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Giuliano Battiston

Che ne è stato della rivoluzione della Gen Z in Bangladesh?

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Tra il luglio e l'agosto del 2024, le proteste di piazza in Bangladesh portarono alle dimissioni della leader autoritaria Sheikh Hasina. Due anni dopo, cosa rimane di quel desiderio di cambiamento? Un reportage che racconta gli stati d’animo e le aspirazioni dei giovani del Bangladesh, mentre in India succede qualcosa di molto simile con il movimento degli “Scarafaggi”.

“È stata un’enorme responsabilità e un’opportunità unica per cambiare la nazione. Siamo stati noi, i leader studenteschi, a chiamare il popolo a scendere in piazza e a lottare contro quella  fascista al governo. Migliaia dei nostri fratelli e delle nostre sorelle hanno sacrificato la propria vita per questo”. Nahid Islam è stanco, ma mantiene la capacità di andare dritto al punto che lo ha reso l’attivista simbolo della rivoluzione della Gen-Z che due anni fa, tra luglio e agosto 2024, in soli 36 giorni ha rovesciato il regime autocratico della “fascista” Sheikh Hasina, la leader dell’Awami League che governava ininterrottamente dal 2008 e che tutti ritenevano inamovibile.

Con il fotografo documentarista Gabriele Cecconi, a Dacca, capitale del Bangladesh, lo rincorriamo a lungo. Ci accorda finalmente un’intervista de visu, senza il drappello di giornalisti che lo segue ovunque, ma dobbiamo prima aspettare una pausa dalla campagna elettorale. Ventotto anni, barba e folti capelli neri, altezza media, indossa un lungo abito tradizionale celeste con il colletto ricamato. Lo abbiamo incontrato all’l’inizio di febbraio, poco prima delle elezioni previste per il 12 del mese e Nahid Islam gira come una trottola, stringe mani, prende in braccio bambini, saluta signore affacciate alle finestre, arringa piccole e grandi folle, suda, prega in moschea. Poi riprende il giro per le strade di questa megalopoli da 35 milioni di abitanti. Promette giustizia sociale, uguaglianza di opportunità, libertà di espressione, tutto ciò che il vecchio regime negava con intimidazioni, arresti arbitrari, omicidi extragiudiziali, processi farsa, leggi liberticide, la predazione di ogni bene pubblico e il trasferimento all’estero di capitali sottratti alla collettività. Ma è anche costretto a difendere la scelta più controversa del suo partito. Il National Citizen Party (NCP), il partito degli studenti fondato dopo la caduta di Hasina per raccogliere e canalizzare l’entusiasmo della “rivolta di luglio”, è entrato nella coalizione elettorale guidata dal Jamaat-e-Islami, partito islamista conservatore, espressione di una storia che qualcuno pensava di aver archiviato. L’alleanza si contrappone a quella capeggiata dal Bangladesh Nationalist Party (BNP), il partito che nei decenni ha conteso all’Awami League il primato di corruzione, clientelismo e disprezzo dei principi democratici, poi costretto alla sordina per molti anni a suon di arresti. Infine resuscitato grazie alla rivolta, a cui ha contribuito.

Che ne è stato della rivoluzione della Gen Z in Bangladesh? - Un sit-in di protesta a Shahbag, la rotonda che è stata epicentro della “rivolta di luglio”.

Un sit-in di protesta a Shahbag, la rotonda che è stata epicentro della “rivolta di luglio”.

Dopo pranzo, Nahid Islam fa una breve pausa dal rally elettorale giornaliero. Si rifugia in un appartamento signorile messo a disposizione da un membro del Jamaat. Nel salone, su eleganti divanetti siedono le vecchie glorie del partito. Fanno parte della generazione che ha subito l’ostracismo dell’Awami League e che ha visto i propri leader impiccati come collaboratori dei pachistani nella guerra d’indipendenza con cui nel 1971 l’allora Pakistan orientale è diventato Bangladesh, sottraendosi al controllo del Pakistan. Leader che hanno scontato le sentenze dei giudici dell’International Crimes Tribunal (ICT) di Dacca, il Tribunale speciale istituito nel 2010 da Sheikh Hasina per far piazza pulita di vecchi e nuovi oppositori. In Bangladesh i collaborazionisti, i traditori vengono chiamati razakar.

Figlia di Sheikh Mujibur Rahman, uno dei padri della patria della cui eredità politica ha abusato per nascondere i propri crimini e denunciare ogni critica come anti-patriottica, il 14 luglio 2024, nel pieno della rivolta, Sheikh Hasina usa proprio quel termine come una clava retorica. Le proteste degli studenti erano state innescate dalla reintroduzione poche settimane prima delle quote di lavoro riservate nel settore pubblico ai familiari dei veterani di guerra, canale di corruzione in un sistema incapace di assorbire la spinta demografica e le crescenti aspettative di giovani sempre più istruiti che non si accontentano di un posto sottopagato nel settore tessile, volano dell’export. “Se i nipoti dei combattenti per la libertà non ricevono le quote, dovrebbero riceverle forse i nipoti dei razakars?”, dichiara sarcasticamente la lady di ferro asiatica. Il suo discorso infuoca le piazze. Diventa un boomerang. Gli studenti fanno dell’insulto una rivendicazione. Nelle piazze, non si canta altro…

Che ne è stato della rivoluzione della Gen Z in Bangladesh? - Studenti e studentesse all’interno del Teacher-Student Centre, uno dei principali centri di aggregazione della Dhaka University

Studenti e studentesse all’interno del Teacher-Student Centre, uno dei principali centri di aggregazione della Dhaka University

“Tumi Kē? Ami Kē? Razākār! Razākār! Kē Bolēcchē? Kē Bolēcchē? Shoirāchār! Shoirāchār!

Chi sei tu? Chi sono io? Razakar! Razakar! Chi l’ha detto? Chi l’ha detto? L’autocrate! L’autocrate”…

La stessa dinamica si ripete in questi giorni in India, con gli “scarafaggi”, il movimento di studenti divenuto partito politico (il Cockroach Janta Party) trasformando in collante identitario e strumento di mobilitazione l’insulto che nel maggio 2026 il presidente della Corte Suprema, Surya Kant, rivolge ai giovani disoccupati che contestano il governo. Per ora gli scarafaggi indiani hanno ottenuto le dimissioni del ministro dell’Istruzione e incrinato l’aura di inattaccabilità del governo di Narendra Modi. In Bangladesh i “traditori” hanno rovesciato il tavolo della storia, perlomeno giudiziaria: l’International Crimes Tribunal nel novembre 2025 ha condannato a morte in contumacia Sheikh Hasina per la repressione delle rivolte del 2024: quasi 1.500 i morti secondo un’inchiesta Onu. Mentre il Jamaat, in passato principale bersaglio del tribunale, è ora alleato con il “partito degli studenti”, il nuovo. I sorrisi e la rilassatezza dei vecchi leader del Jamaat seduti sui divanetti mentre aspettiamo Nahid Islam sono eloquenti: il Jamaat è pronto a incassare il dividendo politico per aver contribuito alla rivoluzione. 

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Nahid Islam, tra i leader della “rivolta di luglio” e ora a capo del National Citizen Party, durante una pausa dalla campagna elettorale.

“Sheikh Hasina è un’assassina, una criminale e una fascista. Per 16 anni ci ha privato di ogni diritto”. Nella stanzetta degli ospiti dalle tende oscurate, Nahid Islam rievoca i giorni della rivoluzione, “quei 36 giorni così ricchi di esperienze e insieme tragici”. Menziona quattro date in particolare: “il 16 luglio 2024, il giorno in cui è stato ucciso Abu Sayeed”, lo studente di inglese della Begum Rokeya University che a Rangpur, nel nord del Paese, viene freddato dalle forze di sicurezza mentre a braccia aperte, il bastone in una mano e il petto proteso in avanti, chiede diritti. “Il 19 luglio, il giorno in cui sono stato sequestrato e condotto in un centro di detenzione segreta”, dove viene picchiato e costretto a registrare un video in cui dichiara concluse le manifestazioni. Il 3 agosto, quando – dopo il coprifuoco nazionale, l’ordine di sparare a vista, l’interruzione delle comunicazioni, migliaia di morti e feriti – “abbiamo avanzato la nostra richiesta unilaterale: le dimissioni di Sheikh Hasina e l’abolizione del fascismo”. E il 5 agosto, “il giorno della nostra vittoria, della liberazione”. Prima che una folla di manifestanti raggiunga la sua residenza privata, Ganabhaban, Sheikh Hasina fugge in India. Alle 16 del 5 agosto 2024, in un discorso alla tv, il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il generale Waker-Uz-Zaman, lo conferma. Poche settimane prima, nessuno ci avrebbe creduto, ma è tutto vero. Il regime è venuto giù. 

Che ne è stato della rivoluzione della Gen Z in Bangladesh? - Nahid Islam, tra i leader della “rivolta di luglio” e ora a capo del National Citizen Party, tiene una conferenza stampa durante la campagna elettorale.

Nahid Islam, tra i leader della “rivolta di luglio” e ora a capo del National Citizen Party, tiene una conferenza stampa durante la campagna elettorale.

Due anni dopo, il 5 agosto 2026, a Ganabhaban, nella residenza dell’autocrate spodestata, viene ufficialmente aperto al pubblico il July Mass Uprising Memorial Museum, “pensato per documentare i 16 anni di tirannia della fascista Hasina e commemorare i martiri della Rivolta di luglio”, recita il sito in costruzione. A inaugurarlo è Tarique Rahman, a capo del Bangladesh Nationalist Party e primo ministro dal 17 febbraio, meno di due mesi dopo essere rientrato in patria a seguito di 17 anni di autoesilio a Londra, appena in tempo per dare l’ultimo saluto alla madre Khaleda Zia, la storica antagonista di Sheikh Hasina tenuta per anni ai domiciliari, deceduta il 30 dicembre scorso e alla quale milioni di bangladesi hanno tributato rispetto partecipando al rito funebre. Una sorta di preludio alla vittoria elettorale del BNP. Con le elezioni regolari del 12 febbraio, uno dei pochi veri successi del governo di transizione guidato dal premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, il BNP ottiene 209 seggi nel parlamento da 300 seggi (+ 50 riservati alle donne), mentre i suoi alleati ne conquistano altri tre, grazie a poco più del 50% dei voti totali. Con quasi il 40% dei voti, l’alleanza dell’opposizione ne ottiene 77, di cui 68 per il Jamaat-e-Islami. Soltanto sei per l’NCP, il partito degli studenti: per molti, l’alleanza con gli islamisti sconfessa gli ideali rivoluzionari. 

“Ero una dei milioni di giovani bangladesi che contribuivano alla causa del Paese soltanto professionalmente”, ci racconta in un rumoroso ristorantino di Dacca dalle pareti impregnate di fritto Tasnim Jara, 31 anni, spessi occhiali neri, studi di medicina a Oxford, ricercatrice e divulgatrice su temi sanitari. “La rivoluzione di luglio ha aperto spazi in politica anche per noi. Abbiamo fondato l’NCP promettendo una nuova cultura politica. Quando è diventato chiaro che anche l’NCP si affidava alla vecchia guardia, beh, mi sono fatta da parte, candidandomi come indipendente”.

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Tasnim Jara, durante la sua campagna elettorale come candidata indipendente.

Il suo allontanamento dal partito riflette un senso di tradimento molto diffuso tra le studentesse e gli studenti che con Gabriele Cecconi intervistiamo alla Dhaka University, epicentro della rivolta nel 2024, così come a Chittagong, la seconda città del Paese. Lo raccontiamo a Nahid Islam, che annuisce, ma difende la scelta, con pragmatismo da politico di vecchio corso: “La rivoluzione è stato un mezzo, così come lo sono le elezioni: il fine ultimo è trasformare da cima in fondo questo Paese”, sostiene convinto. “Stringere un’alleanza è stato utile. Non c’era tempo per costruire un’organizzazione solida. Alcuni nostri sostenitori possono essere delusi, ma la cosa più importante è attuare la Carta di luglio. Per farlo servono parlamentari”. Siglata nell’ottobre 2025 da 25 partiti, esito di un laborioso percorso iniziato con una pletora di commissioni-riforme e guidato con ostinazione da Muhammad Yunus mentre era a capo del governo provvisorio, la Carta include più di 80 proposte. Servono a rafforzare il controllo sull’esecutivo, introdurre un sistema di voto proporzionale e un’altra Camera al Parlamento, ridurre il potere del primo ministro, rafforzare l’indipendenza della magistratura. Ha raccolto il 68% dei consensi nel referendum contestuale al voto per il Parlamento, ed è uno degli esiti meno appariscenti della rivolta degli studenti. Senza i quali una simile spinta al cambiamento istituzionale, strutturale, non ci sarebbe. La sua attuazione è però continua materia di scontro parlamentare, oggi. E rischia di dirottare l’attenzione di governo e opposizione da quei problemi economici che hanno posto le premesse per la caduta di Sheikh Hasina e che, con la guerra di Usa e Israele all’Iran, sono peggiorati, a causa della dipendenza del Bangladesh dalle fonti fossili e dall’energia proveniente dal Medio Oriente. 

Sarebbero un dirottamento dalle questioni di fondo, se non una vera e propria trappola, anche le attuali diatribe su laicismo verso Islam, le contrapposizioni tra laicismo centrista e islamismo-populista di destra. Ne è convinto Mahfuj Alam, l’attivista 31enne che nel settembre 2024, intervenendo alla Clinton Global Initiative a margine della 79esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Yunus ha definito “la mente della rivolta di luglio”. Coordinatore del comitato di collegamento degli “Studenti contro la discriminazione”, poi consigliere del ministero dell’Informazione nel governo di transizione, passo lento e sorriso accogliente, Alam ci accoglie in un ampio salone dalle grandi poltrone. E fa autocritica. “La nostra generazione ha fallito. Ha fallito perché è stata incapace di offrire una terza via, un’alternativa alla vecchia contrapposizione tra laici e islamisti”, la polarità intorno alla quale “tutti i vecchi partiti hanno subito riorganizzato i consueti binari politici e ideologici”. La Gen-Z “non ha nulla da dire sull’identità dei musulmani del Bangladesh, del popolo del Bangladesh, sull’ideologia, sul nazionalismo. È nell’ambito delle idee che siamo stati sconfitti. Accettando il vecchio terreno di gioco, siamo finiti in trappola”. Per il suo vecchio compagno di rivoluzione, Nahid Islam, quella trappola è invece una scelta strategica.

Che ne è stato della rivoluzione della Gen Z in Bangladesh? - Mahfuj Alam, “la mente della rivoluzione”, ritratto nella sua abitazione

Mahfuj Alam, “la mente della rivoluzione”, ritratto nella sua abitazione

Mahfuj Alam è severo con il movimento, al quale comunque attribuisce meriti evidenti. “Molti cambiamenti non hanno preso forma, ma è stato un grande evento nella vita dei rivoluzionari di luglio, degli attivisti, della gente comune del Bangladesh”. Un evento collettivo, in grado di terremotare le istituzioni, rimuovendo il macigno che impediva alla storia del Bangladesh di procedere: Sheikh Hasina. E che ha aperto una straordinaria finestra di opportunità. Che si sta richiudendo. Insieme allo spazio per le donne, lamenta Tasnim Jara. Tra le pochissime candidate donne al Parlamento, Jara non è stata eletta, ma continua a fare politica, organizzando incontri e discussioni, mantenendo vivo lo spirito di luglio. Come lei, migliaia di altre attiviste e studentesse sfidano le forze reazionarie, non solo di matrice islamista, che mirano a riscrivere la storia della rivoluzione cancellandone il fondamentale contributo femminile. Tra chi continua la battaglia c’è Nazifa Jannat, tra le coordinatrici della rivolta e ora portavoce del Network for People’s Action (NPA), una piattaforma politica lanciata nel gennaio 2026 con il motto “Jonogoner Shakti, Agamir Mukti”, “potere del popolo, libertà del futuro”. Nato dal basso per mantenere viva la fiamma della contestazione e costruire alleanze trasversali, l’NPA fa “da sinistra” quel che prova a fare con una prospettiva neo-islamista e di “sovranismo culturale” Inchilab Moncho. Un’altra piattaforma politica che rivendica l’eredità rivoluzionaria invocando un nuovo Islam bangladese, distinto e peculiare rispetto a quello di altri Paesi della regione, anche come corazza contro le pretese egemoniche dell’India, favorite dal regime di Hasina. 

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L’emiro Shafiqur Rahman, leader del Jamaat-e-Islami, durante un comizio elettorale nel quartiere Badda, a Dacca.

Ma il cambiamento più profondo e duraturo, tengono a precisare in tanti, è che i cittadini si riconoscono come tali, come portatori di diritti. Non tacciono più, non vogliono più accettare in silenzio le ingiustizie. Faiza Fairooz, studentessa 23enne della Facoltà di Belle Arti della Dhaka University, enfatizza la portata positiva del cambiamento. “La gente aveva quasi dimenticato di disporre della capacità intellettuale di mettere in discussione chi detiene il potere, ma in quel periodo, unendosi man mano, ha iniziato a esprimersi apertamente”. Fino al risveglio collettivo del 5 agosto 2024. “Era come se molte persone fossero intorpidite e senza voce. Ma dopo il 5 agosto l’hanno ritrovata”, aggiunge Mahfuj Alam, per il quale “lo spirito di luglio sopravviverà fino a quando sarà viva la nostra generazione”. Una generazione che ha imparato a essere vigile, commenta Shahidul Alam, fotografo di fama internazionale e coscienza critica del Paese, che incontriamo nella sede dell’associazione Drik Picture Library. “Va considerata una cosa importante. Hasina è stata rovesciata, pur così potente e con un intero apparato statale a disposizione. Se dovesse arrivare il momento, il popolo si ribellerà nuovamente”.

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L’attivista e studentessa Faiza Fairooz nella sede della Facoltà di Belle Arti alla Dhaka University.

Giuliano Battiston

Giornalista e ricercatore freelance, direttore dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera22, collabora con quotidiani e riviste. Docente alla Scuola di giornalismo della Fondazione Basso di Roma, per dieci anni ha curato il Salone dell’editoria sociale, ora organizza il festival MIP, il Mondo in periferia. Con Giulio Marcon ha curato La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare (minimum fax, 2018).

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