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Bruno Montesano

La politica israeliana va sempre più a destra, “Naza” può favorire l’autocritica e una speranza di cambiamento

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Il documentario premiato a Venezia sta riscuotendo grande successo di incassi e di critica. Vederlo è importante, perché con asciuttezza e rigore giornalistico racconta l’orrore dal punto di vista di chi lo commette ogni giorno, al riparo dietro la propria scrivania a Tel Aviv.

“Credo che i nazisti siano il male. Mi chiedo allora io cosa sono”. A dirlo è uno dei soldati israeliani intervistati da Yuval Abraham, regista, assieme a Rachel Szor, del documentario Naza – acronimo di Nezek Agavi (danni collaterali, vittime civili). Naza racconta il genocidio di Gaza attraverso interviste a 24 membri dell’esercito e dell’intelligence israeliana. Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi del pluripremiato No Other Land, prodotto dal Guardian e JW Films, che ha vinto il premio speciale della giuria all’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ha creato un aspro dibattito in Israele. Pur se non è ancora uscito in sala, il ministro della Cultura ha detto di voler togliere la cittadinanza ai due registi; attivisti di destra si sono messi a protestare violentemente fuori dalla casa della famiglia della regista Szor, invocando per lei la pena di morte. Il quotidiano progressista «Haaretz» ipotizza che, attraverso questo lavoro, per la prima volta la società israeliana si stia interrogando su cosa ha fatto a Gaza. I due registi lo renderanno disponibile gratuitamente in streaming dopo l’uscita nelle sale, per tutto il mese di novembre.

Peraltro, il paese andrà presto al voto, a fine ottobre. Ma la scelta è tra diverse sfumature di destra, anche a causa della possibile esclusione dalla corsa delle liste arabe e del partito comunista Hadash, composto da palestinesi israeliani ed ebrei – la Corte Suprema deve ancora esprimersi e molti prevedono un ribaltamento del giudizio del Comitato Elettorale.

Uno dei soldati intervistati da Abraham dice per l’appunto che gli omicidi compiuti dall’IDF sono sostenuti dalla popolazione, desiderosa di vedere vendicato  il massacro del 7 ottobre e il rapimento degli ostaggi – la cui sorte è stata cinicamente ignorata da Netanyahu. E, come noto, molti dei sondaggi condotti in questi tre anni di massacro confermano questa valutazione. Così come le previsioni di voto. L’opposizione di sinistra, Hadash escluso, si raccoglie intorno ai Democratici guidati dall’ex generale Yair Golan. Per quanto talvolta sia riuscito ad esprimere posizioni critiche anche verso la condotta della guerra (“Se non torniamo a comportarci come un Paese sano di mente, che non uccide bambini per hobby, rischiamo di diventare uno Stato-paria come fu il Sudafrica dell’Apartheid”), molte delle sue posizioni sono sovrapponibili a quelle di altre forze politiche. Non sul terrorismo ebraico in Cisgiordania, né sulle mire autocratiche di Netanyahu, sul quale si esprime in termini negativi. Ma, ad esempio, più problematiche sono le sue idee sullo  stato palestinese, che a suo dire non va costituito ora e domani, ma in un vago e lontano futuro. 

Per non parlare poi dell’appoggio all’esclusione dalle elezioni Abu Shehadeh, capolista del partito Balad, a causa di un articolo sull’attacco del 7 ottobre, analizzato dall’autore senza esprimere valutazioni morali – che, in un secondo momento, ha prodotto. Allo stesso tempo, Golan, opponendosi all’esclusione dei partiti arabi, ha detto che “Difenderemo con fermezza il diritto dei cittadini arabi di Israele a votare, a essere eletti e a partecipare alla guida del Paese”. Ad ogni modo, i Democratici – risultanti dalla fusione tra il vecchio Labour e Meretz, più a sinistra ma sempre sionista – dovrebbero ottenere 9 seggi su 120. Per questo, Naza è una riflessione importante sul consenso sociale alla violenza del governo e dell’esercito israeliani. Le interviste infatti ruotano intorno alla giustificazione dell’annichilimento di un altro popolo. Attraverso una scelta formale rigorosa ed asciutta, le immagini della devastazione di Gaza, prima solo evocate nei dialoghi, arrivano solo alla fine, come nell’altrettanto agghiacciante pur se diverso La voce di Hind Rajab, che vinse lo stesso premio di Naza l’anno scorso. Il lavoro di Abraham e Szor è basato sui dialoghi, fatti sui tetti di Tel Aviv, con dei soldati coinvolti nella carneficina a Gaza. Per evitare che chi confessa venga punito dall’esercito, gli intervistati sono ripresi di profilo o in ombra, la calligrafia è opacizzata, le voci contraffatte. D’altronde, dopo l’uscita a Venezia, è immediatamente iniziata la caccia. 

I soldati intervistati raccontano che, per produrre i dati necessari all’eliminazione di militanti di Hamas, rispettive famiglie e vicini di casa, ascoltano tutto quello che avviene loro. Attraverso i telefoni, che possono accendere e attivare a distanza, possono seguire quel che avviene nelle loro case, “come se fossimo Dio”. Se un bambino chiede “dove sia papà”, si ha la prova che l’obiettivo è corretto: il miliziano di Hamas si sarebbe trovato presto a casa. Una volta individuati i bersagli, si stabilisce una proporzione tra numero di civili che moriranno (naza) e militanti, anche di basso livello, come già denunciato dallo stesso Abraham in un’inchiesta sulla rivista «+972»  (in Italia il pezzo fu tradotto dal «manifesto»). A Mass Assassination Factory era il titolo del pezzo dove si raccontava dell’uso dell’intelligenza artificiale per uccidere (il programma Levander) e dell’allentamento delle regole di ingaggio – mai state invero morali, a differenza di come si autorappresenta l’esercito israeliano, l’IDF. Uno dei soldati descrive la distruzione a Gaza come una forma di efficienza simile a quella propria di una fabbrica.

Come a fare da contrappeso all’invadenza israeliana nell’intimità dei palestinesi, oltre ai profili degli  intervistati sui tetti, Abraham e Szor mostrano gli interni delle case di Tel Aviv, filmati dall’esterno (salotti, televisori, stanze da letto, cucine, tende semi chiuse), le facciate dei palazzi e lo skyline di Tel Aviv. Per segnalare la continuità tra passato e presente, ci sono brevi inserti d’archivio sulla nascita della città modernista, sorta sopra le macerie delle precedenti abitazioni palestinesi. 

I soldati hanno ucciso più di 73.000 civili anche perché i politici li invitavano a ripulire Gaza dai nemici. Come noto, il presidente laburista Isaac Herzog disse che “un’intera nazione è responsabile” e che non è vero che “i civili non sono coinvolti”, Netanyahu invocò Amalek (ossia la distruzione): a Gaza non ci sono innocenti, dissero diversi esponenti delle istituzioni israeliane. Queste dichiarazioni sono state usate come dimostrazione dell’intento genocidario israeliano. Per configurare la fattispecie è sufficiente che l’obiettivo sia la distruzione anche parziale di un popolo. Infatti, le condizioni del popolo palestinese di vita sono state attaccate brutalmente: le infrastrutture civili e sociali annientate, come ben descritto ad esempio nell’ultimo saggio di Eyal Weizman, Ungrounding. Architettura del genocidio (Rizzoli). Sono i soldati stessi, in Naza, a raccontare che l’ordine impartito loro era  quello di distruggere ogni edificio a Gaza. Così che, una volta terminata la guerra, i palestinesi evacuati a Sud non potessero tornare, non avendo nulla verso il quale dirigersi. Peraltro, come aggiunge un altro soldato intervistato: se l’obiettivo è distruggere Gaza, ucciderne la popolazione civile fa parte dell’operazione. Il desiderio dal basso di vendicarsi per il 7 ottobre, in un contesto di “guerra asimmetrica”, si è combinato con il più ampio progetto di pulizia etnica: favorire il trasferimento dei palestinesi fuori da Gaza, in un modo o nell’altro. Attraverso la distruzione indiscriminata, gli omicidi di massa e le politiche della fame. I palestinesi non sapevano precisamente quali fossero le zone proibite. “Lo scoprivano al prezzo della vita”: se le oltrepassavano venivano uccisi. Candidamente, un militare racconta come in un’ora la sua unità uccidesse decine di civili che si avventavano sul poco cibo disponibile solo perché correvano o uscivano dalle file previste. I movimenti erano proibiti e quindi le pallottole erano la naturale risposta all’infrazione. Il soldato aggiunge che era divertente sparare loro come birilli: l’inclinazione del territorio e il movimento della corsa favorivano una caduta piacevole alla vista. 

Un altro soldato si chiede se fosse felice mentre uccideva. E subito dopo aggiunge che nessuno della sua unità odia gli arabi. Alla domanda su come razionalizzare il fatto che ne abbia uccisi molti, l’intervistato dice di non sapere come rispondere. Una delle tecniche di razionalizzazione è quella di raccontarsi come parte di un meccanismo tecnico più ampio o separato rispetto a sé. Dalla tecnica è esclusa la valutazione morale, così come, attraverso la divisione del lavoro, ognuno può scaricare su terzi la propria responsabilità o evitare di vedere a quale esito si contribuisca. “Sono parte di un ingranaggio” dice un militare, “Meglio che decida l’AI, piuttosto che decida io” afferma un altro, “Se non lo faccio io, lo farà qualcun altro” si giustifica un terzo. Altri raccontano che la visione del film Il diritto di uccidere (2015) imposta dall’esercito ai suoi membri fa parte di una strategia volta a convincerli di stare facendo “la cosa giusta”. Altri ancora fanno l’associazione più semplice: uccidere a distanza, con bombe o droni, è come giocare a un videogioco. Sempre Weizman, in un testo precedente, chiamò un capitolo Milgram a Gaza. Il modo in cui si regolava il flusso di cibo, energia e risorse attraverso i confini controllati da Israele era simile all’esperimento di Stanley Milgram a Yale condotto nel 1961: “[…] in che misura delle persone normali obbedirebbero all’ordine di infliggere dolore a qualcun altro, laddove fosse impartito da un’autorità”. Ovviamente, la violenza che vediamo oggi a Gaza e nei pogrom in Cisgiordania è il precipitato di decenni di socializzazione alla disumanizzazione dei palestinesi.

Naza è un documentario agghiacciante che, se non suonasse blasfemo anche per me, fa pensare, per la forza del messaggio, al nitore di Notte e Nebbia di Resnais – Richard Brody, sul New Yorker, lo ha accostato a Shoah di Lanzmann, citato da Abraham e Szor nel documentario stesso. Il paragone con il nazismo è qualcosa che mi ripugna, mi fa male in quanto ebreo, eppure il meccanismo di disumanizzazione dell’altro rimanda al repertorio di immagini e categorie che in occidente abbiamo interiorizzato come standard del male più radicale, con tutti i riferimenti triti e ritriti a quanto scriveva Arendt su Eichmann. Dal momento che la Shoah è stata al centro delle politiche della memoria in Europa e Stati Uniti, come scritto da Valentina Pisanty, l’immaginario della Shoah è quello più facilmente disponibile. Il suo monito al mai più è un’ingiunzione etica che costringe a chiedersi però se quell’invito sia particolare o universale.

E ovviamente turba che la memoria del genocidio ebraico sia usata da Israele per compiere un altro genocidio. O meglio, evitando di stabilire un nesso causale diretto, turba che mentre si pratica il culto della memoria di quel che si è subito si annienti un’altra popolazione. Anche questo tema è noto: chi accoglie nella propria memoria un trauma o subisce direttamente violenza non è invitato a comportarsi con generosità ma semmai con ferocia, per la paura – vera o falsa che sia – della ripetizione o, nel secondo caso, desidera rovesciare la forza subita contro l’oppressore. Rimanendo sul primo caso: storicamente, per gli ebrei israeliani la paura ha coinciso con il desiderio di scongiurare la possibilità di essere una minoranza in uno stato altrui. Ma il nesso tra evento violento subito e pratica genocidaria riguarda diversi contesti. L’antropologo Mahmood Mamdani, padre del sindaco di New York Zohran, scrisse per l’appunto un saggio che si intitola When Victims Become Killers, sul genocidio in Ruanda. Queste osservazioni non autorizzano sciocche formule retoriche per cui gli ebrei, come popolo, coinvolgendo i sette milioni di morti nei forni, avrebbero responsabilità per quel che accade in Palestina, così come non la hanno i sette milioni di ebrei nella diaspora. E anche la responsabilità degli israeliani va valutata con attenzione, essendo la nozione suscettibile di diversi ordini di problemi.

Se, come detto, il consenso verso il genocidio palestinese è molto ampio, non si può eguagliare questo con l’azione individuale di uccisione. E, nella storia, dopo i genocidi o le dittature o altre forme di violenza di massa, non paga penalmente chiunque sia coinvolto, anche direttamente. La soluzione penale non offre infatti un futuro alle società che hanno attraversato processi simili.

Le condizioni per una soluzione politica però sono assenti. Lo studioso israeliano di genocidi Omer Bartov sostiene che solo la pressione internazionale potrà modificare il corso degli eventi in Palestina. Ma anche questa è per ora poco plausibile. L’anno scorso, in sede ONU, il presidente della Colombia, Gustavo Petro propose una forza militare di interposizione a Gaza. Ma non riuscì a costruire la coalizione politica necessaria. Oggi, la sensazione è che l’impunità israeliana abbia meno consenso internazionale. Ma le istituzioni sovranazionali sono sotto attacco in primis dagli Stati Uniti e  troppo di più servirebbe per creare una convergenza tra la pressione di cui sopra e un mutamento della percezione interno alla società israeliana. In termini più astratti ma validi anche per i problemi che affronta chi non vive in Palestina o Israele, come dice Mamdani, ciò che serve è la denaturalizzazione delle identità culturali e la loro separazione da quelle politiche. Solo così potranno nascere comunità politiche che non riproducano la spirale della violenza identitaria. Anche se è poco, speriamo che film come Naza possano favorire una simile dinamica.

Bruno Montesano

Bruno Montesano è dottore in “Mutamento sociale e politico” presso le Università di Torino e Firenze. Collabora con diverse testate e ha curato Israele-Palestina. Oltre i nazionalismi (E/O, 2024).

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