Articolo
Massimiliano Smeriglio

Oltre il mito di Nicolini: cosa può fare oggi una politica culturale pubblica

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Una riflessione dell’assessore alla Cultura di Roma sul lascito di Renato Nicolini, sul mito dell’Estate romana e su che cosa significhi oggi fare politica culturale pubblica in una città profondamente cambiata.

“E tu prendimi, portami con te
come un incendio nelle tue abitudini”.
Mariangela Gualtieri

Svolgo una funzione delicata e mi capita spesso che il nome di Renato mi risuoni in testa: a volte come incoraggiamento, altre per dirmi che siamo sulla buona strada, altre ancora per sottolineare ciò che manca. Nicolini ha svolto per nove anni la stessa funzione che svolgo oggi, con tre sindaci diversi. Una funzione a cui si sono dedicate personalità autorevoli, protagoniste del dibattito politico e culturale della città: Borgna, Di Francia, Croppi, Barca, Marinelli, Bergamo, Gotor, che avranno, immagino, sentito il medesimo rimbombo, la medesima responsabilità.

Come si può affrontare il mito? Accogliendolo.

Stiamo preparando una serie di iniziative per i cinquant’anni dell’Estate romana, cominciata formalmente il 25 agosto del 1977, quando alla Basilica di Massenzio venne proiettato Senso di Luchino Visconti.

E poi storicizzandolo: restituendo Renato al suo tempo, alla pienezza di un’esperienza politica collettiva.

Era, appunto, il 1977. La sinistra aveva consenso, egemonia, era plurale, colta, popolare; aveva un progetto di società, era tendenzialmente maggioritaria e, che fosse riformista o rivoluzionaria, aveva una vocazione di popolo. In questo contesto effervescente, l’architetto dell’effimero guardò alle avanguardie, compiendo un salto ambizioso: portarne la carica dissacrante nello spazio pubblico e fare spazio al Movimento del ’77, alle piazze piene e, contemporaneamente, dense di voglia di scontro. Anche tra le diverse sinistre. Massenzio divenne così un luogo d’incontro tra questi mondi, forse l’unico, in tempi belli, intensi e difficili.

Oggi la questione è semmai opposta. Circondati come siamo da individualismo, distanza e disincanto, la questione è compiere un salto verso il basso: provare a dialogare con le retroguardie, tornare a mischiare la polvere della strada con le utopie più improbabili, con i linguaggi più sperimentali. Mescolare con sapienza l’alto e il basso: qualcosa di buono può sempre accadere.

C’è però un tema da affrontare. Nel ricordare Nicolini non è sempre chiaro che cosa, esattamente, celebriamo.

Tra i campioni di questa celebrazione scarnificata, privata del corpo e della sua capacità di misurare cose e distanze, c’è una parte della sinistra “saputa”, divenuta inspiegabilmente futurista. Ama il gesto, la trovata, la mossa. Plaude all’intuizione individuale, all’atto creativo capace di squarciare per un momento il paesaggio ordinario. È diventata talmente estranea a una narrazione materialistica e popolare della società – terreno progressivamente lasciato alla destra – da non riuscire più a riconoscere la forza di un progetto collettivo. Subordinata alla battuta, incontinente, passa il tempo a fare l’elenco dei buoni e dei cattivi, fino a strangolarsi con le proprie mani, avvelenata dal sarcasmo.

Così Renato Nicolini, il buono per antonomasia, diventa il genio solitario dell’Estate romana.

Ma, purtroppo per loro, non è andata così. È andata molto meglio. C’era una robusta esperienza di governo della città. C’era il Partito comunista italiano, partito nel quale non ho mai militato, cosa che non mi impedisce di coglierne lo straordinario radicamento tra i ceti operai e popolari della città e la fortissima vocazione all’autoeducazione, all’emancipazione sociale e culturale. Litigavo spesso con mio nonno, facchino dei Mercati Generali e militante comunista, ma quella potenza, quella passione di appartenere a qualcosa di più importante delle singole vite, mi è rimasta addosso.

C’era una cultura politica. Ci sono stati Argan e Vetere. C’è stato soprattutto Luigi Petroselli, leader di quella stagione, e c’era Renato Nicolini: comunista, brillante, capace di intuizioni straordinarie che vivevano dentro un progetto politico complessivo. Separarle da quel progetto non significa rendere omaggio a Nicolini, significa amputarlo.

Roma era immersa negli anni di piombo e della paura, tra Cossiga e la legge Reale. Ma anche da una lunga e straordinaria stagione di lotte sociali, di elaborazione di nuovi immaginari e di riappropriazione. Credo che la campagna di Lotta Continua degli anni precedenti, “Riprendiamoci la città”, abbia influenzato il giovane assessore.

Riportare le persone nelle piazze, in centro, nei luoghi iconici; investire sulla creatività, sulla poesia, sul cinema, sulla bellezza significava contrastare il terrore e le bombe attraverso l’occupazione collettiva del centro della città. Non era decorazione, non era intrattenimento: era un progetto politico.

Insistere su un’immagine di Nicolini funzionale alle polemiche del presente è un errore: significa immaginare Nicolini senza il PCI, senza Petroselli, senza il conflitto sociale, senza il rapporto con i movimenti. Un elegante produttore di meraviglia urbana, capitato accidentalmente dentro una stagione di governo e di lotta dei comunisti romani. Comunisti che, per inciso, sapevano riconoscere e valorizzare ciò che ritenevano giusto anche quando era estraneo al loro portato culturale individuale.

Altro errore è commentare Roma senza osservare Londra, Berlino, Parigi, Venezia. Non per minimizzare, ma per capire la portata mondiale del fenomeno dell’estrazione forsennata di valore dallo spazio urbano. Altro errore ancora è confondere un tempo di lotte e speranze con il nostro, segnato piuttosto da resistenze dentro pantani di guerra, stermini e violenze statuali agite, rivendicate, ostentate.
Un Nicolini così solo è rassicurante. E soprattutto è innocuo. Non ci interroga sulla fatica di tenere insieme le cose, sulla pazienza della costruzione plurale, comune.

Può essere evocato con sufficienza contro qualsiasi cosa si faccia oggi, assunto come metro di paragone per una città e un tempo ormai lontani.
Una cosa possiamo dirla con chiarezza: la città di Nicolini non esiste più. Oggi viviamo in un’altra città, dentro un altro capitalismo. Onnivoro.
Le metropoli contemporanee sono diventate formidabili macchine di estrazione di valore. La macchina desiderante della città produce possibilità, connessioni, relazioni, pratiche, immagini e modi di vivere: è, in questo senso, una forza produttiva. La bioeconomia cerca continuamente di catturarne i flussi e trasformarli in plusvalore. E non succede soltanto nelle città: d’estate, in molte località di montagna o di mare, è persino peggio.

Nelle città ogni metro quadrato può essere messo a reddito. Vince la rendita parassitaria. Ogni differenza può diventare brand. Ogni esperienza può essere trasformata in consumo. Persino la creatività può essere messa al servizio della valorizzazione immobiliare.

Ricordo vaste aree del centro storico ancora popolate e popolari, nicchie di resistenza umana fuori mercato. Prima della globalizzazione, della gentrificazione e dell’iperturismo, che hanno trasfigurato il volto delle metropoli in tutto il mondo, mettendo a valore ogni mattonella, emozione, produzione artistica, presidio storico.

Ci troviamo così di fronte a un rompicapo difficile da sciogliere: come tenere insieme la massificazione dei consumi culturali e la qualità dell’esperienza, la cura, la tutela e la protezione. Senza vezzi elitari. Senza trasformarci nella borghesia illuminata che, inorridita, assisteva all’invasione di piazza di Spagna da parte dei proletari della Tuscolana all’indomani dell’apertura della metro A. Senza giudicare moralisticamente i 260 mila di Ultimo a Tor Vergata. E soprattutto senza far finta che il turbocapitalismo globale non abbia vinto la sua partita, imponendo ovunque il suo maglio. Almeno fin qui.

Ancora più complicato il seguito.

Un quartiere diventa creativo e aumentano gli affitti. Una piazza viene rigenerata e cambia il valore del suolo. Un evento di successo produce immediatamente rendita. È questa la morsa, maledettamente difficile da disarticolare. L’effimero, da solo, non è più necessariamente controcultura. Può essere perfettamente funzionale al mercato, come ogni altra esperienza di massa.

Questo è un nodo che Nicolini non ha dovuto affrontare. È il nostro assillo e spesso produce, nell’intellighenzia critica, falli di frustrazione: disabituata alla lotta di lunga durata, allo spazio di manovra, alle incursioni corsare, a vincere e a perdere, fatica a dare fiducia ai piccoli avanzamenti. Per questa intellighenzia, le amministrazioni locali o fanno il socialismo per decreto, in assenza di conflitto e lotta di classe, oppure sono colluse. In mezzo non c’è nulla.

C’è poi un altro aspetto, ancora più importante, distante anni luce dal contesto che Nicolini ha dovuto affrontare.

La cifra del nostro tempo è l’isolamento, insieme a un’esposizione continua di sé sui social, che rende l’ego perennemente in cerca di conferme. Una dipendenza dallo sguardo dell’altro che produce un’enormità di contenuti spesso inservibili. Like, commenti, rimbalzi: piccole dosi di gratificazione. L’obiettivo, come scriveva Giuditta Alessandrini, è mettere in comune il pensare e non il pensiero. Le vite si frammentano, il lavoro si individualizza, si impoverisce, perde di significato. Le relazioni diventano intermittenti. L’esposizione dei corpi può produrre più denaro di un posto in fabbrica o in un ministero, ponendoci quesiti complicatissimi, che non possono essere risolti con il paternalismo.

Le piattaforme organizzano il nostro tempo e una parte crescente del nostro immaginario. L’algoritmo ci propone ciò che ci somiglia, riducendo progressivamente la possibilità dell’incontro con l’inatteso. E trasforma in ricchezza per sé ogni nostra pulsione. Anche il consumo culturale viene individualizzato, parcellizzato, monetizzato.

Possiamo vedere tutto, ascoltare tutto, avere accesso a ogni cosa e, contemporaneamente, incontrare sempre meno persone. Anche quando siamo in migliaia nello stesso posto. La relazione è sempre più mediata dai social, dallo sguardo che rivolgiamo a noi stessi attraverso di essi. Non stare dentro un’esperienza, ma raccontare in tempo reale di esserci stati. Selfie alla mano.

Per questo abbiamo provato a porci una domanda diversa: come si costruisce oggi una domanda culturale condivisa e consapevole? Come si ricostruisce la dimensione collettiva dell’esperienza, quella capace di trasformare le coscienze e accrescere la consapevolezza individuale e collettiva? Come si passa dal consumo all’esperienza culturale?

Qui stanno la nostra convergenza e la nostra discontinuità con Nicolini.

La convergenza sta nell’idea che la cultura sia uno strumento per riappropriarsi della città, per dare nuovi significati agli spazi e rafforzare la coscienza dei luoghi e le identità locali. Riappropriarci della città significa, dunque, riconnetterci con una parte significativa e profonda di noi stessi e della nostra storia. La discontinuità sta nel fatto che oggi questa riappropriazione non può vivere soltanto nell’eccezionalità dell’evento. Deve produrre infrastrutture, continuità, prossimità, relazioni. Da qui il richiamo costante a Gianni Borgna, l’assessore che diede vita alla rete delle biblioteche e che, insieme a Bettini, contribuì a inventare e ristrutturare molte delle istituzioni culturali romane, dall’Auditorium in poi: quelle che ancora oggi frequentiamo. E da qui anche il richiamo al dibattito, voluto dal vicesindaco socialista Severi, tra effimero e permanente.

È questo il senso del lavoro che stiamo provando a fare.

La rete delle biblioteche, le aule studio, i poli civici. E poi Il Grande Freddo, OperaCamion, La Tempesta Silenziosa, Roma in Musica, le arene, Officina Pigneto, Roma Rivista e gli altri progetti disseminati nella città cercano di sollecitare questo tipo di partecipazione e di mettere in moto nuovi processi.

Una politica culturale pubblica deve costruire snodi, creare consuetudini, mettere i cittadini nella condizione di reclamare di più e meglio. Le mentalità e il senso comune si trasformano stando dentro il gorgo delle contraddizioni contemporanee, nelle realtà più complicate. Servono infrastrutture materiali e immateriali capaci di produrre senso e narrazione, ma soprattutto di rimettere insieme le persone. Dall’Idroscalo a Vigna Clara.

Non è una formula geografica. È un’idea di Roma, della sua mappa disarticolata e profondamente diseguale. Portare una delle quaranta arene oltre il luogo in cui hanno trucidato Pasolini è un gesto fortemente simbolico; farlo insieme alla comunità degli abitanti è il tratto principale del nostro agire. Proprio per evitare di estrarre valore e trasformare in palcoscenico luoghi in cui le persone vivono, lottano, resistono.

Significa immaginare una città policentrica, nella quale la qualità non sia un privilegio territoriale e l’accesso alla cultura non dipenda dal reddito, dal CAP o dalla capacità individuale di orientarsi nell’offerta culturale. Ovvero, dalla differenza di classe. Per questo la gratuità è importante: perché sottrae spazi ed esperienze alla logica del mercato e permette ai bisogni e ai desideri di ciascuno di trovare espressione.

Non come espediente promozionale, né come negazione del valore del lavoro culturale. Ciò che è gratuito per i cittadini è infatti sostenuto economicamente dall’amministrazione. Si tratta, piuttosto, di riequilibrare il rapporto tra valore d’uso e valore di scambio dei beni e dei servizi culturali. La gratuità come scelta di politica pubblica. Come abbassamento della soglia. Come possibilità di entrare senza dover prima dimostrare di appartenere al pubblico giusto.

Una biblioteca aperta, un’aula studio, un’arena, un concerto, un teatro che arriva in un luogo nel quale normalmente non arriva non sono soltanto servizi: possono diventare luoghi di cittadinanza. Perché una città non è una somma di individui che consumano servizi. Una città esiste davvero quando si dota di luoghi nei quali le persone possono riconoscersi reciprocamente e trasformarsi. Non essere un pubblico plaudente, ma diventare cittadinanza. È forse questo il punto sul quale dobbiamo spingerci più avanti.

Non ci interessa soltanto aumentare il pubblico della cultura. Ci interessa costruire cittadinanza attraverso la cultura.

La cittadinanza richiede tempo, ascolto, conflitto, partecipazione e anche forme di cogestione e responsabilità condivisa. Anche nell’intrattenimento. Forse, nel tempo dell’evento permanente, la vera discontinuità è la durata. E nel tempo della profilazione individuale, la vera innovazione è costruire qualcosa dall’esito imprevisto. Fare tutto questo con pudore. Persino in silenzio. La politica culturale dovrebbe avviare processi e poi avere anche la sensibilità di arretrare, lasciando spazio alle persone, alle associazioni, agli artisti, alle comunità. Creare relazioni, costruire fiducia, accettare la pluralità. E provare a tenersi lontani dalla tossicità che ormai divora una parte rilevante del discorso pubblico. 

Vale per la destra, quando trasforma la paura e il rancore in politica. Ma vale anche per noi.

C’è sempre qualcosa di più puro, più radicale, più innovativo, più partecipato, più adatto. E così l’astrazione di ciò che sarebbe meglio finisce per diventare il luogo nel quale ci si rifugia per non misurarsi con la fatica della trasformazione concreta. E della mediazione. Provarci, invece, significa scegliere. Scegliere interstizi, approssimazioni, piccole porzioni di bellezza che fanno respirare. Leggere un libro in trentamila non consuma nulla, libera semplicemente emozioni. Il cambiamento si misura anche nella contesa quotidiana sugli stati d’animo, in un tempo in cui sembrano prevalere paura, rancore e ripiegamento. Per questo bisogna storicizzare Nicolini. Rifiutare il santino per ritrovare l’assessore, il militante politico, l’animatore culturale. Il genio, certamente, ma anche la sua capacità di lavorare dentro una dimensione collettiva: i partiti, la coalizione, gli intellettuali, gli operatori culturali, i quartieri e soprattutto le migliaia di romani che furono parte di quell’esperienza. E poi avere il coraggio di tradurne la lezione nel nostro tempo. 

Allora la città doveva essere liberata dall’assedio della strategia della tensione. Oggi deve essere accompagnata verso un’uscita collettiva dalla dittatura della performance individuale. Allora bisognava tornare a occupare collettivamente lo spazio urbano come gesto pubblico e istituzionale. Oggi bisogna sottrarre pezzi della nostra vita alla solitudine organizzata dalle piattaforme e alla prevedibilità dell’algoritmo. Allora l’effimero poteva rompere l’ordine della città. Oggi, in città divorate dagli eventi for profit, dal consumo e dalla rendita, può essere rivoluzionaria persino la permanenza: lo stare, il disertare, il sottrarsi, il proteggere gli spazi comuni. È su questo che stiamo lavorando. 

Un polo civico che viene riconosciuto come proprio da un quartiere; un film; un tir che diventa palcoscenico al Quarticciolo, con il Barbiere di Siviglia ad accendere la meraviglia. O ancora, investire sulla memoria, sulla Resistenza, sulla toponomastica femminile o postcoloniale per cambiare il senso di parti della città.

Cerchiamo, insomma, di creare le condizioni pubbliche perché la città produca nuovamente esperienze collettive e trasformi se stessa senza lasciare nessuno indietro. Con meno mitologia e più infrastrutture, meno nostalgia e più presenza, meno pubblico pagante e più cittadinanza, meno algoritmo e più socialità. E magari anche meno rumore.

Perché la cultura, quando riesce davvero a cambiare una città, non ha bisogno di dichiararlo. È questo il nostro modo di rendere omaggio a Renato, continuando a lasciarci ispirare dalla sua esperienza. Ed è questo il compito, che richiama un passo dell’incipit di Q di Luther Blissett:

“Gli anni che abbiamo vissuto hanno seppellito per sempre l’innocenza del mondo. Vi ho promesso di non dimenticare. Vi ho portati in salvo nella memoria. Voglio tenere tutto stretto, fin dal principio, i dettagli, il caso, il fluire degli eventi. Prima che la distanza offuschi lo sguardo che si volge indietro, attutendo il frastuono delle voci, delle armi, degli eserciti, il riso, le grida. Eppure solo la distanza consente di risalire a un probabile inizio”.

Massimiliano Smeriglio

Massimiliano Smeriglio è politico, scrittore e docente universitario.

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