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Giuliano Battiston

Abdallah Azzam, il mentore di Osama bin Laden

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A 25 anni dagli attentati dell’11 settembre, che ne è di Al-Qaeda? Non è stata distrutta, anzi: è ancora viva e vegeta. E lo sono anche le idee del principale ispiratore del jihadismo-salafita, Abdallah Azzam.

A 25 anni dagli attentati dell’11 settembre contro le Torri gemelle e il Pentagono, tornano rituali gli interrogativi. Al-Qaeda è ancora una minaccia? Quanto è forte? Perché non è stata annunciata la nuova leadership di Saif al-Adel, il successore di Ayman al-Zawahiri, il medico egiziano jihadista dall’età di 15 anni e fino al 31 luglio 2022, quando è stato ucciso da un drone americano nel centro di Kabul, sul terrazzino di un appartamento messo a disposizione dal ministro degli Interni dell’Emirato islamico dei Talebani? Cosa ne è dell’impresa del terrore dello sceicco saudita Osama bin Laden, ucciso ad Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio 2011 da un commando dei Navy Seals americani?

Decapitata più volte, Al-Qaeda è viva e vegeta. Ed è vivo e vegeto anche il movimento jihadista-salafita di cui è espressione, “il movimento di ribellione transnazionale più longevo della storia” secondo il ricercatore Thomas Hegghammer, che qualche anno fa ha dedicato una biografia straordinariamente puntuale all’ispiratore del nucleo originario di quel movimento, la “carovana del jihad”: Abdallah Azzam (The Caravan: Abdallah Azzam and the Rise of Global Jihad, Cambridge University Press).

Nato a Jenin, in Palestina, nel 1941, poi rifugiato in Giordania, un dottorato alla prestigiosa università egiziana di al-Azhar, studi e prediche in Arabia saudita, conferenziere globetrotter dotato di carisma e dotto eloquio, Azzam è meno conosciuto del sodale bin Laden, ma ne è stato il mentore, coinvolgendolo nella causa afghana e organizzando con lui la resistenza contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Cuore dell’operazione è Peshawar, in Pakistan, dove nell’estate 1984 i due fondano l’anagrafe e centro-servizi Maktab al-Khidamat, l’ufficio di reclutamento e orientamento dei combattenti arabi che intendono fare il jihad contro i russi. Ideologo, studioso di giurisprudenza islamica, stratega, figura centrale nell’iconografia del radicalismo, è l’artefice della prima internazionale jihadista e fa da innesco a un processo storico che arriva giù giù fino ai foreign fighters di oggi. Tutto nasce con una fatwa, La difesa delle terre islamiche, un libello pubblicato a Peshawar nel marzo 1985. Sulla copertina della prima edizione, da un filo spinato spunta una mano robusta che brandisce una spada. Sullo sfondo, una bandiera islamica. I contenuti di quel testo sono l’esito di un amalgama incendiario. 

La costellazione ideologica di Abdallah Azzam è ibrida, attingendo sia alla tradizione della Fratellanza musulmana che al salafismo, la corrente che negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso comincia a prevalere nel movimento jihadista, anche grazie a un’iniezione di fondi saudita. Palestinese sradicato e senza terra, dallo scetticismo verso le istituzioni dello Stato-nazione fa derivare uno sguardo transnazionale, finendo per farsi portavoce di un nuovo panislamismo. L’idea che tutti i musulmani siano un unico popolo e che debbano aiutarsi reciprocamente è antica quanto l’Islam. Ma, spiega Hegghammer, “una forma peculiare si manifesta negli anni Settanta del secolo scorso, nella regione saudita dell’Hijazi”, il triangolo tra le città di Mecca, Medina e Jeddah. “Lì si ritrova una comunità di persone che non volevano unificare politicamente il mondo islamico, istituire un Califfato. Non puntavano allo State-building, ma al solidarity-building per così dire. La loro attività principale era fornire aiuto ai musulmani che soffrivano nel mondo, stabilendo una cooperazione culturale tra i Paesi islamici”. Nel triangolo dell’Hijazi si incontrano e discutono gli islamisti radicali vittime, come Azzam, della repressione dei governi del Medio oriente, in particolare in Siria ed Egitto. Repressi domesticamente, sono spinti verso l’attivismo internazionale. Ideologicamente danno vita a un impasto: l’avanguardismo rivoluzionario della Fratellanza musulmana si mischia con il rigorismo dottrinale salafita. Al fondo, una rinnovata retorica vittimistica: esiste una vera comunità musulmana globale ed è sotto attacco.  

È composto di questa miscela ideologica esplosiva il testo di Abdallah Azzam La difesa delle terre islamiche. Il più importante tra i doveri individuali. Nella fatwa, giuridicamente rigorosa, Azzam riprende la classica dicotomia tra jihad offensivo e jihad difensivo, attribuendogli nuovo significato. Mentre il jihad offensivo è un obbligo collettivo (fard kifaya), deciso e imposto dalle autorità islamiche allorché decidano di inviare missioni in terra straniera contro i nemici di Allah, il jihad difensivo (fard ‘ayn) è il dovere individuale di espellere gli infedeli dalle terre musulmane. Vale per ogni musulmano, ovunque sia. La novità introdotta è dirompente. Fino ad allora il jihad difensivo era considerato un obbligo solo per i musulmani che vivevano nei territori occupati. Azzam allarga la chiamata, rendendola universale: ogni musulmano, ovunque si trovi, è chiamato a contribuire alla cacciata degli infedeli. Anche senza una decisione delle autorità islamiche. “Non chiedere mai a nessuno il permesso per il jihad”, avrebbe sintetizzato in un opuscolo del 1986.

È un passaggio destinato ad avere conseguenze storiche profonde, perché la “privatizzazione” del jihad, l’esortazione a ignorare le autorità politiche e religiose, parcellizza il movimento islamista, di cui invece Azzam invoca l’unità. E produce un cambiamento radicale nel pensiero islamista. Azzam – così Hegghammer – è infatti il primo ad abbracciare così esplicitamente il militarismo. Nessuno dei grandi pensatori islamisti radicali prima di lui negava la legittimità del jihad militare, ma erano tutti in un certo qual modo esitanti,  ponevano condizioni. Azzam invece confuta l’idea dell’Islam come religione di pace o che il jihad sia una battaglia personale, interiore. E dichiara che “il jihad è parte dell’Islam, come guerra, conflitto, violenza, sangue”. Il suo slogan è “il jihad e il fucile e nient’altro: niente negoziati, niente conferenze, niente dialoghi”. Sostiene che tutti debbano essere coinvolti nel jihad, anche se non necessariamente nelle trincee. Proprio su questo nasce una delle divergenze con Osama bin Laden al Maktab al-Khidamat, il “centro servizi” per i combattenti volontari arabi. 

Nella comunità di Peshawar Azzam dà voce ai pragmatici, coloro che intendono contribuire al jihad afghano occupandosi di istruzione, formazione, logistica, sanità, organizzazione, non con il combattimento. Osama bin Laden capeggia invece i militaristi che, insoddisfatti, sempre più frustrati dall’inazione, sono impazienti di combattere. Così nel 1986 fonda il campo di addestramento al-Masada. La logistica del campo si evolve e diventa un’organizzazione vera e propria, con l’idea di creare delle “forze speciali”. Nasce Al-Qaeda. Azzam non contribuisce alla fondazione, né entra a farne parte. Non condivide la strategia e si dedica alla propaganda.

Gli appelli alla lotta contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan passano per volantini, pamphlet, riviste. A Peshawar, le tipografie sfornano libelli su libelli, manifesti e opuscoli. Tra le più produttive, quelle controllate da Gulbuddin Hekmatyar e Abdul Rab Rasul Sayyaf, tra i leader afghani della resistenza. Tra gli aspiranti combattenti non ci sono soltanto giovani provenienti dai Paesi arabi, ma anche aspiranti dall’Australia, dalla California, dal Sudafrica, dalla Norvegia, dal Venezuela. Il jihad è il dovere di ogni musulmano, aveva argomentato Azzam nella sua fatwa, e ora va di moda. Il palestinese scrive, arringa, persuade. Stampa ed edita pensando a un pubblico panislamico. La rivista da lui fondata, Al-Jihad, è la più letta di quegli anni e sarà tra le più longeve. Cento numeri dal dicembre 1984 all’inizio del 1995, ben oltre la sua morte, fino a 50.000 copie vendute in 50 Paesi diversi. Ha un successo straordinario. Diventa punto di riferimento. Sulla copertina del numero del marzo 1986 compare la foto del predicatore musulmano Yusuf Islam: lunga barba nera e turbante bianco, è la pop star britannica Cat Stevens, convertito alla causa. Tra i gadget pubblicizzati nei numeri successivi, le audiocassette con i suoi inni alla lotta, le anashid.

Attraverso la rivista «al-Jihad» Azzam recupera e attualizza anche un’altra tradizione musulmana, quella martirologica e salvifica. Numero dopo numero, si accavallano le storie delle vittorie dei “guerrieri-santi”, i mujahedin afghani. Spesso sono storie di miracoli. Azzam racconta di eserciti di angeli vestiti di bianco che inseguono i nemici a cavallo, di uccelli che intercettano le bombe russe in volo, di vipere che colpiscono solo i soldati sovietici. Queste storie, riepiloga Thomas Hegghammer nella sua biografia del clerico palestinese, vengono accolte entusiasticamente dai lettori. Così Azzam le raccoglie nel suo primo libro sull’Afghanistan, pubblicato nel 1983 con il titolo Segni del Misericordioso nella Jihad afghana. Diventato presto un vero e proprio bestseller, “uno dei più grandi classici della letteratura jihadista”, vi si racconta di aerei da combattimento russi abbattuti con sassolini e di eserciti fantasma che aiutano i mujahedin. I cui cadaveri, così Azzam, profumano di muschio restando miracolosamente preservati con il passare del tempo. Le spoglie dei martiri non si depongono. Si fanno sacre. Diventano bastioni del paradiso in terra. Quelle di Abdallah Azzam e dei suoi figli Muhammad e Ibrahim vengono raccolte a fatica: venerdì 24 novembre 1989 alle 12.20 due bombe da 20 chili di esplosivo piazzate sui lati di un ponte di Peshawar vengono fatte esplodere al passaggio della loro auto, diretta alla moschea di Sab al-Layl. I mandanti sono ancora ignoti. 

“Non c’era competizione”, sarà costretto a scrivere Osama bin Laden dopo l’attentato, per difendersi dal sospetto che fosse tra i mandanti. “Il campo dello sceicco Abdallah era quello della dawa, della chiamata, dell’istigazione, mentre noi eravamo sulle montagne. Ci inviava gente giovane e direttive. Facevamo ciò che ci ordinava. Preghiamo affinché Allah accetti lui e i suoi due figli, Muhammad e Ibrahim, come martiri, e affinché compensi la nazione islamica donandoci qualcuno che possa eseguire lo stesso compito che si assumeva lui”. Così Osama bin Laden la cui morte, al contrario di quella di Abdallah Azzam, ha responsabilità certificate. Meglio, rivendicate. Alla mezzanotte dell’1 maggio 2011, la sesta squadra dei Navy Seals, l’unità di elite della Marina militare statunitense, decolla dalla base aerea americana di Jalalabad, nel sud est dell’Afghanistan, proprio lì dove Osama bin Laden aveva trovato ospitalità nel 1996, arrivando nel Paese dopo essere stato cacciato dal Sudan. I Navy Seals raggiungono Abbottabad, in Pakistan nordoccidentale e fanno irruzione in un compound protetto da alte mura, sorvegliato da mesi dall’intelligence. Con una pallottola alla testa e una al petto viene ucciso il terrorista più ricercato al mondo. L’allora presidente Usa, Barack Obama, esulta: “Giustizia è fatta”.

Da allora, al-Qaeda viene data morta a intervalli regolari. In realtà, supera gli ostacoli più ardui: la morte del fondatore e subito dopo le primavere arabe, che portano al rovesciamento delle autocrazie in Tunisia, Egitto, Yemen confutando l’idea che solo la violenza jihadista possa rivoluzionare lo stato delle cose; supera perfino il parricidio, l’atto con cui alcuni suoi ex membri rompono con la casa madre e finiscono per istituire lo Stato islamico, che oggi continua a contendergli la primazia nell’arcipelago jihad. Al-Qaeda sopravvive anche all’uccisione del leader che sostituisce bin Laden e a cui va attribuita la strategia dell’occultamente strategico: meno declamazioni, più pragmatismo, testa bassa e radicamento territoriale, Ayman al-Zawahiri. Oggi è retta da un leader non ufficialmente riconosciuto, Saif al-Adel, protetto-ostaggio delle autorità iraniane. Non ha leadership certa, dunque, ma la macchina funziona. E cresce. “L’11 settembre, al-Qaeda vantava una forza complessiva di circa 400 uomini sotto le armi, di cui circa tre quarti con base in Afghanistan.

Oggi, l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale (ODNI) stima un organico complessivo compreso tra 15.000 e 28.000 in tutto il mondo”. Così Ali Soufan, ex agente speciale dell’FBI ora a capo di un centro di ricerca sul terrorismo che porta il suo nome, nella prefazione al volume 25 Years After 9/11: The Future of the Global Jihadi Movement. Mantiene filiali decentralizzatedal Medio oriente all’Asia ma – come il resto del movimento jihadista – ha spostato il baricentro in Africa subshariana. In Somalia, la storica affiliata al-Shabaab minaccia Mogadiscio e da quindici anni governa ampie porzioni di territorio, fornendo burocrazia e servizi. Nel Sahel, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (Jnim), il Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani, sferra attacchi in Mali, dove ha circondato la capitale Bamako, Burkina Faso, Niger, Benin, Togo e Nigeria, e vanta un piede in Costa d’Avorio, Ghana, Senegal e Guinea. Anche lì, anche tra i militanti jihadisti africani Abdallah Azzam è una figura venerata. Le sue foto  – inclusa la più nota che lo vede a dorso di cavallo mentre, tipico cappello pakol in testa, kefiah intorno al collo, attraversa un passo montano – vengono passate di chat in chat, via messaggio. Con il passaparola, risuonano le sue frasi-sentenza, sul legame tra militarismo e jihad. Il jihad, amava ripetere Abdallah Azzam e oggi, con lui, i militanti del movimento a cui ha dato la stura internazionale, “è la più eccellente forma di devozione”, perché “un’ora di combattimento in nome di Allah è preferibile a sessant’anni di preghiera”.

Giuliano Battiston

Giornalista e ricercatore freelance, direttore dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera22, collabora con quotidiani e riviste. Docente alla Scuola di giornalismo della Fondazione Basso di Roma, per dieci anni ha curato il Salone dell’editoria sociale, ora organizza il festival MIP, il Mondo in periferia. Con Giulio Marcon ha curato La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare (minimum fax, 2018).

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