“Il cammino nelle terre mutate” è un itinerario di oltre 250 chilometri che attraversa i territori colpiti dai terremoti del 2009 e del 2016. Un reportage per raccontare quei luoghi e, soprattutto, le persone che li abitano.
La prima mattina inizio a camminare un po’ agitata. Raggiungo Claudia e mi giro a guardarla: sembra decisa. Nota che la sto osservando e mi accenna un sorriso. La sua presenza mi incoraggia. Mi preparo alla vista di panorami fragili. Invece, attraversiamo campi punteggiati di balle di fieno, boschi fitti e ginestre in fiore.
Da quel giorno, Claudia e io abbiamo percorso a piedi 257 chilometri, lungo il “Cammino nelle terre mutate”, attraversando il cuore del cratere sismico dell’Appennino centrale. Abbiamo toccato quattro regioni (Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo) e due parchi nazionali (Monti Sibillini e Gran Sasso-Monti della Laga). Il Cammino nasce dalla “Lunga marcia per L’Aquila”, organizzata per la prima volta nel 2012 in segno di solidarietà, ma anche come forma di protesta per denunciare i ritardi nella ricostruzione dopo il sisma del 2009. Il percorso unisce i territori colpiti dai terremoti tra il 2009 e il 2016-2017. Attraversa le aree interne del Centro Italia, parte dei territori montani che occupano circa il 60 % del Paese ma ospitano meno del 23% della popolazione. In queste zone, la fragilità territoriale e demografica si è intrecciata con le conseguenze dei terremoti, rendendo la ripartenza ancora più complessa.
Chi resta, anni dopo, nei luoghi dove la terra ha tremato?
Autoritratto, Francesca e Claudia, in cammino, 2025.
Mappa del percorso del Cammino nelle terre mutate.
Marco. Camerino (Mc)
Il secondo giorno raggiungiamo Camerino, città universitaria tra le più antiche d’Italia. Dopo quasi venti chilometri di cammino, da lontano intravediamo il borgo, su cui svettano decine di gru. Per raggiungere il centro storico la strada è tutta in salita, e a mezzogiorno e mezzo il sole ci brucia la pelle scoperta. Ci sono lavori in corso per strada e deviazioni che ci fanno cambiare percorso più volte. Quando entriamo in paese, le strade sono deserte, le case sorrette da strutture metalliche. Cerchiamo il bar del paese, e non fatichiamo a trovarlo: è l’unico aperto. Spesso, è proprio un bar il primo punto di contatto con una comunità. Restiamo sedute lì per ore, osservando e ascoltando. Chiacchieriamo con Marco, il proprietario del bar. “Il centro si è completamente svuotato”, ci racconta, “sono passati sette anni prima che il primo operaio si mettesse al lavoro. E ancora oggi la gran parte dei residenti non è tornata: ci saranno cinquanta case abitate contro le cinquemila di prima. Le attività commerciali hanno subito un crollo. Io ho tenuto aperto per resistenza, per senso civico verso i pochi anziani rimasti. Ora, con i cantieri, qualcosa si muove, ma incasso appena il trenta per cento di quello che facevo prima. È stata una salita lunga, faticosa, veramente scoraggiante”. Al bar entra una ragazza. ”E gli studenti?”gli chiediamo. “Camerino non è più attraente come un tempo. L’università ha retto grazie all’esenzione dalle tasse negli anni successivi al terremoto, ma con la reintroduzione dei pagamenti gli iscritti caleranno. A differenza di Norcia, dove si è agito subito per ripristinare il cuore della città, qui si è scelto di decentrare tutto. L’università ha costruito campus fuori dal centro, portandosi dietro studenti e servizi, svuotando completamente la città storica. Ma gli studenti non vogliono stare nei campus isolati. Il centro offriva socialità e vitalità: oggi manca tutto. Tu verresti a studiare qui?”
Patrizia. Ussita (Mc)
A Ussita veniamo accolte con un piatto di riso. Appena arrivate in paese, incontriamo un gruppo di giovani impegnati a montare lo schermo per il CROC Film Festival, il cinema all’aperto che anima le estati di questo piccolo borgo. Vedendoci passare con gli zaini pesanti, ci invitano a pranzare con loro. Per le strade del paese ci sono decine e decine di case distrutte. Una in particolare mi colpisce: dalla strada riesco a vedere la camera da letto intatta. Un armadio con l’anta aperta, i vestiti appesi in ordine. Faccio fatica a distogliere lo sguardo.
Dormiamo da Patrizia. Quella sera è fuori città, così ci sentiamo per telefono e ci spiega che ha lasciato le chiavi di casa sotto un vaso davanti alla finestra. Troviamo un modo di comunicare senza mai incontrarla: ricostruiamo la sua storia dalle persone che incontriamo in paese, dai poster e dalle fotografie appese alle pareti e da uno affettuoso scambio di post-it lasciati sul suo tavolo della cucina. Patrizia vive da anni in una SAE (Soluzioni Abitative in Emergenza). Quella che doveva essere una sistemazione temporanea si è trasformata nella sua abitazione permanente. Per Patrizia, come per molte altre persone, il tema della casa è centrale. Dopo i terremoti del 2016-2017 ha fondato l’associazione CASA – Cosa Accade Se Abitiamo, nata dal desiderio di restare in un luogo, suo malgrado, in forte mutamento, accogliendo ricercatori, artisti, scrittori, fotografi e camminatori in residenze temporanee, promuovendo progetti culturali e ambientali, reti di collaborazione e valorizzazione dei territori. Parallelamente al vuoto lasciato dalle istituzioni, in queste zone si è diffuso un forte desiderio di riscatto, che si traduce nella volontà di costruire un rapporto profondo con la propria terra. L’associazione CASA, che oggi si chiama Porto di Montagna, è un esempio significativo: promuove iniziative comunitarie come il Piantamaggio, antico rito pagano diventato uno dei momenti più sentiti della vita locale, il festival ITACÀ, dedicato al turismo responsabile, e la già citata rassegna estiva di cinema all’aperto CROC.
Lenzuolo appeso davanti alle macerie, Piedilama, agosto 2021.
Valentina. Ussita (Mc)
Valentina ci racconta una storia.. La sua casa, viste le condizioni in cui versava dopo il sisma, è stata demolita d’urgenza e lei non ha potuto salvare nulla, tranne un unico oggetto: l’albero di Natale. A recuperarlo è stato un vigile del fuoco che si è arrampicato tra le macerie e il tetto parzialmente crollato. Lei si trovava lì, al fondo della strada, il vigile le ha chiesto cosa volesse prendere. “Prendi quello che riesci”, ha risposto lei. Poi, improvvisamente, lui ha gridato: “C’è un albero di Natale!” Era l’albero che aveva comprato l’anno prima ed era nuovo. Valentina lo ha poi portato nella sua roulotte, al mare. “Era enorme, quasi non ci stava”, ricorda. Suo marito la guardava incredulo: “Ma dove lo mettiamo?” Per lei non contava: “Lui ha rischiato la vita per prenderlo, adesso lo montiamo”.
Case ristrutturate rimaste chiuse e cantieri ancora aperti, Amatrice, 2025.
Roberto. Campi, Norcia (Pg)
In Umbria le montagne sembrano i dorsi di enormi tartarughe.
Arriviamo alla fine della tappa con le luci del tardo pomeriggio. Campi non è un posto come gli altri, e ce ne accorgiamo subito. C’è un’aria rilassata, quasi spensierata, un’atmosfera giocosa. Ci sediamo alla sede della Pro Loco e origliamo le conversazioni del tavolo accanto al nostro, dove piano piano si aggiungono sempre più sedie. Si forma un gruppo eterogeneo: una mamma con la sua bambina, una signora che lavora come badante, un ragazzo e l’uomo più anziano del paese. Qui la vita sembra essere andata avanti.. Forse per questo decidiamo di non fare domande.
È Roberto, il gestore, a tirare fuori l’argomento. Ci racconta che, pure nella tragedia del terremoto, a Campi hanno avuto un colpo di fortuna: i lavori della struttura antisismica erano appena terminati quando, il 24 agosto 2016, subito dopo la prima scossa, lui stesso era corso ad aprire le porte della sede, per ospitare chiunque avesse bisogno di un rifugio. Quello che doveva essere il cuore del paese, uno spazio per feste, eventi e incontri, in una notte soltanto si era trasformato in un rifugio per oltre settanta persone. Gli abitanti di Campi per oltre un anno hanno abitato lì. Senza attendere aiuti esterni, hanno organizzato la distribuzione dei pasti, l’assistenza agli sfollati e la gestione degli spazi comuni, costruendo una rete solidale capace di sostenersi da sola. Così è nato “Back To Campi”, un modello di resilienza collettiva, un laboratorio di innovazione sociale che, partendo dal dolore, ha saputo immaginare nuove possibilità di vita e di lavoro legate al territorio e al desiderio di restare.
Nonostante l’atmosfera meno grave, per la prima volta da quando abbiamo iniziato a camminare non ci sentiamo tranquille a dormire in tenda. Tra le persone che incontriamo a Campi c’è un uomo che ci mette a disagio: ci sentiamo osservate. Lo raccontiamo a Roberto, che ci ascolta senza minimizzare la nostra paura, e ci lascia le chiavi di una vecchia roulotte, nel campo che la Pro Loco mette a disposizione ai campeggiatori.
Federico e Christian alle cascate di Forcella, Acquasanta Terme, 2025 / Una coppia di cavalli incontrati lungo il sentiero, Poggio Cancelli, 2025
Federico e Christian. Piedilama, Arquata del Tronto (Ap)
È il decimo giorno di cammino e sono irrequieta. Non ho mai sentito così tanto dolore alle spalle e alla schiena e la cosa mi preoccupa. Lo zaino mi sembra più estraneo del solito. Fa fatica a trovare la sua posizione, mi sbilancia, come se non fosse ancora mio.
Nel tratto tra Arquata e Amatrice alla fatica fisica si aggiunge quella emotiva: entriamo nel centro del cratere. Tra le macerie riconosciamo resti di ristoranti, bar e case. Bastano pochi dettagli: una sedia capovolta, una lavagna con il menù o l’insegna di un ristorante per immaginare la vita che c’era un tempo.
Al Rifugio degli Alpini di Piedilama incontriamo Federico, un ragazzo della nostra età, troppo indaffarato a servire i clienti per badare a noi. Dalla ressa intuiamo che si tratta di uno dei pochi ristoranti nel raggio di diversi chilometri, quindi un punto di ritrovo per i lavoratori della zona.
Quando finisce il turno riusciamo a scambiarci poche parole: nel pomeriggio va alle pozze con alcuni amici e ci invita a unirci a loro. Un’ora dopo viene a prenderci in macchina dove abbiamo lasciato gli zaini per la notte. Facciamo prima una sosta nella zona SAE dove vive, prende il costume e recuperiamo Christian, un suo amico muratore di diciannove anni.
Passiamo il pomeriggio sdraiate sui teli mare, tra il suono della chitarra suonata da Federico e i tuffi nel torrente gelido. È la prima volta che la distanza tra noi e chi vive qui sembra accorciarsi. Christian lavora nei cantieri da un anno. Gli piace, anche se nei suoi occhi si legge una certa disillusione per il futuro, come se sapesse che non c’è niente ad aspettarlo. Federico, invece, vorrebbe scappare: sente di vivere una vita che non gli appartiene, sovrastato dalla gestione del ristorante dei suoi genitori, diventata di fatto sua. Coltiva il desiderio di riprendere gli studi a Parma e di vivere in una casa “normale”: “Mettendoci in queste aree SAE hanno solo archiviato la questione terremoto. A distanza di dieci anni non si parla più di Amatrice, se non per qualche debole iniziativa, tipo quella del Cammino nelle terre mutate. Poi parlano di ricostruzione… Ma voi adesso lo avete visto com’è qui: un cumulo di macerie. Tutto è in potenza, ma c’è poco di concreto. Al di là del piccolo turismo, queste non sono zone conosciute. Siamo paesi piccoli, con nomi ridicoli e siamo destinati a sparire. La possono pure ricostruire, Peracchia… Ma chi ci va a vivere?”
Interno di una casa distrutta dal terremoto, Grisciano, 2025 / Masso lungo la via sulla piana di Castelluccio, 2025.
Claudia. Amatrice (Ri)
Da Arquata del Tronto a Campotosto il percorso diventa incerto. È la parte più faticosa: le tracce si perdono nei boschi, incontriamo cinghiali e cani pastore. Ci perdiamo più volte, costrette a tornare indietro, a cercare segnali invisibili sul sentiero, a fidarci dell’intuito più che delle mappe.
Finalmente arriviamo ad Amatrice. Ci eravamo promesse che la prima cosa da fare sarebbe stata ordinare una pasta all’amatriciana, e così facciamo. Durante tutto il viaggio, il rapporto con il cibo si è rivelato importante. Le tradizioni enogastronomiche locali hanno il valore di identità, orgoglio e memoria collettiva. Su questi principi si fonda il lavoro di Claudia, un’imprenditrice che abbiamo conosciuto ad Amatrice, dormendo nel suo agriturismo, un casolare rosso mattone immerso nel verde di cui si percepisce subito la cura in ogni dettaglio. Avremmo dovuto montare la tenda in un angolo del giardino, ma inizia a diluviare e Claudia ci propone uno scambio: una stanza in cambio di un servizio fotografico per l’agriturismo, aperto da poco. Claudia ha trent’anni, è giovane eppure la sua voce calma rivela la decisione di chi ha scelto di restare. Ci racconta di come, dopo il terremoto, abbia deciso di ricominciare proprio qui, dove molti se ne erano andati: “Facevo tutt’altro, prima del terremoto. Dopo ho capito che avrei dovuto fare qualcosa di concreto per Amatrice. Ho aperto un agriturismo e ho dato lavoro a dieci persone del posto. Sto investendo in educazione ambientale, benessere, turismo responsabile. Credo che questo possa avere un impatto più duraturo di tanti progetti finanziati, ma con una data di scadenza. Il territorio ha un potenziale enorme: bisogna solo riconoscerlo e raccontarlo, ed è quello che voglio fare”.
Prefabbricato di un’abitazione in mezzo a un campo, Roccapassa, 2025.
Giorgio. Amatrice (Ri)
Incontriamo Giorgio, un consigliere comunale di Amatrice, in un prefabbricato nel parco intitolato a padre Giovanni Minozzi. A prima vista, tutto sembra tranne che un municipio. Prima di questa sistemazione, la sede comunale si trovava in Corso Umberto I, nell’edificio storico che includeva il Palazzo del Reggimento, ora gravemente danneggiato dal sisma del 2016. Giorgio ci viene incontro all’ingresso e ci accompagna nel suo ufficio. Ha l’aria spigliata e ci mette subito a nostro agio. Gli raccontiamo il progetto che stiamo portando avanti e lui ci ascolta con attenzione. Entriamo nell’ufficio: è una stanzona bianca, asettica. Mi aspettavo un luogo istituzionale, pieno di oggetti, carte, dettagli che raccontano il passato. Invece c’è solo il bianco delle pareti, il silenzio del prefabbricato, la sensazione di provvisorietà. Restiamo a parlare con lui per più di un’ora: discutiamo di tutto – dalle politiche giovanili agli ostacoli della ricostruzione, dalle difficoltà burocratiche alla questione delle SAE. Rispetto alle persone incontrate finora, la voce di Giorgio suona diversa.. Se Claudia ci aveva raccontato che i servizi per i giovani sono inesistenti e che molti di loro passano le giornate chiusi in casa, davanti al telefono, Giorgio ci offre una prospettiva più dura: “Molti giovani non hanno voglia di lavorare. C’è una cultura del vittimismo e della dipendenza che frena la ripresa. Il valore del sacrificio si è perso. Il Covid, per certi versi, ha avuto un impatto peggiore del terremoto: ha rotto sogni e prospettive degli adolescenti del territorio, che oggi inseguono il mito della città senza sapere quanto possa essere impegnativo trasferirsi”. Gli chiediamo se in questo senso il Comune abbia avviato politiche o progetti per sostenere i giovani nella ripresa. “Sì: corsi, eventi, bandi under 35, le attività del centro giovani. Ma i ragazzi non rispondono. Manca spirito d’iniziativa. Il problema vero sono i genitori, che li hanno cresciuti in un sistema assistenzialista. Anche l’associazionismo giovanile è debole. Serve educazione alla vita di montagna, a partire dalle scuole. I ragazzi vivono il mito della città, ma ignorano le potenzialità reali del loro territorio”.
La crisi generata dal sisma è parte di un problema più ampio: la mancanza di progettualità nelle aree interne. Accanto al processo di ricostruzione materiale, che riguarda edifici, servizi e infrastrutture, è essenziale parlare anche di ricostruzione immateriale di quei processi che riguardano la dimensione relazionale, comunitaria e identitaria.
Giulia e Ilaria al lavoro nel bioagriturismo della famiglia. Accumoli, 2025 / Cantiere nel centro di Amatrice: una gru coi colori dell’Italia. Amatrice, 2025.
Katia. Accumoli (Ri)
Ad Accumoli veniamo ospitate da Katia, che insieme alla sua famiglia gestisce un bioagriturismo. Con tre figlie e il marito al suo fianco, da anni sogna un progetto a lungo termine, un impegno politico per ripopolare Accumoli, passata da centocinquanta abitanti a sedici. “Tra quattro anni vorrei candidarmi alle elezioni per proporre scambi interculturali con altre nazioni, volti ad attirare qui giovani coppie e famiglie. Vorrei creare delle opportunità per i giovani che vogliono avvicinarsi a uno stile di vita più sostenibile, partendo dalle risorse agricole e naturalistiche del territorio. Penso che le persone si innamorerebbero di queste zone”. Sedute al tavolo, le nostre chiacchiere vengono continuamente interrotte dal suo telefono che non smette di squillare. “Pronto? Carla, sì, certo… Ti mando subito qualcuno con le uova!” Esclama, sorridendo. Neanche il tempo di respirare, e già un altro squillo: “Ciao Piero! Ti ho trovato una mano per il giardino, te lo avevo detto, no?” È impossibile non sentirsi accolte dalla sua energia e dalla sua disponibilità. Ci lascia quando deve scappare a fare delle commissioni. La vediamo uscire con la macchina, torna qualche ora più tardi e comincia a cucinare per la tavolata di venti persone prenotata per la cena.
Piazza Cavour nel centro storico di Camerino, ancora visibilmente danneggiata, 2025.
Andrea. L’Aquila
Scendendo verso l’Abruzzo, la vegetazione si dirada e il profilo del Gran Sasso appare all’orizzonte. Il paesaggio alterna la dolcezza dei pascoli d’altura alla ruvidezza della roccia. È un equilibrio sottile tra natura selvaggia e tracce di presenza umana: muretti a secco, piccoli campi, ruderi e stalle.
L’arrivo a L’Aquila non è una conclusione, ma una soglia: per noi il cammino continua nel modo in cui si interagisce con il paesaggio, nei silenzi che restano, nella consapevolezza che queste terre mutate non sono solo ferite, ma sono spazi di trasformazione, dove natura ed esseri umani cercano insieme di rinascere. Una volta arrivate in città, iniziamo a camminare per il centro storico. Dobbiamo organizzare il poco tempo a disposizione prima di prendere il treno che ci riporterà a casa.
Vista del borgo di Castelluccio ancora in ricostruzione. La sua bellezza naturalistica è in contrasto con le crepe causate dal sisma e dal sovraffollamento turistico. Anche quest’anno, nonostante la mancata fioritura, il borgo è invaso: in alcune stagioni si stimano circa 20.000 turisti nei weekend. L’unica piazza è congestionata da moto, auto e pullman; la polizia regola il traffico tra le case ancora inagibili, Castelluccio di Norcia, 2025.
Facciamo un incontro fortunato: Andrea, un professore di fisica. Gli chiediamo come pensa sia cambiata L’Aquila dopo il terremoto del 2009. Ci racconta che il centro storico è stato completamente svuotato. Molti residenti si sono trasferiti nelle periferie o nelle New town costruite dopo il sisma: “Queste sono ancora abitate da fasce fragili della popolazione, sono una specie di quartieri dormitorio privi di servizi. La città ha perso la sua densità sociale ed è in trasformazione verso un modello turistico. La ricostruzione dell’Aquila ha seguito due linee: da un lato c’è stata un’efficienza tecnica nel restauro di monumenti e grandi opere (Collemaggio, San Bernardino, Auditorium di Renzo Piano), dall’altro una dispersione sociale causata dalle abitazioni nate per emergenza, ora ghetti abitati solo da chi non ha avuto alternative. Ma ci sono state anche iniziative positive, come l’arrivo del Gran Sasso Science Institute (GSSI), voluto dall’OCSE, che ha portato un centro universitario d’eccellenza nel cuore della città. È un esempio riuscito di ricostruzione come ripensamento culturale”.
Sae (Soluzioni Abitative d’Emergenza) disposte lungo la salita che dalla piana porta al borgo di Castelluccio, Castelluccio di Norcia, 2025. Giorgio, un consigliere comunale di Amatrice dice: “Stiamo rifiutando la riassegnazione delle SAE: sono strutture temporanee ad oggi di proprietà della Protezione Civile, molto costose da demolire e con una data di scadenza, spesso localizzate su suolo non edificabile. Accettarle significherebbe sicuramente trovare posti di accoglienza per operai e turisti, ma anche lasciare un debito enorme alle generazioni future”.
Alla fine del cammino, condividiamo la sensazione di avere attraversato territori fragili ma al tempo stesso ricchi di opportunità. Eppure, il nostro punto di vista stride con quello del nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021‑2027, pubblicato nell’estate del 2025, dove per alcune zone si parla di “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”, sottintendendo che non esista alcun obiettivo di inversione di tendenza. Lo Stato rinuncia a contrastare il declino demografico e si limita a gestirlo. A dieci anni dal sisma, le comunità interessate dal terremoto chiedono, al contrario, una visione di lungo periodo, capace di sostenere chi resta, valorizzare chi torna e accogliere chi cerca modelli di vita distanti dalle dinamiche dei grandi centri urbani. L’anniversario potrebbe diventare l’occasione per trasformare fragilità in progettualità, riaffermando che il declino non è un destino inevitabile.
Il cimitero di Castelluccio di Norcia, da cui si intravede sullo sfondo la piana. La sua candidatura come sito UNESCO sottolinea l’importanza globale di questo territorio, simbolo della bellezza e della fragilità dei paesaggi montani italiani, Castelluccio di Norcia, 2025.
Una delle ultime sere abbiamo cenato a casa di Mittiquà, un uomo di ottant’anni che ci ha invitate con la naturalezza di chi l’ospitalità l’ha nel sangue. La tavola è apparecchiata con cura, al centro un mazzo di fiori raccolti dal suo giardino, e davanti a noi tante pietanze diverse: verdure, formaggi, pasta, vino, frutta. Lo ringraziamo per la cena, colme di gratitudine. Poi, prima di sparire dietro l’angolo della casa, da lontano dice: “Tornate presto a trovarmi!”
Autoritratto, Claudia e Francesca, in cammino, 2025.