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Azzurra Tafuro

L’aborto, Bonino e la memoria corta dei maschi di sinistra

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Dopo la morte di Emma Bonino, anche a sinistra c’è chi ha provato a ridimensionarne il ruolo nella battaglia per l’aborto. Ma confondere la storia di quella mobilitazione con quella della 194 significa cancellarne una parte fondamentale.

A dirmi per prima della scomparsa di Emma Bonino è stata una delle militanti del Centro Informazione Sterilizzazione e Aborto (CISA) che ho intervistato a più riprese nel corso di una lunga ricerca sulla storia della salute riproduttiva nell’Italia Repubblicana. Abbiamo rievocato la ragazza con la salopette e i sabot rossi – con cui pure nel corso degli anni eravamo state in disaccordo – e poi, come molte, ci siamo dette che le polemiche su di lei sarebbero state feroci e immediate. 

In effetti, non c’è stato bisogno di aspettare a lungo. Mentre le istituzioni e larga parte della stampa tributavano l’omaggio dovuto ad una figura della levatura politica internazionale di Bonino, i suoi consueti detrattori non si sono lasciati sfuggire l’occasione di condannare una volta di più il suo impegno contro la criminalizzazione dell’aborto che, in Italia, è stato legalizzato secondo tempi e condizioni precise, dalla legge 194 del 1978. Sin qui, niente di nuovo: manipolazione di dati scientifici, citazioni di Teresa di Calcutta, accuse di omicidio/genocidio sono ormai parte di un canone ben noto e consolidato. 

Accanto a queste, però, sono comparse nuove accuse che avevano del sorprendente. Circolate soprattutto sui social ad opera di uomini di sinistra o autodefinitisi tali, queste nuove accuse miravano a sminuire il ruolo di Bonino e dei radicali tutti con due escamotage retorici. Il primo appiattisce l’azione di Bonino sulle posizioni successive agli anni Settanta – di chiara matrice liberista – con l’intento di dimostrare che l’impegno per i diritti civili non sarebbe stato altro che una secondaria foglia di fico. Il secondo riduce la trentennale campagna contro la criminalizzazione di aborto e contraccezione, iniziata a metà degli anni Cinquanta, agli ultimi passaggi dell’iter legislativo della 194 e servendosi di dati e numeri (perlopiù corretti) sui relatori, sulla votazione, sui risultati del referendum dell’81, approda a una conclusione stupefacente: l’azione dei radicali sarebbe stata minimo, a tratti controproducente, quella di Bonino pure e la legalizzazione dell’aborto sarebbe merito del PCI – con buona pace di vari decenni di studi storici. 

Ad arginare quest’operazione storicamente improponibile non è bastata la memoria di Loredana Lipperini, la contrarietà con cui Ida Dominjanni ha apostrofato i “cari compagni”, il commiato affettuoso e rispettoso di Lea Melandri e Luciana Castellina, gli interventi numerosi di studiose e semplici cittadine. I post originali sono stati riprodotti in migliaia di commenti che, con un semplice copia e incolla, hanno tentato di oscurare il portato principale della campagna contro la criminalizzazione: ossia, il cambiamento epocale dell’immaginario e della realtà della contraccezione e dell’aborto, che trasformò in problemi collettivi e in forme del diritto alla salute e all’autodeterminazione di quelli che, sino a quel momento, erano stati considerati come crimini dalla legge e come onte personali dalla morale. 

Questa cancellazione non è neutra sul piano del genere. Ad agire quel cambiamento epocale fu, infatti, un largo fronte di attori prevalentemente extra-istituzionali in cui spicca la presenza delle donne: partigiane e attiviste dell’Associazione italiana per l’educazione demografica, mediche e giornaliste, militanti dell’Unione Donne Italiane, dei collettivi femministi, del Movimento di Liberazione della Donna (Mld) e del Cisa – come Emma Bonino, appunto. Attraversato da conflitti ideali e tensioni strategiche, questo fronte ebbe la lungimiranza politica di stipulare un’alleanza sull’opposizione alla doppia criminalizzazione di aborto e contraccezione – che la repubblica aveva ereditato dal regime fascista. 

La fragilità della memoria storica della criminalizzazione rende necessario precisare un dato di fatto: la scarsa diffusione dei contraccettivi orali – restati a lungo fuori dalla portata di molte per ragioni economiche e culturali – ha fatto sì che in Italia, sino ai tardi anni Settanta, l’aborto clandestino restasse l’unico strumento di pianificazione delle nascite di massa. Sin dalla metà degli anni Cinquanta, le inchieste di «Noi Donne» e di Milla Pastorino misero in luce la dimensione di classe del fenomeno: l’impossibilità di accedere alla contraccezione, spesso la presenza di numerosi figli e la mancanza delle risorse per medici, cliniche, ostetriche, spinse le italiane di condizione working class a ricorrere ad ogni mezzo per interrompere una gravidanza non desiderata. Autonomamente o con l’aiuto di ‘mammane’, ogni anno migliaia di donne non esitarono ad assumere erbe velenose (come la segale cornuta, in uso sin dall’età moderna); a farsi inserire nell’utero sonde, tubi, ferri da calza o vari strumenti acuminati e del tutto impropri; a praticare l’autolesionismo, gettandosi dalle scale o infliggendosi violenze di ogni genere. Inoltre, è bene chiarire che nella vita riproduttiva di molte generazioni di donne l’aborto clandestino non fu un episodio isolato ma una costante che incise drammaticamente sulla sessualità e la salute riproduttiva producendo sterilità, malattie e, non di rado, la morte. 

Accomunato dalla consapevolezza della drammaticità di questa situazione, il fronte contro la criminalizzazione adottò approcci e strategie diverse che riflettevano le diverse idealità. Come abbiamo visto, alcune voci si concentrarono sulla contro-informazione, altre sulla connessione fra sessualità e aborto, il Cisa, l’Mld e vari collettivi femministi unirono la riflessione ad un’azione diretta contro l’aborto clandestino e il suo carico di stigma e di solitudine, di dolore e paura di morire, di subalternità a ‘cucchiai d’oro’ e ‘mammane’. 

Emma Bonino non fu ‘solo’ in prima linea in questa battaglia ma la simboleggiò, dandole voce e corpo e rivendicandola per decenni.  L’esperienza diretta dell’aborto clandestino fu l’incipit della sua militanza: come molte, anche Bonino interruppe clandestinamente una gravidanza inaspettata e indesiderata. Nelle interviste che ha rilasciato nel corso degli anni, ha sottolineato spesso di aver vissuto la clandestinità come una forma d’umiliazione tanto intollerabile da costituire l’innesco della sua militanza. È un passaggio cruciale per comprendere l’insofferenza politica verso il ruolo di vittime impotenti in cui la criminalizzazione confinava le italiane. Non è un caso che Bonino non sia stata la sola ad averlo sottolineato: numerose abortion providers militanti, in seguito, hanno fatto altrettanto mettendo in luce come quest’esperienza non si sia esaurita in un dolore privato, ma sia sfociata nella scelta politica della militanza. 

Da lì ad immaginare e praticare un modo diverso di abortire il passo fu breve. Lo strumento al cuore di questo processo fu l’aspirazione manuale, poi diventata nota come “metodo Karman”: una tecnica semplice e poco dolorosa per eseguire aborti precoci (8-9 settimane). Utilizzata già in Unione Sovietica dopo la prima legalizzazione della storia globale, legata alla rivoluzione del 1917, la tecnica attraversò la cortina di ferro e rimbalzò di legalizzazione in legalizzazione, fra medici e militanti sino a quando, negli anni Sessanta, giunse in California. È qui che Harvey Karman, psicologo e abortion provider militante, associò definitivamente il suo nome alla tecnica, rendendola più sicura e di più facile esecuzione tanto che, dopo un rapido training, anche persone senza formazione medico scientifica potevano utilizzarlo. 

Questa tecnica abortiva mutata in pratica politica da migliaia di militanti negli Stati Uniti e in Europa, fu lo strumento con cui il Cisa e i Nuclei clandestini per l’aborto performarono l’idea di un modo diverso di abortire. A partire dal 1973-1974, entrambi i gruppi eseguirono aborti gratuitamente; i Nuclei scelsero la segretezza, per proteggere le militanti e le donne da eventuali persecuzioni giudiziarie; il Cisa, invece, seguì la strada della disobbedienza civile praticando aborti illegali ma non clandestini, poiché tutti ne erano a conoscenza. Non è un caso se a Roma, nella sezione dei radicali di Piazza Argentina, le donne si affollassero in cerca di aiuto per interrompere una gravidanza che non volevano o non potevano condurre a termine. Bonino riaffiora nella memoria di molte di loro che la ricordano giovane e autorevole, mentre precisa incessantemente che non è beneficenza quella che riceveranno ma solidarietà politica; o, ancora, intenta a valutare chi avrebbe abortito a Roma e chi, essendo ormai troppo in là con la gestazione, l’avrebbe fatto a Londra in cliniche private con cui era stato stretto un accordo. A chi cercava un aborto, il Cisa non chiese denaro, o ne chiese molto poco, ma presa di coscienza della dimensione collettiva del problema. Il protocollo degli aborti eseguiti con il Karman prevedeva che tutte sarebbero state informate su ogni singolo passaggio della procedura, sull’anestesia e sulle tecniche di gestione del dolore; inoltre, a quante avrebbero abortito in Italia, e ne avevano possibilità, si chiese di mettere a disposizione il luogo dove, nel giorno concordato, sarebbe avvenuto il loro intervento e quello di altre. La richiesta non rispondeva solo ad esigenze logistiche ma perseguiva l’intento di mutare l’aborto e i rapporti di potere che ad esso soggiacevano, dando la possibilità alle donne di non restare vittime passive e trasformando un momento di solitudine e subalternità in un momento di solidarietà e di impegno collettivo. 

È quest’inedito mélange di disobbedienza civile e solidarietà politica, di appropriazione di tecniche e saperi medici, di cura ed empowerment che, nelle pubbliche autodenunce, Bonino ha definito senza clamore come “aiutare le donne ad abortire in modo decente”.

Cosa confluì di tutto questo in una legge moderata e di compromesso come la 194? Poco e niente, come suggerisce anche solo il fatto che nel testo non compaia mai il lemma autodeterminazione. Non è un caso che, sebbene molti in questi giorni e non solo sembrino averlo dimenticato, quella legge non abbia mai entusiasmato nessuno e il voto con il quale i radicali prima la respinsero e poi chiamarono il referendum non destò poi grandi sorprese. Più che ad un improbabile sabotaggio del nascente Servizio Sanitario Nazionale, i quesiti referendari posti dai radicali miravano alla depenalizzazione completa e tentavano di fronteggiare la conclamata ostilità alla legalizzazione di medici e personale sanitario – ricorso in massa all’obiezione di coscienza già dall’entrata in vigore della legge. La completa depenalizzazione, la possibilità di eseguire le interruzioni di gravidanza anche fuori dalle strutture ospedaliere, poggiava sulla convinzione che, forse, in questo modo si sarebbe potuto evitare di disperdere il patrimonio di nuovi saperi e idealità che immaginando e praticando un modo nuovo di abortire le militanti del Cisa avevano contribuito a mettere appunto. 

Mentre scrivo le polemiche sui funerali di stato e sulla commemorazione di Bonino proseguono ininterrotte quasi a confermare come la coralità e la complessità della lunga campagna contro la criminalizzazione di aborto e contraccezione mal si accordino con i tempi piatti, di estrema semplificazione e polarizzazione che abbiamo la ventura di attraversare. Commemorare Emma Bonino non è certo farne un santino o dimenticare parte della sua vita politica, non può essere un’occasione per rinfocolare la stantia contrapposizione fra diritti civili e sociali. Si tratta, piuttosto, di fare della sua scomparsa un’occasione per costruire una memoria pubblica di quella stagione che sia ancorata alla verità storica e che, a quasi cinquant’anni dalla 194, non esiti a includere il contributo di chi sottrasse tante alla clandestinità, permettendo loro di avere accesso ad un aborto sicuro, solidale e non stigmatizzante. 

Azzurra Tafuro

Azzurra Tafuro è storica dell’Europa contemporanea e ricercatrice. Si occupa di storia delle donne e di genere, con particolare attenzione alla storia dell’aborto, della contraccezione e dei diritti riproduttivi. Il suo ultimo libro è Un’altra storia dell’aborto. Contraccezione, diritti e salute nell’Italia repubblicana (il Mulino, 2026).

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