tratta. Secondo Alberto Savinio: “Disteso in prosa ‘Amor ch’a nullo amato amar perdona’ non si ricorderebbe più”.
Ci sarà un motivo, del resto, se parliamo di Ludovico Ariosto con nome e cognome (e, a parte lui, forse solo di Boiardo e di Pulci), e invece restano perlopiù anonimi gli autori della chansons de geste (che pure, partendo dalla tradizione orale, nel Medioevo avevano fondato l’epica alla base della ricerca ariostesca), con i loro versi formulari, le descrizioni ricorrenti (gli elmi e le armature dei cavalieri): la riproposizione, appunto, sempre delle stesse gesta.
A partire dal medesimo repertorio, chi altro ha mostrato la grazia di Ariosto nell’ottava rima? Chi ha pensato di rileggere quella materia usando l’ironia?
Poi, certo: niente in contrario nella ricorsività in sé (specie se a manipolarla sono autori e registi come Richard Levinson e William Link, Steven Spielberg e John Cassavetes). Perché procura piacere, sia pure di quel tipo infantile di cui parla Eco nel già citato Apocalittici e integrati: “il meccanismo su cui riposa il godimento dell’iterazione è tipico dell’infanzia e sono i bambini quelli che chiedono di sentire non una nuova storia, bensì la storia che conoscono già e che è stata raccontata loro parecchie volte”.
La stessa disposizione d’animo che mi porta a vedere all’infinito le puntate della serie Colombo: anche se poi, a farmene innamorare per sempre, andando oltre i suoi appuntamenti ricorrenti, sono proprio i deragliamenti. Quelle scene che oggi un editor non esiterebbe un secondo a tagliare (anche solo per risparmiare sull’ingaggio delle guest), perché in sé non aggiungono nulla allo svolgimento della trama e anzi ne ritardano le svolte fondamentali. Come la scena in cui – nell’episodio con Johnny Cash, Il canto del cigno, settimo della terza stagione – un impresario funebre prova a vendere al tenente un pacchetto funerario, ricordandogli i rischi a cui continuamente lo espone il suo lavoro; o quella nella quale Joyce Van Patten (successivamente protagonista del secondo episodio della sesta stagione, Delitto d’altri tempi), suora in un’opera di assistenza ai senzatetto, scambia il tenente per uno di loro e chiede a una consorella di cercare per lui tra le donazioni un’alternativa al suo impermeabile spiegazzato (siamo qui nel secondo episodio della quarta stagione, Una mossa sbagliata, con protagonista Dick Van Dike).
Se un’AI prima o poi si mostrerà in grado di questi guizzi, niente in contrario a lasciarle fare il suo lavoro: storie buone servono sempre, chiunque o qualunque cosa sia in grado di raccontarcele bene. Ma credo che quel tempo sia ancora di là da venire.
A riprova, chiedete a ChatGPT di scrivere la storia di due amici che escono in auto per una gita fuoriporta e, fermi a un casello, si ritrovano sbalzati via dal loro mondo, risospinti in un passato lontano, costretti ad abbandonare per sempre i loro affetti, ed esposti a pericoli più o meno superati nell’epoca da cui provengono. Ne vien fuori una tragedia (ci ho provato e posso confermare). Perché è così. Se stiamo alla trama di Non ci resta che piangere, di una tragedia si tratta: che cosa c’è di più perturbante di scoprire nel finale che il treno che aveva illuso i due amici di essere tornati indietro è invece stato appena inventato da Leonardo da Vinci, seguendo le istruzioni che loro stessi gli avevano dato in un incontro precedente? Eppure, tutti noi sappiamo che stiamo parlando di un caposaldo comico del cinema degli anni Ottanta: e questo grazie al registro (alla forma) in cui quella trama (il contenuto) è declinata, anche per merito delle improvvisazioni geniali di due giganti come Troisi e Benigni. Qualcosa che un’AI non potrebbe prevedere, né un editor potrebbe tagliare in sceneggiatura (anche nella convinzione più ottusa che il pubblico non sarebbe in grado di capire).
Tutto questo per dire che l’arte, sempre, arriva dagli artisti (questi esseri speciali e fragili “come il disegno tracciato dalla polvere sulle ali di una farfalla”, per usare le parole di Hemingway su Fitzgerald): nonostante il tempo e lo spazio che gli rubano quelli che non lo sono (e lo vorrebbero essere?).
Per tutto il resto, va bene anche l’AI.