Su Humanity 1, il soccorso non finisce con il salvataggio in mare. Mediatori culturali, medici e psicologi accompagnano le persone verso lo sbarco, cercando di riconoscere traumi e vulnerabilità senza ridurre la sofferenza a un unico linguaggio.
“Sono il primo punto di contatto con le persone che parlano arabo. Chiedo quante persone ci sono a bordo, se ci sono emergenze mediche, donne o bambini. Poi spiego chi siamo: una ONG tedesca impegnata nella ricerca e soccorso, che non ha alcun legame con la Guardia costiera libica. Inizio parlando in inglese, poi passo all’arabo. Ed è in quel momento che nasce la fiducia”, racconta Zeina, mediatrice culturale egiziana a bordo della Humanity 1, la nave di soccorso della ONG tedesca Humanity.
La Humanity 1 è salpata da Siracusa a fine maggio, dopo 60 giorni di fermo amministrativo e una sanzione di 10 mila euro. Durante questa missione ha soccorso 47 persone provenienti da 13 Paesi.
Un salvataggio può durare ore, a seconda della condizione delle persone o del mare, ma l’equipaggio segue sempre un protocollo preciso. Dopo una prima identificazione, donne e bambini vengono accompagnati nel women shelter, mentre gli uomini trovano posto sui materassi sistemati nel main deck, il ponte principale. Le prime ore sono dedicate ai bisogni essenziali come riposare, mangiare, indossare abiti asciutti e puliti. È il tempo necessario perché le persone soccorse inizino a comprendere di non essere più in pericolo di vita e che verranno sbarcate in Europa, lontano dalle coste da cui sono partite. Sul ponte principale sono esposte due cartine geografiche del Mediterraneo centrale, l’unica scritta si trova sulla costa della Libia e recita: we are not going here.
Una nave di soccorso è tante cose, e molto più di un luogo di salvataggio. È prima di tutto uno spazio sospeso tra il paese di origine o di transito, spesso segnato dalle violenze dei centri di detenzione libici, dallo sfruttamento e dalle persecuzioni, e quello europeo, sempre più incerto e governato da politiche repressive.
Passano dall’essere stipati su un piccolo gommone o su una barca di legno, senza nemmeno lo spazio per muoversi – perché anche un piccolo movimento può essere pericoloso – a trovarsi improvvisamente su una nave di sessanta metri”, racconta Zeina.
La nave è il primo luogo sicuro dopo un soccorso in mare, ma può diventare anche un luogo illusorio. “In realtà è solo una tappa. Penso che una parte del nostro ruolo, prima dello sbarco al porto di assegnazione, sia proprio far capire che il viaggio non è finito”.
Nella mess room, la sala comune per i pasti e le riunioni dell’equipaggio, sono appese al muro alcune foto di un gatto “Si chiama Looz”, mi racconta Zeina. In arabo significa mandorla. Era il gatto di una famiglia siriana soccorsa dalla Humanity 1 alcuni anni fa. L’equipaggio si ricorda praticamente tutti i volti e le storie dei migranti soccorsi. “Noi usiamo numeri, braccialetti identificativi, facciamo tutto il possibile per organizzare il supporto a bordo. Ma cerchiamo, per quanto possiamo, di riconoscerli come individui. Le persone qui, che poi a terra vengono ridotte ai numeri degli sbarchi, avevano una casa, un lavoro, un ulivo nel loro giardino”.
Dopo il soccorso in mare, Zeina si unisce al Care Team, composto dal personale medico, dalla protection officer (la persona che a bordo fornisce l’informativa legale ai migranti) e dallo psichiatra. Il team cerca di individuare le persone più vulnerabili per avviare una prima presa in carico che possa proseguire dopo lo sbarco. Durante questa rotazione, 12 persone hanno sostenuto un colloquio psicologico e 9 hanno ricevuto una lettera di vulnerabilità. Questa certificazione, mi spiega la protection officer, è uno strumento per evitare la cosiddetta procedura accelerata della domanda di protezione internazionale e assicurare un supporto psicologico dopo lo sbarco.
Non tutte le persone soccorse dalla Humanity 1 sviluppano un disturbo da stress post traumatico o una patologia psichica, ma secondo le testimonianze, molto di quelle transitate dalla Libia sono state esposte a torture, detenzioni arbitrarie, violenze sessuali o sfruttamento.
Nella seconda fase la nave di soccorso si trasforma in uno spazio di cura.
“Io provengo dallo stesso mondo”, racconta Zeina, “e quando qualcuno condivide la sua storia, non ha bisogno di spiegare tutto nei dettagli, perché io so già cosa significa. Mi capita che una persona inizi un racconto, poi si interrompa e mi dica: ‘Vai avanti, hai capit’”. E, quasi sempre, so esattamente cosa intende”. Il ruolo della mediazione culturale non consiste semplicemente nel tradurre una serie di parole o il significato letterale, ma serve a rendere comprensibili mondi diversi.
“Noi parliamo continuamente di vulnerabilità. Diciamo che bisogna identificarla, riconoscerla, dichiararla. Ma molte persone non sanno nemmeno di essere vulnerabili”. I colloqui si svolgono, quasi sempre, con la mediatrice, la protection officer e lo psicoterapeuta. Alla prima domanda “come ti senti?” la risposta è spesso “sto bene.” A quel punto, Zeina rassicura la persona. “Capisco che per noi sia normale rispondere sempre ‘Alhamdulillah’, grazie a Dio, va tutto bene. Ma qui, anche se dici ‘Alhamdulillah’, puoi anche raccontare che ti sono successe cose terribili.”
Tutto ciò che riguarda la cultura, l’educazione, il ruolo della spiritualità nel concetto di salute mentale non può essere semplicemente tradotto. “La cultura non è una pillola che si può ingerire e, all’improvviso, capire tutto”, conclude Zeina.
Dopo il salvataggio, i sopravvissuti sono esausti nello sguardo, nel comportamento, nella postura. Hanno viaggiato a bordo di un gommone quasi sgonfio, col motore in avaria, e hanno corso un enorme pericolo. Quasi tutti sono in buone condizioni, ma alcuni faticano a condividere come si sentono. Una donna somala ha trascorso quasi due giorni senza parlare, era schiva e non riusciva a chiedere aiuto. La presenza costante dell’ostetrica e dell’infermiera ha creato uno spazio di fiducia in cui, progressivamente, la donna ha iniziato a raccontare la partenza dal paese di origine, le violenze subite e le sue speranze per un futuro diverso.
“Anche i concetti di salute mentale, fragilità psichica e malattia non sono universali”, spiega Aldo, psichiatra e psicoterapeuta. “La vulnerabilità riguarda il modo in cui la violenza trasforma il rapporto tra una persona e il mondo. Se queste persone non vengono intercettate, potrebbero sperimentare flashback, pensieri intrusivi e ricordi estremamente dolorosi delle esperienze vissute”.
Oggi in pensione, Aldo sale ogni anno a bordo della Humanity 1 come volontario. Per molti anni ha lavorato nel Dipartimento di Salute Mentale di Catania, dove coordinava un ambulatorio di psichiatria transculturale dedicato soprattutto a richiedenti asilo, vittime di tratta e sopravvissuti alla tortura. Il suo compito sulla nave, insieme al team sanitario e a Zeina, è individuare le persone che presentano le maggiori vulnerabilità psicologiche e avviare una prima presa in carico.
“Il primo approccio”, racconta, “è restituire umanità a persone che hanno vissuto in un mondo di disumanità. Far sentire che è ancora possibile ricostruire un rapporto con un’umanità che è stata loro negata”.
Fatim è una donna nigeriana, soccorsa a giugno dalla Humanity 1. La sua testimonianza parla proprio di questo, del bisogno profondo di protezione e di umanità. È scappata dalla Nigeria, dalle violenze di Boko Haram, dopo aver subito una violenza sessuale. Prima di arrivare in Europa è passata alla Libia, dove ha lavorato per mettere da parte i soldi per la traversata. Anche qui ha subito abusi sessuali. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, l’89% delle persone arrivate attraverso la rotta del Mediterraneo centrale è transitata dalla Libia.
“Molte shangala, le lavoratrici domestiche migranti in Libia, sono morte nelle case in cui lavoravano. Lì ci sono solo due tipi di lavoro per le donne: la prostituzione o le pulizie. Se non hai più la forza di pulire, sei costretta a prostituirti”. Fatim racconta di stupri come strumento di controllo sulle donne che transitano nel paese, di uomini e donne costrette a lavorare in semi schiavitù.
“Quando sono partita era buio e non vedevo nulla. Le altre donne mi avevano detto che sarei arrivata in Italia e che lì sarei stata al sicuro. Quando il carburante ha iniziato a fuoriuscire, non sentivo nemmeno il dolore. Quello che si vive in Libia è così doloroso che, a un certo punto, senti dentro di te che può succedere qualsiasi cosa. Non pretendi nemmeno più che qualcuno venga ad aiutarti. Mentre ero in mare, continuavo a fissare l’acqua e chiedermi: Gesù, è tutto vero? Oggi vorrei solo poter andare avanti con un po’ di umanità”.
“Queste esperienze, a prescindere dalla psiche della persona, possono avere conseguenze serie e la prevenzione che si fa a bordo è fondamentale”, mi racconta lo psichiatra. Secondo lui, siamo portati ad affrontare la sofferenza secondo la nostra cultura di appartenenza, con uno sguardo etnocentrico. “Ma le differenze culturali influenzano anche il modo in cui la sofferenza psichica viene vissuta ed espressa”. Per l’approccio etnopsichiatrico serve accettare che ci sia un confronto culturale, anche tra medico e paziente, in cui la persona non è solamente espressione di una dimensione psicopatologica. Chiunque è parte di un universo culturale che porta con sé istanze politiche, linguaggi della sofferenza e pratiche di cura. Il compito dell’etnopsichiatra è mettere in dialogo questi strumenti con quelli della psichiatria occidentale, senza cancellarli.
Durante i colloqui, Aldo non incalza con domande, non cerca una diagnosi immediata e all’incontro possono partecipare anche altri membri dell’equipaggio. Entrano in gioco la dimensione religiosa, decoloniale, politica. “La capacità professionale”, mi racconta dopo uno dei colloqui a bordo, “è riuscire a entrare in contatto con la dimensione umana della persona, non con quella malata. È anche accogliere i saperi tradizionali e adottare strategie meticce”.
Per Aldo, il primo errore è pensare che esista un unico linguaggio della sofferenza. Anche il modo in cui una persona interpreta ciò che le accade nasce dentro una storia culturale, religiosa e politica. “Tra molte persone dell’Africa subsahariana la dimensione spirituale è parte integrante della vita quotidiana. In diversi Paesi del Nord Africa, invece, assumono un ruolo centrale la religione musulmana e la credenza nei jinn, un demone pre islamico. Non possiamo liquidare questi riferimenti come superstizioni, perché fanno parte del modo in cui le persone interpretano ciò che stanno vivendo”. Il ruolo della cura non è intervenire sulle credenze, ma comprenderne il significato.
Le persone in movimento vivono una condizione profondamente ambivalente: quella di un “non più” e di un “non ancora”. Non sono più completamente la persona che erano nel proprio contesto di origine, ma non sono ancora parte del nuovo contesto di arrivo. La migrazione produce così una frattura, un tempo sospeso in cui anche il rapporto con il mondo può diventare instabile. Per questo, una nave di soccorso è anche uno spazio in cui iniziare un processo di ricostruzione. “Se questo non avviene”, conclude Aldo, “il rischio è quello della perdita del mondo. Perdersi nel mondo significa non riuscire più a orientarsi all’interno della realtà”.
Le foto sono di Stefano Belacchi, che ringraziamo.