Chi sono davvero i custodi dei cimiteri italiani? In cosa consiste il loro lavoro? Come è cambiato nel tempo? Un reportage per capire, tra le altre cose, cosa sono diventati oggi i cimiteri e che valore diamo alla memoria dei morti.
“Purtroppo i cimiteri stanno a morì. Una volta, qua venivano i ragazzini, facevano i picnic con la famiglia. Entrava pure il furgoncino dei gelati”. Cristian, 51 anni, parla al di là di un vetro in una calda giornata d’estate. “I bambini prendevano il gelato e andavano a trovare le persone alle tombe. Parliamo di venti, venticinque anni fa. Ora è tutto cambiato”. Esce fuori dalla guardiola e controlla che la persona a bordo della macchina possa passare: ha 67 anni, via libera. “Per dire quanto è grande, il Cimitero Verano di Roma ha cinque cancelli. A ogni cancello c’è uno di noi”. Poi chiarisce: “Noi siamo custodi non perché chiudiamo il cancello. Cioè, noi chiudiamo il cancello ma poi è la guardia giurata che fa le chiusure”. Il cancello del Verano viene aperto e chiuso da una guardia giurata, come accade con il cancello di una banca, di un tribunale, di un aeroporto. È quel giro di chiave a raccontare all’alba e al tramonto di ogni giorno quanto sia cambiato il ruolo del custode in un cimitero italiano.
Per alcune settimane ho parlato con diversi custodi e, quando è stato possibile, li ho incontrati nei luoghi in cui lavorano. Ho cercato di capire chi siano davvero: addetti all’accoglienza, necrofori, giardinieri, archivisti delle concessioni. Sono ancora mediatori tra spazio pubblico e ritualità? La loro attività rende possibile il lutto, la memoria e la dignità dei morti? E un cimitero oggi cos’è diventato, un luogo da sorvegliare o da custodire?
“Noi siamo operai dell’AMA e facciamo i custodi del cimitero”, dice Cristian. I cimiteri comunali di Roma sono gestiti dall’Azienda municipale ambientale, la stessa municipalizzata che si occupa della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti urbani. Un accostamento che può apparire sorprendente, ma che racconta anche il modo in cui una città organizza i propri margini. L’antropologa Mary Douglas ha scritto che lo sporco non è una qualità intrinseca delle cose, bensì “materia fuori posto”: ciò che una società decide di separare per preservare il proprio ordine simbolico. Forse la scelta amministrativa di affidare ad AMA sia i rifiuti sia i servizi cimiteriali dice qualcosa su come una società gestisce i confini della città, non perché i morti siano assimilati ai rifiuti, ma perché entrambe le attività riguardano la gestione del limite: ciò che esce dal ciclo quotidiano della vita urbana.
“Le generazioni vanno avanti e nessuno va a trovare i nonni dei nonni”, prosegue Cristian. “A meno che non ci sia qualche tomba di famiglia dove vengono messe persone fresche, diciamo”. Sul sito di AMA, nella sezione dedicata alle notizie, un avviso sembra dare concretezza alle sue parole: ventitré concessioni del Verano, relative a tombe in stato di abbandono, stanno per essere dichiarate decadute e torneranno nella disponibilità di Roma Capitale. Da molto tempo, infatti, nessun erede si è fatto carico della loro manutenzione e del loro restauro.
Dalla guardiola Cristian dà informazioni sulle tombe e controlla gli ingressi. Osserva però chi passa dal suo cancello: “Alcune persone vengono tutti i giorni come i genitori di un ragazzo morto. O come quelli che qui hanno la moglie e si puliscono l’orticello loro, si puliscono la tomba loro”. Fa una pausa. Infila le mani nelle tasche: “Chi fa il custode al Verano ha avuto patologie fisiche. Noi tutti qui abbiamo avuto qualche problema, io per esempio un’ischemia. L’AMA ci ha ricollocati perché spazzare per strada è una mansione che ad esempio io non sono più in grado di fare. Noi custodi veniamo chiamati risorse umane”. Quando ha saputo che lo mandavano al cimitero, Cristian l’ha presa bene. “Stavo chiuso dentro l’ufficietto, seduto a mani conserte. Almeno qui ho dato un senso”.
Nei giorni seguenti a questo incontro ho cercato di capire qualcosa in più sul senso di cui parla Cristian. A ogni custode con cui ho parlato, ho chiesto se si sente un guardiano, un sorvegliante, un portinaio o un operatore funebre. Ho chiesto come è cambiata la percezione di un cimitero: è uno spazio religioso? E in alcuni contesti è anche un luogo di appartenenza civile, familiare e comunitaria? Dopo il Verano mi sono diretta a sud, in Puglia, dove ho incontrato Nuccio Santacroce, 85 anni, l’ultimo custode del cimitero comunale di San Michele Salentino.
“Io ero un operaio. Facevo manutenzione, sepoltura, esumazione, pulizia, mi adattavo a ciò che si doveva fare. Conoscevo tutti a memoria, sia quelli che venivano sia quelli che stavano alle tombe. C’era gente che non aveva niente da fare e veniva mattina e sera. Il cimitero per loro era un passeggio, uno sbagliatempo”. Tra questa gente c’era una signora. “Diceva il rosario a chi veniva a trovare i parenti nelle cappelle così guadagnava qualcosa. C’erano pure operai che venivano a rubare la luce dal cimitero scavalcando le mura”.
La conversazione avviene in una giornata di tramontana. Nuccio è seduto davanti casa in una stradina del centro storico. “Quando sono entrato al cimitero non avevo mai visto neanche un morto: ero un po’ timido all’inizio. Vedere una persona che tu conoscevi e che parlava e poi non c’era più mi lasciava chiuso… Poi i più anziani mi hanno dato coraggio. Negli anni non ho mai avuto un disturbo, non ho mai sognato niente del mio lavoro”. Negli anni Nuccio si è trovato di fronte anche cinque autopsie eseguite sui corpi di persone trovate morte in campagna per infarto o omicidio. “I primi giorni mi sono dovuto abituare a quell’odore, è un odore molto duro. Poi mi sono attrezzato con le maschere e i guanti. I custodi prima di me non usavano guanti, non usavano maschere, non usavano tute”. Nuccio, ci tiene a farlo sapere: quando lavorava come custode, non ha mai avuto un controllo né dal sindaco né dall’ufficiale sanitario o dalla polizia. “Venivano al cimitero solo il giorno dei morti. Io andavo liscio proprio. Solo che poi una certa amministrazione cercò di intrappolarmi. Il fatto è che io ero un comunista, non mi posso vergognare”.
Il vento gli fa lacrimare gli occhi, la sua voce non ha alcuna alterazione. “Per quello che ho visto, una volta andati via da questo mondo, quando arrivi là, è finito tutto. È una cosa uguale per tutti”. Si riferisce alla morte ma non la pronuncia. “E questo mi piace”, aggiunge. C’è però una cosa che gli è “rimasta qua”. Parlandone, si tocca il petto: “Avevo chiesto al Comune di mettere un nome a ogni stradina. Non è stato fatto. Oggi non abbiamo più un custode fermo alla guardiola a cui chi arriva può chiedere dove si trova tizio o caio. Oggi ci sono gli operai che aprono e chiudono e basta. Si è perso tutto”.
In trentacinque anni Nuccio non ha fatto un giorno di malattia, è andato a lavorare anche con la febbre. “Questo lavoro era diventata un’affezione, sapevo che era compito mio”. Non chiedo se per affezione intenda essere malato per il lavoro o essersi affezionato a quel mestiere: mi pare non ci sia alcuna differenza per lui. “Ora che sono in pensione non vado più al cimitero come una volta. Che cosa ci vado a fare?”.
Per alcune settimane, tutte le mattine prima di colazione mi sono messa al telefono a comporre i numeri di diversi cimiteri italiani. Mentre aspetto che mi rispondano dal Cimitero Parco di Torino, dove sono state accolte molte famiglie dei quartieri operai e delle aree cresciute attorno agli stabilimenti Fiat, leggo sul sito internet: “È il secondo grande cimitero di Torino inaugurato nel 1972, si ispira ai modelli di tipo nordico immersi nel verde e minimalisti. Il terreno, in origine pianeggiante, fu reso ondulato attraverso la creazione di collinette artificiali che nascondono i complessi di tumulazione. In questo cimitero è presente un’area dedicata alle sepolture della comunità islamica e un campo ortodosso romeno. L’autobus interno al cimitero è la linea 102”.
Mentre aspetto che mi rispondano dal cimitero di Lambrate, periferia operaia di Milano, leggo sul sito internet le recensioni.
R.: “Il personale si è dimostrato molto cordiale e disponibile a dare informazioni ma la cosa che mi ha colpito piacevolmente è sentire che quando parlavano fra loro di dove collocare le cassette contenenti i resti, si rivolgevano dicendo ‘Bisogna portare LA SIGNORA al campo’. Complimenti!”.
F.: “Oggi 1 novembre 2025 il cimitero di Lambrate è ancora pieno di zanzare”.
A.: “La ragazza al bancone dove si ritirano le ceneri è spettacolare”.
L.: “Consigliatissimo”.
M.: “Inutile e impossibile valutare un cimitero. In ogni caso fra le tombe e i loculi coperti non regna certo la pulizia. Regnano invece le nutrie”.
C.: “Le nutrie e i coniglietti? È giusto che ci siano, come in qualsiasi ambiente accogliente per loro. Non fanno danni, non mordono. Invece sono state uccise con i loro piccoli. Che dolore. Che povertà. I miei sono sepolti lì. Pulisco le tombe e vedo animaletti. È bellissimo. Ma le persone ormai odiano e basta”.
Qualcuno risponde dal cimitero Sant’Anna di Trieste. Francesco, 40 anni, non si definisce propriamente un custode: “Da dodici anni faccio portineria. Dò le dritte e le indirizzate a chi cerca qualcosa”. Dove si svolgono i funerali o dove si trova una tomba, ad esempio. “Alcuni vengono per capire se qualcuno è ancora vivo oppure se c’è stato il decesso. Sono amici di vecchia data. Magari si svegliano quel giorno e pensano: è un po’ che non lo vedo”. Sono persone sulla sessantina. Oppure ragazzi. “Ex alunni che hanno la nostalgia, gli balena il viso di qualche professore. Vengono per sapere se è qui”. Tra i visitatori alcuni cercano un personaggio storico, altri vogliono fare l’albero genealogico. “Ci sono gli abitudinari, quelli che vanno a periodi, quelli che si presentano ogni giorno, quelli che si svegliano solo per la festa dei morti”. Il Sant’Anna, secondo Francesco, è un cimitero per tutti. “Sono arrivati anche ortodossi e musulmani”.
“Il contatto con le persone mi piace a momenti. Alcune sono un po’ difficili e pretenziose, gli è tutto dovuto. Altre sono offese. Bisogna stare attenti a parlare perché ci sono screzi tra parenti, specie nella sfera dell’eredità”.
Da piccolo Francesco voleva fare il supereroe. “Poi il maestro d’asilo, ma ero un testone e mi hanno messo a fare le professionali”. Con questo lavoro si tende a metabolizzare, dice. “Si diventa un po’ cinici a volte. Ho i nonni e mio padre sepolti qui. Ma sono al cimitero per lavoro, non per andare a trovarli”.
“Qui giace uno il cui nome è scritto sull’acqua, recita l’epitaffio di Keats con cui il giovane poeta ci parlava della brevità della vita”. Patrizia Coppola, 74 anni, accompagna i visitatori nel Cimitero Acattolico di Roma, che lei definisce “un luogo di pace e tranquillità che induce a riflettere e pensare”. Insegnante di lingua e letteratura inglese, da quando è in pensione è una delle volontarie dell’associazione che gestisce il cimitero privato dove sono sepolti, tra gli altri, John Keats, Percy Bysshe Shelley e Antonio Gramsci. “È bello pensare alla morte passeggiando in questo posto. Per me non è un cimitero ma un luogo storico, un giardino che, da quando ho smesso di insegnare, continua a tenere vivo il mio legame con la letteratura inglese”. Tra i visitatori ci sono i turisti internazionali, i curiosi, gli informati: “Anche alcuni che si sbagliano e pensano che sia qui l’ingresso alla Piramide Cestia. E poi ci sono gli habitué che vengono periodicamente perché attratti da questo luogo unico. Tra loro, uno scrittore: predilige la parte più antica, dove ci sono piccole tombe, un giardino e una panchina; si siede lì e scrive”. Quando è al cimitero, Patrizia non pensa mai alla morte. “Questo cimitero tiene lontano il senso che tutto finisce. È un posto dove accolgo e incontro persone. Dove parlo di fratellanza e unione”. Le è anche capitato di assistere a un funerale. “Era un vecchio collega che avevo perso di vista”. Per lei il cimitero acattolico di Roma è un luogo stimolante: “Mantiene vive due questioni che ho a cuore e che non vorrei si perdessero mai: la memoria storica e la letteratura”.
“Prima di tutto, sono un giardiniere”, dice Artemio, 64 anni, al telefono dal cimitero ebraico di Venezia. “Gestisco i quattro ettari di verde del cimitero, naturalmente”. L’impatto maggiore, racconta, è dato dai cipressi secolari, poi dai grandi pioppi. “Nel corso dei secoli, però, il cimitero ha avuto periodi di decadenza. E allora sono cresciute piante spontanee, acacie, allori, palme, ippocastani, lecci, pitosfori e chi più ne ha più ne metta”. Quando arriva una salma, gestisce anche le sepolture. “Gli ebrei vengono qui da seicentoquarant’anni. Dalla comunità di Venezia e oltre. La diaspora continua imperterrita”. I visitatori, al loro arrivo, suonano il campanello. “Il cancello è sempre chiuso. Faccio anche un servizio di portineria, naturalmente”.
Artemio conosce tutta la comunità ebraica di Venezia. “I parenti che vengono in visita mi raccontano che vita conducevano i loro cari, che lavoro facevano, l’amore che avevano ricevuto da queste persone oramai andate. Sono lì a consolare quanti hanno perduto da poco tempo il loro caro. Si crea un rapporto familiare come per i custodi di altri cimiteri. È una cosa abbastanza romantica”.
Il cimitero ebraico di Venezia, dice, è un luogo molto affascinante che richiama turisti e curiosi. “Fino ai primi del Novecento le scritte sono molto poetiche. Negli ultimi anni invece i sepolcri si stanno accomunando all’architettura cattolica. Qui sta il fascino del cimitero: vedere il passaggio delle epoche negli stili architettonici delle tombe e nelle simbologie sulle pietre”.
La frequentazione negli anni è diminuita come in tutti i cimiteri. “Ho osservato, però, che dopo il 7 ottobre del 2023 e dopo la reazione dello Stato di Israele verso i palestinesi, c’è stata un po’ di disaffezione per la cultura ebraica in generale e quindi sono diminuiti anche i turisti, secondo il mio punto di vista”.
“Sarebbe difficile fare questo lavoro se non mi piacesse, naturalmente”. A rendere speciale questo mestiere ad Artemio sono il contatto con la natura, la cura delle piante e il susseguirsi delle stagioni. “E soprattutto gli animali che ci girano intorno. Avifauna, in particolare. Ci sono molte varietà di volatili perché, essendo la zona chiusa e la natura molto rigogliosa, loro vivono beati e sereni. Poi ci sono serpenti, topolini, gatti che entrano e escono. Qui la vita comunque non manca”.
La routine di Artemio al cimitero segue le stagioni. “D’estate si taglia molto l’erba. D’inverno si lavora con le potature e le concimazioni delle piante. Gli uccelli fanno il loro giro. Ci sono gli stanziali, quelli che si manifestano di più d’inverno e quelli che sono di passaggio nella migrazione e per pochi giorni stazionano sugli alberi. Da qui assisto a un bel intercambio di personaggi selvatici”.
Trent’anni fa, cinque minuti prima di aprire il cimitero, Artemio trovava “un bel nugolo” di persone fuori che attendevano l’apertura. “Adesso, invece, dopo tre ore che è aperto, non arriva ancora nessuno”. La comunità ebraica si è ridotta di numero. “Naturalmente si invecchia. Molti che conoscevo di persona sono qui sepolti. Uno che simpaticamente chiamavo Marietto Silva: era piccolino con questo suo macchinone, una station wagon, e con il cane a fianco. Era più alto il cane di lui quando guidava. L’artista Giuliana Coen che ha fondato la casa di moda Roberta di Camerino: una persona meravigliosa, sopravvissuta ai campi di concentramento della seconda guerra mondiale e morta a 103 anni. Ho avuto il piacere di conoscerla, parlare con lei delle sue esperienze, è stato uno scambio molto commovente”. La voce si increspa: “Vedo l’evoluzione delle persone che invecchiano stanche e un po’ rassegnate”. Artemio spiega che per gli ebrei il contatto con la morte non è come per le altre culture. “È un passaggio. La morte è una conseguenza della disobbedienza dell’uomo agli ordini del Dio. Gli ebrei restano per sempre sepolti in attesa del giorno del giudizio. Per questa ragione il cimitero di Venezia è così ampio”.
A volte capita che nel cimitero qualche lapide si inclini o si rovesci di poco. “Allora vado a risistemarla sebbene sia al di fuori del mio compito. Quando vedo che sta cedendo, cerco di raddrizzarla per dare dignità all’insieme. È un’attività molto zen”.
Per alcune settimane ho parlato con vari custodi di diversi cimiteri italiani e mi sono trovata davanti innanzitutto degli operai di un mestiere che mette quotidianamente in contatto con ciò che forse come società tendiamo a rimuovere. I custodi con cui ho parlato – ha ragione Cristian – sono risorse umane: osservano da decenni i cambiamenti nei rituali, nelle famiglie, nelle classi sociali e nel rapporto con la memoria. A cambiare, però, sono stati anche i destini che queste persone immaginavano prima di finire a lavorare lì.
Prima di fare il custode del cimitero, Cristian spazzava le strade di Roma, Nuccio di San Michele Salentino era sulla nave Stromboli, Francesco di Trieste è stato nei cantieri, in fabbrica, nelle cucine dei ristoranti. Patrizia era alla lavagna in un’aula di liceo. Artemio faceva il pittore. “Lo faccio ancora in realtà. È un dono di natura che non si può smettere di praticare”, sospira. “È una casualità poi che io mi sia trovato in questa situazione. Ho capito che era la giusta via per partecipare alla bellezza del mondo”. Solo riascoltando la registrazione della nostra chiacchierata mi accorgo che in questa frase manca il soggetto. Dipingere o essere il custode del cimitero ebraico di Venezia era la giusta via per partecipare alla bellezza del mondo?
“Acrilico, penna, matita, acquerello, uso molte tecniche. Faccio un figurativo un po’ surreale. Ho in mente Dalí e De Chirico. Dipingo soprattutto animali per creare un mondo onirico”. E anche insetti. “Al cimitero ci sono migliaia di specie: bruchetti, vermetti, cicale, imenotteri, ragni, libellule. Ultimamente, di notte stanno aumentando le lucciole”. Qui il suo pensiero compie un passaggio brusco: “Purtroppo negli ultimi anni l’umanità è diventata individuale, gelosa. Lavorando in un cimitero, vedi proprio che adesso ci stai e tra un’ora non ci stai più. E allora ragioniamoci un attimo, fermiamoci: la vita è qualcosa che noi dobbiamo contribuire a realizzare bene. Bisogna sempre stare con i piedi per terra e mantenere la dovuta umiltà nel riguardo del prossimo. In questo tempo che scorre dovremmo cercare di essere meglio di quello che siamo stati fino ad ora. Naturalmente, con gli animali queste cose non serve neanche dirle perché loro vivono la loro vita in modo puntini puntini“.