Articolo
Salvatore Papa

Come Bologna è diventata il laboratorio delle politiche securitarie del governo Meloni

Papa Cover

La destra ha costruito a Bologna un’emergenza sicurezza; il centrosinistra, invece di sottrarsi, ha finito per inseguirla. Così la città è diventata il luogo ideale per sperimentare controllo, allontanamenti e militarizzazione. La morte di Abderrahim Fakir al Pilastro è l’ultimo esito di questa trasformazione.

“Aiuto, aiuto, basta”, sono state le ultime parole di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne di origine marocchina morto il 19 luglio 2026 durante un’operazione di polizia al Pilastro. Com’è subito emerso da alcune testimonianze, poi confermate da una segnalazione al 118 andata in onda sul Tg1, l’uomo era in preda a un forte stato d’ansia, credeva probabilmente che qualcuno volesse ammazzarlo, ma all’arrivo della Polizia le cose sono degenerate. Ne sarebbe nata prima una colluttazione con un passante, poi, nel tentativo di bloccare l’uomo – come si vede nel primo video diffuso – due poliziotti lo tengono fermo pancia a terra, aiutati da una terza persona. Fakir si lamenta, chiede ancora aiuto circondato dal personale sanitario, fino a quando però smette di respirare e muore. Inutili si riveleranno i tentativi di rianimarlo.

È successo al Pilastro, a Bologna, e non è un caso.

Per capire perché bisogna ritornare alla notte tra il 24 e il 25 settembre 2024, quando in piazza XX Settembre, sempre a Bologna, un ragazzo ivoriano di 26 anni, Mamadou Sangare, viene ucciso a coltellate davanti alla stazione. Dell’omicidio è accusato uno degli spacciatori che operano nell’area, un venticinquenne guineano. Da quel giorno il dibattito sulla sicurezza della città si è spostato dalle cronache locali a quelle nazionali trasformando progressivamente Bologna nel laboratorio delle politiche securitarie del governo Meloni, fino alla morte di Fakir. 

Pochi mesi prima dell’assassinio di Sangare, a metà maggio, un altro ragazzo, Montez Alibi, un ventunenne di origine tunisina, era stato ucciso nella stessa zona, sulla scalinata del Pincio, dopo un tentativo di furto della sua bici da parte di un diciassettenne con precedenti penali. 

Questa successione ravvicinata di tragici eventi a tema “extracomunitario” non poteva certo lasciare indifferente la destra locale, forte del supporto di due importanti esponenti concittadini del governo. Da un lato il capogruppo alla Camera di FdI ed ex consigliere comunale, Galeazzo Bignami, capace addirittura di prendersela con la Prefettura e la Questura per un atteggiamento ritenuto troppo “accondiscendente” nei confronti delle linee guida dell’amministrazione comunale; dall’altro la sottosegretaria leghista alla Cultura ed ex candidata sindaca Lucia Borgonzoni, già scagliatasi nei mesi precedenti contro i presunti ritardi dell’amministrazione per la messa in sicurezza della Torre Garisenda – il monumento più rappresentativo di Bologna salvato in fretta e furia dal rischio crollo.

Assieme a loro, ossessionato dal desiderio di conquistare la “roccaforte” del centro-sinistra, c’è sempre stato anche Matteo Salvini, più volte protagonista dello scontro politico nel capoluogo emiliano, dall’eclatante citofonata proprio al Pilastro durante la campagna per le Regionali del 2020 (“Scusi, è vero che suo figlio spaccia?”), fino all’ostruzionismo, in qualità di ministro dei Trasporti, sul provvedimento Bologna Città 30, il limite di velocità imposto dall’amministrazione comunale in alcune strade della città. 

All’origine di tutti i guai dell’amministrazione guidata dal sindaco Matteo Lepore c’è però un altro motivo: il risicatissimo consenso ottenuto alle amministrative del 2021 – pari ad appena il 31% dell’intero corpo elettorale – a fronte del più alto tasso di astensionismo nella storia di Bologna (il 48,8%). Una debolezza impressa dalla nascita, quella della Giunta, che è stata poi ulteriormente messa a dura prova da molti altri problemi; in particolare: quelli di mobilità causati dalla costruzione del tram e cavalcati dalla destra insieme all’eterno tema del “degrado”, e quelli legati alla grave crisi abitativa che insieme a una politica urbanistica caratterizzata dal consumo di suolo hanno dato vita a una tenace opposizione ambientalista. 

Tutto questo, sommato a due omicidi in sequenza nell’era del governo più a destra della storia repubblicana, ha fatto schizzare, anche a Bologna, il tema della sicurezza in cima all’agenda e la richiesta di “misure serie” da parte delle opposizioni di destra ha trovato il terreno perfetto per attecchire.

Qualche giorno dopo l’omicidio del ventiseienne ivoriano, proprio su invito del sindaco Matteo Lepore, è arrivato in città il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, un altro che Bologna la conosce poiché ci ha vissuto da Prefetto dal 2017 al 2018. Non una visita come le altre, perché da quel comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza è nata la sperimentazione della prima “zona rossa” d’Italia, una delle misure simbolo del governo Meloni.

Per sei mesi – poi prorogati nel tempo – le forze dell’ordine hanno ottenuto il potere di allontanare le persone già denunciate per spaccio, danneggiamento o reati contro la persona, applicando il divieto di stazionamento in una serie di vie. Il provvedimento ha colpito duramente anche la Bolognina, il quartiere multietnico a ridosso della stazione Alta Velocità, segnato da quella che i servizi sociali definiscono un’epidemia di crack. Una vera e propria militarizzazione dell’area che nei primi tre mesi ha prodotto, secondo il Viminale, 7.613 controlli e 43 allontanamenti.

Stretta nella morsa della propaganda di destra, la città è finita, così, nella trappola del securitarismo e non ne è più uscita. Davanti all’assenza di risultati concreti, a parte i numeri, il governo ha continuato a scaricare le colpe sull’amministrazione comunale e il centro-sinistra locale è stato costretto a giocare in difesa cercando di deresponsabilizzarsi attraverso un’unica e martellante richiesta: più poliziotti. Dal momento che “il governo – ha affermato più volte il sindaco Lepore, rivolgendosi al centrodestra di Bologna – ha fatto della sicurezza la propria bandiera, sarebbe più utile chiedere all’unisono più risorse per una città meritevole di più diritto alla sicurezza”. 

Eppure, come dimostra anche il caso di Fakir, non sono mai stati i poliziotti a mancare, ma, al contrario, una politica capace di affrontare il disagio sociale senza ricorrere alle forze dell’ordine. 

“Nel pieno dell’istituzione delle zone rosse c’è stato il picco dei disagi, dovuti sia al consumo incontrollato di sostanze e alla loro vendita, sia alla mala gestione di chi ha preteso di gestire con strumenti di mero ordine pubblico tout court quello che era, prima di tutto, un problema sanitario come il consumo”. Ad affermarlo è Didier Tieoule, attivista dell’associazione La Casa del Mondo Adjebadia, associazione e centro antirazzista che da molti anni offre i propri servizi gratuiti alle famiglie e ai bambini del rione Bolognina. “Chi ne ha pagato le conseguenze – sostiene – sono stati proprio i residenti e i bambini del quartiere. La zona rossa non ha fatto altro che aumentare i poteri di controllo e ispettivi della polizia, usati male: abbiamo avuto tre o quattro operazioni “ad alto impatto” e, mentre c’era la militarizzazione, la gente ha continuato comunque a vendere droga e a fumare. L’altra faccia di questa repressione è la corrosione del tessuto sociale e la profilazione e criminalizzazione dei ragazzi e delle persone razzializzate. Alla fine, questa finta sicurezza non è servita a nulla: ci si è accaniti sulla popolazione vulnerabile, senza mai fare un vero maxi-sequestro o arrestare i grandi narcotrafficanti che portavano la droga pesante a Bologna.”

Ad approfittare di questa situazione, generando ulteriore tensione, è stata l’estrema destra della Rete dei Patrioti e di CasaPound. Dopo poche settimane dall’avvio della zona rossa, il 9 novembre 2024, circa 300 militanti sono arrivati in Piazza XX Settembre per rivendicare “maggiore sicurezza” e contrastare il “degrado”. Una provocazione a due passi dalla piazza della strage fascista del 2 agosto che non poteva non suscitare la reazione dei movimenti antifascisti cittadini. Nonostante la richiesta del sindaco di spostare la manifestazione in una zona meno centrale per evitare scontri, la prefettura ha dato comunque il permesso e ne sono, come previsto, scaturiti violenti tafferugli con la polizia andati poi in onda su tutte le reti nazionali. “Ci hanno mandato 300 camicie nere”, l’amaro commento di Lepore, conscio della volontà del Viminale di esasperare il clima.

Da lì in avanti la gestione dell’ordine pubblico è stata un continuo di provocazioni e ogni grande manifestazione è diventata il pretesto per dare prova dei nuovi decreti sicurezza e mettere sotto accusa la città. È successo a giugno del 2025 con i diecimila metalmeccanici uniti in uno dei più grandi scioperi operai degli ultimi anni, emblematico per l’applicazione del nuovo reato di blocco stradale previsto dal Decreto Sicurezza, è successo durante le enormi manifestazioni per la Palestina tra settembre e novembre 2025; ed è successo, con lo stesso identico copione di Piazza XX Settembre, il 21 novembre 2025, in occasione della partita di basket tra la Virtus e il Maccabi Tel Aviv al Paladozza, a pochi passi dal centro. Anche in quest’ultimo caso il sindaco aveva chiesto al ministro Piantedosi di spostare altrove o rinviare la partita per evitare problemi di ordine pubblico, senza però essere ascoltato. Ben cinquecento agenti supplementari sono stati, quindi, mandati a proteggere l’area, scontrandosi poi con il corteo partito da Piazza Maggiore per raggiungere il palazzetto.

La costruzione dell’emergenza è passata anche dai numeri e dal loro utilizzo strumentale. Dopo Milano, Firenze e Roma, Bologna proprio nel 2024 è stata la città con il maggior numero di reati denunciati, soprattutto violenze sessuali (la città è al secondo posto) e micro-criminalità di strada, in particolare furti e rapine.  

“Ad alimentare lo stock di denunce – si legge nell’indagine del «Sole 24 Ore» realizzata attraverso i dati del Viminale – è il passaggio quotidiano di centinaia di city users e turisti (che rispetto a 10 anni fa, a Bologna, sono quasi raddoppiati, ndr).” 

Tuttavia gli stessi dati raccontano anche altro. Nel 2014 le denunce complessive erano state 74.524; dieci anni dopo sono scese a 61.816. L’aumento registrato rispetto agli anni del Covid si inserisce perciò in una tendenza più articolata: “Gli incrementi – osserva Marco Dugato, ricercatore dell’osservatorio Transcrime dell’Università Cattolica di Milano – possono essere considerati fisiologici a fronte delle criticità sociali ed economiche che il Paese sta attraversando. E anche le tensioni internazionali possono avere influenze sui fenomeni criminali”.

Ma quando si parla di “sicurezza” le spiegazioni razionali non contano, soprattutto davanti a quella stessa classe politica responsabile di quei problemi sociali ed economici. 

Il tema è, quindi, un ottimo specchietto per allodole che, agendo sulla pancia del Paese, rende più forte il messaggio delle destre contaminando l’intero arco parlamentare.

Era stato proprio un sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, a sdoganare l’idea che la sicurezza non fosse un tema né di destra né di sinistra. L’ex segretario della Cgil inaugurò una stagione di tolleranza zero sull’illegalità, dalle occupazioni ai lavavetri ai semafori. Qualche anno dopo la questione fu ripresa dal governo Gentiloni che, con il decreto legge n. 14 del 2017, oltre a conferire nuovi poteri ai sindaci, introdusse il “daspo urbano”, l’ordine di allontanamento rivolto a persone considerate pericolose o minacciose per il “decoro”. E il daspo urbano è stato lo strumento utilizzato dalla direttiva del ministro Piantedosi per istituire le zone rosse, poi confluite nei vari decreti sicurezza dopo il “successo” della sperimentazione a Bologna e Firenze. L’ultimo in ordine di tempo a prendere parola sul tema è stato invece il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale: sulla sicurezza – ha dichiarato in un’intervista a Repubblica il giorno prima della morte di Fakir – “io penso che la sinistra abbia il dovere di avere una proposta, che non può essere sempre: dobbiamo rimuovere le condizioni sociali per cui le persone delinquono. […] Le rapine, le violenze sessuali, i furti sono tutti temi che la sinistra deve mettere al centro della propria azione, con una doppia natura: quella della prevenzione, ma anche con la propria credibilità nella capacità di repressione”.

Forse anche per questo, la zona rossa, che doveva essere una misura straordinaria, non ha ancora abbandonato Bologna. Ciononostante, i reati non sono diminuiti abbastanza da soddisfare quei cittadini suggestionati dall’idea, difficilmente concretizzabile, di veder azzerata la criminalità; e così il 5 gennaio 2026 un nuovo omicidio ha sconvolto la città. Alessandro Ambrosio, un giovane capotreno di 34 anni, viene ucciso con una coltellata all’interno della Stazione. L’autore, si scopre poco dopo, è Marin Jelenic, un cittadino croato di 36 anni senza fissa dimora sul quale gravava un decreto di allontanamento dal territorio italiano emesso dal prefetto di Milano, che era scaduto il 3 gennaio 2026, due giorni prima dell’omicidio. 

Stavolta non ci possono essere dubbi, la competenza è statale. Lepore punta ancora una volta il dito contro il governo per la carenza di poliziotti, ma il problema, nel frattempo, è diventato un altro: l’immagine di Bologna come città pericolosa e fuori controllo secondo l’opinione pubblica. “Come Casa del Mondo – continua Tieoule – andammo a denunciare in consiglio comunale la situazione della Bolognina già nel 2022. Chiedemmo in quel caso l’apertura di spazi in quei locali comunali vuoti da molti anni anziché l’aumento della polizia per strada, perché la vera sicurezza, secondo noi, la fanno gli spazi sociali e culturali. La nostra voce non è stata ascoltata e questi spazi sono stati lasciati abbandonati, tanto da permettere l’insediamento nelle loro vicinanze delle piazze di spaccio. Poi, quando l’amministrazione si è resa conto della trappola della destra ed è intervenuta, assegnando quei luoghi alle realtà del quartiere, è stato messo un freno alla droga, ma ormai era troppo tardi per fermare il danno culturale. Nel frattempo la situazione si era già degradata a livello sociale. Oggi la preoccupazione maggiore non sono solo gli abusi di polizia, ma l’insensibilità e l’incattivimento della società civile, quel danno culturale che ha rafforzato l’idea che tutti i problemi derivino dagli stranieri e la gente che fa il tifo affinché venga punita o ammazzata una persona.”

Dalla Bolognina al Pilastro ci si arriva col 35, in circa 40 minuti. Entrambi sono nati come quartieri operai, entrambi si raggiungono dopo aver attraversato un ponte che in origine li separava dalla città, entrambi sono caratterizzati da un tessuto multietnico, povertà e fragilità sociale ed entrambi godono da sempre delle attenzioni delle forze dell’ordine (anche quelle criminali, come fu nel caso della banda della Uno Bianca). 

Il Villaggio Pilastro, come lo chiamavano all’epoca, nacque nel 1966 con un nucleo di case popolari in aperta campagna. Fu progettato per rispondere alla necessità di alloggi del crescente numero di immigrati giunti per lavorare in città durante il boom economico e ancora oggi è la zona con la più alta percentuale di edilizia residenziale pubblica di Bologna. Coloro che si insediarono per primi, definiti “i pionieri”, si trasferirono a vivere senza che vi fossero servizi di base, nemmeno l’acqua e l’elettricità, con le strade in terra battuta, la chiesa in un container e le scuole lontane. Contro quelle famiglie povere si mise sin da subito in moto una narrazione mediatica stigmatizzante, scaricando sul Pilastro e i “pilastrini” tutti i problemi della città. Narrazione che, a fasi alterne, continua fino a oggi, sebbene i suoi abitanti non siano più i “meridionali”, ma “extracomunitari”.

A raccontarmi il peso di questa eredità è Hind, ventiquattrenne di origini marocchine, cresciuta nel quartiere, che ne riassume così il clima quotidiano e il rapporto con chi dovrebbe garantire la sicurezza: “Da quando ho ricordi, il mio rapporto con le forze dell’ordine è sempre stato un rapporto di paura e mai di fiducia. Non mi sono mai sentita al sicuro davanti alle divise. Ogni volta che intervenivano era per arrestare, fare perquisizioni, maltrattare, minacciare. Sono cresciuta con le sirene, con le perquisizioni nelle case dei miei compagni di classe alle sei del mattino, con gli arresti. Ogni pattuglia arriva già con un pregiudizio nei confronti del quartiere e di chi ci vive.”

Hind è anche una delle attiviste del comitato MuBasta, nato nell’autunno del 2025 per opporsi al progetto del Museo delle bambine e dei bambini nel principale parco del quartiere che aveva già visto a settembre l’inaugurazione di una caserma dei Carabinieri, una delle due nuove sedi delle forze dell’ordine aperte a Bologna nell’ultimo anno – l’altra, guarda caso, in Bolognina dove sempre Lepore e Piantedosi si sono rivisti per tagliare il nastro di un nuovo posto di Polizia.

“Al Pilastro le istituzioni non hanno mai garantito i servizi essenziali – continua Hind. Poi, improvvisamente, vediamo alzarsi questo cantiere in mezzo al Parco Mitilini Moneta Stefanini, che è il nostro polmone verde, il luogo di incontro dove i bambini giocano usciti da scuola e le mamme si ritrovano. Quando come cittadini e come comitato MuBasta abbiamo occupato l’area e chiesto un dialogo, la risposta della Giunta è stata la militarizzazione: per due settimane abbiamo subìto idranti, camionette antisommossa, lacrimogeni, cariche e arresti. Un dispiegamento di forze che ci ha sconvolte e che è continuato nei mesi successivi. Ma lo si è visto chiaramente anche con la tragedia di Fakir: lì dove altrove episodi simili vengono gestiti con l’ascolto, nei luoghi come il Pilastro la risposta automatica è l’uso sproporzionato della forza. C’è un pregiudizio sistemico verso questo territorio e verso la comunità razzializzata, e le responsabilità politiche di questa gestione repressiva ricadono interamente anche su chi governa la città.”

A una settimana dalla morte di Abderrahim Fakir, le strade del rione sono tornate a riempirsi. Domenica 26 luglio quasi tremila persone hanno preso parte alla marcia popolare organizzata da Hind insieme alle attiviste e agli attivisti del comitato MuBasta e a Plat, la piattaforma che da anni si occupa di casa, lavoro e immigrazione in Bolognina. I due rioni si sono così ritrovati ancora una volta stretti nella solidarietà, attraversati dallo stesso desiderio di giustizia e verità: “siamo tutti Fakir”, recitava lo striscione alla testa del corteo.

“I poliziotti e i sanitari – ha urlato al megafono una giovanissima ragazza – sono solo gli ultimi anelli di una catena lunga, fatta di istituzioni repressive, autoritarie ed estremamente violente, pronte a eliminare per preservare potere, ordine e controllo. Esiste una responsabilità istituzionale ed esiste una responsabilità sociale. Se le guardie godono di impunità sociale la responsabilità è di tutte le parti coinvolte. Il razzismo non è un problema delle persone razzializzate. Noi non vogliamo essere brave o cattive persone, essere bravi o cattivi cittadini. Noi siamo persone.”

Salvatore Papa

Salvatore Papa è caporedattore di «Zero» a Bologna. Si occupa e scrive di cultura, luoghi ed eventi.

Icon Diamond Yellow

Newsletter

Le vite degli altri

Le vite degli altri è una newsletter che racconta di vite che non sono la nostra: vite straordinarie, bizzarre o comunque interessanti.

La scriviamo noi della redazione di Lucy e arriva nella tua mail la domenica, prima di pranzo o dopo il secondo caffè – dipende dalle tue abitudini.

Contenuti Correlati

lucy audio player

00:00

00:00