Attraverso il declino di una famiglia aristocratica all'inizio del Novecento, Nelio Biedermann mette in scena l'incapacità degli uomini di vedere i segnali della propria apocalisse. Una cecità che appartiene tanto alla vecchia Europa quanto alla nostra.
Ne Il realismo è l’impossibile Walter Siti scrive: “L’incomprensibile è una buona porta per entrare nella realtà”. Nei Lázár (Guanda, traduzione di Leonella Basiglini), il primo chiacchieratissimo romanzo di Nelio Biedermann, quella porta è un bambino. Lajos von Lázár nasce nel 1900 in un castello nel sud dell’Ungheria. È biondo, ha gli occhi color acqua e la pelle così trasparente “da lasciar intravedere i piccoli organi”. È una creatura strana, enigmatica, che nessuno in famiglia riesce a decifrare. Suo padre Sándor è diffidente, lo guarda con sospetto. Persino sua madre Mária lo osserva con paura, anche se è una preoccupazione di tipo diverso: il bambino, infatti, somiglia un po’ troppo a un giovane stalliere morto poche settimane dopo la sua nascita. È un romanzo, I Lázár, che semina segreti come mine seppellite in un campo: intorno al castello c’è un bosco, dove sono già scomparse delle persone. Lo zio Imre, curioso personaggio che sembra uscito direttamente da una pagina di Karl Kraus, vede cose che gli altri non vedono, e viene naturalmente considerato pazzo. Il Novecento, intanto, sta per cominciare. I personaggi non sanno cosa porterà il XX secolo, né quanto sarà sterminato lo sconvolgimento che il secolo scatenerà in Europa. Tuttavia, la vicenda è disseminata di avvisaglie, allarmi, profezie: come in tutte le grandi tragedie, il disastro sembra essere stato già annunciato.
La Storia indaga le cause, la Letteratura interroga i presagi. È una delle sue specialità: i fatti hanno ramificazioni fantasmatiche, bulbi sepolti, genesi misteriose che affiorano in piccoli e spesso impercettibili prodigi, e spesso gli scrittori sono gli unici a mettere l’orecchio su questi primi, segreti sintomi. Accade in ogni tragedia: la storia entra continuamente in campo con un oracolo, un sogno, un volo d’uccelli, un auspicio, una profezia. Segni, che naturalmente i protagonisti non vogliono o non possono interpretare, o che decifrano in modo sbagliato. Solo il senno del poi rimette in ordine gli eventi: il disastro compie il montaggio di quelle scene che, prima, non sembravano avere un senso.
I Lázár è un romanzo storico che diventa letteratura nel modo con cui dispone i segni. Lo leggiamo al di qua del disastro compiuto: sappiamo che quel mondo finirà, la vecchia Europa è destinata alla rovina; sappiamo che i confini cambieranno, che l’impero sta per sgretolarsi come sotto l’urto di una forza estranea e irrefrenabile; sappiamo che in quel mondo l’essere aristocratici o proprietari terrieri o sudditi di una corona è come vivere su una zolla che sta per staccarsi dal continente; sappiamo che in quel mondo l’essere ebrei avrà, presto, un significato ben diverso da quello che aveva prima. Con la sapienza del poi, leggiamo questo romanzo come una commedia di cupe marionette che procedono indefesse verso la propria apocalisse. Ed è inevitabile vedere, in quelle figure, i fantasmi anticipatori dell’Europa di oggi, la nostra, che forse con la stessa ostinazione avanzano verso la propria rovina, senza rendersi conto che i segni sono lì, possiamo interpretarli, ma questo non cambierà nulla: una sorta di imminenza aleggia su certi momenti storici, l’aura di un destino che si può avvertire, ma non modificare. In questo senso, I Lázár, sebbene immerso nella realtà storica, sembra esattamente il contrario di un romanzo realista. Ci sono presagi, fantasmi, apparizioni, corpi impossibili, un bosco che sembra dotato di memoria, una natura che si pone all’uomo come una sorta di grande inconscio onirico. Ci sono persone che scompaiono, incresciosi segreti familiari, continue storture di trama da cui comprendiamo da subito che non potrà finir bene. Il libro è stato subito ricondotto a una quasi minacciosa genealogia di maestri: Thomas Mann, Joseph Roth, García Márquez, Virginia Woolf, Marcel Proust. L’autore li ha letti, li ha amati, e si vede. È una genealogia astuta e sapiente, quella di Biedermann, perché ricompone tra questi autori una microgenealogia: quella dei romanzieri che, attraverso la storia di una famiglia, hanno raccontato un’apocalisse. E in fondo, in letteratura, cosa c’è di più naturale che raccontare la fine di un mondo attraverso il declino di una dinastia?
*
Probabilmente il successo sorprendente del romanzo di Biedermann, acclamato dalla critica e tuttora in corso di traduzione in oltre trenta paesi, dipende anche dal fatto che I Lázár compie un gesto che negli ultimi anni è diventato sempre più difficile: non guarda direttamente il presente, né ambisce a scattarne una fotografia. I Lázár non racconta i problemi della generazione del suo autore, non attinge a un contesto autobiografico; il mondo di cui si parla non è, evidentemente, quello di chi scrive. Il colore emotivo dei suoi personaggi è, per molti versi, anacronistico: nessun personaggio contemporaneo sente, pensa o parla così. Biedermann, nato nel 2003, scrive invece di baroni ungheresi, tenute di campagna, servitori, guerre mondiali, nazisti, comunisti. Segue piuttosto una strada alternativa e prospera, inaugurata già da Wolf Hall di Hilary Mantel: trattare il passato come un luogo di vicende immutabili. Ciò che è già successo non invecchia, né viene smentito dal futuro. È un’antica regola manzoniana e tolstojana: trattare la Storia come un luogo in cui proiettare i meccanismi eterni della condizione umana, sottraendosi alle sfocature, i malintesi, gli equivoci e le imprendibilità del presente. A questo si aggiunge l’inclinazione – quella sì, molto contemporanea – a guardare al Novecento come un luogo oscuro e tragico, il cuore malato e pulsante di quello che tuttora siamo. Il tema del nazifascismo letto non come una momentanea, disastrosa aberrazione storica, ma come un dispositivo tragico che incarna il male assoluto e onnipresente nella condizione umana, una tentazione fatale che si nasconde in ogni movimento della modernità. La dittatura e la violenza come una lancetta che rischia di tornare a suonare in certe ore: è successo una volta, può succedere ancora.
Certo, c’è furbizia. C’è il romanzo storico; c’è la saga familiare; ci sono i tradimenti e gli amori; ci sono i nazisti. C’è un modo di procedere svelti, di scorciare la narrazione evitando i raccordi e puntando alle sole scene madri, con la velocità di chi ha ventitré anni e conosce bene le difficoltà di concentrazione di chi lo legge. Ricorda, per certi aspetti, le astuzie drammaturgiche di Nella carne di David Szalay (vincitore del Booker Prize 2025): ridurre al minimo il contesto, andare dritti al punto, mantenere sempre alta la temperatura, andare di picco in picco riducendo al minimo lo sviluppo degli archi. Rispetto alla mole di eventi che racconta, I Lázár è un romanzo sorprendentemente veloce, forse perfino troppo breve rispetto alla foga con cui si riesce ad attraversarlo.
Sul «New Yorker», Becca Rothfeld ha letto il fenomeno Biedermann con un certo sospetto: il suo Novecento sarebbe in larga parte un Novecento già raccontato, una costruzione letteraria composta ad arte con i materiali della grande narrativa mitteleuropea. In questo senso, I Lázár non sarebbe un romanzo storico, ma, paradossalmente, un’operazione metaletteraria al quadrato: un’Europa raccontata non coi mezzi dello storico di professione, né con quelli di un testimone documentato e plausibile – com’era il Maximilien Aue delle Benevole di Littell – ma con quelli di un appassionato lettore di Musil, di Roth, di Zweig. Così come tuttora immaginiamo le sculture classiche non com’erano nell’antichità ma nella forma bianca e purificata che ce ne ha dato il Neoclassicismo, la Storia qui non è quella dei documenti, ma quella dei romanzi: si racconta un’Europa della letteratura che ci sembra di conoscere e dove abbiamo consuetudine e cittadinanza. Ma d’altronde, potrebbe forse essere altrimenti? Si può pensare alla Firenze del Trecento senza immaginarla come l’ha descritta Boccaccio? Si può immaginare un campo da guerra napoleonico diversamente da come l’hanno descritto Stendhal e Tolstoj? Un’epidemia di peste diversa dalle descrizioni di Lucrezio, Defoe, Manzoni? Come pensare alla Seconda Guerra Mondiale senza avere in mente Storia naturale della distruzione di Sebald? I Lázár ci rimette davanti allo stesso paradosso, a cui non pensiamo mai: crediamo di conoscere la storia, quando invece conosciamo sempre e solo la letteratura.
*
I Lázár, con il suo conclamato e problematico rapporto con la tradizione, rappresenta oggi una riflessione sulle funzioni del romanzo oggi: un genere che, sopravvissuto a innumerevoli diagnosi di morte, ancora ci interroga e ci intriga. Cosa chiediamo, oggi, a un romanzo? Un ritratto generazionale? Uno specchio di riconoscimento? Un’evasione in altri mondi? Una storia che ci intrattenga, un personaggio in cui identificarci, un labirinto in cui perderci? Perché il romanzo continua a essere, per distacco, la forma letteraria più popolare e di successo?
Una risposta ragionevole prova a darla Guido Mazzoni nel suo Teoria del romanzo: il romanzo, appunto, è diventato la più importante delle arti occidentali anche perché è riuscito, più di ogni altra forma esistente, a raccontare la vita particolare degli esseri umani. La vita com’è: quella privata, quotidiana, ordinaria, separata dall’epica, dalla cronaca, dal racconto pubblico. Prima che essere il luogo delle grandi idee, il romanzo è il luogo in cui diventa raccontabile il fatto che qualcuno, in un certo pomeriggio, desideri qualcosa, abbia paura di qualcosa, si vergogni, aspetti, mangi, faccia sesso, si ammali, invecchi, muoia – di morte naturale o, ancora meglio, per mano di un suo simile. È questa sterminata apertura al particolare ad avergli consentito di presentarsi, per due secoli, come una specie di concorrente della realtà: “Solo la narrativa può mostrare come gli esseri particolari siano esposti al mondo, e come la loro identità, felicità e infelicità dipendano dagli altri e dal potere delle circostanze”. Il romanzo “racconta delle discontinuità private, irrilevanti o poco rilevanti agli occhi degli altri, ma decisive per i singoli individui. È nata un’epoca nella quale le persone particolari attribuiscono un significato assoluto e intrascendibile ai minimi eventi che riguardano la propria felicità privata e terrena; è nata l’epoca nella quale nulla è importante se non la vita”.
La Storia, mentre accade, è una massa indistinta e difficile da definire. La letteratura può provare a restituirle la sua iniziale mancanza di significato. Gli individui non vivono “l’avvento della rivoluzione industriale”, “la fine dell’Impero austro-ungarico” o “l’avvento del nazismo”; vivono una partenza in una stazione ferroviaria, un matrimonio che improvvisamente diventa pericoloso, un lavoro che da un giorno all’altro non esiste più, l’espropriazione di una casa. Solo in seguito tutte queste esperienze andranno a comporre l’ossatura di un periodo storico.
È così che accade nei Lázár: un Novecento fatto di dettagli, di personaggi che spiano la Storia attraverso la feritoia del proprio io. Lajos è in collegio: soffre, ha subito un trauma. L’amico Caspar – le citazioni qui sono anche dentro i nomi – gli parla della guerra: “Lajos cercò di immaginare la guerra alle porte dell’Europa ma non ci riuscì. Non aveva un’immagine chiara neppure dell’Europa; tutto ciò che conosceva era la monarchia. Ne conosceva i confini e le lingue, i popoli e i fiumi, le montagne e le battaglie. Tutte queste cose che costituivano la sua terra costituivano anche lui, erano parte della sua famiglia e della sua storia, erano parte di lui che, senza di loro, non sarebbe esistito – Europa invece era solo una parola”.
È noto che, mentre iniziava la Prima Guerra Mondiale, il 2 agosto 1914, Kafka annotava sul suo diario: “La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. Nel pomeriggio, lezione di nuoto”. La grande storia convive continuamente con la vita quotidiana più prosaica. Spesso lo fa in questo modo, sgarbatamente, all’improvviso, senza fanfare né solennità. Quando scoppia la guerra, Lilly “annuì e si accorse di essere nuda. Non era certo il momento giusto! L’Inghilterra aveva dichiarato guerra alla Germania e lei era nuda! In Europa cominciava un’altra guerra e lei non aveva nulla addosso!”.
Per questo Biedermann riesce ad attraversare più di mezzo secolo in poco più di trecento pagine. La velocità del libro è inseparabile dalla sua idea della vita. Le persone nascono, crescono, amano qualcuno, fanno figli, commettono un errore, impazziscono, muoiono – tutto nel giro di una frase. Poi il romanzo continua. Così accade con la Storia. L’impero austro-ungarico finisce. Arriva una guerra. Poi un’altra. Arriva il nazismo. Arrivano le persecuzioni. Arriva l’Armata Rossa. Arriva il comunismo. Il castello viene perduto, il denaro finisce, i titoli nobiliari smettono di significare qualcosa. Gli avvenimenti che nei manuali occupano capitoli interi entrano nel romanzo sotto forma di piccole e grandi tragedie quotidiane.
Una vita è costituita quasi interamente da avvenimenti insignificanti. Ci laviamo i denti migliaia di volte, scendiamo almeno un milione di scale. Dormiamo migliaia di notti. Attraversiamo migliaia di stanze senza che succeda mai niente. Se un romanzo riproducesse la realtà secondo le sue proporzioni statistiche, sarebbe illeggibile. I decenni precipitano l’uno sull’altro, i personaggi a volte sembrano scomparire proprio quando cominciamo a conoscerli, tragedie che avrebbero potuto occupare cento pagine vengono consumate in poche. Anche la vita, però, quando la ricordiamo, funziona così. Interi anni scompaiono e un pomeriggio, inspiegabilmente, rimane. Di una persona morta possiamo dimenticare centinaia di conversazioni e ricordare il modo in cui teneva un bicchiere, il colore della cordicina dei suoi occhiali. La memoria non è democratica.
*
È un libro, I Lázár, che mostra un amore spassionato, quasi un incanto per la letteratura. È l’aspetto in cui a mio avviso emerge di più la giovane età del suo autore, e che affiora in molti personaggi di questa piccola e contemporaneamente imperiale comédie humaine: il benedettino Pontiller, che ama Alla ricerca del tempo perduto come la Bibbia, e che “parlava talmente tanto di Marcel che si era portati a credere che fossero amici intimi, parenti o addirittura amanti”; o Lajos, di cui si dice che “ciò che amava era scrivere. Per quanto amare non fosse il termine giusto, poiché non scriveva per amore, ma per un impulso paragonabile a quello di respirare”. È un libro che scaturisce dall’amore per la letteratura, dalla felicità strana e paradossale che si prova davanti al fatto che il mondo sa essere cupo e tremendo, eppure raccontarlo è una gioia così assurda che si può arrivare ad averne paura: “Nulla spaventa lo scrittore più della felicità, ed è comprensibile, perché scrivere è preservare, registrare, fare ordine, mentre la felicità evita il linguaggio, si sottrae alle parole”.