Articolo
Dario Morgante

La guerra ai minori del governo Meloni

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Con il recente disegno di legge "anti maranza" e l’eredità del Decreto Caivano, il governo Meloni sta smantellando decenni di principi educativi. Piuttosto che affrontare la fragilità sociale nelle periferie, le nuove norme introducono la presunzione di imputabilità e trasformano l’emergenza giovanile in una pura questione di ordine pubblico. Alimentando un sistema che preferisce la custodia cautelare all’ascolto.

Quando, all’alba del 14 gennaio 2026, la Digos bussa alla porta di casa, Adam – nome di fantasia – ha ancora sedici anni e sta dormendo nella sua cameretta, a Torino. L’irruzione di dieci agenti sveglia l’intera famiglia. A esserne turbato  è soprattutto il più piccolo della casa, che scoppia in lacrime: ha dodici anni e non ha idea di cosa stia accadendo. “Non state arrestando un pericoloso narcotrafficante”, dice ai poliziotti Cristina, la madre dei due. Adam è uno dei cinque minorenni arrestati nell’ambito dell’operazione “Riot”, coordinata dalla Procura di Torino dopo gli scontri avvenuti nel corso del corteo del 3 ottobre 2025. Quel giorno migliaia di persone attraversano il capoluogo piemontese per protestare contro il genocidio a Gaza e contro il sostegno politico, economico e militare dell’Occidente a Israele. Il corteo punta verso le Officine Grandi Riparazioni, dove è in corso l’Italian Tech Week alla presenza della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del fondatore di Amazon Jeff Bezos. Lungo il percorso, i manifestanti raggiungono anche lo stabilimento torinese di Leonardo, il colosso italiano della difesa partecipato dal Ministero dell’Economia, considerato uno dei simboli della connivenza occidentale con il genocidio di Gaza. La tensione cresce nel corso del pomeriggio e davanti alle zone rosse predisposte dalla Questura si verificano scontri tra una parte dei manifestanti e le forze di polizia.

Adam non viene fermato quel giorno. Come gli altri quattro ragazzi – tutti minori -, viene individuato nei mesi successivi attraverso l’analisi delle immagini raccolte dagli investigatori, dalle quali si vedrebbe Adam in mezzo al caos, intento a lanciare una bottiglia vuota contro il cordone di polizia in assetto antisommossa. Per questo, l’ordinanza cautelare gli contesta, a vario titolo, i reati di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, danneggiamento e travisamento, ipotizzando un concreto rischio di reiterazione del reato. Il 14 gennaio scatta l’operazione della Digos: due minorenni vengono trasferiti nel carcere Ferrante Aporti, tre collocati in comunità. Tutti resteranno privati della libertà per mesi, tra carcere, comunità e arresti domiciliari, prima ancora che il processo abbia inizio.

Il mattino successivo, gli arresti aprono i siti e le pagine di cronaca locale. «Torino Cronaca», titola Quella violenza “sfoggiata” su TikTok: “Ragazzi più fragili e manipolabili”, definendo “maranza” i cinque minorenni arrestati. Il giorno successivo, «il Giornale» pubblica un articolo dal titolo Dammi i soldi o ti ammazzo. La violenza dei pro Pal a Torino. Nel testo viene introdotta la tesi secondo cui “intere zone cittadine” sarebbero “preda di baby gang formate da giovani e giovanissimi, il più delle volte maranza”. La testata aggiunge che questi giovani sarebbero “tra i componenti più esagitati delle manifestazioni di piazza” e collega direttamente questa rappresentazione agli arresti dell’operazione Riot. Anche «La Voce», il 16 gennaio, titola Guerriglia a Torino, i social li incastrano: arrestati i maranza della notte di violenza e nel sommario presenta gli arrestati come “otto ragazzi tra i 15 e i 20 anni”, sostenendo che per gli inquirenti non vi sarebbe “nessuna regia politica, solo rabbia e pulsioni criminali”. 

La soddisfazione per l’operazione di polizia prevale su qualsiasi interrogativo riguardo all’età degli arrestati. Nella narrazione pubblica quei cinque ragazzi cessano rapidamente di essere dei minori e diventano il volto di un’emergenza da esibire. I cinque indagati, peraltro, sono tutti adolescenti nati e cresciuti in Italia ma figli di famiglie con background migratorio. Uno è un minore straniero non accompagnato. Un altro, poi diventato maggiorenne, finirà persino in un Centro di permanenza per il rimpatrio. 

Il caso si inserisce in una trasformazione più ampia del discorso pubblico italiano. Nel suo libro La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza, Gabriel Seroussi osserva che “la figura del maranza incarna due delle categorie sociali più temute dalla maggior parte degli italiani: i giovani e le persone non bianche”. Per l’autore, il termine non nasce però come categoria etnica. Negli anni Ottanta era sostanzialmente sinonimo di “tamarro” e aveva una connotazione soprattutto classista. È dopo la pandemia che il “maranza” diventa una categoria nazionale, sempre più associata alla cronaca nera e alla devianza, assumendo una forte connotazione razziale. Il risultato è uno slittamento semantico: un’etichetta nata per descrivere uno stile e una sottocultura giovanile finisce per sovrapporre, nel discorso pubblico, età, appartenenza periferica, origine migratoria e presunta inclinazione alla violenza.

In questo processo, il modo in cui i media e la stampa raccontano la realtà ha un potere propulsivo, contribuendo a costruire e rafforzare le categorie attraverso cui viene letto il reale. Il 18 agosto «Tgcom24» titola Le chiese vandalizzate da maranza giovanissimi: l’ultimo caso nel Ravennate per raccontare cinque minorenni accusati di aver danneggiato una chiesa. Il 20 agosto «Il Tempo» titola Maranza in monopattino l’ultimo incubo dei turisti, definendo i protagonisti degli scippi nel centro di Roma “quei ragazzi nordafricani, arrivati in Italia come minori stranieri non accompagnati”. Il 21 agosto «Il Resto del Carlino», raccontando una serie di raid negli stabilimenti di Lido di Spina, titola Di giorno angeli, la notte maranza: sono ragazzini annoiati che hanno preso casa nei nostri lidi. La parola è tutt’altro che marginale nel linguaggio pubblico: secondo «la Repubblica», in un articolo del 18 agosto, la parola “maranza” risulta la seconda parola più cercata sul portale Treccani dall’inizio dell’anno, dopo “femminicidio” e prima di “fake news”.

Il linguaggio con cui una società racconta i propri adolescenti non rimane confinato a una (presunta) funzione descrittiva ma è capace di orientare le risposte che lo Stato decide di adottare, fino a tradursi in strumenti giuridici. Sotto il governo Meloni, questo processo ha attraversato prima l’allarme sulle baby gang, poi il decreto Caivano e, infine, il nuovo disegno di legge sull’imputabilità e sulle misure di prevenzione per i minorenni, presentato dal governo come stretta “anti-maranza”.Il nuovo disegno di legge è stato presentato alla Camera a luglio e assegnato alla Commissione Giustizia, ma l’esame non è ancora iniziato: con la pausa estiva dei lavori parlamentari, la discussione è di fatto rimandata alla ripresa di settembre. Con ogni probabilità, il dibattito sugli adolescenti costituirà uno degli snodi cruciali della propaganda per le elezioni del 2027. 

Se per decenni il diritto minorile aveva considerato il reato come il sintomo di una fragilità educativa, sociale e familiare da comprendere e affrontare, oggi il linguaggio della politica va nella direzione opposta. Infatti, per oltre trent’anni, dalla riforma del processo penale minorile del 1988 in poi, il carcere era stato progressivamente relegato a extrema ratio: un luogo residuale, da utilizzare solo quando ogni altra soluzione educativa fosse impraticabile. Oggi, quella tendenza sembra essersi invertita. A fotografare il cambiamento è l’ultimo rapporto di Antigone dedicato agli Istituti penali per i minorenni (IPM). Al 15 gennaio 2024, nei diciassette istituti italiani erano detenuti 496 ragazzi e ragazze, il dato più alto registrato da molti anni e il secondo aumento consecutivo dopo il rimbalzo post-pandemia. Per Antigone non si tratta di una semplice oscillazione statistica, ma dell’interruzione di una costante che aveva caratterizzato il sistema minorile italiano per decenni: la progressiva riduzione del ricorso alla detenzione. Ancora più significativo è capire chi riempie oggi gli IPM. Più della metà delle persone detenute è straniera o con cittadinanza non italiana e quasi sette detenuti su dieci non stanno scontando una condanna definitiva. Il 68,5 per cento delle persone presenti negli IPM si trova, infatti, in custodia cautelare in attesa del vero e proprio giudizio.

Per individuare il momento in cui la giustizia minorile italiana ha mutato direzione, bisogna tornare al settembre del 2023. Il brutale stupro di gruppo denunciato da due cugine di dodici e tredici anni nel Parco Verde di Caivano scuote profondamente il Paese. Per il governo, il fatto di cronaca diventa il pretesto per una più ampia revisione della giustizia minorile. “Chi aggredisce, chi rapina, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni”, dichiara la presidente del Consiglio nei giorni successivi. Con il decreto vengono ampliate le ipotesi di arresto per minori, aumentano i casi nei quali può essere applicata la custodia cautelare e si rafforzano gli strumenti coercitivi previsti dal processo penale minorile. È il primo tassello di un percorso che è culminato in questi mesi con la proposta di riforma della legge sull’imputabilità dei minori, ribattezzata da governo e stampa come “stretta anti maranza”.

Il disegno di legge, approvato dal Consiglio dei ministri il 23 luglio 2026, non si limita ad ampliare gli strumenti repressivi ma interviene sui principi cardine che, fino ad oggi, hanno regolato il rapporto tra lo Stato e gli adolescenti autori di reato. Il cuore della riforma riguarda l’imputabilità, cioè la possibilità di attribuire a una persona la responsabilità penale per un reato. Da quasi un secolo il diritto italiano prevede che, tra i quattordici e i diciotto anni, il giudice deve verificare caso per caso se il minore abbia raggiunto un grado di maturità sufficiente a comprendere il significato e le conseguenze delle proprie azioni. 

“Il D.P.R. 448 del 1988, considerato uno dei pilastri della giustizia minorile italiana, nasceva dall’idea che un ragazzo non fosse un adulto incompleto ma una persona in formazione, la cui responsabilità dovesse essere valutata alla luce della maturità psicologica, del contesto familiare e delle possibilità educative”, ci spiega Loris Antonelli, responsabile educativo di Antimafia Pop Academy. L’associazione ha sede a Roma e opera nelle scuole, nei quartieri popolari e nelle periferie della Capitale attraverso percorsi di educazione alla legalità, contrasto alle mafie e prevenzione della devianza giovanile. “I principi su cui si fonda il D.P.R. 448 non sono ideologici”, continua. “Sono il risultato di decenni di studi giuridici, psicologici e neuroscientifici sull’età evolutiva. L’adolescente è più esposto all’impulsività, è maggiormente influenzato dal gruppo dei pari e ha una minore capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni. È per questo che il diritto minorile è diverso da quello degli adulti”. 

Il governo propone ora di ribaltare questo impianto. Per i minori ultraquattordicenni l’imputabilità diventerebbe presunta, salvo prova contraria: non sarà più lo Stato a dover dimostrare che un ragazzo possiede la maturità necessaria per essere ritenuto penalmente responsabile, ma sarà la difesa a dimostrare il contrario. Il disegno di legge introduce anche nuovi strumenti repressivi affidati alle forze di polizia. Tra le misure più discusse figurano l’estensione ai minorenni del fermo di prevenzione, già introdotto da questo Governo per gli adulti a inizio 2026 (dopo gli scontri di Torino), il divieto di aggregazione nei confronti di gruppi ritenuti responsabili di comportamenti presuntamente intimidatori o violenti e l’inasprimento delle pene per alcuni reati commessi in gruppo. 

Per chi lavora ogni giorno con gli adolescenti delle periferie, la prevenzione della devianza non passa dall’inasprimento delle pene ma dalla costruzione di relazioni educative. “L’esperienza ci insegna che un ragazzo cambia se incontra adulti credibili, contesti educativi solidi e opportunità concrete”, osserva Antonelli. “Quando la prima risposta dello Stato diventa il diritto penale, si rinuncia a interrogarsi sulle cause che hanno prodotto quel comportamento”. 

Le reazioni alle prime bozze della proposta di legge sono state immediate. Save the Children ha avvertito che assimilare la responsabilità penale degli adolescenti a quella degli adulti “non serve” a contrastare la violenza giovanile e rischia di trasmettere il messaggio che la risposta agli errori dei minori debba essere la stessa prevista per i maggiorenni. L’Unione delle Camere Penali parla di una riforma che “incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile”, definendola un ulteriore tassello della strategia repressiva inaugurata con il decreto Caivano. Ancora più netto il giudizio del presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella: il governo “ha dichiarato guerra ai giovani”, dopo aver “massacrato la giustizia penale minorile” e contribuito al progressivo sovraffollamento degli istituti penali per minorenni. Numerosi magistrati minorili ed esperti dell’età evolutiva, infine, avvertono che la presunzione di imputabilità rischia di mettere in discussione uno dei principi che hanno reso il modello italiano un punto di riferimento internazionale.

A colpire, però, non è soltanto il contenuto delle norme. È il linguaggio che le accompagna. Una riforma della giustizia minorile viene presentata quasi esclusivamente attraverso il lessico della sicurezza, della deterrenza e della punizione. L’adolescente non è più il soggetto da comprendere e accompagnare verso il reinserimento sociale, ma soprattutto un potenziale autore di reato da punire, allontanare, neutralizzare. È questo, probabilmente, l’esito più evidente della crociata contro i minori promossa dal Governo Meloni.

Dario Morgante

Dario Morgante è laureato in giurisprudenza con specializzazione in diritto penale e ambientale. Da giornalista freelance si occupa di repressione, questione palestinese e giustizia sociale.

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