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Manlio Garofalo

Caso Regeni: qual è il senso di una condanna che nessuno sconterà?

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Il processo Regeni si è svolto senza gli imputati, che l’Egitto continua a proteggere. Eppure la sentenza mostra che la giustizia non si esaurisce nella punizione, ma continua a produrre conseguenze anche quando la pena resta irrealizzabile.

In tutta Italia ci sono striscioni gialli esposti sulle facciate degli edifici e sui balconi; chiedono “Verità per Giulio Regeni”. Alcuni sono così vecchi che il sole ne ha sbiadito le lettere. Sono del colore di Amnesty International, utilizzato nella campagna lanciata insieme al quotidiano «la Repubblica» per tenere viva l’attenzione sull’omicidio di Giulio Regeni, brutalmente assassinato dieci anni fa. 

In tante città d’Italia, anche in quella dove abito, c’è una panchina gialla per Giulio, dove sostare e ricordare.

Giulio è scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016, nel quinto anniversario della rivoluzione egiziana del 2011. Era un brillante dottorando italiano dell’Università di Cambridge che conduceva una ricerca sul campo sui sindacati indipendenti in Egitto, molti dei quali nati dopo il 2011 e da allora, come ogni forma di associazionismo indipendente dallo Stato, sorvegliati e repressi. Il suo corpo è stato ritrovato il 3 febbraio dello stesso anno, abbandonato sul ciglio di una strada, martoriato dalle torture. In obitorio sua madre, che l’ha riconosciuto dalla punta del naso, ha detto: “Ho visto sul volto di Giulio tutto il male del mondo”.

Il 28 settembre 2026, a dieci anni dall’omicidio, il processo per la morte di Giulio è arrivato alla conclusione: finalmente c’è stata una sentenza. I responsabili, di cui da tempo si sapevano i nomi, sono tre alti ufficiali della National Security Agency egiziana, che proprio tra il 2015 e il 2016 ha causato una media di tre-quattro sparizioni forzate al giorno in Egitto, una prassi sistematica di rapimenti e torture. Quattro ufficiali erano accusati di sequestro di persona, uno di loro anche di lesioni personali aggravate e omicidio aggravato. Per quest’ultimo era stata chiesta una condanna all’ergastolo, per gli altri tre 17 anni e 6 mesi di carcere. Ma le loro sedie in aula sono sempre rimaste vuote. L’Egitto non ha mai collaborato, ha anzi provato più volte a depistare le indagini e a infangare l’immagine di Giulio. Gli imputati sono stati processati in assenza, come fantasmi.

Il processo, iniziato nell’ottobre del 2021, si è subito bloccato perché non era stato possibile notificare gli atti processuali agli imputati. È ripreso nel febbraio 2024, dopo che una sentenza della Corte costituzionale ne ha ammesso lo svolgimento anche senza le notifiche perché la tortura non è solo un reato contro la persona di Giulio, ma un crimine contro l’umanità, e va perseguita per la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, adottata a New York nel dicembre 1984. Questa decisione, come ha detto anche l’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, è stata uno spartiacque nella giustizia italiana.

Da quando il processo è ripreso, in aula si è assistito a scene che sembravano uscite da un film distopico: traduttori e testimoni nascosti dietro molti paraventi, non potendo e non volendo svelare il proprio volto e nome per timore di ritorsioni. Sono la prova di quanto sia lungo il braccio dell’apparato di repressione egiziano: la sua ombra terrificante arriva fin dentro un’aula di giustizia.

La sentenza, come si auspicava, ha portato a un verdetto di colpevolezza: tre ufficiali sono stati condannati a 10 anni di reclusione per sequestro di persona, ma nessuno per torture e omicidio. Il quarto è stato assolto. Evidentemente non sono stati trovati elementi sufficienti per una condanna completa. E questa sentenza, per quanto mancante di un tassello, perché Giulio è stato comunque torturato e ucciso da qualcuno, potrebbe essere la forma più alta di giustizia che il caso riuscirà mai a ottenere. Ma i colpevoli resteranno quasi certamente in Egitto, liberi, protetti da un regime dittatoriale e paranoico. Allora cosa significa una condanna che nessuno sconterà? Innanzitutto smentisce formalmente le bugie dell’Egitto. È la giustizia della memoria, per dare a Giulio la dignità che gli spetta, una verità storica che nessuna manovra diplomatica e nessun interesse economico potranno mai cancellare. Finalmente c’è stata un’affermazione ufficiale della violazione dei diritti umani, un atto pubblico e permanente.

La famiglia Regeni con i suoi difensori si è dichiarata soddisfatta della sentenza “che, condannando tre dei quattro imputati, ha riconosciuto non solo le loro responsabilità individuali, secondo i rigorosi criteri previsti dal nostro ordinamento, ma anche evidentemente la diretta responsabilità del regime egiziano e dei suoi apparati per tutto il male del mondo inflitto a Giulio”.

“Dovremo evidentemente leggere le motivazioni”, ha detto l’avvocata Ballerini, “ma oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Da oggi tutti i cittadini nel mondo possono sentirsi più sicuri. Da stasera tutti i regimi, i loro apparati, le loro divise, saranno costretti a ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile così come i loro corpi”. Ha anche affermato che il governo italiano dovrà prendere atto della sentenza e rompere i rapporti con l’Egitto, “un Paese che lungi dall’essere sicuro, tortura e uccide anche i cittadini degli Stati cosiddetti amici”.

Purtroppo il nostro governo sembra non essere dello stesso avviso. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha affermato: “Non è che cambiano i rapporti con l’Egitto. Sono state condannate tre persone. […] Non è l’Egitto in quanto tale che è colpevole”. Parole che stridono con quelle di una lettera del Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella: “Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale e delle relazioni internazionali”. Questo testo è stato letto lo scorso gennaio in occasione del decennale dell’omicidio, durante un evento che si è svolto nella pista di pattinaggio coperta di Fiumicello, il paese dove Giulio è cresciuto. L’atmosfera era un misto tra un’assemblea cittadina e una liturgia laica. Sentire la massima autorità dello Stato risuonare in una piccola città, riconoscendo una ferita che il governo egiziano ha cercato per dieci anni di cauterizzare con le menzogne, è stato straniante: sebbene il potere possa ignorare la verità, non può cancellare la comunità che la ricerca.

Dopo gli interventi degli ospiti è stato presentato e proiettato in anteprima nazionale il primo documentario sulla storia di Giulio, intitolato Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti. Il docufilm non cerca la bella inquadratura, le immagini sono spesso sporche e sgranate. I protagonisti sono i veri attori della tragedia: Giulio, i suoi genitori e la loro avvocata Alessandra Ballerini, nonché i testimoni del processo. Si vede Giulio negli ultimi giorni al Cairo, filmato di nascosto dalla bodycam del sindacalista che l’ha tradito segnalandolo ai servizi segreti egiziani e facendo credere che fosse una spia, ma anche materiali d’archivio, interviste ai suoi genitori e all’avvocata, stralci del processo.

Il 31 marzo è stata presentata in conferenza stampa in Senato l’iniziativa, promossa dalla Senatrice a vita e scienziata Elena Cattaneo, intitolata “Le Università per Giulio Regeni”, a cui hanno aderito quasi tutte le Università d’Italia, settantasei. Fra aprile e maggio 2026, ciascun ateneo ha organizzato un evento dedicato alla proiezione del documentario, a partire dal quale si sono svolti incontri e dibattiti sui temi della libertà di studio, di ricerca e di movimento. E il film continua a essere presentato in molte sale cinematografiche, ospitato in festival e rassegne. Per esserci giustizia deve esserci prima di tutto la memoria, e affinché ci sia la memoria deve esserci il racconto. Il pubblico sente che quello che è accaduto a Giulio poteva succedere a chiunque, e non può restare indifferente.

Quando su Instagram vedo le foto di una mia amica in vacanza a Sharm el-Sheikh – sorridente, le immersioni, il mare – rabbrividisco. Non riesco a non pensare a cosa finanzia quel resort, quell’economia, quel governo. Resto lì a guardare le foto, e mi risuonano le parole della madre di Giulio, che spera che nessuno prenda un biglietto per l’Egitto e che chi se lo trova in tasca lo stracci.

Il caso Regeni non è solo una tragedia famigliare, non è solo un incidente diplomatico che riguarda l’Italia e l’Egitto. Sarebbe un grave errore pensarlo. In realtà, è stato un banco di prova per capire quanto valgono davvero i diritti umani nelle democrazie occidentali quando collidono con la Realpolitik.

L’Egitto è un partner di rilievo, per l’Italia e per l’Europa. Dopo l’assassinio di Giulio, l’ambasciatore italiano, richiamato in Italia nel 2016, è stato rimandato in Egitto l’anno dopo. Nel marzo 2024, l’Unione europea ha firmato con l’Egitto un accordo dal valore di 7,4 miliardi di euro, nonostante il Parlamento Europeo avesse più volte approvato risoluzioni molto critiche verso l’Egitto, in particolare sul caso Giulio Regeni e sulla situazione dei diritti umani. Nello stesso anno, il governo di al-Sisi arrestava arbitrariamente centinaia di persone e processava decine di attivisti. A gennaio 2026, Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha dichiarato che “L’Egitto è un importante partner strategico per l’Unione europea”. E a febbraio è stato approvato l’elenco UE dei “paesi di origine sicuri”, che comprende anche l’Egitto, considerato un paese sicuro anche dal Ministero degli Esteri italiano.

Le strette di mano sono tornate, gli affari anche. L’Italia non ha mai interrotto gli accordi relativi al gas naturale né la vendita di armi al regime egiziano. Il 30 giugno 2024 ha firmato una serie di accordi con l’Egitto per un valore di quasi 1 miliardo di euro.

E mentre l’Italia aspettava la sentenza, il governo italiano è tornato a sedersi al tavolo con al-Sisi. Il 3 settembre 2026 il ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato ricevuto al Cairo da al-Sisi. I media egiziani hanno subito trasformato l’incontro nella prova di una normalizzazione ormai compiuta tra i due Paesi, del superamento definitivo della crisi diplomatica iniziata con l’uccisione di Giulio. Al-Sisi ha invitato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni al Cairo. Tajani ha sottolineato la crescita del 17% delle esportazioni italiane verso l’Egitto nell’ultimo semestre, affermando poi che l’immigrazione resta un altro dossier su cui Roma considera il Cairo un partner imprescindibile.

Quando l’Italia e l’Europa stringono la mano al Cairo, la verità e la giustizia si allontanano.

Qui sta il cuore della contraddizione nel rapporto tra l’Italia, l’Europa e l’Egitto: lo sdegno ufficiale da un lato, gli accordi commerciali dall’altro. Ogni volta la convenienza diplomatica ed economica ha vinto a discapito della verità. E questo non riguarda solo Giulio Regeni. È ciò che accade quando i diritti umani vengono messi in secondo piano rispetto agli interessi strategici, economici e diplomatici di uno Stato. Porre l’attenzione su quanto successo a Giulio significa anche rendere visibile un compromesso che i governi preferiscono tenere nascosto: si denunciano le violazioni, e intanto si continua a trattare con chi le commette.

Il processo Regeni è iniziato e si è concluso proprio perché non era nelle mani delle istituzioni, che combattevano questa battaglia solo a parole. C’erano una famiglia, la sua avvocata, la magistratura e un’ampia comunità al loro fianco.

Sono cresciuto abbastanza vicino a questa storia e ho visto nascere e crescere la pressione civile, incontro dopo incontro. I suoi genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni, abitano a dieci minuti di macchina da casa mia. Li ho incontrati molte volte: al funerale, alle fiaccolate, agli eventi a lui dedicati. Da questo piccolo paese si è formata una comunità che si è poi allargata fino a diventare un movimento nazionale di impegno civile: il “Popolo Giallo”, anche chiamato l’“Onda Gialla”, che non ha mai smesso di lottare, per i diritti e la giustizia di tutti i Giulio e le Giulia del mondo. Senza la tenacia di queste persone, probabilmente questo processo non avrebbe avuto la forza per andare avanti, si sarebbe arenato.

È questo il contrasto più difficile da accettare: da una parte, chi ha calcolato le conseguenze di prendere una posizione chiara e ferma su quanto accaduto a Giulio; dall’altra, persone comuni – una famiglia, un paese, un movimento – che hanno deciso che il calcolo non le riguardava.

Manlio Garofalo

Manlio Garofalo è laureato in Lettere moderne e in Italianistica all’Università di Bologna. Nel 2025 è stato finalista al Premio Calvino racconti. Ha scritto su «il Post» e «doppiozero».

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