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Riccardo Ginevra

Ma quindi cos’è davvero questo “patriarcato mediterraneo”?

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Un’organizzazione sociale comunque molto diversa da quella che Roberto Vannacci continua a diffondere e propagandare nei suoi discorsi grotteschi.

Da mesi si sente ormai parlare in Italia di cosiddetto “patriarcato mediterraneo”, un modello sociale che sarebbe presente dalle nostre parti da migliaia di anni e il cui rafforzamento sarebbe utile a formare maschi forti che proteggono le donne, laddove il suo superamento causerebbe invece l’aumento della violenza di genere. 

Ma cosa era questo “patriarcato mediterraneo” e come funzionava? 

Partiamo dal significato di “patriarcato”: sembra infatti improbabile che, da parte di chi dice che vada protetto, questo termine vada inteso secondo l’accezione molto negativa che troviamo sul dizionario Treccani online (al numero 3.) “Complesso di radicati, e sempre infondati, pregiudizi sociali e culturali che determinano manifestazioni e atteggiamenti di prevaricazione, spesso violenta, messi in atto dagli uomini, spec. verso le donne”. Ma la parola “patriarcato” è ormai relativamente superata anche nell’accezione più scientifica (sempre dal dizionario Treccani online, al numero 2.) “Tipo di organizzazione familiare a discendenza patriarcale, in cui cioè i figli entrano a far parte del gruppo cui appartiene il padre, dal quale prendono il nome, i diritti, la potestà che essi trasmettono al discendente più diretto e vicino nella linea maschile”. Questa definizione mette insieme fenomeni socioculturali differenti e che non si implicano a vicenda. 

Oggi si preferisce il termine “patrilinearità” per indicare quando beni e diritti vengano trasmessi “in linea paterna”, mentre si usa “patrilocalità” e “virilocalità” per riferirsi al costume secondo cui, dopo il matrimonio, un uomo resta ad abitare presso la famiglia del padre (latino pater) ed è la donna a trasferirsi presso il marito (latino vir). Entrambi questi fenomeni non implicano necessariamente il controllo degli uomini sulle donne della famiglia, proprio come, viceversa, i fenomeni opposti di “matrilinearità” e “matrilocalità” non implicano un controllo sulla società da parte delle donne. Tradizionalmente, ad esempio, l’appartenenza alla comunità ebraica si passava di madre in figlia/o, eppure questo non comportava che le comunità ebraiche fossero necessariamente “più matriarcali”.

Se combiniamo un’organizzazione familiare fortemente gerarchica a un sistema di discendenza patrilineare e di residenza patrilocale otteniamo il fenomeno che spesso si intende con il termine “patriarcato”: la posizione di autorità di un uomo su un’intera famiglia, spesso estesa (un cosiddetto “clan”), una posizione raggiunta solitamente per anzianità e passata ai figli in via patrilineare. Non si tratta però di un fenomeno specificamente mediterraneo, dato che si trova un po’ in tutto il mondo, e nemmeno uniformemente mediterraneo, anzi. Non solo i vari paesi che danno sul Mar Mediterraneo hanno avuto e hanno tuttora strutture sociali molto diverse, ma, in realtà, se vogliamo andare un po’ indietro nel tempo, l’archeologa Marija Gimbutas negli anni ’70 ha proposto che durante il Neolitico (tra i diecimila e cinquemila anni fa) nell’Europa sia mediterranea che continentale la struttura originaria della società fosse di tipo matriarcale. In altre parole, c’è chi preferirebbe piuttosto parlare di “matriarcato mediterraneo”, anche se le idee di Gimbutas, dopo un iniziale successo, non hanno oggi il seguito di una volta – anche perché non sembrano trovare particolari riscontri nei dati dell’archeologia preistorica. (Si cita spesso la grande quantità di statuette femminili prodotte in Europa durante il Neolitico, ma questa non è necessariamente indicativa di società meno patriarcali: pensiamo alla devozione alla Madonna e alla produzione artistica corrispondente negli ultimi duemila anni, che difficilmente è il riflesso di una società matriarcale.)

Escludendo quindi che con “patriarcato mediterraneo” ci si riferisca a un fenomeno condiviso da tutti i paesi del Mediterraneo attuale (che hanno società anche molto diverse tra loro), né tantomeno dall’Europa mediterranea del Neolitico (potenzialmente matriarcale, come abbiamo visto), possiamo intuire come il modello sociale che si intende sia quello tradizionalmente associato al diritto romano. Con la premessa che quest’ultimo ha una storia millenaria (durante la quale costumi e leggi mutarono anche parecchio), nelle sue fasi più arcaiche (durante il primo millennio avanti Cristo, più di duemila anni fa), a Roma vigeva più o meno il seguente sistema: il patriarca, noto come pater familias “padre della famiglia”, aveva letteralmente potere di vita e di morte (ius vitae ac necis) non solo sugli schiavi, ma anche su tutti i propri familiari. 

Il pater familias romano era l’unico membro della famiglia sui iuris “di proprio diritto”, cioè non soggetto all’autorità di altre persone, mentre tutte le altre persone della sua famiglia erano alieni iuris “del diritto di un altro” e vivevano quindi in uno stato di dipendenza dal patriarca: questo comportava che non solo le donne e i bambini, ma anche gli uomini adulti della famiglia dipendessero dal pater familias, e non solo i suoi figli maschi, ma anche i suoi fratelli minori. 

Il pater familias era tendenzialmente l’uomo più anziano della famiglia e quindi non concideva necessariamente con il padre di una persona, ma poteva anche essere lo zio, il nonno, il prozio o anche il bisnonno (ovviamente tenendo conto del fatto che l’aspettativa di vita era molto più bassa rispetto a oggi). Oltre all’autorità generale sui propri familiari, il patriarca romano poteva, almeno in teoria, esercitare diversi poteri nei loro confronti, alcuni dei quali ci sembrerebbero inconcepibili oggi: non solo il già citato potere di vita e di morte (che ovviamente non si traduceva in un puro arbitrio del patriarca, essendo soggetto ad alcune forme di controllo sociale), ma anche la facoltà di punirli, di venderli schiavi, di esporre neonati. Questa situazione perdurava anche quando figli e fratelli minori si sposavano, avevano figli e mettevano su le loro rispettive famiglie, che continuavano quindi a sottostare all’autorità del pater familias. Per quanto riguarda le mogli, a seconda del tipo di matrimonio queste potevano assumere lo stesso status di una figlia del patriarca (e allora si diceva che erano in loco filiae “nella posizione di figlia”) oppure restare dipendenti dal pater familias della propria famiglia di origine. In ogni caso le donne tendenzialmente restavano sempre in una situazione di minorità giuridica (alieni iuris).

Ma come si era sviluppato a Roma questo sistema, che può sembrarci oggi per certi versi così estremo, almeno nella sua forma più arcaica (alcuni degli aspetti più aspri conobbero attenuazioni nel corso del tempo, soprattutto per quel che riguarda la gestione del patrimonio)? In realtà, era un sistema già molto antico a quei tempi, e piuttosto che di patriarcato mediterraneo per quanto riguarda la società romana dovremmo parlare di “patriarcato indoeuropeo”. Secondo la maggior parte degli studiosi che se ne occupano, infatti, a partire da cinquemila anni fa una serie di migrazioni preistoriche, originate nella steppa pontica (tra le odierne Ucraina e Russia), portò a diffondersi in tutta Europa comunità di persone che parlavano l’antenato di tutte le lingue della famiglia indoeuropea (italiano, inglese, greco, hindi, farsi, e molte altre), una lingua preistorica chiamata convenzionalmente “protoindoeuropeo”. Proprio come il latino che si parlava nella Roma antica ha una quantità impressionante di corrispondenze con tutte le altre lingue indoeuropee, così anche l’organizzazione della famiglia romana più di duemila anni fa trova paralleli un po’ in tutte le società presso cui si parlavano lingue indoeuropee nell’antichità: ad esempio nei testi in lingua ittita, le cui primissime tracce risalgono a quattromila anni fa, ma anche in quelli – un po’ più recenti – in greco antico e in antico indiano (o sanscrito), nonché nelle più antiche lingue germaniche (come gotico, antico inglese, antico islandese), trascritte per la prima volta durante il primo millennio dopo Cristo. 

Le corrispondenze tra queste tradizioni indoeuropee non si limitano in astratto a come era organizzata la famiglia, ma si estendono anche alle parole stesse con cui ci si riferiva ai familiari: termini italiani come madre e padre, dal latino mater e pater, hanno paralleli esatti nella maggior parte delle lingue indoeuropee, a partire da inglese mother e father, passando per greco mḗtēr e patḗr (il segno ē indica una /e/ lunga, quella che pronunciate in vabeene quando qualcuno vi infastidisce), per arrivare al sanscrito mātā e pitā, e a tante altre lingue ancora. 

I paralleli tra queste lingue sono talmente tanti che ci permettono di ricostruire parole protoindoeuropee non solo per ‘madre’ (*máhtēr) e ‘padre’ (*pəhtḗr, in cui ə indica la vocale indistinta che trovate alla fine di molte parole napoletane), ma anche per tante altre relazioni di parentela. Se volete divertirvi a riconoscere parole di altre lingue indoeuropee che conoscete (ad esempio inglese daughter, son, brother), di seguito sono elencate alcune ricostruzioni (molto semplificate per fini di chiarezza) tratte dal volume Kin, clan and community in Indo-European society, uscito nel 2020 e curato da linguiste e linguisti dell’Università di Copenaghen: *dʰughtḗr ‘figlia’ e *suhnús ‘figlio’, *suésōr ‘sorella’ e *bʰráhtēr ‘fratello’, *suekrúh ‘suocera’ e *suékuros ‘suocero’, *gmhḗr ‘genero’ e *snusós ‘nuora’, ma anche *dahiuḗr ‘fratello del marito’, *glhus ‘sorella del marito’, *iénhtēr ‘moglie del fratello del marito’, e altre ancora. 

Come è facile notare, siamo in grado di ricostruire parecchie parole molto specifiche con cui la moglie si poteva riferire ai parenti del marito (in italiano *dahiuḗr, *glhus e *iénhtḗr sarebbero semplicemente tutti “cognati”) , ma ben pochi termini per la famiglia della moglie: ciò ci permette di ricostruire un sistema fortemente virilocale per le comunità che parlavano protoindoeuropeo, in cui la moglie si trasferiva a vivere con la famiglia del marito (e, infatti, un verbo protoindoeuropeo per ‘sposare’, quello alla base di inglese wed ‘sposare’ e wedding ‘matrimonio’, significava originariamente ‘condurre’ – la sposa presso la famiglia dello sposo). La moglie aveva quindi bisogno di diverse parole molto specifiche con cui rivolgersi ai nuovi familiari, mentre il marito aveva evidentemente ben pochi contatti con la famiglia della moglie, che spesso viveva anche molto lontano. Lo vediamo anche dall’archeologia: nelle steppe preistoriche dove si parlava protoindoeuropeo troviamo sepolture in cui i defunti maschi sono tutti imparentati tra loro, mentre le donne no, e provengono spesso da luoghi molto distanti.

Oltre che virilocale, la famiglia protoindoeuropea era anche chiaramente patrilineare, per cui beni e diritti si passavano in linea maschile, proprio come nella Roma antica e come in molte altre comunità storiche in cui si parlavano lingue indoeuropee. In alcuni casi la patrilinearità era così stringente che un uomo con sole figlie femmine era costretto a trovare stratagemmi perché un qualche maschio ereditasse il suo patrimonio. Ad esempio, secondo le leggi ittite (trascritte più di tremilacinquecento anni fa), un padre senza eredi maschi poteva offrire una dote a un uomo, solitamente povero (quando se lo poteva permettere, era piuttosto lo sposo a “comprare” la futura sposa offrendo ricchezze al padre) e detto antiiants ‘entrante/entrato’, cosicché sposasse la propria figlia e potesse perciò ‘entrare’ nella sua famiglia come erede. È probabile che questo genere di preoccupazione abbia origini preistoriche, dato che stratagemmi analoghi si trovano in varie altre tradizioni indoeuropee antiche, come anche quella greca: in alcune città-stato della Grecia antica, ad esempio ad Atene, ci si aspettava che la figlia di un padre senza eredi maschi sposasse lo zio o il cugino paterno più anziano, e generasse con lui un figlio, così da mantenere l’eredità all’interno del clan paterno.

A un occhio moderno, almeno per come lo ricostruiamo sulla base della tradizioni antiche, il patriarcato protoindoeuropeo può sicuramente sembrare un sistema problematico, quantomeno dal punto di vista di certi membri della famiglia, e in particolare delle donne (sicuramente lo era meno per gli uomini anziani). Giudicare una cultura diversa, e per giunta a migliaia di anni di distanza, non è mai corretto metodologicamente; tuttavia, è interessante notare come nelle tradizioni indoeuropee stesse si trovino diverse tracce del fatto che già nell’antichità – e probabilmente nella preistoria – ci fosse, se non una vera e propria critica al sistema patriarcale, quantomeno una certa coscienza dei suoi problemi potenziali. 

Diversi miti tramandati in lingue indoeuropee antiche raccontano infatti varianti di una stessa storia, che possiamo probabilmente ricostruire già per la comunità che parlava protoindoeuropeo nella steppa cinquemila anni fa: un dio celeste, probabilmente il patriarca della famiglia divina di nome *Diéus pəhtḗr ‘Cielo padre’ (da cui greco Zeús patḗr, latino Iuppiter e sanscrito Dyaús pitā́), commette un qualche tipo di abuso nei confronti della figlia, probabilmente da identificarsi con la dea *Háusōs ‘Aurora’, un abuso talmente grave da richiedere l’intervento degli altri dèi per fare giustizia. Ad esempio, nella variante indiana del mito, studiata approfonditamente dall’indologa Stephanie Jamison in un libro importante, si parla di incesto e di violenza sessuale, crimine per cui il dio Dyaús ‘Cielo’ (o alternativamente il dio Sū́ryas ‘Sole’) viene punito severamente dal dio Agnís ‘Fuoco’. Una possibile variante greca è il famoso mito del “Ratto di Persefone”: la dea Persefone, figlia di Zeus e della dea agricola Demetra, viene rapita e sposata contro la sua volontà da Ade, dio dei morti e fratello di Zeus, con il consenso di quest’ultimo (in alcuni testi invece è Zeus stesso a unirsi alla figlia Persefone), causando l’ira della madre Demetra, che costringe Zeus a tornare parzialmente sui suoi passi minacciando catastrofi per esseri umani e divinità.

Questi racconti mitologici sono stati trascritti in lingue diverse e in vari luoghi e momenti storici, e hanno infatti, oltre a molte corrispondenze, anche numerose differenze tra loro. Sembra chiaro però che in molte tradizioni indoeuropee, e probabilmente già presso la comunità che parlava protoindoeuropeo, ci fosse coscienza del fatto che l’autorità assoluta di un patriarca nei confronti dei membri della propria famiglia potesse portare ad abusi anche gravi, al punto da richiedere l’intervento di altri membri della famiglia o della comunità per fare giustizia. Non si tratta mai di una vera e propria critica, dato che i miti non sembrano mai presentare alternative all’organizzazione patriarcale, ma di una chiara consapevolezza del fatto che l’autorità del padre di famiglia non possa essere sempre infallibile e che quindi il patriarcato sia un modello non privo di problemi.

Ma era davvero così impossibile immaginare organizzazioni sociali alternative nella preistoria? In realtà potrebbero esserci tracce del contrario. Nella sua prefazione alla nuova edizione (appena uscita) del suo classico The Horse, the Wheel, and Language (pubblicato originariamente nel 2007), l’archeologo David Anthony ha proposto un’interpretazione innovativa di una delle migrazioni che diffusero le lingue indoeuropee tra Europa e Asia, nello specifico di quella che cinquemila anni fa portò delle persone a migrare dalla steppa pontica (presso cui si parlava protoindoeuropeo) verso est, attraversando duemila chilometri di steppe e arrivando fino alla catena montuosa dell’Altai, nei pressi della Mongolia odierna. Da questo che Anthony descrive come uno “straordinario atto di separazione” si sviluppò la cultura archeologica di Afanasievo, i cui cimiteri, con percentuali quasi identiche di scheletri maschili e femminili, ci permettono di ricostruire una società più inclusiva nei confronti delle donne rispetto a quella che ricostruiamo per le comunità delle steppe alla luce delle ultime scoperte archeologiche. Forse alcune persone sognavano una società diversa già migliaia di anni fa, quindi, e talvolta qualche cambiamento accadeva anche allora.

Riccardo Ginevra

Riccardo Ginevra è ricercatore di glottologia e linguistica all’Università Cattolica del Sacro Cuore.
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