Articolo
Fabio Pedone

Nessuna violenza cesserà finché accetteremo quella sugli animali

Pedone Cover B

Stiamo vivendo l’estate più soffocante della nostra storia recente e, alla base di questo disastro ambientale, ci sono gli allevamenti intensivi. Marguerite Yourcenar si era interrogata per tempo sui modi di salvare il pianeta a partire dagli animali, in una prospettiva ecologica all’avanguardia, ma mai come ora le sue atterrite previsioni si stanno puntualmente verificando sotto i nostri occhi.

Cosa diremo alle creature ignote che giocheranno con le nostre ossa su una spiaggia dopo la fine del mondo? Che sapevamo, ma eravamo inermi; che i grandi potentati sapevano da decenni – con dovizia di prove e analisi – ma hanno solo pensato a riprodurre i frutti marci dei loro affari, per morire gonfi con le tasche piene di soldi? I futuri ignoti non ci assolveranno – e forse non comprenderanno; se dovranno occuparsi dei nostri fatti e nonfatti, eseguiranno il compito con ribrezzo e stupore. Certo le nuove creature potrebbero scrivere (chissà da quale pianeta o estremo rifugio cosmico) memorie, studi, raccolte di documenti, magari tecnoromanzi satirici sulle Pompei del loro passato: i trisnipoti cyborg, se ce ne saranno, anatemi e maledizioni lanceranno sulla nostra follia mortale; ci chiameranno bestie ignoranti? “Non ci pensare!“, ci catechizzava fino a pochi anni fa, fresco fresco, il signor Tutti; “Vivi nel presente, non c’è niente da fare”, e anzi prova a sperimentare a occhi chiusi qualche uscita dal mondo (ah, il privilegio borghese di una fuga nell’irrazionalismo…).

Ma un presente come il nostro è carico di amari presentimenti che non passano. E quella Natura (certo matrigna, ma comunque ferita) che profaniamo ogni giorno si sta ricordando di noi, ha la vendetta pronta e letale. Da afono bipede che ero, depongo ogni fobia e provo a darmi voce per dire quel che la volontà di vedere spinge a dire, dalla parte, ossia al posto dei nostri fratelli animali. 

L’efficientismo del Capitalocene avanzato, con le sue polveri tossiche, con fumi chimici deiezioni liquami gettati sotto un immane tappeto di chiacchiere e distrazioni calcolate, ci ha fatto credere fin da piccoli che i manifesti appassionati fossero troppo politici, unilaterali e pressoché inutili; che accalorarsi per i dolori della vecchia natura in agonia è una roba tristanzuola da Occhi di Panda o marcia pacifista, e in ogni caso non c’è alternativa, come fai a far chiudere migliaia di fabbriche raffinerie e piattaforme? – e i lavori perduti, le famiglie sul lastrico? – accettalo, sono dinamiche fuori dal nostro controllo; ma comunque tutti sapevano; per reagire al fatalismo e a una sensazione schiacciante di impotenza globale abbiamo dovuto attendere che una tetragona studentessa svedese si sedesse per terra fuori dal Parlamento con un cartello che inneggiava allo sciopero per il clima… 

Ditelo ai tranquilli innamorati dei paesaggi collinari o del mare tutto fresco di colore: quello che vedono codeste brave persone magari non è quello che respirano. Il pensionato con berretto a visiera e occhiali a specchio che ha affittato casa davanti alla spiaggia, per godersi lo sciabordio delle onde sulla costa sbrilluccicante, forse non lo sa che quello è un mare morente, soffocato da liquami e sversamenti chimici, desertificato sul piano della biodiversità, con una fauna incredibilmente più povera rispetto a trent’anni prima; la casalinga dal grembiale a fiorami in estasi davanti al paesaggio di colline digradanti nella campagna arata non sa, o non vuole sapere, che lo spettacolo multicolore del tramonto in quel teatro naturale è tossico, avvelenato dall’ammoniaca, dal metano, dai liquami e dalle polveri sottili liberate dagli allevamenti limitrofi. (Invece, a un pugno di chilometri da lì, i cittadini esasperati dal fetore quotidiano, più coscienti e scevri da complessi, capiscono che è necessario organizzarsi in gruppi di protesta, formando una massa critica capace di portare avanti con successo una serie di denunce).

Ogni tanto arriva da dietro il poggio un urlo metallico che sembra quasi umano; e va be’: vogliamo integrarlo senza scosse, diciamo, nella carta da parati del panorama rurale. Quel tanfo nauseabondo che si spande nell’aria intorno alla dimora a orari fissi porta anche fra le lenzuola di casa della suddetta signora le cimici asiatiche che hanno appena lasciato ronzando il loro caldo rifugio tra le setole dei suinetti, nella melma dei soffocanti casermoni di lamiera, tra migliaia di “bestie” ammassate e sofferenti. Del resto, vi diranno alcuni, non è corretto lamentarsi. Il segreto è abituarsi a tutto.

“Si è sempre fatto così, la carne porta soldi, non si può intralciare l’economia trainante del posto”: meglio non vedere. Perso, perso, perso, scrivono giorno dopo giorno sul calendario gli operatori dell’allevamento (già oberati da malattie da stress, o peggio) per ogni suinetto morto in mezzo alla sporcizia, per ogni carcassa di cui sbarazzarsi; così i pulcini maschi, inutili alla produzione, entro le prime 24 ore di vita finiscono triturati vivi in modo da diventare mangime per futuri schiavi animali. I polli più piccoli, che per il macello rappresentano solo una voce in perdita, sono “scarti” soppressi a bastonate. La carne è triste. Il lavoro è organizzato. E poi sulle etichette vedi il porcellino che ride o la gallina melomane, animali felici di essere fatti a pezzi, salmoni e manzi giulivi formato fumetto. Siamo arrivati a un livello di attenzione per cui nessuno si può ormai trincerare dietro un “Non mi interessa” o un “Non posso farci niente”, restringere l’orizzonte e chiudere la finestra. I parassiti della Natura siamo noi.  

Docufilm come Food for Profit di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi hanno messo a nudo i problemi insostenibili, di ordine sanitario oltre che etico, ecologico ed economico, che gli allevamenti intensivi pongono a tutti noi. Mentre è assodato che agricoltura e zootecnia sono responsabili del 40% del metano emesso nel mondo (agente forte del riscaldamento climatico, molto più della CO₂), Greenpeace avverte che una parte non trascurabile del caldo estremo da inizio secolo è legata al massiccio intervento umano sull’organismo planetario, alle corporations del fossile e dell’industria: dato gravissimo, provato da uno studio di ETH Zürich (Politecnico federale) apparso sulla rivista Nature. Ma alcune grandi marche del capitale estrattivo – dopo aver favorito per mezzo secolo disinformazione diffusa su un’emergenza climatica di cui erano perfettamente coscienti – oggi si lavano la faccia con campagne verdi (pallide) e ingaggi glamour di influencer, videogiocolieri o psicoanartisti che nuotano sulla cresta della rete: rifarsi una ecoverginità, missione impassibile. 

Se non fossimo incappati in un inciampo di consapevolezza sul filo di un inganno visibile, avremmo coltivato, timidi e candidi, le felicità nascoste, o le illusioni private, per forzarci a non accorgerci degli evidenti mali che ci attorniano. Abbiamo capito (pure grazie all’abbraccio rovente di ondate di calore che ormai sono maree inchiodate alla pelle) che il riscaldamento climatico è un iperoggetto avvolgente teso a conferire morte lenta. E che le nostre abitudini secolari, metastatizzate in superfetazione industriale celata dietro il vangelo moderno del benessere, sono la causa scatenante del problema. La gabbia trasparente che ci serra ha sbarre formate da 430 parti per milione di CO₂: valori per effetto dei quali il pericolo non è certo il nostro mestiere, è ormai semplicemente l’aria in cui ci muoviamo. 

L’attenzione al dolore animale è antica quanto le più antiche civiltà. E non solo per il progressivo diffondersi di animali da compagnia o d’affezione. Lucrezio, razionalista visionario, nel De rerum natura dà voce alla sofferenza lancinante di una mucca che non trova più il suo vitellino, sacrificato nei riti sanguinosi della superstizione religiosa. “Resta immobile / alle soglie del bosco, lo riempie dei suoi lamenti disperati, / in preda all’angoscia torna indietro a cercarlo nella stalla”. Nelle Metamorfosi di Ovidio, Pitagora insegna agli innocenti necrofagi del mondo antico a dismettere come un abito vetusto l’uso di mangiare carne di animali. Ci dice di non inzeppare nelle nostre viscere le viscere degli esseri senzienti da noi uccisi. 

Ma quante volte è stato già detto? Se vogliamo non solo sopravvivere come civiltà, ma salvare la Terra quale la conosciamo, la questione climatica è la più urgente, è il nodo che sussume, riunisce e conduce a tutte le altre battaglie di liberazione degli oppressi. La nostra cosciente sensibilità, la nostra volontà di vedere, devono partire da qui: e non solo nell’estate più soffocante di cui si abbia memoria. Lo aveva visto già quarant’anni fa Marguerite Yourcenar, in un intervento testamentario, del 1987: “La Terra appartiene a tutti gli esseri viventi e noi dipendiamo in definitiva da tutti gli esseri viventi. Ci salveremo o moriremo con loro e con lei. […] Pensiamo a non distruggere ulteriormente l’armonia dell’ordine delle cose e a salvare anche quella falda acquifera, quella piccola falda che è la nostra anima”.

Parole che si leggono in Se vogliamo provare ancora a salvare la Terra (Einaudi), dove la curatrice Stefania Ricciardi ha riunito due interventi capitali di Yourcenar sulla questione climatica e animale. “Nessuna epoca è stata più concentrazionaria di questa, più incline alla distruzione di massa delle vite umane, pronta a svilire la nozione di umanità persino nelle sue vittime”. Perciò – senza intricarsi nei rigirii di una malintesa complessità di distinguo, ma unendo con un filo netto i punti dolenti – bisognerà pensare a una Dichiarazione dei diritti dell’animale, per evitare che vengano uccisi, per farli soffrire il meno possibile. “E allora, siamo sovversivi! Ribelliamoci all’ignoranza, all’indifferenza, alla crudeltà, peraltro esercitate così spesso contro l’uomo perché ci si è fatti la mano sugli animali”.

Così scrive Yourcenar nel secondo appello (Chi sa se il soffio vitale delle bestie scenda in basso, verso terra?), dove ammonisce: ci sarebbero meno bambini massacrati se si torturassero meno gli animali; le deportazioni avvengono perché ci siamo «abituati ai furgoni in cui tante bestie agonizzano senza cibo e senza acqua sulla via del macello»; l’abitudine di uccidere con gusto, «appannaggio dei cacciatori», apre la strada alla normalizzazione dell’idea di abbattere una preda umana con un proiettile. A farle eco, da lontano, ma in compassionevole vicinanza, è Anna Maria Ortese: «Ritengo gli Animali Piccole Persone, fratelli “diversi” dell’uomo, creature con una faccia, occhi belli e buoni che esprimono un pensiero, e una sensibilità chiusa, ma dello stesso valore della sensibilità e il pensiero umano». 

Yourcenar non riesce ad accettare il mondo così com’è. Non capisce la scarsa propensione dei letterati alle questioni ecologiche. In anni in cui l’opinione pubblica pensa a tutt’altro, si affianca a Brigitte Bardot nella causa animalista e nella protesta contro l’industria del lusso che sfrutta le pellicce. “Delusa” dall’essere umano, lo aveva definito già nel 1934 “parvenu della natura”, dalla coscienza smarrita, suddito di un’apparenza modellata soltanto sugli idoli del potere e della ricchezza, bramoso di “approfittare il più possibile dei beni della Terra”. Ortese avrebbe parlato di “invidia” da parte degli umani per l’inassimilabile alterità degli animali; Yourcenar sottolinea commossa lo stupore e il proprio immenso rispetto per la libertà dell’animale, che “non possiede niente, tranne la propria vita, che così spesso gli prendiamo”. Lui “vive esclusivamente la sua realtà di essere, senza tutto il falso che noi aggiungiamo alla sensazione di esistere. Per questo la sofferenza degli animali mi commuove tanto”. 

Un altro ganglio fondamentale del suo ragionare riguarda le espressioni dei libri sacri poi divenute mito, legge collettiva e indiscussa abitudine storica. Tutti conoscono l’ingiunzione biblica di Dio ad Adamo prima del peccato, quando gli chiede di dare un nome agli animali e lo dichiara loro signore e padrone. Agli occhi di Yourcenar, questa scena poi ri-rappresentata in migliaia di opere artistiche e letterarie non è per niente un’autorizzazione ad abusare «di quelle migliaia di specie che, con la loro forma diversa dalla nostra, esprimono l’infinita varietà della vita e, con la loro organizzazione interna, con il loro potere di agire, di gioire e di soffrire, la sua evidente unità». Il mito si presta invece a una diversa interpretazione. L’Adamo non ancora corrotto dalla caduta “avrebbe anche potuto sentirsi elevato al rango di protettore” del vivente: non tiranno, ma amministratore, persona che si prende cura degli animali grazie ai doni generosi che ha ricevuto, «per completare l’opera del mondo».  

Dunque Marguerite Yourcenar, anche prima di pubblicare le Memorie di Adriano, è stata la più importante scrittrice ecologista di Francia. Fa bene Stefania Ricciardi a evidenziare un tratto comune fra lei e il “suo” imperatore nella “ferma determinazione di esser utile”. A elencare le decine di associazioni ecologiste e leghe animaliste da lei sostenute. A ricordare, fra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, la sua attenzione per i disastri ambientali e sanitari di Seveso, di Bhopal in India, del Reno, di Černobyl’ (a cui da noi potremmo aggiungere, fra i molti altri, almeno quello della fabbrica IPCA di Ciriè raccontato da Mauro Benedetti in un coraggioso libro che bisognerebbe ristampare, La morte colorata). Lo scritto che occupa metà del volumetto non è una semplice postfazione, ma un animoso aggiornamento a tutto vantaggio dei lettori odierni, che fa il punto delle questioni su cui Yourcenar aveva orientato il suo impegno e ne dettaglia il profilo di attivista ante litteram ricorrendo ad altre sue opere, dichiarazioni, interviste. La curatrice ci ricorda che oggi, malgrado gli obiettivi istituzionali nel rispetto degli animali e del clima, “nei fatti i miliardi di euro che vengono destinati a questo scopo finiscono per avallare gli interessi dei lobbisti dell’industria della carne, che perseguono un’unica priorità: produrre il più possibile, anche a scapito dell’ambiente, degli animali e della salute umana”.

Com’è possibile parlare di maiali “tranquilli”, di polli “felici” a decine di migliaia in situazioni di allevamento industriale, se non facendo leva su un immaginario fasullo in cui gli animali (sottratti alla vista) sono ridotti a pupazzi bidimensionali? — “Ma delirate?”, direbbe il trisnipote dal futuro; anche un bambino capirebbe dov’è la dissociazione, la stortura. Anzi, soprattutto un bambino. L’infantilizzazione mirata del consumatore di carne a mezzo marketing vede il suo contraltare, appunto, in quei bambini che non appena appresa l’origine del cibo che trovano nel piatto (“Mamma, ma era vivo?”) si rifiutano categoricamente di mangiare carne e pesce. Una scelta spesso destinata a esser portata avanti per tutta la vita futura. Sono bambini molto sensibili e tenacemente consapevoli, che Tom Regan ha definito “vinciani”. Leonardo da Vinci era vegetariano fin da giovane. Comprava al mercato uccelli in gabbia per poi liberarli all’istante, restituendogli il volo. Si augurava l’avvento di un’epoca in cui tutti i popoli, conoscendo l’anima di ogni creatura animale, ne considereranno l’uccisione con lo stesso ribrezzo che normalmente riserviamo all’uccisione di un essere umano.

I bambini vinciani non digeriscono i falsi sillogismi con cui ancora oggi si giustifica la coercizione e l’ammazzamento industriale degli animali. Discutono l’ordine delle cose, rispondono, compiono piccoli atti di sciopero. Sono anomali. Alcuni di loro, con quella sensibilità magica che appartiene all’infanzia, credono che lo spirito degli animali mangiati continui a infestare il corpo di chi li mangia. Perché non pensare che ci sarebbe bisogno di diseducarsi, di strapparsi alle imposizioni alimentari subìte e di tornare a vedere realmente nella sua storia quel che c’è dietro il prodotto trasformato ed estetizzato nel piatto, il sangue che parla sulla punta della forchetta? Di nulla andrebbe detto “è naturale”; men che meno delle abitudini alimentari. La domanda fondamentale sugli animali non è “sono dotati di ragione?”, bensì: “possono soffrire?”. 

Dunque, in momenti epifanici, il bambino vinciano che fummo torna a farsi vedere. Ricordo l’amico giornalista che piangeva dopo esser tornato dal circo, avendo dovuto fotografare le affrante piroette dell’elefantessa Mariannina a ogni schiocco di frusta del domatore, zoomando sul suo anziano occhio senza pace; ricordo il bambino al mare che torna di corsa dalla mamma, terrorizzato dopo aver visto lo zio, trionfante di sorriso, divorare la carne delle chele strappate di un granchio che si dimenava vivo, disperato, fra le sue mani. Oppure la ragazza esile e selettiva a tavola, pietrificata dal commento dell’amico militare che stuzzicandosi i denti dopo una sonora scofanata di carne le dice di prendere la salsiccia, “ché sennò mi diventi rachitica”. E il restar da parte, meditabondi, nelle festevoli sbraciate degli amici dopo gli esami all’università, in qualche plaga sperduta o strada interrotta marina, al grido di “mo’ se magna la carnazza ‘gnurande!”. Ignorante come sinonimo di naturale, autentico, genuino, spensierato, senza riti e formalismi.

Mitologie che forse finiranno. Direte che questa è “bontà illogica”? E sia. C’è un quadro di Lorenzo Lotto – l’Annunciazione di Recanati – in cui all’espressione cedevole, intimorita di Maria corrisponde la fuga irritata di un gatto che inarca la schiena. Quel gatto (come hanno visto Massimo Filippi e Filippo Trasatti in Crimini in tempo di pace) ci dice che bisogna sottrarsi con tutte le forze alla domestica imposizione del sacrificio, farla finita con la mitologia del “sacrificio necessario” perché non è umana, e non è animata da giustizia. Si deve fermare chi vuole tener fermo in una gabbia il libero movimento e il respiro del vivente, non accettare l’esclusione delle “bestie” da dignità e valore mediante la binarizzazione Umano/Animale che fonda il progetto del loro assoggettamento ed eliminazione fisica. Allora tra le immagini da debellare torna in mente il sorriso sbarazzino, impunito, del vecchio cacciatore che passa da casa di un amico a consegnare pezzi di cinghiale congelati avvolti nella plastica, e alla timida figlia un po’ nauseata bercia: “Mica te mozzica!, è morto!” (Tanto per cominciare, i cacciatori dovrebbero smetterla di fare battute). 

Meditarle, queste sensazioni. Renderle corpo e pensiero, per reimmaginarle in un secondo futuro, molto diverso da quello che l’inazione dei poteri terrestri di fronte alla crisi ambientale ci promette. Non c’è nulla di più inquietante di quel sorriso – perché ci eccita il potere dell’uccidere e dell’incorporare, questa è la verità – e ci si abbandona a ridere invece di divorare – ma perché è un ridere che prelude a un divorare, annuncia la potenza violenta dell’umano sull’animale. A dire il vero, tutti gli animali sono incontri unici. Lo scrive Jean-Christophe Bailly: tutti “sono favolosi e possiedono, quando li si osserva, il prestigio di ciò che non si è mai visto prima”; e forse non si vedrà mai più. 

In ultimo, dove andrà a finire l’anima delle bestie? Il soffio animale che è alter idem dell’umano, respiro, palpito, individuo, relazione e soggetto di valore? Non so. Io voglio andare nel paradiso delle vecchie elefantesse piagate, dei conigli scuoiati in posizione fetale, dei pulcini maciullati e delle erbe stupite; voglio finire dove va a finire l’ultima filigrana di foglia bruciata.  

Fabio Pedone

Fabio Pedone è traduttore, critico e docente di traduzione letteraria. Tra i suoi ultimi lavori la traduzione James Joyce. Una vita di Edna O’Brien (Einaudi, 2025).

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