ll Candlestick Park fu l’ultima tappa dell’ultima tournée dei Beatles. Sessant’anni fa, in uno stadio mezzo vuoto di San Francisco, si chiudeva la loro stagione dal vivo e cominciava quella che avrebbe prodotto la musica più ambiziosa e sperimentale – e portato il gruppo verso la separazione.
È il tardo pomeriggio del 29 agosto 1966. I Beatles sono seduti intorno a un tavolo, fumano e bevono tazze di tè. Accanto a loro c’è una fan d’eccezione come Joan Baez in giacca spigata e manicure perfetta, e un signore dal look intellettuale: occhiali, camicia a quadretti button-down, maglioncino e impermeabile. È Ralph J. Gleason, il critico musicale del «San Francisco Chronicle», cofondatore della rivista «Rolling Stone» e del festival jazz di Monterey. I Beatles disegnano e scarabocchiano su fogli di carta, su una confezione di fiammiferi (Ringo) e su una tovaglia bianca, su cui sono sparsi pacchetti di sigarette accartocciati, posaceneri e tazze vuote. Alle loro spalle c’è una fila di armadietti e di cubicoli, in uno dei quali sono appoggiate le chitarre e il basso. Si trovano nello spogliatoio dei San Francisco Giants, la squadra di baseball, e sono in attesa di iniziare l’ultimo concerto del loro tour del Nord America iniziato il 12 agosto con due show a Chicago. Diciannove in tutto, di cui due in Canada. All’epoca gli Stati Uniti erano attraversati da intensi disordini e proteste a causa della segregazione, la brutalità della polizia, le diseguaglianze economiche e la guerra in Vietnam. In quel mese c’erano stati scontri razziali ad Atlanta, Chicago, Minneapolis, Omaha e Philadelphia. In Texas un ex marine aveva compiuto una serie di omicidi. Non proprio un clima sereno per il loro ultimo tour.
Poche settimane prima, nelle Filippine, il presunto sgarbo a Imelda Marcos, moglie del dittatore Ferdinand, li aveva scaraventati nel peggior incubo della loro vita. I Beatles erano attesi nel palazzo presidenziale, ma il loro management aveva declinato l’invito di cui loro non erano neanche stati informati. La reazione fu durissima. Niente a che vedere con la follia ormonale della Beatlemania, con i fan che vogliono toccarli, divorarli, portarsi a casa un pezzo di loro, che si intrufolano nelle loro stanze d’albergo, si assiepano davanti alle loro case londinesi e si arrampicano perfino sulle ali degli aerei appena atterrati in aeroporto. A Manila i quattro subiscono una ritorsione nazionale ad opera di polizia, personale dell’albergo, lavoratori pubblici, addetti alla sicurezza e comuni cittadini: vengono minacciati, spintonati, picchiati, costretti a portarsi da sé le attrezzature e i bagagli in aeroporto dove perfino le scale mobili li boicottano. Temono seriamente per la loro incolumità fisica. Quando riescono a salire sull’aereo della KLM che li porterà a Nuova Delhi quasi non riescono a credere di averla scampata ma, come in un thriller, poco prima del decollo dei loschi figuri costringono Brian Epstein a scendere e a consegnare l’incasso dei due concerti. Poi finalmente l’aereo decolla.
Arrivati negli USA, scoppia lo tsunami dei Beatles più famosi di Gesù Cristo, scatenato da una frase pronunciata mesi prima da John Lennon – in realtà critico verso l’eccessiva popolarità del gruppo e le dimensioni abnormi del fenomeno – presa fuori contesto e mal interpretata. Già nei tour precedenti avevano ricevuto minacce di morte da parte di individui e gruppi disparati (dai separatisti francofoni del Quebec ai nazionalisti di destra giapponesi ai mitomani generici). Il giorno prima dell’ultima data, al Dodger Stadium di Los Angeles diverse migliaia di fan avevano scavalcato le barriere e il gruppo era stato costretto a rifugiarsi per due ore in una camera di sicurezza prima di poter finalmente lasciare lo stadio. Il più spaventato di tutti era George Harrison, al quale non piaceva l’usanza tipicamente americana di farli sfilare in parata, soprattutto dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas il 22 novembre 1963.
A fine agosto 1966 i Beatles sono sfiniti e traumatizzati, logorati dal successo mondiale senza precedenti, da sei anni di lavoro sfiancante, di tour incessanti e dischi a ritmo sovrumano. Non si divertono più: i set dal vivo sono trenta minuti di routine musicale coperta dalle urla del pubblico, eventi musicalmente privi di senso. La setlist riflette più il gruppo degli esordi che l’impressionante maturità artistica raggiunta nel 1966, dopo due album rivoluzionari come Rubber Soul (1965) e Revolver, uscito all’inizio di agosto. La sezione d’archi di Eleanor Rigby, gli strumenti “esotici” come sitar, tabla e tambura in Love You To di George Harrison, il suo assolo di chitarra suonato al contrario in I’m only sleeping, il corno solista di For No One, i fiati di Got To Get You Into My Life e le manipolazioni artigianali dagli effetti lisergici e futuristici di Tomorrow Never Knows, erano non solo l’avanguardia del rock, ma all’epoca impossibili da riprodurre dal vivo. Soprattutto su un palco primitivo come quello su cui si esibivano (non molto diverso da quelli degli esordi) perfino nei grandi stadi americani, con un impianto di amplificazione modesto e del tutto insufficiente a coprire il frastuono del pubblico. Per lo storico concerto del 15 agosto 1965 allo Shea Stadium di New York (all’epoca record di pubblico con oltre 55mila spettatori), George, Paul e John avevano ognuno un amplificatore Vox da 100 watt anziché i consueti 30, molto potenti secondo gli standard dell’epoca, niente in confronto agli oltre 130 decibel generati dal pubblico (28 in più del rumore di un jet a un’altezza di 300 metri). I microfoni per la voce furono convogliati negli altoparlanti dello stadio posizionati intorno al campo da baseball, sul palco non avevano monitor per potersi sentire.
The Beatles by Jim Marshall: Live at Candlestick Park 1966 by Amelia Davis, published by Chronicle Books 2026.
Candlestick Park a San Francisco aveva una capacità di oltre 42mila posti, ma a causa del boicottaggio e dei roghi di dischi negli Stati della Bible Belt, furono venduti solo 25mila biglietti. I prezzi andavano dai quattro dollari e mezzo ai sei e mezzo. Dato che il cachet dei Beatles era di 90.000, per gli organizzatori non fu un buon affare. Nello stadio dei San Francisco Giants il palco era sistemato all’altezza della seconda base: era alto appena un metro e mezzo ed era circondato da una rete di meno di due metri. I Beatles erano in un recinto come gli animali di uno zoo.
La scaletta era la solita, undici canzoni in trenta minuti. I Beatles aprirono con Rock and Roll Music di Chuck Berry, che suonavano fin dai tempi di Amburgo, seguita da She’s a Woman (composta nell’ottobre del 1964 durante le session di Beatles for Sale), If I Needed Someone di Harrison (Rubber Soul), Day Tripper (singolo numero 1 del Natale 1965), Baby’s In Black (Beatles for Sale), I Feel Fine (novembre ‘64, uno dei primi esempi di feedback di chitarra), Yesterday (da Help!, agosto 1965), I Wanna Be Your Man (cantata da Ringo, da With the Beatles, 1963), Nowhere Man (Rubber Soul), Paperback Writer (la canzone più recente della setlist, registrata nell’aprile del 1966), per chiudersi con Long Tall Sally di Little Richard (la canzone più longeva del loro repertorio, presente fin dagli esordi come Quarrymen nel 1957). Nessun bis. Alla fine del set i Beatles erano costretti a darsela a gambe alla velocità di scatto di un runner (proprio come i giocatori di baseball) per sottrarsi all’assalto dei fan, tanto più che il sistema di sicurezza in vigore negli Usa, calibrato sugli eventi sportivi, era del tutto inadeguato per l’entusiasmo strabordante del rock and roll.
Arrivarono a San Francisco da Los Angeles con un jet privato verso le 17 e 30. Per evitare i fan nel terminal principale, l’aereo si diresse verso un terminal secondario dove ad aspettarli c’erano la stampa, alcuni fotografi e fan. Dopo alcune foto sulla scaletta dell’aereo, i Beatles furono fatti salire su un autobus che li portò al Candlestick Park. Insieme a loro salì anche Jim Marshall, fotografo rock (1936 – 2010) che i Beatles conoscevano per le sue foto sulle copertine di album jazz e blues di Atlantic e Columbia, e per la sua capacità di immortalare i musicisti non solo dal vivo, ma anche nei momenti spontanei dietro le quinte. Si fidavano di lui, per questo fu l’unico fotografo ammesso nel backstage. L’anno dopo Marshall fotografò la chitarra in fiamme di Jimi Hendrix a Monterey, mentre nel 1969 era a San Quentin con Johnny Cash e poi al festival di Woodstock. La sua fotocronaca del 29 agosto 1966 è stata pubblicata nel libro The Beatles by Jim Marshall: Live at Candlestick Park 1966 (Chronicle Books, 2026) uscito in occasione del sessantesimo anniversario.
Marshall li riprende sulla scaletta dell’aereo – George ha un pettine che gli sbuca dal taschino, sul giubbotto di velluto a coste John è sceso volontariamente di grado e più modestamente sfoggia la scritta “Moses” –, la folla di fan e giornalisti, l’arrivo allo stadio. Il cancello che portava al parcheggio più vicino al backstage era chiuso a chiave e l’autobus fu costretto a fare il giro dello stadio, inseguito dai fan, prima di riuscire a entrare. Non gli fu permesso di calpestare il prato e si fermò a una certa distanza dagli spogliatoi dove li aspettavano Joan Baez con le sorelle Mimi e Pauline e la consueta ressa di stampa, radio, case discografiche, autorità locali e imbucati. Dopo le interviste e i convenevoli c’è la noia dell’attesa. I Beatles cenano (costate di manzo e Yorkshire pudding), fumano un sacco e bevono infinite tazze di tè. La tovaglia su cui scarabocchiano verrà esposta nella vetrina della ditta di catering. Dopo soli sei giorni, un ladro rompe il vetro in pieno giorno e se ne va con il bottino. Nel 2022 il nipote del ristoratore ha ricevuto una telefonata dal Texas: la persona che ne era in possesso voleva restituirla. La tovaglia ricoperta di schizzi colorati e autografata da tutti e quattro i Beatles è stata venduta dalla casa d’aste Bonhams per 88.000 dollari nell’ottobre di quell’anno.
Di quel 29 agosto, nel libro Marshall ricorda: “[I Beatles] non volevano suonare, erano esauriti. Ero con loro sul campo da baseball mentre si dirigevano verso il palco. Il suono era piuttosto primitivo, c’erano solo gli amplificatori sul palco e le luci erano quelle dello stadio”.
L’entourage dei Beatles era incredibilmente ristretto. Niente guardie del corpo, solo l’addetto stampa Tony Barrow, il roadie Mal Evans e l’autista Alf Bicknell che li accompagnava dal primo tour nel 1964. Il manager Brian Epstein era rimasto a Hollywood: sia per il presentimento di fine imminente, sia perché quando era esplosa una bomba carta durante il concerto di Memphis il 19 agosto aveva pensato che qualcuno avesse sparato a uno dei Beatles (cosa che purtroppo avverrà l’8 dicembre 1980 davanti all’ingresso del Dakota Building a New York).
I gruppi di supporto erano The Remains, Bobby Hebb, The Cyrkle e The Ronettes senza Ronnie Spector, a cui il futuro marito Phil, follemente geloso, non permise di partecipare al tour. Lo show iniziò alle 20, i Beatles salirono sul palco alle 21 e 27. “Lennon Saves”, c’era scritto su uno striscione, con riferimento alla recente polemica religiosa. A Candlestick Park quella sera faceva freddo, c’era nebbia e vento che portava il suono fuori dello stadio, verso la baia. “It’s a bit chilly”, fa un po’ fresco, dice a un certo punto Paul nella registrazione amatoriale del concerto. I Beatles chiacchierano più del solito tra un pezzo e l’altro. Intuiscono che il futuro è incerto, e siccome sanno che è l’ultima volta, Lennon e McCartney portano le loro macchine fotografiche sul palco e verso la fine del set John posiziona la sua su un amplificatore. “Credo che l’obiettivo fosse un grandangolo. Ringo scese dalla batteria, abbiamo dato le spalle al pubblico e ci siamo messi in posa perché sapevamo che era l’ultimo concerto”, ricorda George.
“È stato meraviglioso essere qui, con questa splendida aria di mare. Ci dispiace per il tempo. Vorremmo chiedervi di partecipare… di applaudire, cantare, parlare, fare qualsiasi cosa. La canzone è… Buonanotte”, dice Paul prima di attaccare Long Tall Sally. Poco prima di lasciare il palco, John accenna le prime battute di In My Life e poi corre a raggiungere il resto del gruppo nel backstage. Alle 22 è già tutto finito. È finita anche quella versione dei Beatles. “John era quello che più degli altri voleva smettere. Diceva di averne abbastanza”, disse in seguito Ringo. Senza annunci ufficiali, se non ci fosse stata la Leica di Jim Marshall il sipario sarebbe calato senza troppa enfasi sull’ultimo concerto del gruppo che ha rivoluzionato la musica, la cultura e la società del Ventesimo secolo.
I Beatles furono portati all’aeroporto di San Francisco in un furgone blindato e arrivarono a Los Angeles alle 12 e 50 del mattino. Durante il viaggio di ritorno, George Harrison disse all’addetto stampa Tony Barrow: “Quindi è finita. Non sono più un Beatle”. Non aveva tutti i torti. Il 29 agosto 1966 finiscono i Beatles come erano stati fino ad allora – una forsennata e formidabile macchina da dischi, concerti e soldi – e iniziano i nuovi Beatles fuori dal palco, sperimentatori in studio. Ma è anche l’inizio della fine.
Tornati a Londra, si separano: John va in Spagna a girare Come ho vinto la guerra di Richard Lester e scrive Strawberry Fields Forever; George va in India a studiare sitar e yoga; Paul fa un tour in auto per le campagne francesi, un viaggio in Africa e riprende a frequentare il giro della controcultura londinese; Ringo torna a casa dalla moglie Maureen e il primogenito Zak. Si sarebbero ritrovati ad Abbey Road il 24 novembre per registrare Sgt Pepper e negli studi della EMI sarebbero rimasti per ben cinque mesi fino al 21 aprile del 1967, ma nel frattempo le incrinature al loro interno sarebbero diventate sempre più insanabili.
Nonostante la spinta motivazionale di Paul McCartney, altri eventi frantumeranno la coesione del gruppo: la morte accidentale del manager Brian Epstein il 27 agosto 1967, le divergenze artistiche sempre più incolmabili, gli screzi e gli scontri di personalità, l’irrompere della vita privata, la nausea per la Beatlemania (“Non vorrei mai che mi ricapitasse”, dice George nella sua autobiografia), nuove droghe, nuovi interessi. Dopo altri cinque dischi (Magical Mystery Tour, Doppio Bianco, Yellow Submarine, Abbey Road e Let it Be) e un ultimo improvvisato set dal vivo il 30 gennaio 1969 sul tetto della Apple a Savile Row, i Beatles si sciolgono tra veleni e acrimonia già nel settembre di quell’anno. L’annuncio ufficiale di Paul arriva il 30 aprile 1970.
Il maglione enorme che conteneva tutti e quattro, lavorato ai ferri da tre fan di Stoccolma, che indossarono per lo speciale di Natale del 1964; le chiome aggrovigliate e indivisibili sulla copertina di Revolver, entrambi simboli della loro coesione, fratellanza e amicizia (significativamente, il maglione verrà usato da Geoff Emerick per attutire la grancassa di Ringo durante la registrazione dell’album, l’ultimo in cui suonano davvero uniti) si sfaldano, si districano e si separano. Ognuno prenderà la sua strada.
“Andremo avanti, credo. Non siamo ancora proprio sicuri. Io vorrei andare avanti di certo. Senz’altro”, aveva detto Paul prima di attaccare Paperback Writer quel 29 agosto. Ognuno lo farà per conto suo. Double Fantasy, l’ultimo disco di John Lennon, in coppia con Yoko Ono, uscì poche settimane prima del suo assassinio. Dopo Cloud Nine del 1987, Brainwashed di George Harrison uscì postumo nel 2002, un anno dopo la sua morte. Ringo, il più anziano, e Paul continuano a fare musica: i loro ultimi dischi sono usciti quest’anno e in Home to us, da The Boys from Dungeon Lane di Paul, duettano insieme per la prima volta.
Paul è tornato a suonare a Candlestick Park il 14 agosto 2014 davanti a 53.477 spettatori (il doppio di quelli dei Beatles nel 1966). Durante il concerto, alle sue spalle ha proiettato immagini inedite di Jim Marshall del 29 agosto di 48 anni prima. Nella setlist c’erano Here Today, la commovente canzone dedicata a John, e anche Long Tall Sally, ma ha scelto di chiudere con The End da Abbey Road. È stato il concerto di addio al vecchio stadio, demolito nel settembre dell’anno dopo.