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Luca Pakarov

Quanto costa diventare insegnanti: l’incubo del mercato delle abilitazioni

Pakarov Coverc

Essere insegnanti non è mai stato così complicato. Tra corsi di aggiornamento, crediti da acquisire e burocrazia sfiancante, chi vuole insegnare nella scuola pubblica è costretto a pagare di tasca propria per non essere lasciato indietro nelle graduatorie. Così ci si ritrova in chat di gruppo disperate, tra laboratori virtuali di dubbia utilità e infiniti pop up da cliccare per dimostrare di stare effettivamente trascorrendo buona parte della propria esistenza davanti a uno schermo, soli.

Non riesco a entrare. Non riesco a scaricarlo. Pop up! Non so chi sia Giulia. Chi c’è? Non ci sono ancora i panieri! Non se ne può più. Potrebbe rimettere il materiale da scaricare? Non ho la connessione. Mi sentite? 

Se avete un amico o un’amica che ha il fuoco sacro dell’insegnamento, se ancora è nel limbo delle graduatorie provinciali, se è in seconda fascia e vuole passare alla prima, se vuole abilitarsi  sul sostegno o sulla materia, se ha bisogno di aumentare il punteggio per immaginarsi la possibilità di lavorare, facile che da marzo l’abbiate trovato ipnotizzato davanti a un dispositivo, collegato a un software di videoconferenze, lo schermo diviso in tre, a sinistra un volto che parla, a destra slide che scorrono, sotto i partecipanti: 131, 84, 190, 27. Numeri diabolici dell’infinita competizione, come lo sono 60, 30, 36, 48 CFU: ognuno un piccolo martirio, un patimento, oppure peggio, un ultimo treno che passa su cui bisogna salire a tutti i costi. Anche solo per costruirsi un piano B o C, in un mondo del lavoro che cambia velocemente, in cui la scuola, malgrado i tagli e la denatalità (che conduce alla riduzione delle classi), sembra l’unico contesto in cui vige ancora la presenza, il corpo, la voce non filtrata dai dispositivi. L’insegnante è un lavoratore non più considerato adeguato una volta per tutte, ma costretto a dimostrare costantemente di esserlo attraverso aggiornamenti, piattaforme e certificazioni. Un modo anche per rendere i professori sempre valutabili e quindi monitorabili, inoltre, chi non riesce a ottenere i titoli richiesti, ad aggiornare il proprio punteggio o a conseguire una nuova abilitazione, rischia di scivolare indietro nelle graduatorie e vedersi ridotta la possibilità di lavorare.

Il paradosso del lavoro pubblico è che per accedervi o migliorare la propria posizione interna, bisogna poterselo permettere. Costi variabili di un sistema classista riservato a chi può spendere di più, fasce di spesa da 1.500, 2.000, 2.500, 3.000 euro, a seconda dei crediti da conseguire, dell’abilitazione o della specializzazione, dell’università privata o pubblica, con quelle telematiche che imperversano con martellanti pubblicità sui social e in tv, dove puntano sulla conciliazione tra studio, lavoro e vita privata.

E vincono loro, perché come ha scritto Raffaele Simone su «Domani», sono attraenti perché sono, per così dire, più flessibili: “dal 2011 al 2021, anche per effetto della didattica a distanza imposta da un imprevedibile alleato come il Covid, le immatricolazioni sono cresciute di più del 400 per cento. In quei dieci anni gli immatricolati sono stati più di 180.000, mentre le università convenzionali ne hanno persi circa 20.000”. 

Le lezioni sono tutte sincrone: circa 200 ore di teoria con tutti i partecipanti, e poi altre  100 in cui  vengono divisi, nessuno sa con quale criterio, in una decina di laboratori – gruppi autogestiti in cui produrre gli elaborati richiesti dagli insegnanti. Un software di gestione dell’università calcola quante ore si è rimasti connessi, mentre i pop up, quattro cinque e pure otto al giorno, verificano l’effettiva attenzione dello studente. Assenze possibili il 10% del totale ma nessuno conosce il monte ore complessivo del corso. Nel mezzo anche dodici esami in presenza spalmati su quattro sessioni: prima di ciascun esame viene caricato sulla piattaforma un paniere che contiene pacchetti di domande da memorizzare, ciascuno da 60 quesiti a risposta multipla. Il giorno della prova ne vengono estratte dieci. 

Nel caso del TFA Indire, uno dei percorsi di formazione per specializzarsi sul sostegno, inoltre, chi non ha nemmeno un’annualità di insegnamento deve svolgere anche un tirocinio: una parte indiretta, online, e una parte diretta in una scuola pubblica, che alla fine rilascerà un attestato necessario per sostenere l’esame finale. L’esame consiste nella discussione di una tesina.

Potrebbe sembrare un percorso quasi lineare ma non lo è: le informazioni vengono rilasciate un po’ alla volta, il calendario delle lezioni cambia, si aggiungono lezioni full immersion, gli esami al principio sono otto e  poi diventano 12, e così via, con sorprese dell’ultimo minuto. Le e-mail alla segreteria non ricevono riscontro, al telefono non risponde nessuno.

Scusate non posso vederlo. Sto per andare a cucinare ma resto collegato. Vado a prendere mio figlio ma sono con voi. Pop up!  Non se ne può più. Quale gruppo? Qui c’è stato un temporale, è saltata la linea. Ho solo chiuso la telecamera. Siamo alla quinta esercitazione? 

Per tre mesi ho letto e ascoltato queste locuzioni in chat e nelle stanze dei vari laboratori a cui ero stato assegnato, didattica speciale o psico educativo che fosse, le ho udite accavallarsi ai trilli delle notifiche delle applicazioni di messaggistica, a cani che abbaiano, a bambini che urlano, a miagolii e microfoni accesi che, come durante la pandemia, ci conducevano nella quotidianità di sconosciuti e conosciuti. E poi il profluvio di chat whatsapp: una con gli iscritti a quella università che eroga il servizio, una con quelli iscritti a quell’articolo di legge che ti permette di iscriverti all’università che eroga il servizio, una con quelli del tuo laboratorio con cui produci i materiali richiesti dall’università che dovrà rilasciare l’ennesimo titolo, una con quelli che fanno gli esami nella stessa sede dell’università che eroga il servizio, una di avviso dei pop up, una con quelli esclusi dal corso, altre che non ricordo. Tutte archiviate, implacabili, aggiornate a qualsiasi ora. Alle 2.23 di  notte Marcella scrive “ho timore che l’esercizio richiesto dal professor X non sia esatto”. Poi decine e decine di vocali a cui affidare timori , disappunto, irritazione, e anche, spesso incoraggiamenti reciproci che riassumono la tabella di marcia della azioni da compiere, delle rate da pagare, degli esami a cui iscriversi, delle slide da studiare. La formazione allora si trasforma da strumento di crescita culturale a dispositivo di prestazione e di controllo: il buon insegnante deve aggiornarsi incessantemente, restare motivato, accumulare attestati e dimostrare flessibilità permanente, rendersi perennemente valutabile e certificabile in un sistema che non lo ritiene mai adeguato. 

Stretto nella morsa dell’ansia lo studente/insegnante non vuole perdersi nulla. Troppe distrazioni quando si è soli davanti uno schermo: magari sfugge una comunicazione o la risposta esatta a una domanda dell’esame, o ancora preziose informazioni sull’oscura tesina finale. Arrivano mille ipotesi, e anche cattiverie da chi, avendo concluso la prima edizione del corso, trae un piacere sadico nel seminare allarme: “hanno bocciato più di una persona”, “è stato fatto un servizio da Le Iene, in questo corso saranno più duri”. Angoscia perenne, stanchezza, rintronamento, bisognerebbe mettere ordine a questo bordello, ma come si fa a dare delle regole, nelle chat o nella piattaforma, a una canea che brama conferme? No vocali, no digressioni, solo argomenti pertinenti. Ci si sente accomunati dalla stessa sciagura, nessuno, almeno tra i miei, vuole prevaricare, è solidarietà da trincea, reciproco compatimento. Si aggiungono le voci, le pause, i silenzi degli insegnanti sulla piattaforma più o meno bravi, più o meno utili, in aula principale, in stanza laboratorio, in stanze tirocinio diretto e indiretto, con orari da sequestro di persona: da lunedì a venerdì 16.30 – 21.30, sabato e domenica 8.30 – 21.30, con un’ora di pausa. Un sottofondo continuo che si amalgama ed emerge fino a prendersi tutto lo spazio della quotidianità, frammenti di voci, parole, che ti perseguitano assieme al clic clic clic del mouse. 

Una realtà dell’infosfera con cui devono fare i conti migliaia e migliaia di insegnanti – e quindi famiglie, ma potremmo aggiungere tutti coloro che sono  costretti a seguire i vari corsi sulla sicurezza, di primo soccorso, eccetera. Anonimi con chissà quale vicenda alle spalle. Sono ossessionato dall’idea di sapere chi è Giorgio, biondo, campano, si collega dalla cucina ma con le sue camicie azzurre e a righe sembra un immobiliarista; vorrei conoscere qual è la storia di Pamela, siciliana, la telecamera perennemente accesa, interviene per ogni minuzia, è volenterosa, traina la classe, prepara schede con Canva, Power Point e ovviamente Chatgpt, si prende in carico il lavoro del gruppo e lo condivide; oppure la bionda Francesca, probabilmente emiliana, timida ma si fa coraggio, non ha mai insegnato, conosce poco la terminologia, si rende disponibile ma sempre avvisando che non si sente in grado, cercherà di fare del suo meglio. E poi tutti gli altri come me, mettiamo 200 nomi e cognomi che non accendono le telecamere, ascoltano quasi mai, tuttalpiù osservano, sono silenziosi, parassiti con l’unico scopo di arrivare alla fine, di raggiungere l’obiettivo. Uno di questi, un giorno, probabilmente mosso dai sensi di colpa, è uscito allo scoperto da una stanza con poca luce, il viso pallido, e ha dichiarato di avere un esaurimento nervoso. Subisce mobbing al lavoro, da quando si è palesato non fa altro che scusarsi, oggi ha un meet con l’avvocato, oggi non se la sente. Ad Antonietta muore il padre nelle ultime lezioni, si scusa pure lei, non potrà esserci, sua figlia si occuperà di gestire i pop up. Sono certo che non racconti frottole, ma non la giudicherei se la sua fosse scaltrezza, una maniera per respirare, per staccare, senza sentirsi biasimata. Fuori fa caldo, la primavera esplode e infine viene sostituita dall’afa estiva.

Un giorno, una tutor senza volto, che riconosciamo nella piattaforma perché ha nome e cognome colorati di rosso, avvisa che, quando siamo nei laboratori, è necessario assicurarsi di cliccare il primo pop up, poco dopo l’inizio della lezione, e l’ultimo, una mezz’ora prima della chiusura, ma siccome le procedure del corso sono fumose, le voci si rincorrono, i panieri caricati sulla piattaforma sono incomprensibili, sgrammaticati, aumentano le perplessità, nessuno si fida, si preferisce cliccare tutti i pop up, ogni circa 45 minuti. Vince la paranoia verso un apparato foucaultiano che disciplina e sorveglia, sostenuta poi dall’italico sospetto di essere fregati, di perdere il benedetto treno.

Quando si crea un gruppo c’è una fase iniziale di genuina e reciproca fiducia nei partecipanti. Si chiama “norming”. Ma ci vuole poco per raggiungere lo sfinimento, e nel nostro laboratorio a un certo punto Pamela ridefinisce le regole del gioco.“Basta con chi non partecipa, da oggi farò solo le mie cose”. In un lampo siamo passati nella fase chiamata “storming”, con Pamela che manifesta il  “sucker effect”: chi si impegna, per non passare da sciocco, riduce l’impegno. Non è argomento del corso, le fasi del conflitto nel gruppo di lavoro non ci vengono insegnate, accadono proprio in diretta, con chi sbotta perché si sente attaccato, chi si scusa sempre come un mantra, chi persegue la linea del silenzio. Non posso immaginare in presenza cosa sarebbe accaduto. Il gruppo presto si sfascia, qualcuno media alla bell’e meglio, si tira avanti, il traguardo non è lontano.

Dopo sei settimane nei laboratori, capiti i meccanismi del lavoro ed essendoci i soliti volenterosi che si occupano davvero dell’elaborato, si parla per lo più di cassate, ricetta dei ciceri e dei pisarei, il prezzo delle pesche. Nelle chat di gruppo vengono inviate foto di angurie giganti il pomeriggio, bistecche e salsicce alla brace la domenica, per lo più roba unta a cui vengono rilasciati cuori ed emoticon con la lingua di fuori. Stanze dei laboratori e chat che si vendicano contro gli insegnanti, i perfidi insegnanti, che diventano oggetti  di ludibrio grazie a inquietanti gif corredate dei loro tic, i loro riempitivi. Un malinconico sbellicarsi di risate. 

Arriva l’ultima lezione. Ci si saluta in chat, chi si abbandona a un lungo messaggio che omaggia le qualità umane e professionali dei colleghi. Marco e Francesca, non paghi, propongono di vedersi (a parte chi si è incrociato velocemente nella stessa sede di esame, nessuno si  è mai incontrato dal vivo): potremmo fissare un fine settimana in centro Italia, così è comodo a tutti, ci mangiamo una pizza, vediamo una città, che ne dite? Non rispondo, ma provo una straniante tenerezza che rasenta la vergogna per queste assurde aspettative frutto di un’illusione di comunità totalmente evanescente. Fra me e me fantastico che, da questo accidente, si sarebbero potute innescare le scintille per una  lotta di classe, invece sono stati brevi, sporadici, i momenti in cui noi tutti partecipanti abbiamo manifestato la rabbia  verso un sistema ingiusto, umiliante (giornate da 12 ore), che ci addestra alla logica dell’asservimento .

Dopo poche ore lo schermo riprende a sputare notifiche, ma questa volta i messaggi sono diversi. 33783*** ha lasciato il gruppo. Pamela subito dopo, poi Francesca, poi tutti gli altri. La finta comunità si dissolve  in un minuto, i legami si recidono con un clic, gli stessi  che ci hanno fatti esistere gli uni per gli altri per tre mesi. Nessuno risponderà più alla proposta di mangiarsi una pizza in centro Italia, i compagni di sventura tornano a essere prefissi, stringhe numeriche, concorrenti. Restiamo in dieci, poi in cinque. Abbiamo pagato il riscatto, abbiamo superato l’infantilizzante controllo dei pop-up, ma abbiamo perso la capacità di guardare il tritacarne da fuori, da uomini liberi. Usciamo da questo naufragio non abilitati ma addomesticati. Pronti a dover ripetere la trafila tra non molto. 

Luca Pakarov

Luca Pakarov è operatore culturale, giornalista e scrittore. Il suo ultimo libro è il romanzo Cesco e il Grande Tossico (Fandango libri, 2022).

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