A quattro anni dall’assassinio di Mahsa Jina Amini per mano della polizia morale, la furia repressiva del regime iraniano si è inasprita. A favorirla è stato il recente conflitto, che ha oscurato i crimini dello Stato senza però spegnere la contestazione. Attraverso le immagini del documentario "A war on women", la regista Raha Shirazi spiega perché la rivolta di Donna, Vita, Libertà non è un fenomeno isolato, ma l’approdo di decenni di disobbedienza quotidiana che neanche la guerra è riuscita a fermare.
Mentre le scie dei missili striano il cielo sopra lo stretto di Hormuz, gli iraniani – e soprattutto le iraniane – persistono nella lotta contro le imposizioni e la repressione del regime degli ayatollah. Lo fanno senza sosta, sfidando proiettili ed esecuzioni capitali, da quando una ragazza curda in vacanza a Teheran è stata uccisa dalla polizia morale. Era il 16 settembre del 2022 e le immagini dell’arresto di Mahsa Jina Amini rimbalzavano di città in città percorrendo tutto il globo, mentre l’Iran veniva incendiato dai giovani manifestanti. Quell’uccisione di Stato divenne il detonatore di un’imponente rivoluzione. Il movimento prende il nome di Jin, Jiyan, Azadi (Donna, Vita, Libertà) lo slogan curdo adottato dai manifestanti iraniani dopo la morte di Amini. Dall’autunno di quattro anni fa una marea di donne ha inondato vie e piazze, con i capelli al vento e i veli stretti in pugno; quelli che prima erano simboli di oppressione hanno cambiato lato e sono diventati strumenti di potere nelle mani delle iraniane. La risposta del regime non si è fatta attendere: repressione nel sangue, crudeltà e torture sono aumentate in un crescendo inarrestabile. Secondo Amnesty International, nel 2025 sono state giustiziate più di mille persone, un numero che non si registrava dal 1989. Dal 2022 la Repubblica islamica ha incrementato costantemente il numero di esecuzioni per intimorire e sedare le proteste, senza grandi risultati. Le donne iraniane cercano la liberazione da circa cinquant’anni, da quando nel 1979 la rivoluzione tradì le loro speranze. È da qui che parte il documentario A war on women della regista iraniana-canadese Raha Shirazi. Uscito nella scorsa primavera, A war on women è una pellicola che, con ritmo incalzante e materiale d’archivio sorprendente, mostra cinque decenni di storia e quattro generazioni di donne che hanno lottato per spezzare le catene opprimenti imposte dal regime. Abbiamo incontrato la regista durante la presentazione del documentario in un cinema all’aperto dell’estate romana. L’abbiamo raggiunta a fine documentario per chiederle la sua lettura della rivoluzione iraniana a quattro anni dall’evento che l’ha scatenata e a più di sei mesi dall’attacco israelo-statunitense su Teheran.
Nel documentario c’è un’enorme quantità di immagini e di materiale d’archivio. Ai video in bianco e nero si alternano quelli recenti fatti con il telefonino. Quanto è stato difficile recuperare e mettere insieme cinquant’anni di storia?
Sicuramente non è stato un processo rapido: ci sono voluti circa tre anni per realizzare il film. Il lavoro sull’archivio è stato lungo e complesso. Non solo perché abbiamo dovuto passare giorni, settimane, mesi a guardare immagini, video e fotografie ma anche perché in mezzo a tutto quel materiale abbiamo dovuto selezionare quali fossero gli attimi, le persone e le voci che meglio potessero descrivere e raccontare la storia delle donne iraniane. Non sono bastati ovviamente gli archivi ufficiali: per ricostruire la resistenza delle donne dovevamo partire dal loro sguardo, quello che viene costantemente oscurato dal regime e che rimane negli archivi personali nascosti nelle case. Abbiamo quindi messo in piedi una rete, dentro e fuori dall’Iran, per cercare quei materiali preziosissimi. Senza quelli avremmo semplicemente percorso cinquant’anni di storia. Il nostro scopo era invece ricostruire quegli stessi anni come se l’obiettivo fosse costantemente nelle mani delle donne, adottando i loro occhi e il loro punto di vista.
Il film termina con le proteste che sono seguite all’uccisione di Mahsa Jina Amini nel 2022. In cosa quell’evento è stato diverso da altri? Cosa l’ha reso un detonatore così potente? È stato anche il motivo della realizzazione del documentario?
L’uccisione di Jina è stata un detonatore fortissimo, ma tutto ciò che è esploso in quel momento era già presente nella società iraniana. Questo va tenuto ben presente, altrimenti rischiamo di ignorare tutti quegli anni di ribellione del popolo iraniano. Allo stesso tempo non si può negare che quell’evento sia stato fondamentale per far scattare la protesta. Credo che sia successo perché milioni di iraniani si potevano riconoscere in Jina. Ricordiamoci che il 37% della popolazione iraniana è under 25: è molto semplice rispecchiarsi in una giovane ragazza che va in vacanza a Teheran e viene fermata per un qualcosa che tutte le donne iraniane vivono quotidianamente, ovvero il modo in cui bisogna indossare il velo. Il pensiero che istantaneamente si innesca è che quello che le è successo può succedere a tutte. Questo ha spinto masse di persone dentro e fuori dal Paese: anche gli iraniani in diaspora aspettavano i video di quello che stava accadendo. Io ero una di loro. Mi ricordo che guardavo ossessivamente le immagini delle proteste: ragazze giovanissime che scendevano in strada, si toglievano il velo, ballavano, cantavano, affrontavano il regime. In quel momento, mentre tutto il mondo osservava fiumi di persone invadere le strade, sentivo che era necessario spiegare che quel movimento non era nato improvvisamente nel settembre del 2022. Quella rivolta era il risultato di decenni di lotta. C’era una rabbia che si era accumulata nel Paese per moltissimo tempo: la morte di Jina è arrivata dopo anni di difficoltà economiche, mancanza di libertà e proteste represse violentemente.
Se poi dobbiamo parlare delle differenze rispetto a manifestazioni e proteste precedenti, credo che una delle novità principali di Donna, Vita, Libertà sia stata la partecipazione degli uomini. Per la prima volta, in maniera così forte, la libertà delle donne non è stata più percepita solamente come una “questione femminile”. È diventata il cardine della liberazione di un’intera società. Questo cambia tutta la percezione e il modo in cui una protesta si mostra. Gli uomini sono scesi in strada accanto alle donne e hanno gridato “Donna, Vita, Libertà”. Per me è stato uno dei cambiamenti più profondi prodotti dal movimento.
Tornando al motivo del documentario è indubbio che anche per me l’uccisione di Jina e le proteste che sono seguite hanno rappresentato uno degli impulsi principali, ma non l’unico. C’è stato anche qualcosa di profondamente personale. Sono nata in Iran, sono cresciuta fuori dall’Iran e la storia delle donne iraniane attraversa anche la storia della mia famiglia e la mia. Più andavo avanti nella ricerca, più mi rendevo conto che non potevo raccontare quelle donne come se io fossi completamente esterna.
Una delle scoperte più importanti per me sono state le manifestazioni dell’8 marzo 1979, pochissimi giorni dopo la fine della rivoluzione. Vedere le immagini del ‘79, la tenacia e le richieste di quelle donne, e poi vedere, quarant’anni dopo, le ragazze di Donna, Vita, Libertà ha rappresentato un punto di svolta. Ho capito che non si trattava di due storie separate: c’era un filo che univa quelle generazioni. Il film è nato proprio dal desiderio di rendere visibile quel filo ignorato dal resto del mondo, che ha aperto gli occhi solo nel 2022.
A proposito delle proteste post rivoluzione del ‘79, nei primi minuti del documentario viene mostrata un’intervista a due manifestanti iraniane. Sembrano molto diverse, eppure lottano per lo stesso motivo. Una ha il velo, l’altra no; una parla delle donne occidentali come vittime di oggettificazione, l’altra parla delle donne iraniane come sfruttate sia dalle logiche occidentali che da quelle orientali. Crede che si tratti di un pensiero ancora vivo nelle manifestanti che oggi animano la rivoluzione? Le donne iraniane si sentono ancora vittime di entrambi i sistemi e di entrambe le culture?
Sì, credo che in parte sia ancora così. Quell’intervista mi aveva colpito perché era stata registrata nel 1979, ma risulta ancora di grande attualità. Le donne iraniane sono state per molto tempo vittime di pressioni che arrivano da entrambe le parti, anche se naturalmente in forme molto diverse. Ma rispetto a cinquant’anni fa c’è una differenza enorme e fondamentale: la nuova generazione di donne iraniane si rifiuta di essere definita come vittima. Queste donne dicono chiaramente: il mio corpo appartiene a me, la mia voce appartiene a me, la mia vita appartiene a me. Non accettano che sia lo Stato a decidere come devono vestirsi, comportarsi, vivere e rifiutano che siano altri, fuori dall’Iran, a stabilire che cosa debba significare libertà. Vogliono essere loro stesse a sceglierla e a conquistarla. Nessuno si può arrogare il diritto di farlo al posto loro. Questa è la vera potenza del movimento.
È sicuramente la sua forza e probabilmente anche il motivo per cui quel movimento non si è fermato. Una delle esplosioni di protesta più forti c’è stata a fine 2025 ed è durata fino allo scoppio della guerra tra Israele, Stati Uniti e la Repubblica islamica. Il conflitto ha necessariamente posto un freno alle proteste di piazza e ha anche portato alla morte di Khamenei, che i manifestanti iraniani chiedevano a gran voce. Cos’ha comportato tutto questo per il popolo iraniano?
Le proteste tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 hanno dimostrato ancora una volta quanto profondamente una parte enorme della popolazione iraniana sia stanca e insofferente nei confronti del regime. Le persone sono state disposte ad affrontare disarmate, a mani nude, le pallottole della polizia. Questo significa essere pronti a rischiare tutto pur di aspirare a un futuro diverso. La risposta del regime è stata feroce: le persone sono state massacrate per le strade senza pietà, sono state arrestate, imprigionate e torturate. Poi è arrivata la guerra. Ma il conflitto – va detto chiaramente – non ha aiutato il popolo iraniano. Quello che vediamo ora è infatti un regime che continua ad arrestare e giustiziare i propri cittadini e che nasconde la repressione sotto i fumi dei bombardamenti.
Prima o poi questa guerra finirà, in un modo o nell’altro. Quello che non sappiamo, di cui ho grande paura, è cosa rimarrà dopo. Mi chiedo se questo conflitto, anziché aiutare gli iraniani a conquistare la libertà, abbia contribuito a rendere ancor più brutale e forte l’apparato repressivo della Repubblica islamica. Per questo bisogna sempre distinguere tra regime e popolo: combattere la Repubblica islamica e bombardare l’Iran non sono la stessa cosa.
Crede quindi che decapitare il regime non lo abbia indebolito?
Credo che il conflitto abbia rafforzato soprattutto l’efferatezza e la capacità repressiva del regime. Non credo che la guerra abbia improvvisamente consolidato il potere, restituendo agli occhi degli iraniani legittimità alla Repubblica islamica. Le ragioni per cui le persone sono scese in piazza non sono scomparse. Allo stesso tempo la guerra ha creato una situazione estremamente pericolosa. In questo momento l’attenzione internazionale è concentrata quasi esclusivamente sul conflitto, mentre continuano gli arresti, le condanne, le esecuzioni e la repressione. Se il mondo non guarda, per il regime diventa molto più facile agire. La Repubblica islamica sta usando questa situazione in maniera molto strategica per eliminare persone che considera una minaccia alla propria sopravvivenza.
Per questo non credo che possiamo misurare il successo di questa guerra semplicemente chiedendoci quanto abbia indebolito militarmente la Repubblica islamica. Dobbiamo anche chiederci: che cosa sta succedendo alle persone che per anni hanno combattuto questo regime dall’interno? Se la risposta è che quelle persone vengono arrestate, condannate e uccise allora dobbiamo avere il coraggio di dire che la guerra non le sta liberando. La mancanza di attenzione internazionale permette alla Repubblica islamica di proseguire indisturbata. In questo senso il regime ha potere, come se non fosse stato realmente indebolito. La forza e la debolezza di un governo si valutano con unità di misura diverse. Da un lato la repressione della popolazione che si oppone è un segno di paura di perdere il controllo; dall’altro è evidente che la possibilità di emettere condanne arbitrarie e uccidere senza conseguenze è un segno di forza.
In questa assenza di interesse internazionale che ruolo ha avuto il legame con la diaspora, con chi vive fuori dall’Iran?
Chi vive fuori dal Paese può diventare la voce di chi, all’interno, non ha la possibilità di parlare liberamente o di spiegare al resto del mondo cosa sta realmente succedendo. La diaspora può creare un canale attraverso il quale testimonianze, immagini e racconti riescono a superare i confini dell’Iran. In questo senso, credo che il ponte costruito da chi è stato costretto a vivere fuori dall’Iran sia stato, e continui a essere, estremamente importante: non per parlare al posto di chi è dentro, ma per amplificarne la voce e fare in modo che non venga isolata o silenziata. Durante i periodi di blackout di Internet questo ruolo è diventato ancora più evidente, perché mantenere aperta quella via di comunicazione è diventato molto più difficile e, allo stesso tempo, ancora più necessario.
E adesso? Cosa ne è della rivoluzione?
Innanzitutto dobbiamo chiederci che cosa intendiamo quando parliamo di rivoluzione. Abbiamo spesso un’immagine molto precisa del significato di “rivoluzione”: milioni di persone nelle strade, un governo che cade, un momento storico chiaramente identificabile. Ma le rivoluzioni non sono tutte uguali e possono assumere forme diverse. Una donna che oggi in Iran decide di uscire per strada senza velo, sapendo quali possono essere le conseguenze, sta compiendo un atto rivoluzionario. Una donna che canta, che balla, che mostra il proprio corpo e i propri capelli, consapevole che gesti che dall’altra parte del mondo sembrano così banali possono portarla in carcere o persino costarle la vita, sta sfidando direttamente il sistema che cerca di controllarla. Questa ribellione quotidiana non si è esaurita con l’attacco israelo-statunitense. L’obiettivo rimane chiaro, ed è la fine di questo regime brutale. Sarebbe un errore, però, pensare che quando non vediamo milioni di persone occupare le strade allora la rivoluzione sia finita.
C’è un’insurrezione che continua quotidianamente nella vita delle donne iraniane: nel loro rifiuto di tornare indietro e di rinunciare alle libertà che hanno conquistato pagando un prezzo enorme. E forse una delle cose che Donna, Vita, Libertà ci ha insegnato è proprio questa: una rivoluzione non è soltanto il momento in cui cade un regime. È tutto il percorso, che inizia quando le persone smettono di accettare il modo in cui quel regime pretende che vivano.
Per concludere, dobbiamo pensare che oggi la preoccupazione della Repubblica islamica sia esterna o interna?
Credo profondamente che la vera minaccia al regime siano il popolo iraniano e la rivoluzione che porta avanti da anni. I bombardamenti e gli interventi esterni possono certamente modificare gli equilibri politici o militari, ma la contestazione interna è molto più viscerale e corrosiva. È il frutto di decenni di resistenza clandestina, disobbedienza civile e insurrezione vera e propria, con la consapevolezza delle conseguenze di ogni singolo atto.
Per me è importante non perdere di vista questo aspetto, soprattutto oggi: la lotta degli iraniani non nasce dalla guerra e non nasce da un intervento straniero. È una lotta che esiste da quasi cinquant’anni e che appartiene prima di tutto al popolo iraniano.