I libri di Marilynne Robinson sono una preghiera che attende di essere esaudita - Lucy

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Nicola Lagioia

I libri di Marilynne Robinson sono una preghiera che attende di essere esaudita

13 Dicembre 2023

Pubblichiamo la prefazione alla nuova edizione di "Gilead", il romanzo con cui Marilynne Robinson vinse il Pulitzer nel 2004. Ripubblicato dal «Corriere della sera» nella collana "Americana" a cura di Sandro Veronesi, è un romanzo lirico e spirituale e denso di domande – alcune di queste hanno affollato la testa di Obama, uno dei più accaniti lettori della scrittrice.

Gilead è una lunga lettera in viaggio verso il futuro. A scriverla, nella finzione narrativa, è John Ames, pastore congregazionalista di Gilead, una piccola cittadina dell’Iowa. È la primavera del 1956 ed Ames crede di avere poco tempo a disposizione. C’è già una diagnosi (“Il dottore ha usato il termine angina pectoris, che ha un suono teologico”), ma più di quella è il decadimento fisico e una diversa percezione della propria transitorietà a fargli impugnare la penna.

Nel corso della sua lunga vita Ames ha scritto molti sermoni (migliaia di pagine, la maggior parte delle quali, umilmente, le giudica assai indebolite alla prova dei decenni) ma con un testo di questo genere è la prima volta che si cimenta. La lettera è indirizzata a suo figlio, un bambino di sette anni, il quale potrà leggerla solo quando il mittente non sarà più di questo mondo. John Ames in gioventù ha avuto una prima moglie, Louisa, morta dando alla luce una bambina, Rebecca, deceduta a sua volta dopo essere stata battezzata.

Cito un primo passaggio, per cominciare a dare idea della prosa di questo libro: “la sensazione della fronte di un bambino contro il palmo della mano: quanto ho amato questa vita! Come ho già detto, fu Boughton a battezzarla, mentre io posai la mano su di lei soltanto per benedirla, e sentii il suo sangue pulsare, il suo calore, l’umidità dei suoi capelli”. 

“La lettera è indirizzata a suo figlio, un bambino di sette anni, il quale potrà leggerla solo quando il mittente non sarà più di questo mondo”.

Dopo la morte di Louisa e di Rebecca seguono anni di grande solitudine per Ames. Poi il pastore incontra Lila, molto più giovane di lui. La vede entrare in chiesa il giorno di Pentecoste, digiuna di qualunque dottrina, ma circondata di una speciale grazia. I due si innamorano, si sposano, hanno un bambino. Dunque, la lettera che stiamo leggendo è il testamento di Ames, il suo reale lascito. Non può offrire al figlio il bene più grande (il tempo) e non ha sostanze materiali da trasferire (i soldi risparmiati sono davvero pochi). Restano le parole, gli insegnamenti, il racconto di una vita a cui il bambino, diventato adulto, potrà attingere con la speranza che quelle frasi, nero su bianco, per quanto fragili o manchevoli, compiano il prodigio di cui a volte le parole – se il destinatario è bendisposto – sono capaci. Qual è il loro più grande potere? Aprire il cuore.

Questi episodi sono narrati nelle prime pagine di Gilead, il romanzo uscito nel 2004 con cui Marilynne Robinson vinse il Pulitzer per la narrativa. Ho citato il battesimo della piccola Rebecca. Per rendere il passo di questo libro prodigioso, sapienziale, inattuale e mai così contemporaneo – tutto si muove in una calma soprannaturale, tenuto saldo nella tradizione, per quanto la tecnica usata dall’autrice venga dal migliore modernismo – segnalerò che molte pagine più avanti, come in una partitura dove il più piccolo dei motivi può tornare rinvigorito, e al tempo stesso trasfigurato quando meno ce l’aspettiamo, l’episodio di quel battesimo riappare. “Dicono che un bambino piccolo come era tua sorella non ci vede, però lei aprì gli occhi, e mi guardò […] Lo so che in realtà non mi scrutò in viso. La memoria può far apparire una cosa molto più densa di significato di quanto non fosse in realtà. Ma so che la bambina mi guardò dritto negli occhi. È una cosa bellissima. E sono contento di averlo capito allora, perché adesso, nella mia attuale condizione, adesso che sono in procinto di lasciare questo mondo, mi rendo conto che non c’è nulla di più straordinario di un viso umano”. Il nostro volto domani, verrebbe da parafrasare un altro grande scrittore.

Nello stesso anno in cui Gilead viene pubblicato, un aspirante senatore che sta facendo campagna elettorale in Illinois – un trentatreenne di Honolulu che ha frequentato la Columbia – si ritrova nell’Iowa (che con l’Illinois confina a nord ovest) durante uno dei tempi morti tra i suoi diversi comizi. È qui che gli capita tra le mani Gilead. Lo legge, ed è tale lo stupore (ci ritrova la sua amata Toni Morrison, e anche William Faulkner, ma in chiave neotestamentaria), talmente tanta l’ammirazione che nel 2015, nel cuore del proprio inimmaginabile futuro, quando l’aspirante senatore in questione è diventato il Presidente degli Stati Uniti d’America, cerca quella scrittrice così amata. È insomma Barack Obama a intervistare Marilynne Robinson per la «New York Review of Books», non il contrario.

I libri di Marilynne Robinson sono una preghiera che attende di essere esaudita -

Nel corso della conversazione i due discutono di diritti civili e di razzismo, della difficoltà di svincolare il potere dal male che gli è forse naturale, di responsabilità e di sistemi educativi, delle peculiarità dell’Iowa (“la stella risplendente del radicalismo” lo definì Ulysses Grant, uno stato in cui “non abbiamo mai avuto leggi contro il matrimonio interraziale”, ricorda a sua volta Robinson a Obama, “e mai scuole segregate”), di religione e, naturalmente, di democrazia. Qui Marilynne Robinson esprime un concetto che, insieme al calibro dell’intervistatore, renderà celebre quel dialogo. “Ebbene”, afferma, “credo che le persone siano immagini di Dio. Non c’è altra alternativa teologicamente rispettabile”.

Questa visione delle cose ci obbliga a non spegnere mai del tutto l’aspettativa che le persone agiscano per il bene anziché per il male, e così la democrazia stessa, costretta com’è a fondarsi sulla fiducia tra esseri umani, diventa “l’inevitabile conseguenza di questo tipo di umanesimo religioso”.

Siamo davvero immagini divine? Persino nel peggiore di noi soffia il vento del sacro? È a questa domanda, in fondo, che John Ames cerca di rispondere affermativamente nel corso della sua lettera al figlio. Per compiere un’impresa simile in un romanzo – un genere fondato sulle domande più che sulle risposte, peggio che mai sulle tesi – Marilynne Robinson ricorre a uno dei dispositivi narrativi più enigmatici: la parabola, seppure qui travestita da cronaca famigliare. John Ames racconta la storia di suo padre (anche lui si chiamava John Ames, anche lui era un pastore), e del padre di suo padre (ancora un John Ames, e ancora una volta un pastore congregazionalista, come figlio e nipote), ma niente è come sembra, e anche quando l’episodio narrato sembra rifulgere, qualcosa sfugge – per quanto piccolo, un dettaglio, è proprio ciò che rischia di ribaltarne il senso.

Nelle prime pagine del romanzo, per esempio, John Ames racconta di quando lui e suo padre, tanti anni prima, partirono per il Kansas alla ricerca della tomba del nonno. Il narratore descrive un viaggio rischioso ed estenuante, tra campi bruciati e fattorie derelitte, racconta l’epoca in cui muoversi per gli Stati Uniti su carro trainato dai cavalli insieme a un ragazzino (il narratore da piccolo) era una vera avventura. Dopo molte peripezie, i due trovano la tomba. Iniziano a pregare sui resti del vecchio Ames. È a questo punto che succede qualcosa. “Ricordo benissimo quello che vidi. Dapprima pensai di vedere il sole che tramontava a est […] Poi mi resi conto che quella che vedevo era la luna piena che stava sorgendo proprio mentre il sole tramontava. Erano in bilico, l’una e l’altra, e in mezzo riluceva uno splendore davvero meraviglioso. Sembrava che si potesse toccare, come se correnti di luce palpabile si muovessero avanti e indietro, o come se infiniti fili di luce fossero stati tesi tra luna e sole […] e la tomba, e mio padre e io, eravamo esattamente nel mezzo”.

Si tratta di un evento soprannaturale? Stiamo assistendo a un miracolo? Sembrerebbe di sì, visto il modo in cui è stato preparato il viaggio, il suo scopo e la preghiera, che assume quasi una funzione propiziatoria. E invece, qualche pagina più avanti – tendendo un filo anch’esso luminoso tra bisnonno, nonno, padre e figlio – il narratore dice al suo bambino (cioè all’adulto che leggerà) di non lasciarsi ingannare, quel particolare fenomeno atmosferico fu visto da molte altre persone in Kansas, in quel preciso giorno. Trovare Dio, insomma, è assai meno scontato che alzare gli occhi al cielo in un momento propizio.

Veniamo al nonno di cui parla il narratore. Dal principio lo dipinge come un santo, un uomo che nel corso della vita donava agli altri ciò che a malapena riusciva a garantire la sopravvivenza per se stesso. Poi, però, introduce il tema dei conflitti piuttosto ruvidi tra suo nonno e suo padre, anch’egli dipinto come un esempio di virtù. Entrambi i reverendi sono stati dei convinti abolizionisti, ma mentre il nonno approvava l’uso delle armi per liberare gli schiavi, il padre del narratore (reverendo contro reverendo) era un pacifista assoluto. Una giusta causa può ammettere l’uso della forza, l’impiego dei fucili e delle bombe? Ecco un dilemma su cui ancora oggi ci arrovelliamo. 

“Si tratta di un evento soprannaturale? Stiamo assistendo a un miracolo? Sembrerebbe di sì, visto il modo in cui è stato preparato il viaggio, il suo scopo e la preghiera, che assume quasi una funzione propiziatoria”.

C’è poi il problema di alcuni tra i sermoni preparati da Ames. Durante la prima guerra mondiale, scoppia l’epidemia di spagnola. I contagiati muoiono in modo orribile, annegati nel proprio stesso sangue. A farne le spese sono soprattutto i giovani. A quel punto John Ames scrive uno dei sermoni in cui crede di più. Nel suo discorso invita i fedeli a guardare la morte di quei ragazzi come un dono di Dio, addirittura una fortuna: uccisi dall’epidemia gli è stata evitata una sorte peggiore, uccidere altri ragazzi in guerra. Ames finisce di scrivere il sermone, ma poi rinuncia a renderlo pubblico, non se la sente di leggerlo in una chiesa dove sono rimaste ormai quasi solo madri afflitte. Ha fatto bene il reverendo a non leggere il sermone? E ha fatto bene a scriverlo? E a credere in modo così poco problematico nella sua forza?

Ma non esiste parabola senza insidia e minaccia. Abbiamo prima citato un tale Boughton che impartisce battesimi. Si tratta di Robert Boughton, pastore presbiteriano e amico di vecchia data di John Ames. Robert ha un figlio, Jack, che non vede da anni. È la pecora nera della famiglia, il figlio perduto, forse dannato. Quando Jack torna a Gilead, John Ames è preso da un forte turbamento. Ha paura. Quando poi vede Jack (che pure, anni prima, ha battezzato) in compagnia di sua moglie e di suo figlio, è preso da un vero e proprio moto di protesta, arriva a pensare qualcosa che forse non è del tutto degno della sua fede. 

I libri di Marilynne Robinson sono una preghiera che attende di essere esaudita -

I sentieri che conducono al centro del nostro cuore sono insomma intricati e oscuri. Dio è un’ipotesi che ci sfida ogni giorno. La trascendenza può accendersi in modo meraviglioso nella nostra immaginazione di mortali (“nell’eternità questo mondo sarà Troia, penso, e tutto quello che è successo qui sarà l’epica dell’universo”) ma è con la nostra finitudine, coi nostri poveri mezzi e con la nostra insufficienza, che torniamo sempre a fare i conti.

Marilynne Robinson è una delle più grandi scrittrici contemporanee, forse la più importante voce proveniente dagli Stati Uniti d’America dopo la morte di Cormac McCarthy. In Italia è ancora poco letta. Un contributo importante alla sua diffusione lo diede qualche anno fa Michela Murgia, quando, giudice monocratico del Mondello Internazionale, decise di assegnarle il premio. Questa riproposizione (nell’egregia traduzione di Eva Kampmann) è un nuovo invito alla lettura. 

“I sentieri che conducono al centro del nostro cuore sono insomma intricati e oscuri. Dio è un’ipotesi che ci sfida ogni giorno”.

Leggiamo la lunga lettera di John Ames e siamo nel presente del narratore. Al tempo stesso sappiamo che il suo contenuto verrà dissigillato solo quando il mittente sarà morto, quindi siamo anche nel futuro, nel cuore di un ragazzo diventato adulto, la scintilla miracolosa tra diastole e sistole dentro cui gli orologi vanno in stallo, e (rovesciando il TS Eliot dei Quattro quartetti) tutto il tempo finalmente si redime.

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Ringraziamo il «Corriere della sera» per averci concesso di pubblicare la prefazione di Nicola Lagioia alla nuova edizione di “Gilead” di Marilynne Robinson, ripubblicato ora nella collana “Americana” a cura di Sandro Veronesi.

Nicola Lagioia

Nicola Lagioia è scrittore, sceneggiatore, conduttore radiofonico e direttore editoriale di Lucy. Il suo ultimo libro è La città dei vivi (Einaudi, 2020).

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