Articolo
Enza Maria Macaluso e Vito Teti

Dalla parte dei paesi: oltre la polemica tra Raimo e Arminio

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Lo scontro tra chi condanna l'Italia rurale come luogo di arretratezza e chi la sacralizza come ultimo rifugio per l'autenticità condivide lo stesso vizio di partenza: giudicare i territori in base alla nostra fantasia. Bisognerebbe invece superare la retorica del "paesismo", per guardare ai paesi reali come spazi attraversati da diseguaglianze e ritiro del welfare, trasformando la scelta di restare in una battaglia politica per i diritti di cittadinanza.

L’estate sta finendo, i paesi rimangono. In queste calde giornate di fine stagione, che è anche la fine di un mondo, mentre le piazze dei nostri paesi appaiono sfacciatamente svuotate, la piazza digitale si è accesa di una nuova polemica. Anche questa, malamente sintetizzata in uno schema oppositivo tra chi difende i paesi e chi li accusa, ci ricorda però un limite di fondo: nessuna battaglia post contro post può sostituire l’agorà del dibattito, per quanto scateni un’interessante sfida all’ultimo commento e una frenesia condivisa.

La querelle Raimo-Arminio – l’uno a denunciare l’arretratezza di un’Italia rurale, l’altro a difenderne la sacralità – non ci interessa tanto per quello che è il contenuto delle accuse, delle arringhe e delle difese, quanto per la tipologia di copione che rappresenta e che, volutamente o no, porta ancora una volta alla ribalta. Da un lato il paese-simbolo del degrado, dello spopolamento, dell’arretratezza da cui fuggire; dall’altro il paese-rifugio, il paese-radice, l’ultimo luogo autentico prima dell’omologazione metropolitana. Due immagini che sembrano opposte e che invece condividono lo stesso vizio: guardare il paese come un oggetto da giudicare – bello o brutto, salvabile, perduto o redento – anziché come un luogo abitato, attraversato da rapporti di potere, di classe, di genere, da un welfare che si ritira in silenzio ben più rumorosamente di ogni polemica social.

Rifiutiamo in partenza qualsiasi forma di etnografia sommaria, parziale e riduttiva: il paese non si racconta per sentenze, di condanna o di elogio, ma si conosce e si frequenta, si accoglie, si critica e si descrive per quello che è. Entrambi i contendenti, se così possiamo definirli, non solo esprimono una “propria verità”, che in quanto tale è parziale e frutto di esperienze personali, ma lo fanno a partire da uno specifico punto di vista. Ciò rende entrambe le posizioni veritiere a modo loro, e insieme genera un cortocircuito epistemologico: entrambi parlano di paesi che non esistono esattamente come li vogliono o se li immaginano.

Poiché si parla di paesi – i luoghi che abitiamo e amiamo, i luoghi che conosciamo e studiamo, i luoghi per cui, assieme ad altre ed altri, ci battiamo – non faremo certo inutile polemica con quanti hanno individuato nel paese anche un luogo di scontro intellettuale o personale. Più modestamente, e più pacatamente, continueremo a chiederci cosa vuol dire, nel duplice senso di cosa significhi e cosa voglia dirci, oggi, un paese. Non certo quello da salvare, né quello da compiangere: ma quello che c’è e che potrebbe esserci, storico e concreto, con le sue stratificazioni sociali, le sue contraddizioni, le sue trasformazioni in corso.

Il dibattito contemporaneo sui paesi, per quanto animato da posizioni opposte, condivide infatti un solo vizio: il paesismo, il mito del locale e del rurale nell’Italia attuale, la rappresentazione ideologica e mitologica del paese (cfr. F. Della Costa, Paesismo. Etnografia del rurale nella Marsica, CISU, 2025).

Da un lato un paesismo urbanocentrico e modernizzatore, che guarda al paese con lo sguardo veloce del passeggero occasionale e ne fa un catalogo di segni negativi o di fotogrammi instagrammabili, senza chiedersi cosa quei segni significhino davvero. Una chiesa chiusa in un pomeriggio d’agosto può riaprirsi la sera per un rito, una festa, un funerale; e il paese che si osserva in tre giorni d’estate è tutt’altra cosa dal paese che si vive nei mesi d’inverno, quando la vita si ritira nelle case e negli sguardi di chi resta, per scelta o per impossibilità di andar via. Dall’altro lato, un paesismo complementare e di segno contrario, che all’omologazione e al neoliberismo oppone non un’analisi ma una retorica salvifica, altrettanto assoluta e rapida nel trarre conclusioni. Sguardo ostile e sguardo amorevolmente paternalistico, in fondo, fanno lo stesso gioco: cancellano la realtà e la sostituiscono con un’immagine retorica già configurata in partenza, buona per confermare quello che si stava già pensando.

C’è, in questo, qualcosa che va detto fino in fondo: ogni forma di paesismo porta con sé una propria intenzionalità, oltre che un posizionamento. Anche chi fa l’elogio dei paesi, delle piccole cose, della lentezza di un tempo che sembra essersi salvato dalla velocità del mondo, lo fa quasi sempre a partire da un progetto intellettuale, e non di rado da un ritorno, in immagine e in economia, che quell’elogio produce. Non è un’accusa: è un promemoria di metodo. Sui paesi non basta l’onestà intellettuale, per quanto necessaria; serve soprattutto una ricerca capace di riconoscere, nelle proprie stesse parole e nell’operazione culturale che esse producono, l’interesse che le muove, prima ancora di pretendere di raccontare la verità di un luogo.

Il paese reale, contro ogni forma di paesismo, richiede lo sguardo lungo, lento, duraturo e compartecipe dell’antropologia. Non basta attraversare un paese per conoscerlo, né passarci un’estate o tre giorni di festival per coglierne un orizzonte di esistenza: serve il tempo che solo la ricerca sul campo può dare, la pazienza di tornare, di osservare le stagioni che cambiano, le voci che si sovrappongono, le contraddizioni che nessuna sentenza riesce a contenere.

“Tutti parlano di me, ma nessuno pensa a me”. Se il paese potesse parlare, probabilmente citerebbe con amarezza le parole dello Zarathustra di Nietzsche per descrivere l’ipocrisia di un dibattito che lo mette al centro dell’attenzione, ma ne ignora le dinamiche e i bisogni reali. C’è però, in questo dibattito, un’intuizione che merita di essere presa sul serio, al di là di come è stata formulata: quella secondo cui la cultura, lasciata in balia dei social e delle diatribe partitiche, smette di essere uno strumento di riequilibrio e diventa essa stessa un moltiplicatore di diseguaglianza. È un rischio che, nei piccoli paesi, si fa più acuto che altrove, perché lì le distanze tra chi produce narrazioni e palinsesti culturali e chi li subisce, tra chi ha voce e chi resta muto, sono più nette. Un festival, un premio letterario, una rassegna possono accendere per qualche giorno i riflettori su una realtà di paese, ma quei riflettori illuminano quasi sempre chi già dispone di capitale culturale, relazionale, mediatico, e lasciano nell’ombra chi quel paese lo abita tutto l’anno, senza voce né rappresentanza. La cultura, in questi casi, non colma il divario tra chi resta e chi transita: lo certifica, e talvolta lo allarga.

Il paese diventa così un paese-market: un luogo che si racconta, si vende, si mette in scena, seguendo le stesse logiche di visibilità e di rendita che governano ogni altro mercato e che, come ogni mercato lasciato a sé stesso, non redistribuisce, ma concentra. Anche qui, allora, vale lo stesso principio da cui siamo partiti: il rischio sarebbe sostituire un racconto negativo con uno riparatore, che però resterebbe comunque un racconto, non un’indagine. Serve un metodo che sappia stare dentro le dinamiche di potere invece di sorvolarle, capace di restituire voce a chi il paese lo abita, e non solo a chi ha più strumenti e più interesse nel raccontarlo.

Il vocabolario con cui si parla oggi dei paesi è già, in parte, un vocabolario compromesso, piegato dall’uso, buono per l’una o per l’altra retorica. Un lavoro di decostruzione, del resto, è già stato avviato: ma decostruire non basta, bisogna anche saper leggere un presente che diventa già passato mentre lo si scrive, e guardare ai paesi come a organismi vivi, storici, complessi e controversi, lontani dalle mitologie come dalle soluzioni “paesistiche”. Serve, per farlo, un lessico nuovo, fatto di “parole-seme”: non etichette definitive, ma parole capaci di germogliare, di aprire significati invece di chiuderli.

La parola “restanza”, ad esempio, pur avvertendo oramai una certa stanchezza legata ad usi e riusi riduzionisti, continua a manifestare questa sua vocazione. Ci sono diverse testimonianze di chi sta tentando di riportare la restanza alla sua radice politica, quella che una certa vulgata ha progressivamente eroso. Restanza si lega così alla scelta e al diritto di restare: non un’attitudine esistenziale, un’appartenenza da rivendicare o un’estetica del ben vivere, ma un diritto da conquistare, al pari di ogni altro diritto sociale e di cittadinanza. È precisamente in questo clima di politicizzazione della restanza come piattaforma dei diritti che il lavoro etnografico lungo una vita intera e l’impegno verso un’antropologia dei paesi che ha attraversato l’entroterra, il Mezzogiorno e tutte le traiettorie di andata e ritorno, le attese, le storie e le memorie di queste terre, trovano un suo orizzonte contemporaneo di significato e di azione. La restanza, lungi da ogni esercizio di stile, si manifesta come un atto di riappropriazione collettiva che rende il discorso sui paesi radicato e radicale, rivendicando la natura politica dell’abitare i luoghi occupando proprio quegli spazi che la retorica sviluppista ci ha insegnato fosse meglio lasciar andare. La creazione di reti territoriali, di movimenti e campagne politiche per il diritto a restare sono il segno tangibile della necessità impellente di sottrarre il sentimento del luogo alla sua deriva contemplativa per tradurlo in una vertenza collettiva, dando forma a un’esplorazione tattile, corporea e plurale di una ferita che non è più soltanto biografica, ma epocale. Perché è qui che il discorso, se vuole essere onesto fino in fondo, deve spostarsi: dal piano simbolico a quello politico. Serve una critica non meno rigorosa di quella che, ai tempi di Marx, non si limitava a descrivere lo sfruttamento ma ne rintracciava i meccanismi strutturali. Restare, o tornare, in un paese non è oggi una scelta libera (come pensa qualche opinionista di mestiere che invita ora a fuggire dai paesi ora a sacralizzarli) perché risulta profondamente condizionata da ciò che lo Stato garantisce o nega, da ciò che decide di finanziare o di depotenziare. Bisogna ribaltare non solo il paradigma neoliberista ma anche le sovrastrutture neoliberiste, come l’idea che i paesi possano e debbano morire, che siano dei “vuoti a perdere”, dei luoghi invivibili e improduttivi. L’esercizio del diritto a restare andrebbe allora pensato come un diritto democratico, non dissimile, nella sostanza, dal diritto alla terra e all’autodeterminazione per cui lottano, in altre forme, tanti popoli nel mondo: la stessa battaglia contro l’espropriazione, condotta su un altro fronte.

È su questo terreno, però, che la sinistra italiana continua a mancare l’appuntamento: capace di raccogliere, nei suoi momenti migliori, le esperienze civiche e pratiche di cittadinanza portate avanti da chi torna, da chi resiste e da chi inventa nuove forme di lavoro e di comunità, ma incapace, finora, di tradurle in un progetto strutturale e di lungo respiro. Manca, nell’agenda politica, la discussione su un reddito di comunità che renda economicamente sostenibile la scelta di restare. Manca un piano nazionale di sicurezza del paesaggio e dei centri storici, che non lasci il dissesto idrogeologico e il degrado urbano a fare da lenta condanna. Mancano investimenti mirati per chi sceglie, da giovane, di restare o di tornare per fare impresa, per lavorare la terra, per aprire un’attività: non contributi a pioggia, ma un sostegno strutturale.

Eppure qualcosa si muove, ed è bene dirlo, per non lasciare l’ultima parola alla rassegnazione. Ci sono donne e uomini, giovani con i piedi per terra e le mani che si stringono le une con le altre, che ci dimostrano cosa significhi essere progressisti al Sud, nei paesi dell’entroterra, nelle valli di montagna, nei luoghi fragili: gente che sta già trovando il modo e il metodo per costruire dal basso un progetto che, dall’alto, ancora non trova voce. Ci sono movimenti che affermano al Sud il diritto a restare e lo fanno con una lucidità, una progettualità e una fantasia che sembrano dare slancio a una nuova lotta meridionalistica, che, questa volta, non vede come “nemico” il Nord delle “aree interne”, ma i fautori di un’autonomia differenziata, riproposta proprio in questi giorni con l’evidente obiettivo di separare, definitivamente, l’Italia dei ricchi da quella dei poveri. E ci sono donne e giovanissime, in prima linea, che affermano la questione di genere e dicono con chiarezza che dalle loro parti non hanno più diritto di cittadinanza il patriarcato, il sessismo, la violenza contro le donne, che non sono semplicemente uno stigma “maledetto” dei paesi.

Dobbiamo dunque tornare a chiederci che cosa sia il progresso, e soprattutto per chi e dove debba essere possibile. È a partire da lì, e non dalle piazze digitali che si accendono e si spengono in una settimana, che si potrebbe finalmente parlare – con onestà, con metodo, con pazienza – di un’idea di Paese, ma anche dei paesi che ci sono e di quelli che potrebbero ancora esserci.

Enza Maria Macaluso

Enza Maria Macaluso è filosofa di campo, antropologa culturale, ricercatrice sociale, facilitatrice di comunità.

Vito Teti

Vito Teti, già ordinario di Antropologia culturale presso l’Università della Calabria, si occupa attualmente di antropologia e letteratura dei luoghi. Il suo ultimo libro è La razza maledetta. Antimeridionalismo, separatismo, razzismo (Meltemi, 2025).

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