Con "Falsi amici", Claudia Durastanti decide di mettere in discussione alcune delle storie che si è sempre raccontata su di sé e la società; quelle che riguardano la mobilità sociale, l'emancipazione femminile, il desiderio e la possibilità di reinventarsi. Il risultato è una raccolta di saggi profondi e liberi, che si interrogano su ciò che crediamo di essere e che, forse, andrebbe invece ripensato. L'abbiamo incontrata per parlare di letteratura, maternità e delle promesse che hanno smesso di convincerci.
Claudia Durastanti ha messo tra parentesi la forma del romanzo per sperimentare la forma del saggio letterario in Falsi amici, il suo ultimo libro, uscito a settembre per La Nave di Teseo. Il risultato è un’opera che ricorda la scrittura di Anne Carson, fresca di Nobel, e che rappresenta una rarità nel nostro panorama letterario per la libertà con cui intreccia critica, autobiografia e letteratura.
Il sottotitolo recita: “qualcosa che ho imparato, su amore, violenza e altre sfumature del potere”, ma gli argomenti attraversati sono molti di più: dalla classe sociale alla maternità, dalla letteratura alle innumerevoli sfumature del colore rosa. È una raccolta di saggi che procede per associazioni, accostando esperienze personali, letture e riflessioni politiche, e che si interroga su come i nostri ricordi si sovrappongono alle storie che abbiamo letto, fino a rendere incerto il confine tra i veri e i falsi ricordi, e costringendoci a chiedere cosa dicano, di noi, i falsi ricordi che abbiamo costruito.
In questo senso è anche un libro che richiama Carla Lonzi, per il modo in cui fa dell’esperienza personale uno strumento di riflessione critica e politica, e invita a pensare oltre le categorie a cui siamo abituati. L’ho intervistata da Parigi, la città in cui vivo, dove molti dei temi che il libro di Claudia affronta stanno accendendo il dibattito pubblico e le strade, con manifestazioni quasi giornaliere: il diritto all’abitare, la violenza della polizia, le diseguaglianze lancinanti tra centro e periferia, la promessa mancata dell’ascensore sociale.
La mia prima domanda parte dal titolo, Falsi amici, che tu associ innanzitutto al tuo lavoro di traduttrice. Mi ha fatto pensare a come la scrittura saggistica abbia lo scopo di scoperchiare o di smascherare le apparenze. In questo senso, leggendo il tuo saggio Del maiale non si butta via niente, dedicato alla letteratura working-class, mi sono chiesta se anche questa categoria letteraria non sia un falso amico.
Per me i titoli sono predittivi. Sia La straniera sia Falsi amici mi sono arrivati come intuizioni, e i libri hanno preso una piega, una forma, in base a qualcosa che mi era arrivato più come un lampo, come suggestione. È un lavoro interessante chiedersi allora“questo titolo, questa impressione deve avere un’origine; che cosa mi dice, che cosa mi racconta?”. E quindi probabilmente il saggio è un viaggio, un’argomentazione del titolo, tant’è che “falsi amici” come espressione compare solo due volte.È stato per me un modo per per scoprire a cosa mi faceva pensare questa espressione, al di là della definizione comune, per cui due parole si somigliano formalmente e noi, fidandoci di questa somiglianza finiamo per tradurre male, vittime di a questa sorta di seduzione, inganno o abbaglio. Eppure anche a me, che sono madrelingua o bilingue, capita di prendere questi abbagli.
Si continua ad affidarsi a un significato anche quando è sbagliato.
Mi sembrava una domanda con tantissime implicazioni e conseguenze, in ambito letterario. Riguarda, per esempio, il modo in cui a volte leggiamo i classici e li fraintendiamo, per poi magari a posteriori e capire che un certo personaggio non aveva la funzione che gli avevamo attribuito, o che Cime tempestose non era veramente un romanzo d’amore. Nel libro racconto l’esempio di Lolita: io ricordavo che nel finale lui la trovasse brutta, che ci fosse un elemento di repulsione nei confronti di Lolita; l’ho riletto e ho scoperto che non era così.
Quindi, stiracchiando la metafora del falso amico, questi fraintendimenti possono riguardare anche l’ambito della letteratura working class. La letteratura working class in teoria dovrebbe avere tutta una serie di generi, sottocategorie, forme, argomenti. Però a un certo punto la letteratura working class è diventata solo letteratura dei transfughi di classe e ha smesso di essere letteratura del lavoro. È diventata semplicemente una topografia, una mappatura delle origini e della mobilità sociale. Questa narrazione può procurare abbagli che diventano allucinazioni: il racconto della working-class non può limitarsi a essere il racconto di una parabola, ideale, che si compie con la legittimazione letteraria, con l’ingresso nella borghesia della cultura.
Per me leggere Annie Ernaux è stato trasformativo, e il suo lavoro sull’autobiografia non solo mi ha fatto sentire legittimata, ma mi ha permesso di usare la prima persona anche nella saggistica, in quella zona di intersezione tra questioni politiche, sociali, economiche, di classe, di genere. Allo stesso tempo, continuare a scrivere ancora oggi sull’onda della trasformazione de Il posto, un romanzo uscito negli anni Ottanta e che racconta il dopoguerra, non può non farmi chiedere perché questo tipo di racconto, che ha poca adesione con la realtà del lavoro e della mobilità sociale attuale, oggi ci incanta ancora.
È un racconto che non vale più.
Ernaux si emancipa dalla classe, e la sua esperienza storica è stata quella di una vergogna che si è portata dietro per tutta la vita. È un sentimento suscitato dall’emancipazione dalla propria classe sociale, dall’accesso alla borghesia o, in qualche modo, al mondo del lavoro culturale, che poi è quello che spesso si racconta nelle storie dei transfughi di classe, dove il racconto trova una giustificazione in sé perché la letteratura rappresenta la destinazione finale di questo percorso.
Al contempo, capita che la letteratura non fornisca nemmeno i mezzi per vivere, e per me c’è una serie di questioni che non trovano spazio nel modello narrativo dei transfughi di classe, e più in generale della letteratura working class.
È per questo che per me questo modello è diventato un falso amico: è diventato qualcosa che ho continuato a tradurre nello stesso modo per inerzia, perché mi aveva conquistata e convinta tempo fa, ma che non descrive più una condizione fattuale. Laélia Véron e Karine Abiven hanno scritto un saggio fondamentale, Trahir et venger (La Découverte, Parigi 2024, inedito in italiano), una sorta di inchiesta sull’espressione “transfughi di classe”, che fino a Il caso Eddy Bellegueule (En finir avec Eddy Bellegueule nell’originale francese, ndr) di Édouard Louis si usava pochissimo, e poi è esplosa. Le autrici affrontano sia il tema del “declassamento” sia la necessità di tornare a raccontare il lavoro. Come sempre, in Francia il dibattito va avanti; mentre in Italia ereditiamo questi modelli in una forma nostalgica, quasi mai critica.
In un certo senso la letteratura dei transfughi nasce a partire da questa nostalgia. Con La straniera l’ho fatto anche io. Ernaux apparteneva a una piccola borghesia commerciale, mentre io venivo da una subalternità diversa, dal mondo della disabilità, dei sussidi sociali. Eppure rifarmi al suo modello ha significato compiere un’operazione di mobilità sociale: scrivere in quel modo faceva sì che io fossi legittimata. Credo che questi transfughi di classe di successo vengano presi a modello anche per questo, perché garantiscono una patente di legittimità.
Il punto d’arrivo de La donna gelata di Ernaux è passare un concorso pubblico da insegnante, che le permetterà poi di scrivere per tutta la vita potendosi mantenere: anche questo aspetto di garanzia del “posto fisso” in Francia è saltato – è quello che denunciano le proteste studentesche di questi giorni, e forse in Italia non è mai esistito. Sicuramente non esiste oggi: non c’è un lavoro che ti garantisca sussistenza, lasciando spazio a tutto il resto della vita.
Il lavoro è diventato tutta la vita.
Mi fa pensare anche a quello che scrivi sull’uso dell’ “io” come punto privilegiato da cui guardare il mondo, ma anche come rischio di ripiegamento ombelicale. Nel libro scrivi degli anni in cui lavoravi per Il Mucchio Selvaggio e parli del giornalismo di quel decennio. Ricordo che a VICE era un punto fermo, dovevi parlare di te.
Non ti chiedevi neanche perché. Io sono forse stata severa, e non volevo disconoscere il fatto che sia stata anche una forma liberatoria, che ha avuto dei suoi meriti stilistici. Si sono scritti dei pezzi caldi, intimi, e quell’esperienza era anche una risorsa. Però forse era diventato un codice, una sorta di obolo. Riconquistare una posizione di oggettività non è stato così semplice.
Per me è stato interessante accorgermi che ci fosse anche un elemento produttivo: per scrivere un pezzo su commissione è più facile partire dal prodotto “semilavorato” dell’esperienza. Poi c’è la questione delle posizioni di minoranza: se a lungo la questione è stata chi potesse permettersi di parlare di sé, ora è diventata chi possa permettersi di non farlo, di scrivere un puro romanzo, di arrivare a una posizione di produzione anziché di estrazione. Sono domande che riguardano tante cose: la politica editoriale, la forma della letteratura, che legano questioni di struttura e di sovrastruttura. E ci tenevo a raccontarle: il saggio è stato uno strumento per chiarirle innanzitutto a me stessa.
Com’è stato per te cercare di scrivere questi saggi, in cui tu, con il tuo punto di vista personale e il tuo vissuto, non scompari completamente?
Mi ero letta un pezzo sulla scrittura saggistica di Zadie Smith sul «New Yorker», in cui racconta come aveva imparato a scrivere saggi che non parlano di lei. In questo territorio di mezzo l’io può essere il punto di partenza, ma non è mai l’approdo. L’io in questi saggi a volte è un preambolo, a volte è un attraversamento, ma non è mai la destinazione finale. Non era così, invece, nella Straniera. In questo libro l’unica domanda davvero personale è quella sul rosa. Mi interessava chiedermi quanto ci si possa veramente diseducare rispetto a un’impressione originaria, perciò cito i versi di Daddy di Sylvia Plath, sullo stivale fascista in faccia. ““Every woman adores a Fascist. / The boot in the face, the brute/ Brute heart of a brute like you”. Per me è sempre stato chiaro cosa questi versi contenessero: un desiderio inconscio di sottomissione, nel consegnarsi a un sentimento di questo tipo. Adesso che ho una figlia femmina, mi chiedo con quali tipi di femminile o di maschile o di orientamenti lei si confronterà. Penso al maschile con cui mi sono formata io, mi chiedo: non rappresenterà mai una tentazione quel tipo di piacere, questo farsi carico della bruttezza dell’altro? È un percorso inevitabile nella vita delle persone, o è qualcosa che culturalmente invece si disinnesca? Una pulsione che è eterna, immanente, oppure qualcosa di culturalmente determinato? Da donna diventata madre di una bambina mi incuriosiva.
I figli si fanno anche per fare degli esperimenti. La mia analista cita sempre una frase di Jung che dice che i figli realizzano quello che i genitori, per paura, non hanno saputo compiere. Il modo in cui descrivi la maternità, questo dissolversi dell’io – che poi rispecchia l’atteggiamento del saggio – mi ha fatta pensare a una serie di questioni cristologiche. La kenosis, la rinuncia totale. Tu scrivi che dopo anni di fascinazione per Maria Maddalena hai iniziato a interessarti a Maria la madre.
Mi ha molto colpita che quando ho annunciato di essere incinta, in alcuni casi la reazione è stata una di gioia mista all’orrore. E l’orrore scaturiva proprio dall’angoscia della perdita di sé. Quella perdita per me in quel momento era un’aspirazione. Quante esperienze ci sono nella vita, che non siano esperienze necessariamente dolorose, di annientamento? Nel mio caso c’era grandissima curiosità conoscitiva, e forse in questo c’è dell’egoismo, però era la curiosità di vedere come mi sarei trasformata mettendomi da parte. Per educazione, per sopravvivenza, per il mestiere che faccio, ho sempre avuto un sé abbastanza stabile, volitivo, attorno al quale mi sono immaginata delle storie. La possibilità di smarrirmi senza ritrovarmi subito per me era un dono. L’immagine di Maria Maddalena, la prescelta, l’innamorata e l’amata, che si butta su Gesù Cristo da ragazzina mi ha scaraventata nell’idea dell’amore romantico. Ma adesso mi sembra molto più interessante l’amore della madre, che assiste alla storia. Durante un’intervista Nick Cave mi aveva citato Il testamento di Maria di Colm Tóibín, che racconta gli anni di Gesù adolescente. Ti fa capire che tormento deve essere farsi da parte anche rispetto allo svolgimento del destino di un altro, e di essere la sua ultima testimone. Era una posizione che mi incuriosiva molto esplorare, quel passaggio da protagonista a testimone.
Che poi è la conclusione di questo tuo libro, in cui alla fine scrivi che insomma, tua figlia farà la sua vita.
Per me quella è la frase più radicale di tutti i saggi contenuti nel libro: “si farà una vita sua”. Ha una dimensione per me politica, perché significa anche lasciare spazio. Una cosa che mi ha sorpresa, tornando in Italia, è quanto di questo Paese si regga sul tenere stretto il proprio posto, dare la guardia, e questa cosa del presidiare mi angoscia. Una delle cose che ho temuto di più nella mia vita era di irrigidirmi, immaginare di creare questa eredità ingombrante che non poteva sopravvivere senza la mia presenza.
Nel saggio ci sono anche dei passaggi stupendi in cui racconti che quando sei rimasta incinta avevi una voglia incredibile di violenza. Mentre leggevo, pur non essendo madre, pensavo in maniera intuitiva: “Sì, ha senso”.
Una mia amica mi ha detto che questa cosa veniva da mio padre. Come io dico nel libro, mio padre può essere un nervo che mi pulsa nello sguardo, che mi ha educata a guardare delle cose piuttosto che altre. Però io penso che siamo fatte anche per guardare più lontano, e quindi per me questo desiderio di far male, questo afflato violento che mi è venuto dalla maternità, non era del tutto riconducibile alla sua figura. Credo che dipenda dalla natura stessa della maternità, una dimensione che ti costringe a familiarizzare anche con l’onnipotenza e con l’onniscienza, con questo delirio che si innesca quando sai che puoi creare la vita.
Come se fossi Dio.
Sì, i primi mesi di gravidanza provavo anche una sorta (è una parola tremenda, nera) di compiacimento rispetto a questa condizione. Non si trattava di protezione per la bambina, ma di potere. Che è invece qualcosa che non mi ha normalmente mai affascinata, il potere mi spaventa. Quante cose ci sono nella vita, a parte il sesso, l’essere innamorata, che ti fanno sentire così, di poter spostare il mondo?
Un’altra cosa che m’interessa è l’influenza che ha avuto il tuo lavoro di curatrice di Carla Lonzi, per la collana La tartaruga de La nave di Teseo, su questo lavoro di scrittura. La tartaruga è stata una collana storica del femminismo italiano e milanese, e ne hai preso la direzione dopo la morte della sua fondatrice Laura Lepetit. Tra le prime autrici che avete ripubblicato c’è stata Carla Lonzi, e ci sono tanti aspetti del tuo saggio che mi hanno fatta pensare a Lonzi. Eppure nella tua scrittura c’è una curiosità per il maschile che supera il separatismo, lo attraversa, e poi va oltre.
Quel lavoro per me è stato centrale. E il primo libro che ho voluto fare da curatrice de La tartaruga era La bellezza del marito, di Anne Carson, che ha appena vinto il Nobel. Mi affascinava la vastità di libri inclassificabili, i saggi lirici, le prose saggistiche, pieni di una spensieratezza quasi anarchica. È stata un’ispirazione quasi inconscia. A volta l’editoria infantilizza le scrittrici, impone di avere un’ambizione secca: il memoir, il romanzo, il saggio, un formato leggibile chiaramente. Questo disordine e questa vocazione alla sperimentazione sono di Carson e sono ovviamente anche di Carla Lonzi, che è nella costellazione di scrittrici che hanno sempre fatto tutto: il diario, la poesia, la conversazione, il pamphlet. Sicuramente per me c’è stato un prima e un dopo Carla Lonzi, e la questione che mi si è posta rileggendola riguardava il femminismo e la strada che ha preso alla luce dell’esperienza separatista. Anche Lonzi più tardi scrive che l’autocoscienza deve essere di tutti, e quindi mi sono chiesta ora come si possa uscire da questa impasse con il maschile. I problemi con cui ci confrontiamo oggi mi sembrano derivare da fenomeni talmente ampi, oscuri e sistematici, che non se la prospettiva di genere ci basti da sola a renderli chiari. Mio padre, di cui racconto nei saggi, per me non è mai stato soltanto misogino, patriarcale, o interessato a far male a una donna: lo vedevo come una persona interessata a far male, prima di tutto, e che per cultura ed educazione era convinto che dal femminile, che fosse la madre, la moglie o la figlia, potesse venire una soluzione. Per me ci sono dei casi in cui bisogna saper spostare il focus su istituzioni legate alla salute mentale della collettività, della polizia o delle forze dell’ordine.
Il rischio, mi sembra, è che rimanere nel separatismo finisca per rendere la responsabilità estremamente frammentata e individuale, e rende impossibile qualsiasi azione strutturale, o collettiva.
Esatto. Mi sembra che sia impossibile portare avanti questo discorso se non si fa un discorso anche sulle istituzioni, e a volte ho l’impressione che uomini e donne, maschile e femminile, vengano lasciati soli e separati.
Nel libro c’è anche una short story che hai tradotto dall’inglese, che racconta la storia di una traduttrice di Harmony che muore mangiando le ostriche. Per forma è il testo che più si allontana dal resto di questa raccolta, perché torni in senso stretto alla narrativa. Mi chiedevo che senso ha questo racconto dentro alla raccolta, per te, e anche questo racconto tout court.
Il racconto uscì per Granta, ed era anche un tentativo di riuscire a essere romanzesca e meno analitica anche in inglese. È una storia molto ironica, comica, e che mi ha permesso di affrontare un discorso sul sesso, sul corpo, che per me era importante provare a fare. C’è uno scrittore, che ha vinto il prix Goncourt, che per vent’anni aveva tradotto romanzi Harmony. Una volta mi disse che traducendoli ci si rendeva conto di come fosse cambiato l’assetto geopolitico del mondo solo guardando come cambiavano le storie di queste donne: ora anche negli Harmony sono donne in carriera, indipendenti, mentre prima erano diseducative. Mi sono chiesta che effetto abbia avuto questa sorta di pulizia anche sull’erotico: è ancora eccitante? Traducendo The Book of Love di Kelly Link per Mercurio mi sono resa conto che è difficilissimo, ma l’innesco erotico c’è ed è potentissimo. La traduttrice della storia, invece, da questi cambiamenti geopolitici si sente messa da parte, e muore. È stato l’ultimo tassello che abbiamo inserito nel libro, perché aveva degli elementi di ritorno che erano appunto la traduzione, i falsi amici rispetto al desiderio, alla sessualità. Cesare Pavese, che è un nume tutelare di tutto il libro, o il colore e il tema del rosa, che sono preponderanti.
Nel saggio prima del fascismo, del ruolo che ha il femminile.
Mi interessa il discorso che il fascismo fa sul resettare l’ambizione del femminile: pensavo ai personaggi classici delle commedie romantiche americane, le donne in carriera che arrivano in un paesino e finiscono per innamorarsi di un uomo forte, che fa un lavoro di fatica ed è in grado di proteggerle. E loro si affidano all’uomo, abbandonando in qualche modo sé stesse. Il discorso sulle trad-wife mi ricorda questo tipo di trama. Mi sembra che stia tornando, come opzione, l’idea di un maschile che abbiamo respinto a lungo, che si debba di nuovo prendere cura di te, proteggerti, il maschio alfa. Mi sembrava che questi cambiamenti di immaginario fossero lineari, e invece forse somigliano più a delle risacche. Dopo averlo tanto respinto mi sembra che ci sia un desiderio di alfa, e io vorrei dire: va beh, c’è anche la possibilità di stare in compagnia!
Anche questo discorso legato ai ruoli e in qualche modo alla coppia mi sembra che ci riporti al lavoro: c’è stato un momento in cui l’idea della donna in carriera sembrava desiderabile. E quella promessa si è rivelata falsa, in primis perché il mercato del lavoro e il neoliberalismo non hanno mantenuto nessuna promessa, e poi perché penso che progressivamente ci siamo resi conto di quanto si somiglino, e non siano desiderabili, l’autonomia e la solitudine. E quindi per compensare adesso c’è l’idealizzazione della donna che sta a casa a fare le torte.
A me fa pensare a Julianne Moore in The Hours, che fa una torta, sale in macchina e si ammazza. Comunque, sì, è una reazione anche a quell’atteggiamento. Quando l’8 marzo sui social andava di moda scrivere di non regalare alle donne mimose, ma di farci dei bonifici, pensavo sempre che io non volevo scegliere tra nessuna delle due. Non volevo le mimose, ma non volevo neanche i bonifici. Non si può pensare a un’alternativa?