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Alessandro Volpi

Non si votava soltanto per il Brasile

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La Cina è il principale partner commerciale del Brasile, ma il sistema finanziario brasiliano resta profondamente legato a Wall Street. È dentro questa contraddizione che si definisce la portata internazionale della vittoria di Lula, destinata a incidere sugli equilibri globali e a misurarsi, sul piano interno, con una destra conservatrice che conserva importanti posizioni di potere.

La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva rappresenta un tornante politico la cui portata travalica ampiamente i confini nazionali, configurandosi come uno degli eventi fondamentali per la ridefinizione degli equilibri globali. Non si tratta solo dell’avvicendamento al vertice della prima economia sudamericana, ma di un passaggio che ha interrotto un’offensiva reazionaria di vasta scala mirata alla riorganizzazione ideologica e materiale dell’intero continente latinoamericano.

L’affermazione del leader del Partito dei Lavoratori segna la tenuta di una trincea democratica di importanza strategica cruciale, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. È fallito il tentativo, già in atto, di spostare a destra l’intera America Latina, dal Cile all’Argentina, fino al Paraguay, mentre la prospettiva dei BRICS esce rafforzata. Alla luce di ciò, le mire di Trump di avere un altro Venezuela sono miseramente tramontate e per Cuba è possibile un indubbio sospiro di sollievo. Questa sequenza di dinamiche si intreccia profondamente con la struttura materiale dell’economia globale.

Per comprendere appieno la portata di tale trasformazione occorre infatti scandagliare le basi economico-finanziarie su cui poggia il Brasile contemporaneo. La finanza statunitense e il sistema bancario brasiliano sono legati da un intreccio profondo e storico che affonda le sue radici nell’architettura dei mercati internazionali, ma che oggi si trova a fare i conti con la crescente e dirompente influenza economica della Cina in America Latina.

Occorre quindi guardare al peso che Wall Street esercita sulle istituzioni finanziarie di San Paolo e Brasilia.

Sebbene le banche commerciali americane abbiano da tempo rinunciato alla competizione diretta nel settore degli sportelli al dettaglio brasiliani, dominato da colossi domestici come Itaú Unibanco, Banco Bradesco, Banco do Brasil e la statale Caixa Econômica Federal, la loro presenza è dominante nel corporate banking, nella finanza straordinaria e nell’investment banking. Giganti quali JPMorgan, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Bank of America orchestrano le principali operazioni di fusione e acquisizione, gestiscono le grandi collocazioni di debito internazionale dei campioni nazionali brasiliani e dominano l’intermediazione per conto dei fondi istituzionali. Parallelamente, il mondo del risparmio gestito statunitense rappresenta uno dei principali bacini di capitale per la borsa brasiliana, la B3. Fondi d’investimento e colossi dell’asset management del calibro di BlackRock, Vanguard e State Street figurano costantemente tra i principali azionisti di aziende strategiche come Petrobras o Vale. Questo cordone ombelicale è rafforzato da strumenti di mercato estremamente popolari: da un lato, gli investitori statunitensi e globali accedono alla crescita brasiliana tramite prodotti come l’iShares MSCI Brazil ETF (EWZ), l’ETF più scambiato e liquido focalizzato sul paese sudamericano; dall’altro, i risparmiatori brasiliani possono esporsi ai mercati di Wall Street direttamente dalla borsa locale senza dover trasferire capitali all’estero, grazie alla negoziazione dei Brazilian Depositary Receipts (BDR) che replicano gli ETF americani legati all’S&P 500 o al Nasdaq.

Tuttavia, questo asse finanziario ultraconsolidato tra Washington e Brasilia, e ormai quasi interamente finanziarizzato, si inserisce oggi in un contesto geoeconomico profondamente trasformato dalla presenza di Pechino. La Cina è diventata a tutti gli effetti il principale partner commerciale del Brasile, trasformandosi nel mercato primario per le esportazioni di soia, minerale di ferro, carne e petrolio greggio. Il conseguente, enorme flusso commerciale ha inevitabilmente generato una contiguità finanziaria alternativa a quella occidentale. Se il capitale americano fluisce prevalentemente sotto forma di investimento di portafoglio, azionariato diffuso, debito privato e fondi di venture capital nelle fintech locali, la finanza cinese agisce sul Brasile attraverso investimenti diretti statali e finanziamenti infrastrutturali a lungo termine. Banche di sviluppo asiatiche come la China Development Bank e la Export-Import Bank of China hanno erogato decine di miliardi di dollari per sostenere la logistica brasiliana, le linee ferroviarie, i porti e, soprattutto, la rete di trasmissione elettrica e di energia rinnovabile, dove gruppi strategici cinesi detengono importanti partecipazioni di controllo. A fare da ponte strategico tra le parti c’è la cornice dei BRICS e in particolare la New Development Bank, con sede a Shanghai, che offre al Brasile un canale di finanziamento multilaterale sganciato dalla condizionalità tradizionale delle istituzioni nate a Bretton Woods. Inoltre, la volontà condivisa di ridurre la vulnerabilità rispetto alle fluttuazioni del dollaro ha spinto Brasile e Cina a siglare accordi per regolare gli scambi commerciali direttamente nelle rispettive valute nazionali, il real e il renminbi, stabilendo meccanismi che permettono alle imprese esportatrici di scavalcare i circuiti di compensazione statunitensi.

Questa dinamica colloca le banche brasiliane in una posizione di bilanciamento unica a livello globale: le grandi banche d’investimento di San Paolo lavorano a stretto contatto con Wall Street per raccogliere capitale di rischio, gestire liquidità e quotare titoli all’estero, mentre sul fronte del credito commerciale e del project finance devono dialogare sempre di più con gli istituti di credito e le piattaforme di pagamento cinesi per facilitare la vendita delle materie prime fondamentali per l’economia nazionale. Il Brasile si trova così al centro di una doppia trazione: da un lato, la finanza statunitense continua a essere l’architetto del suo mercato dei capitali e il proprietario di importanti quote del suo tessuto aziendale; dall’altro, la Cina contribuisce alla sostenibilità della sua bilancia commerciale e all’ammodernamento infrastrutturale.

Le banche e le autorità regolatorie brasiliane sono costrette a navigare lungo questo doppio binario, cercando di attrarre la liquidità dei mercati americani e al contempo integrandosi nei circuiti commerciali ed energetici di Pechino, facendo del settore finanziario brasiliano uno dei laboratori più complessi e avanzati del nuovo ordine multipolare. È precisamente dentro una simile, complessa architettura materiale che si definiscono i margini di agibilità politica del nuovo mandato di Lula. Sul piano interno brasiliano, il progetto progressista guidato dal presidente deve fare i conti con un tessuto sociale profondamente lacerato da anni di polarizzazione e con un impianto statale e finanziario in cui le forze reazionarie conservano centri di potere formidabili. Il rafforzamento dello Stato sociale e la tutela della sovranità economica vanno di pari passo con il disinnesco quotidiano delle insidie golpiste, rendendo la governabilità un esercizio costante di contrasto delle spinte al caos. L’arresto dell’offensiva conservatrice nel continente riapre spazi politici decisivi anche per nazioni come il Cile, l’Argentina e il Paraguay, che, pur da destra, trovano nel Brasile una sponda imprescindibile per sottrarsi all’isolamento e al ricatto dei mercati internazionali.

La riattivazione dell’integrazione sudamericana attraverso la CELAC e l’Unasur affianca la spinta dedollarizzatrice dei BRICS, riducendo lo spazio per le strategie di Donald Trump, volte a provocare cambi di regime violenti come tentato in Venezuela. Al contempo, la proiezione autonoma di Brasilia offre a Cuba un fondamentale canale di respiro commerciale e diplomatico contro l’assedio economico. Di fronte a questo scenario globale in rapida trasformazione, la sinistra mondiale non può restare inerte né rinchiudersi in vecchi dogmi eurocentrici. Comprendere la portata della battaglia di Lula significa cogliere che la difesa della democrazia brasiliana e la transizione verso un ordine multipolare sono facce della stessa medaglia.

Alessandro Volpi

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Il suo ultimo libro è I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024)

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