Articolo
Daniele Cassandro

Dolly Parton apparteneva a tutti

Cassandro Parton

Dalla povertà del Tennessee alle classifiche mondiali, dalle casalinghe del Midwest alle drag queen: Dolly Parton ha attraversato mondi che sembravano inconciliabili senza appartenere mai davvero a nessuno. Forse è per questo che, alla fine, apparteneva a tutti.

La cantautrice, attrice e imprenditrice Dolly Parton è morta il 25 agosto all’età di ottant’anni a Nashville, nel Tennessee. In un breve comunicato il suo addetto stampa, Marcel Pariseau, ha scritto: “Dopo aver affrontato con coraggio una breve battaglia contro il cancro, Dolly ha lasciato oggi questa vita terrena al Vanderbilt-Ingram Cancer Center, circondata dall’affetto dei suoi cari”.

Nel 2019, in un’America trumpiana e già molto polarizzata, il «New York Times» pubblicava un pezzo dal titolo: C’è qualcosa su cui ancora possiamo essere tutti d’accordo? Sì: Dolly Parton. La giornalista Lindsay Zoladz teorizzava che il miracolo di Dolly Parton, che allora aveva 73 anni, era quello di riuscire a significare cose diverse per pubblici diversi e separati da insormontabili barriere culturali, sociali e politiche. 

Parton era dotata di un’intelligenza emotiva molto sviluppata che la rendeva capace di parlare ai conservatori, che la vedevano come l’incarnazione dei valori più autentici della vecchia America rurale, ai liberali e ai fanatici del mercato che la vedevano come la donna d’affari che si era fatta da sé partendo dal nulla, alle femministe che ne apprezzavano l’indipendenza, l’autonomia e l’ironia, alla comunità Lgbtq+ che la vedeva come un’icona gay e un simbolo di autodeterminazione sessuale. 

Dolly era un punto di riferimento tanto per le drag queen che la consideravano una fonte d’ispirazione inesauribile, quanto per le casalinghe del Midwest che si immedesimavano nelle protagoniste spesso sfortunate delle sue canzoni, per le ultime leve di cantanti pop (prima tra tutte la sua figlioccia Miley Cyrus) e per rapper caustiche e chiassose come Cardi B. 

Parton è stata una delle pochissime artiste che hanno saputo attraversare la linea del colore del pop americano: quella demarcazione razzista che tendeva a mantenere separati il mercato dei bianchi da quello dei neri. 

In occasione della sua morte Beyoncé ha scritto: “Sei stata il barometro. La Stella Polare. Audace e brillante. Talentuosa e tenace. Hai insegnato a moltissimi cosa significa essere, in maniera irripetibile, se stessi”. Patti LaBelle, una regina del soul più vecchia di lei di due anni, ha scritto: “L’arte di Dolly, la sua bravura, la sua vita eccezionale hanno ispirato moltissime persone, tra cui anche me”. 

Una concessione non da poco da parte di una grande artista nota per la sua altezzosità. Uno dei messaggi di cordoglio più sorprendenti è arrivato dal rapper (bianco) Eminem, che era stato ammesso con lei nella Rock & Roll Hall of Fame nel 2022. Dopo aver pubblicato una lettera che Dolly gli aveva scritto in quell’occasione (“Ho sempre sentito una strana connessione con te, come se ti avessi sempre conosciuto in qualche modo”), Eminem ha scritto: “Anche per un ragazzo come me che ascoltava soprattutto rap, lei era un’icona. Una superstar in ogni senso”.

Dolly Parton rappresentava qualcosa di positivo per qualunque fetta della società americana in un momento storico in cui questa stava cominciando drammaticamente a disgregarsi. E la ragione di ciò risiedeva nella sua autenticità, prima ancora che nel suo lavoro. È paradossale parlare di autenticità riferendosi a un personaggio così costruito. Tutto in Dolly Parton è eccessivo: i capelli, le tette, il sorriso, il trucco, le lunghissime unghie artificiali e quegli abiti da cowgirl tempestati di strass e lustrini. Dolly Parton è l’opposto della sobrietà, dell’understatement e della buona educazione borghese. È l’amica troppo vistosa di cui a volte ci si vergogna, la zia un po’ matta, la ragazza più chiacchierata del paese, la parrucchiera con cui confidarsi. È oggetto del desiderio per i maschi etero, primo turbamento per le ragazzine lesbiche, una luccicante fata madrina per i gay. Dolly Parton è un albero di Natale in piena estate. Lei stessa racconta che fin da bambina era stata così. Si truccava con quello che trovava: bacche rosse da spremere per le labbra e le guance e un tappo bruciato per le sopracciglia e le ciglia; qualunque straccio trovato in casa diventava un abito da sera e un manico di scopa era il suo microfono. “Se non fossi nata donna sarei stata una drag queen”, ha ripetuto più volte.

Dolly Parton è nata il 19 gennaio del 1946 in una casupola di legno lungo le rive del Little Pigeon River a Pittman Center, Tennessee, la quarta di dodici figli. Il padre Lee era analfabeta e lavorava nei campi e occasionalmente nei cantieri; la madre, Avie Lee, sapeva leggere e scrivere e mandava avanti la casa. Spesso era malata e passava le giornate cantando “songs of the old world”: vecchie ballate irlandesi e gallesi che raccontavano storie drammatiche, patetiche ed edificanti. L’immaginario di Dolly si formò su quelle ballate che erano il suo teatro, il suo cinema e la sua tv, tanto che cominciò a comporre già a quattro anni: canticchiava le sue canzoni e le dettava alla madre, che le scriveva su ricevute e fogli volanti. La sua prima canzone risale al 1952 e s’intitola Little Tiny Tasseltop, “piccolo ciuffetto”, ed era dedicata a una sua bambolina ottenuta da una pannocchia secca a cui erano stati fatti occhi, naso e bocca con un bastoncino bruciato. Tutti i giocattoli di Dolly e dei suoi fratelli e sorelle venivano fatti in casa, anche la sua prima chitarra, su cui cominciò a strimpellare a otto anni. A dieci uno zio le regalò una chitarra vera. Nel museo di Dollywood, la Graceland di Dolly Parton nel Tennessee, un incrocio tra un monumento e un parco tematico, sono conservate alcune di quelle “corncob dolls”, bamboline poverissime fatte con le pannocchie. I loro capelli, le barbe del mais, sono gialli e gonfi, proprio come le grandi cotonature bionde che l’avrebbero resa famosa.

La povertà estrema, il freddo, la fame, la scarsità di tutto sono sempre stati centrali nel racconto di Dolly Parton. Come lo erano il duro lavoro del padre e della madre. Nel 1972, quando era già molto famosa, Dolly ha scritto una canzone intitolata Daddy’s Working Boots, “gli stivali da lavoro del papà”, un’elegia per il padre lavoratore. Descrive le sue mani callose, piene di piaghe aperte, i suoi stivali che hanno percorso miglia e miglia e racconta che gli unici ricordi che ha di suo padre erano legati alla durezza e alla grande dignità del suo lavoro. Nel ’72 Lee era ancora vivo ma nella canzone, che alla fine prende la forma di un inno da chiesa, si rivolge direttamente a Dio: “Quando arriverà il momento per mio papà di raggiungerti in cielo, gli permetterai di camminare sulle tue strade d’oro con un paio di stivali nuovi tutti fatti d’oro?”. Sono canzoni come queste, che saldano la tradizione dei canti di lavoro della vecchia Europa con quella nera del blues e del gospel, a far capire come il country non sia mai stato un genere totalmente bianco come molti conservatori e suprematisti s’illudono, ma, essendo legato alla terra, appartiene a tutti quelli che la terra la lavoravano: i bianchi poveri e i discendenti dei neri affrancati dalla schiavitù.

Nell’introduzione di un libro che raccoglie i suoi testi più famosi Dolly si presenta così: “Mi chiamo Dolly Parton e sono un’autrice di canzoni. È così che mi esprimo (…) Sono una cantante, una donna di spettacolo e un’imprenditrice. Ma se dovessi scegliere di essere solo una cosa sarei un’autrice di canzoni. Potrei starmene seduta a casa mia per sempre, a godermi la vita e a scrivere canzoni”. L’essenza dell’autenticità di Dolly Parton, la ragione per cui rappresenta così tante cose importanti per persone così diverse, è tutta nelle sue canzoni. Lei si definisce “Songteller”, una sorta di cantastorie, ed è proprio Songteller il titolo della sua antologia di testi.

In un’America sempre più avida e classista Dolly Parton non si è mai vergognata della povertà della sua infanzia o della sua provenienza. L’ha sempre rivendicata, ma senza mai trasformarla in una parabola capitalista di successo e di trasformazione. La povertà, la terra e il lavoro sono parte di lei e della sua storia anche quando è sul palco a Las Vegas coperta di lustrini. Il suo aspetto eccessivo, le sue cotonature, le sue scollature, quei bustier luccicanti che le comprimevano il punto vita e le facevano esplodere il seno continuavano a essere genuinamente “country”; erano semplicemente l’upgrade delle barbe del mais e del trucco ottenuto spremendo bacche e bruciando turaccioli. Dolly Parton non si è mai travestita da donna ricca o da diva di Hollywood: per tutta la vita ha cercato di essere una specie di fata, una fantasia uscita da qualche favola campagnola.

In Coat of Many Colors, uno dei suoi brani più celebri, che fu poi ripreso da Shania Twain, Alison Krauss, Emmylou Harris e molti altri, Dolly affronta il tema della vergogna di classe partendo da un capo d’abbigliamento, un cappottino colorato che portava da bambina. Era una giacchetta che la mamma le aveva cucito mettendo insieme scampoli e stracci di vari colori che c’erano in casa. I soldi per comprare un cappotto nuovo non c’erano e Avie Lee era una maestra dell’arte tipicamente country del patchwork. Dolly era orgogliosa del suo cappotto nuovo anche perché la mamma le aveva detto che nella Bibbia è scritto che Giuseppe aveva un manto esattamente come quello, fatto di tanti colori. Ed era un mantello portentoso che portava fortuna e ricchezza. “E così con le toppe sui calzoni e le scarpe bucate, col mio cappotto di tanti colori corsi a scuola”, canta Dolly, “solo per scoprire che gli altri ridevano e si prendevano gioco di me, per quel cappotto dai tanti colori che la mamma aveva fatto per me”. Nello spiegare il testo di questa canzone Parton racconta che la sua prima reazione è stata vergognarsi e dare la colpa alla madre, che non solo le aveva confezionato un cappottino ridicolo ma le aveva anche raccontato quella sciocchezza biblica sul manto magico di Giuseppe. La risposta della madre l’avrebbe definita per sempre nel suo rapporto con la fama e con la ricchezza: “Non dire mai che siamo poveri. Noi non siamo gente povera. Non abbiamo tante cose materiali come gli altri, ma la ricchezza non si misura in dollari”. Nel museo di Dollywood il testo originale di Coat of Many Colors è scritto, con grafia fittissima, sul retro di tre ricevute della tintoria. L’anno era il 1971.

9 to 5, la canzone country-disco che la proietta al primo posto delle classifiche americane nel 1980, parla di lavoro. Lavoro impiegatizio, dalle nove alle cinque appunto. Il critico musicale marxista Toby Manning nel suo libro Mixing Pop and Politics (Repeater, 2024) scrive che “la country-disco camp di 9 to 5 tocca quel punto molle elettro-organico (sic) tra disco fordista e post-fordista”. Ovvero quel momento storico, cominciato con La febbre del sabato sera e Urban Cowboy, in cui anche le canzoni più leggere e danzerecce mettevano in dubbio la validità e la desiderabilità del modello fordista di lavoro in fabbrica e sfogo del weekend in discoteca. Per quanto possa sembrare un’interpretazione un po’ forzata, Dolly nel testo del pezzo è abbastanza esplicita:

Lavorare dalle nove alle cinque, che razza di modo di guadagnarsi da vivere.

Arrivi a malapena a fine mese: loro prendono tutto e non danno niente.

Si servono della tua intelligenza e il merito non te lo riconoscono mai.

C’è da impazzire, se glielo permetti.

Dalle nove alle cinque, sì, ti tengono esattamente dove vogliono.

Una vita migliore esiste, e ci pensi anche tu, no?

È un gioco fatto per i ricchi, comunque decidano di chiamarlo,

e tu passi la vita a mettere soldi nel portafoglio di qualcun altro.

9 to 5 era il tema dell’omonimo film di Colin Higgins in cui Dolly Parton faceva il suo debutto cinematografico accanto a due mostri di bravura: Lily Tomlin e Jane Fonda. Dolly Parton ricorda i lunghissimi tempi morti sul set a cui non era abituata. Le uniche cose che faceva erano mangiare e immaginare canzoni che però non poteva strimpellare perché avrebbe disturbato gli altri. 9 to 5 era nata proprio su quel set e, in mancanza di altri strumenti, il ritmo funky del pezzo era nato usando le sue lunghe unghie artificiali come percussioni. C’è un video memorabile su YouTube di Dolly Parton e Patti LaBelle che si lanciano in una jam session di unghie assolutamente irresistibile.

Dolly Parton ha saputo monetizzare la sua arte come pochi altri artisti. Nel 1974, per il suo album Jolene, scrisse un pezzo intitolato I Will Always Love You che finì dritto al numero uno delle classifiche country. Era una canzone intima e composta sullo slancio di un momento: Dolly aveva deciso di chiudere la relazione lavorativa con il suo partner artistico Porter Wagoner, che all’inizio non la prese bene e dopo infinite discussioni le disse: “Dolly, scrivimi le tue ragioni in una canzone”. Così nacque il primo verso:

Se restassi,

sarei soltanto d’intralcio.

Perciò me ne vado, ma so

che penserò a te a ogni passo.

Nel momento stesso in cui la stava scrivendo, Dolly sapeva di avere in mano una bomba. Wagoner si convinse e le disse che era il pezzo migliore che avesse mai scritto. Anche Elvis Presley notò la canzone e chiese di cantarla, ma come condizione chiese di cambiare un verso per ottenere la metà dei diritti. Dolly scrive: “Avevo il cuore a pezzi ma non potevo rinunciare ai miei diritti d’autore. Ho pianto tutte le mie lacrime perché già la immaginavo cantata da Elvis. Ma ci sono momenti in cui devi mantenere la tua posizione”. Pare che Elvis la canzone l’abbia cantata una sola volta e per una sola persona: la cantò a Priscilla uscendo dall’aula del giudice che sancì il loro divorzio. Nel 1982 Dolly la ricantò per la colonna sonora del film Il più bel casino del Texas con Burt Reynolds e di nuovo scalò le classifiche. Anni dopo, all’inizio degli anni Novanta, quando Dolly Parton diede il permesso a Kevin Costner di usarla per la colonna sonora del suo film The Bodyguard, lo fece senza pensarci troppo: i diritti le andavano dritti in tasca e non fece problemi. La prima volta che Dolly sentì la versione che Whitney Houston registrò per il film era in macchina e rischiò di schiantarsi. Al primo verso appena sussurrato a cappella, “If I should stay…”, Dolly non aveva ancora capito che era la sua canzone. Poi, appena entrò la musica, la riconobbe: “Era la mia I Will Always Love You”. Racconta di aver accostato sul ciglio della strada perché la sua canzone continuava a crescere fino a diventare qualcosa di enorme. “Avevo già portato quel pezzo al numero uno in classifica per due volte”, scrive, “ma Whitney aveva preso quella mia piccola canzone su un cuore spezzato e l’ha fatta esplodere in tutto il mondo”. Sulla scia del successo di quel pezzo la colonna sonora di The Bodyguard finì per vendere 45 milioni di copie, diventando la soundtrack più venduta della storia. Rendendo Dolly Parton una donna ancora più ricca.

Il segreto di Dolly Parton era tutto lì, in quella piccola canzone che aveva scritto per dire addio a un partner artistico e che vent’anni dopo, grazie alla voce di Whitney Houston, era diventata qualcosa di completamente diverso e infinitamente più grande. Una canzone country scritta da una donna bianca cresciuta poverissima sulle montagne del Tennessee era passata attraverso la voce di una donna nera del New Jersey ed era diventata una canzone che tutti conoscevano e nella quale chiunque poteva riconoscersi. Dolly aveva passato la vita a fare la stessa cosa: partire da qualcosa di irriducibilmente suo — la povertà, il lavoro, la fede, le barbe del mais, le parrucche, gli strass, le donne abbandonate e gli uomini amati — per farne qualcosa che poteva parlare a chiunque.

Nel 2019 il «New York Times» si chiedeva se, in un’America che non riusciva più a mettersi d’accordo su niente, fosse rimasto almeno qualcosa su cui tutti potessero concordare. La risposta era Dolly Parton. Sette anni dopo, forse è ancora così. Non perché Dolly mettesse tutti d’accordo, ma perché aveva trovato il modo di appartenere a tutti senza smettere mai di appartenere a se stessa.

Daniele Cassandro

Daniele Cassandro è giornalista di «Internazionale» e collabora con diverse testate. Il suo ultimo libro è Dischi volanti (Curci, 2024).

Icon Diamond Yellow

Newsletter

Le vite degli altri

Le vite degli altri è una newsletter che racconta di vite che non sono la nostra: vite straordinarie, bizzarre o comunque interessanti.

La scriviamo noi della redazione di Lucy e arriva nella tua mail la domenica, prima di pranzo o dopo il secondo caffè – dipende dalle tue abitudini.

Contenuti Correlati

lucy audio player

00:00

00:00