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Dario Morgante

Il “ritorno” di Cospito e l’avversione del Governo per il dissenso

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La riapparizione in video collegamento di Alfredo Cospito al tribunale di Bologna coincide con l'applicazione di un pacchetto di riforme che sta mutando l'ordinamento penale. Dall’introduzione del "fermo preventivo" alle condanne per la detenzione di materiale digitale, l’arretramento delle garanzie costituzionali risponde a una logica precisa: isolare le alterità politiche e sfruttarle per costruire l’immagine di uno Stato permanentemente assediato.

La chiesa del Sacro Cuore è una presenza familiare della Bolognina. Si affaccia su via Matteotti e, con la sua cupola verde chiaro che svetta sopra il traffico del quartiere, è uno dei punti più riconoscibili per chi accede alla periferia nord di Bologna. La mattina del 27 novembre 2022 è la prima domenica d’Avvento e all’interno della chiesa si celebra la messa delle dieci. A metà della funzione, però, mentre Don Massimo Setti parla ai fedeli, dal fondo della navata qualcosa interrompe il quieto ordine del rito. Prima un brusio. Poi alcune persone che si alzano dalle panche. “Avevo appena iniziato l’omelia quando ho visto un megafono spuntare in fondo alla chiesa”, racconterà  il parroco quattro anni dopo, in veste di testimone di giustizia al Tribunale di Bologna. 

Una decina di persone, “tra i trenta e i quarant’anni”, tutte a volto scoperto, iniziano a intonare dei cori: “Alfredo libero. No al 41-bis”. Una donna tenta di avanzare lungo la navata con dei volantini in mano, ma alcuni parrocchiani, superata l’esitazione, la fermano prima che riesca a distribuirli. Nel giro di pochi attimi, prende forma un groviglio di voci, spintoni e fogli agitati in aria. Tutto dura poco, “un minuto, due minuti” appena. Poi gli attivisti vengono accompagnati fuori dalla chiesa e la messa riprende “tranquilla e beata”. “Mai vista una cosa del genere. E poi noi che cosa c’entriamo? Sono entrati, hanno blaterato qualcosa con un megafono, hanno lanciato volantini” commenta Don Setti poche ore dopo l’accaduto, confidandosi con la stampa locale, la quale, l’indomani, titola: “Ancora un blitz degli anarchici. In 15 interrompono la messa” («Resto del Carlino», 28.11.22). 

In quella data, Alfredo Cospito non mangiava da trentotto giorni, in protesta contro il “regime di carcere duro”. Nato a Pescara il 14 dicembre 1967, l’uomo è tutt’oggi detenuto nel carcere di Bancali, a Sassari. La sua storia politica e giudiziaria è legata all’area anarchica insurrezionalista italiana: nel 2012 viene arrestato insieme a Nicola Gai per il ferimento di Roberto Adinolfi, dirigente di Ansaldo Nucleare, gambizzato a Genova, ed è ritenuto responsabile dell’esplosione del 2 giugno 2006 contro la scuola allievi carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo. Quella notte, due ordigni artigianali vengono fatti detonare davanti alla caserma, danneggiando dei cassonetti di fronte alla struttura senza, però, provocare morti o feriti. Per anni il fatto viene contestato come “strage comune contro la pubblica incolumità”, fino a quando, nel 2022, la Corte di Cassazione dispone una nuova qualificazione giuridica del reato come “strage politica contro la sicurezza dello Stato”, aprendo alla possibilità dell’ergastolo ostativo (poi naufragata per l’intervento della Corte Costituzionale).

La decisione alimenta un forte dibattito, politico e giuridico. In un’ordinanza successiva, la Corte d’assise d’appello di Torino osserva come, nel caso concreto, l’azione abbia inciso “in misura assai limitata” sugli interessi dello Stato e richiama la “particolare tenuità del danno o del pericolo” prodotto dall’esplosione. Diversi penalisti e associazioni per i diritti contestano la sproporzione tra gli effetti concreti dell’attentato – compiuto di notte, in assenza di persone e senza vittime – e la contestazione del delitto di strage politica. L’associazione Antigone parla di una estensione “preoccupante” di strumenti e categorie nate per contrastare la mafia e il terrorismo degli anni Novanta. Lo stesso Cospito, durante il processo a suo carico, respinge l’idea di una volontà stragista: “In vent’anni di attentati non c’è stato mai un morto”, dirà davanti ai giudici, parlando di “atti dimostrativi realizzati in piena notte”.

Nel maggio 2022, il ministero della Giustizia, allora guidato da Marta Cartabia, gli impone il regime speciale previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario. Nel decreto firmato dalla ministra del governo Draghi si invoca la necessità di interrompere “i collegamenti con l’associazione criminale di appartenenza” e di impedire che il detenuto continui “a svolgere un ruolo di riferimento all’interno dell’area insurrezionalista”.  Lo sciopero della fame di Cospito comincia il 20 ottobre 2022 e, nel giro di poche settimane, il suo caso smette di essere soltanto una vicenda penitenziaria. In quei giorni, l’Italia ha appena consegnato il governo a Giorgia Meloni, la cui campagna elettorale ha profondamente attinto al lessico della sicurezza e che aderisce a una linea di assoluta fermezza sul 41-bis. All’inizio del 2023, mentre le condizioni fisiche del detenuto peggiorano e le mobilitazioni crescono, la presidente del Consiglio interviene pubblicamente sul caso durante una convention di Fratelli d’Italia: “Lo Stato non deve trattare con la mafia e nemmeno con chi lo minaccia. Questo vale per la mafia ieri e per gli anarchici oggi”.

Intorno al detenuto abruzzese si apre rapidamente uno scontro che investe politica, informazione e opinione pubblica. Amnesty International Italia e le associazioni A Buon Diritto e Antigone scrivono al neo ministro della Giustizia Carlo Nordio esprimendo “forte preoccupazione per la vita di Alfredo Cospito” e ricordando che “la pena, secondo il dettame costituzionale, non deve mai essere contraria al senso di umanità”. Dall’altra parte, governo e maggioranza trasformano il caso in un terreno simbolico sul quale affermare l’indiscutibilità del carcere duro. Nei mesi successivi il nome di Cospito occupa stabilmente il palcoscenico politico nazionale: prima le visite dei parlamentari dell’opposizione nel carcere di Sassari, poi l’intervento alla Camera del deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, che parla di “un influencer del terrorismo anarchico” utilizzato da mafia e criminalità organizzata per “fare cedere lo Stato sul 41-bis”.

I fatti di Bologna si collocano dentro questa cornice. Oltre al blitz nella chiesa del Sacro Cuore del 27 novembre 2022, nelle stesse settimane alcuni attivisti salgono su una gru in piazza della Mercanzia esponendo striscioni contro il 41-bis, mentre sui colli di Sasso Marconi viene incendiato un ripetitore telefonico. Sono questi gli episodi confluiti nel procedimento oggi in corso davanti alla giudice Nicolina Polifroni del Tribunale penale di Bologna, dove sei persone sono imputate, a vario titolo, per danneggiamento e interruzione di funzione religiosa. In una prima fase dell’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, erano state ipotizzate anche condotte associative con finalità di terrorismo, poi progressivamente cadute nel corso delle indagini preliminari.

Ma il processo, ben presto, esula dai soli fatti contestati. Su richiesta della difesa – avvocati Ettore Grenci, Daria Mosini e Mattia Maso – Alfredo Cospito viene ammesso come testimone. Il 18 maggio 2026, per la prima volta dal 2022, il suo volto riappare in pubblico, questa volta in video collegamento dal carcere di Sassari. Davanti alla giudice Nicolina Polifroni, agli imputati e a una decina di attivisti, la sua deposizione prende subito le forme di minute descrizioni della “vita” al 41-bis: “Qui l’isolamento è totale”, esordisce. “Le sezioni sono composte da quattro celle soltanto, del tutto isolate tra loro e i detenuti per anni e anni non vedono un filo d’erba, un albero”. L’ora d’aria, aggiunge, si svolge in “una vasca di cemento con delle sbarre di ferro, da cui non vedi neanche il cielo”. Il 41-bis diventa così “l’annientamento dell’individuo con l’isolamento totale di ogni tipo di comunicazione”. 

Ad un certo punto, i toni della deposizione si fanno più commossi. Cospito ricorda “l’ultima volta” in cui gli hanno tolto la “mordacchia”, termine con cui si indica la benda usata durante gli spostamenti dei detenuti al 41-bis per impedirne contatti visivi e verbali, e racconta che “dall’altra parte c’erano Sara e Sandrone che ora sono morti”. Si riferisce a Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due militanti dell’area anarchica che hanno perso la vita il 19 marzo 2026 nel crollo di un casolare nel Parco degli Acquedotti, a Roma. Secondo la Procura di Roma e il pool antiterrorismo, all’interno dell’edificio sarebbe esploso accidentalmente un ordigno artigianale che i due stavano assemblando: Mercogliano sarebbe stato ucciso dall’esplosione, mentre Ardizzone dal crollo del tetto. Pochi giorni dopo l’accaduto, il questore della Capitale, Roberto Massucci, vieta il presidio commemorativo organizzato al Parco degli Acquedotti. Nel provvedimento si legge che l’iniziativa sarebbe stata “in contrasto con i valori della convivenza civile e democratica” perché ispirata a una “chiave celebrativa” dell’assemblaggio dell’ordigno. Domenica 29 marzo alcuni gruppi tentano comunque di raggiungere il luogo del crollo per lasciare fiori e partecipare a un momento di ricordo ma polizia e carabinieri blindano l’area. L’esito è di 91 persone “fermate” e accompagnate negli uffici della questura: è la prima applicazione del nuovo articolo 11-bis introdotto dal decreto sicurezza del governo Meloni nel febbraio 2026, dopo i fatti di Torino e le presunte violenze commesse a danno dell’agente Calista. La misura consente il cosiddetto “fermo preventivo” per soggetti ritenuti “potenzialmente pericolosi per l’ordine pubblico”. “Il decreto sicurezza funziona”, fa sapere Palazzo Chigi poche ore dopo.

Per avvocati e associazioni, però, quello che avviene a Roma è preoccupante. La Rete di Resistenza Legale parla di una misura usata “in modo generalizzato” e denuncia che il fermo sarebbe stato applicato “unicamente per impedire la commemorazione”. Nei verbali consegnati agli “accompagnati” in questura, rilevano i legali, non compare alcuna indicazione concreta di pericolosità individuale. La stessa questura giustifica il divieto non soltanto per ragioni investigative legate al sequestro dell’area, ma anche per “l’inclinazione ideologica contro l’ordine costituito”.

L’episodio riflette un clima politico in cui l’anarchismo è tornato a essere trattato come una minaccia prioritaria e il dissenso radicale viene definito quasi esclusivamente attraverso le categorie del terrorismo e dell’emergenza. Emblematica, in tal senso, è l’introduzione dell’articolo 270-quinquies.3 nel codice penale, disposizione voluta dal governo Meloni e inserita nel decreto sicurezza dell’aprile 2025. La legge punisce con la reclusione da due a sei anni chi «si procura o detiene materiale contenente istruzioni» sull’uso di esplosivi, armi o tecniche di sabotaggio «con finalità di terrorismo». Secondo parte della dottrina, il reato, così formulato, anticipa la soglia della punibilità ben prima dell’azione: non si colpisce più soltanto il fare, e nemmeno il concreto poter fare, ma il semplice poter pensare di fare. È in questo slittamento che alcuni giuristi leggono l’emersione di una forma di “terrorismo della parola”: una repressione che non interviene dopo un attacco o la sua organizzazione, ma sulla sua possibilità teorica, immaginata, evocata o, perfino, soltanto auspicata.

Ad oggi, sono due i casi in cui la neonata disposizione è stata applicata. Il primo riguarda Ahmad Salem, giovane cittadino palestinese rifugiatosi in Molise presso un parente dopo essere fuggito dal genocidio in corso a Gaza e nel sud del Libano. Salem viene arrestato pochi giorni dopo l’introduzione del reato, nel maggio 2025, e poi condannato dal Tribunale di Campobasso a quattro anni di reclusione. La sua colpa sarebbe stata quella di detenere sul cellulare alcuni video della resistenza palestinese, già circolati sui media, e di aver pubblicato un tiktok, nel quale punta il dito contro l’immobilismo dei Paesi arabi di fronte a Israele. “La condanna è frutto di un clima islamofobico diffusamente presente nel nostro Paese”, dichiara subito dopo la lettura del dispositivo il suo difensore, Flavio Rossi Albertini. 

Il secondo caso è quello di N.G., venticinquenne teramano conosciuto online come “naturepilled”, arrestato nell’aprile 2026. Secondo la Procura distrettuale dell’Aquila, il giovane avrebbe diffuso via Instagram “istruzioni per fabbricare armi artigianali ed esplosivi, dentro un immaginario che mescola anarco-primitivismo, ecologismo radicale e riferimenti a Theodore Kaczynski”. Sulla sua pagina Instagram, seguita da circa duecentomila persone, scorrevano meme, caroselli e reel. In uno dei contenuti acquisiti agli atti, uomini armati fanno irruzione in un edificio mentre compare la scritta: “io e i ragazzi che assaltiamo i centri di dati di intelligenza artificiale per fermarli dal prosciugare laghi e fiumi”. In un altro post, l’esplosione di una bomba planante è accompagnata dalla frase: “io 14 chilometri sopra la sede di BlackRock”.

L’utilizzo del 270-quinquies.3 racconta molto dell’impianto securitario sapientemente allestito dal governo in questi anni. La disposizione ha colpito finora due figure molto diverse ma accomunate dalla loro alterità, politica o esistenziale. Un giovane palestinese accusato per il possesso di contenuti legati alla resistenza del suo popolo contro Israele – Stato che, ricorda lo stesso Salem in aula, ha ucciso settantatré dei suoi parenti – e un anarchico che rivendica apertamente la propria adesione idologica attraverso, una pagina Instagram seguita da decine di migliaia di persone. In questo campo di battaglia, sempre più simbolico, tra Stato e agenti contaminanti, Alfredo Cospito finisce per incarnare il feticcio perfetto del nemico interno: non soltanto un detenuto da punire per fatti già giudicati, ma una figura da neutralizzare per ciò che può rappresentare. Così, il 41-bis assume il ruolo di massimo strumento repressivo, di estremo dispositivo di gestione del dissenso e stiratura – se non addirittura rottura – delle garanzie costituzionali, sacrificate sull’altare dell’ordine sociale. 

Anche per questo, il 30 aprile 2026 il ministero della Giustizia rinnova a Cospito il carcere duro per altri quattro anni. “Il provvedimento mal si concilia con uno Stato democratico”, dichiara all’ANSA il suo legale Flavio Rossi Albertini – lo stesso di Ahmad Salem e del resistente palestinese Anan Yaeesh – annunciando reclamo contro una misura che, a suo dire, viene ormai utilizzata “al di fuori dal perimetro normativo”. Durante la deposizione resa a Bologna, sul punto Cospito racconta di avere ricevuto il rinnovo del 41-bis accompagnato da “un mappazzo di quasi 90 fogli”, una quantità di documenti che definisce “senza precedenti” rispetto ai rinnovi ordinari. Paradossalmente, spiega, proprio quelle pagine di motivazione sono diventate il suo personale aggiornamento sullo stato dell’anarchismo in Italia e in Europa: “Grazie a Piantedosi e Nordio che mi hanno aggiornato di tutte le lotte che ci sono state nel mondo. Da quando sono al 41bis, le mie parole fuori sono girate di più”. Ed è proprio qui che affiora la contraddizione più profonda del suo caso: un dispositivo, concepito per spegnere una voce, finisce per amplificarne la risonanza pubblica. Vite, biografie e percorsi individuali, esasperati fino a diventare strumenti narrativi utili a produrre allarme, consolidare consenso e alimentare l’idea di uno Stato permanentemente assediato dai propri nemici.

Dario Morgante

Dario Morgante è laureato in giurisprudenza con specializzazione in diritto penale e ambientale. Da giornalista freelance si occupa di repressione, questione palestinese e giustizia sociale.

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