In Italia la cura degli anziani non autosufficienti si regge quasi interamente sul carico dei familiari e sul lavoro delle badanti straniere. È un sistema che muove centinaia di migliaia di persone e risorse enormi, ma che continua a funzionare attraverso un mercato privato spesso improvvisato, costi elevati per i bilanci domestici e una normativa sui caregiver che non garantisce tutele adeguate.
Sono le 9.24 del mattino del 2 agosto 2026, e sto guidando sull’autostrada A2 diretta verso la stazione di Salerno. Qui incontrerò Cristina, la nuova badante temporanea di mia madre, davanti alla chiesa del Sacro Cuore di Gesù, poco distante dall’ingresso. Avrei voluto che questo incontro avvenisse un giorno diverso, per lasciare mia madre a casa con qualcuno. Abbiamo però avuto la certezza della sua disponibilità solo quattro giorni fa, e non ho fatto in tempo. Giorgia, la referente dell’agenzia che l’ha trovata, mi dice che non si può: o prendo Cristina oggi o la perdo. Cosa potrà mai accadere in questo giorno, in questa fossa di spazio e tempo, lo capirò solo dopo.
Abbiamo cercato Cristina per sostituire Marcella, la badante che vive e assiste mia madre da tre anni, e che trascorrerà un lungo e meritato periodo di ferie altrove. Per un po’, due settimane, mi sono occupata di tutto io, e per il resto del tempo ci sarà Cristina, da sola: passeremo circa sei giorni insieme, per formarla e far abituare mia madre a una nuova presenza in casa. Io lavoro da freelance e in alcuni periodi posso svolgere le mie collaborazioni da remoto, anche se è faticoso conciliare gli impegni professionali con l’assistenza a un familiare. Mia sorella non può prendere ferie, e la soluzione è stata cercare una persona. L’abbiamo trovata: Cristina, che in realtà non si chiama così.
Il giorno prima di incontrarci, Cristina ha cambiato il suo numero di telefono: mi ha avvertito con un messaggio su Whatsapp, e mi ha inoltrato il suo nuovo numero. Quello che mi era stato dato dall’agenzia, da oggi non sarà più attivo. Forse le badanti cambiano numero di telefono a ogni incarico? Arrivo a Salerno e mi guardo in giro, fuori dall’auto, e il mio riferimento è una foto che mi ha mandato Giorgia: quella di una ragazza di statura medio-bassa, con dei jeans morbidi e una t-shirt rosa. Ai piedi, ha delle scarpe da ginnastica nere con la suola bianca, che sembrano troppo grandi per lei. Le mani sono in tasca. Accenna un sorriso: la pelle è ambrata, ha circa 30 anni, i capelli legati. Quello che so di lei è quello che vedo.
Provo empatia ancora prima di conoscerla, perché immagino cosa voglia dire per una persona di un altro Paese venire a vivere in una famiglia per due settimane, e svolgere un lavoro che lascia poco spazio per sé, in condizioni che in alcune circostanze potrebbero essere anche poco dignitose. Ma persone come lei salvano la quotidianità, e anche il lavoro, di chi ha anziani non autosufficienti in famiglia.
In auto, da Salerno verso casa, parliamo poco, per difficoltà linguistiche ma anche perché penso che il silenzio le permetta di guardarsi intorno: cosa vedono le persone quando da una città grande vengono portate in un paesino, in mezzo alle colline? Che aspettative avevano quando hanno lasciato le loro case in Moldavia, in Ucraina o, come nel caso di Cristina, a Kochi, nel Kerala, in India? Che idea avevano dell’Italia? Che effetto fa trovare una casa con un tetto di lamiera quando si affacciano dal balcone della cucina? Si sentono smarrite, o non ci fanno caso?
Il vero nome di Cristina, scopro, è Anika: il nome italiano le è stato dato dall’agenzia, per semplificare la vita delle famiglie in cui lavora. Ha 38 anni, e vive in Italia da 5 mesi. Da quando è arrivata, ha sempre lavorato come colf per una famiglia di Nocera Inferiore, e si sente dal suo italiano: declina la S come a Napoli e Salerno, in cui davanti a una consonante il suono diventa palatale, tipo sh. Trasla la E negli esortativi in una sorta di I allungata. L’acqua fresca diventa freSHCa, bevi diventa BIIV.
Quando dobbiamo scambiarci concetti complessi, comunichiamo tramite Google traduttore: imposto la lingua sul malayāḷaṁ, che è una delle principali lingue dravidiche dell’India, parlata nello stato sud-occidentale del Kerala e nel territorio di Lakshadweep. Le chiedo se ha studiato in India, e mi risponde di sì, che è laureata in sociologia. Ha un marito, e due figli di 14 e 17 anni, vivono tutti a Kochi: non sa quando tornerà, e quando li rivedrà.
Anika ci è stata mandata dalla sede di Salerno di un’agenzia che si chiama Progetto Assistenza, una rete nazionale di agenzie specializzate nell’ambito dell’assistenza domiciliare e ospedaliera dedicata ad anziani e disabili. Abbiamo avuto il contatto dalla principale impresa di pompe funebri del mio paese, che gestisce una piccola agenzia di badanti: loro non avevano signore disponibili per nostra madre, visto il periodo di Ferragosto. È normale: in estate chi lavora in maniera continuativa torna a trovare i propri parenti, se può. Già trovare una badante affidabile e competente è faticoso, trovarne una per un periodo di due settimane, e disponibile 24 ore su 24, lo è ancora di più. Negli anni scorsi, prima di trovare Marcella, abbiamo avuto contatti con diverse agenzie: le persone che ci proponevano non avevano documenti, e per questo erano costrette a farsi pagare in nero. In estate, insomma, chiudi un po’ gli occhi e speri che la persona che arrivi non ammazzi tua madre, e che sappia nutrirla.
Mia sorella non ha guardato il sito dell’agenzia, perché di base qui in paese sono ancora abituati al passaparola, per tutto. Allora lo faccio io: Serena Assistenza offre assistenza alla persona, sia ospedaliera o domiciliare, diurna o notturna, preparazione pasti, bagno e igiene personale, fisioterapia, badante, colf e babysitter, aiuto alla deambulazione, servizi infermieristici, ma anche Caf e pratiche fiscali, ausili per anziani e disabili e telemedicina.
Si tratta di una delle decine di agenzie di franchising di assistenza privata che hanno sede in Italia: una rete che permette di aprire un centro per assistenza domiciliare ad anziani, malati e persone con disabilità. Ognuna di queste reti ha decine se non centinaia di centri affiliati, e coprono migliaia di comuni italiani. Serena Assistenza dichiara, a oggi che scrivo, 86 centri, 16 regioni, oltre 120.000 assistiti e più di un milione di servizi erogati. Presenta la ISO 9001:2015 come elemento distintivo del franchising, uno standard che fa riferimento ai requisiti per l’adozione di un Sistema di Gestione per la Qualità (SGQ) all’interno di un’organizzazione.
Decido di chiamarli in prima persona, per scrivere questo articolo, dopo che li ha sempre sentiti solo mia sorella: telefono alla sede di Salerno di Serena Assistenza, e fingo che mio padre abbia bisogno di una persona, perché non più autosufficiente. Dall’altro lato, mi rispondono con pragmatismo e professionalità spiccia: a seconda delle esigenze e del genere della persona per cui cerchi assistenza, infatti, vieni indirizzata a un genere e una provenienza geografica.
Per mio padre mi raccomandano figure maschili e non femminili, dallo Sri Lanka, o indiani, “o asiatici, signora”, perché “sono abituati a prendersi cura della casa”. “Gli uomini ucraini, georgiani, sono persone molto fredde”, e secondo loro non andrebbero d’accordo con mio padre. Mi spiegano come funziona: quando il (o la) badante entra in casa, ha una settimana di prova. Superata questa settimana, l’Agenzia percepisce la commissione, che è di 300 euro una tantum. Offrono anche delle garanzie: se la persona non fosse adatta, offrono un mese intero di tentativi, e la commissione rimane invariata. Quello che mi interessa capire, a questo punto, è se le persone con cui lavorano hanno documenti, ed esperienza: al primo punto l’agenzia mi risponde citando un ragazzo indiano che sta portando avanti la pratica per avere il permesso di soggiorno. Se volessi assumerlo, possono indicarmi un’agenzia sul territorio che si occupa della procedura per il contratto. Con altre agenzie sentite nel corso degli anni, l’assenza di documenti è stata spesso uno standard.
Non so se Anika abbia i documenti, ma certo non ha esperienza con persone non autosufficienti, nonostante l’Agenzia asserisca il contrario: non ha mai lavorato come badante con persone anziane, non sa cucinare, e colma tutto con una enorme pazienza e buona volontà. Al telefono, chiedo cosa indichi la certificazione indicata sul sito, e mi rispondono che “Signora, quello è un marchio qualità, siamo un franchising in tutta Italia, e quella certificazione significa che abbiamo controlli”.
Veniamo ai soldi: il badante indiano per mio padre, che dovrebbe lavorare 24h al giorno, mi costerebbe 1100 euro al mese, come tariffa base, versate interamente a lui. Devo aggiungere delle quote: da abitudine, hanno il giovedì pomeriggio e le domeniche liberi, ma siccome “non hanno interesse o contatti a uscire nel vostro paese e certo non vanno altrove per una sola giornata”, devo calcolare 25 euro a giornata per il giovedì, e 50 euro per la domenica.
Per Anika, per 2 settimane, “vista l’urgenza”, hanno chiesto 1240 euro: quanto abbia guadagnato effettivamente lei personalmente, non lo saprò mai.
Al telefono, citano più volte Nocera Inferiore, come se fosse l’hub in cui queste persone vivono e da cui vengono smistate. Come ci arrivano, è un altro tema: Anika mi racconta che è stata contattata al telefono mentre era a Kochi, che le è stato offerto un lavoro in Italia e che ha accettato. Il viaggio è stato rocambolesco: partono tutte da casa, e arrivano in un appartamento che lasciano dopo un po’.
Nelle due settimane che Anika vive con noi, a me tocca il compito di formarla. Le spiego i farmaci che mia madre assume ed è un elenco lunghissimo: la pillola della pressione, il cerotto, Memantina, Glalia, gli integratori per la circolazione e quelli per la memoria, il Trittico, e la sera la quietapina.
È un’estate stancante. Mi alzo dal letto quando si sveglia mia madre, perché deve andare in bagno e da sola non riesce. Le preparo pranzo e cena, le somministro i farmaci, la lavo, le porto l’acqua, la imbocco, la metto a letto, le metto le ciabatte e gli occhiali, la vesto e le metto il pigiama, la aiuto a sedersi a tavola, le ricordo chi sono, e che questa è casa sua, e nel frattempo pulisco casa, innaffio le piante e lavoro. Si tratta di assistere una persona per l’intera giornata, senza alcun supporto. Io lo sto facendo da due settimane, e sono già nel vortice del burnout. Ringrazio la fortuna di avere una madre con una pensione media decente, che ci permette di avere a carico una badante. Abbiamo altre tutele, come l’assegno di accompagnamento per indennità civile, per affrontare le spese impreviste, e i permessi dal lavoro che mia sorella ha grazie alla Legge 104, ma: è sufficiente?
In Italia il caregiver familiare è riconosciuto dalla legge dal 2017, ma non ha uno statuto vero e proprio. Esistono più reti, che si occupano di fare pressione politica affinché vengano riconosciute maggiori tutele, perché al momento non esiste un assegno nazionale per chi impiega ore di lavoro, o addirittura è costretto a lasciarlo per occuparsi continuativamente di un familiare non autosufficiente. Esistono, appunto, tutele sparse: i tre giorni mensili della Legge 104, il congedo straordinario fino a due anni per alcuni lavoratori dipendenti, contributi figurativi, detrazioni fiscali e fondi distribuiti attraverso le Regioni. Sono tutte misure a cui accedere è complicato e che proteggono alcuni momenti dell’assistenza senza riconoscere il lavoro di cura in quanto tale.
Nel 2026 il Governo ha presentato un disegno di legge per il riconoscimento e la tutela di chi assiste i propri familiari e la Legge di Bilancio ha previsto un fondo da 207 milioni di euro l’anno a partire dal 2027 per finanziare i nuovi interventi. Ma, a fine agosto 2026, la legge è ancora in discussione alla Camera. Siamo ancora qui, in questo punto assurdo: lo Stato riconosce che qualcuno deve occuparsi delle persone non autosufficienti, ed eccoci, siamo milioni di persone, ma non ha ancora stabilito una legge sui caregiver familiare buona, e giusta.
Nei giorni in cui Anika è con noi, si tiene una festa del paese, intitolata alla Madonna delle nevi. Mia madre, che di solito non ama uscire di casa, vuole farlo, e così scendiamo per strada. Io, lei e Anika. C’è la messa nel piazzale, e Anika si fa il segno della croce, è cattolica e non lo sapevo. Ci sono dei piccoli banchi di oggetti autoprodotti, le lucine che corrono da un balcone all’altro, e degli stand gastronomici con del cibo preparato dalle persone del quartiere, tra cui freselle, la pasta con crema di zucchine e pancetta, la ciambotta, la montanarina dolce. Compro per tutte e tre il panino con la salsiccia e le patatine, dopo esserci sedute a uno dei tavoli: mia madre è stata salutata da diverse persone, ex compagne di scuola, lei sorride ma non riconosce nessuno. Anika è due passi indietro, la presento dicendo che è qui per qualche settimana e poi tornerà Marcella. Mangiamo insieme, e io e Anika ci guardiamo ridendo perché mia madre, che dice di non volere più cibo, continua a mangiare quello che le porgiamo: se la demenza ha degli effetti positivi, forse è quello di ingannare chi non ha appetito.
Poco dopo aver finito di mangiare, una band comincia a suonare, e mia madre è infastidita dal volume: torniamo a casa, Anika va a dormire, mentre io metto mia madre a letto. Per colpa della musica, non dormirà fino a mezzanotte, alzandosi continuamente, e io con lei. Ma non mi lamento: è stata la serata più piacevole di queste settimane, perché è stata la più normale. Quella in cui ho dimenticato cosa volesse dire dimenticarsi l’emergenza della cura. Una serata in cui eravamo due persone con una donna anziana, la chiamavano entrambe mamma, e una sola era la figlia.