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Roberto Paura

La più grande paura di chi ama i libri è che essi vadano persi. Accadrà anche in futuro?

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I bibliofili hanno due grandi paure. La prima è che un appannarsi della vista precluda loro per sempre la possibilità di leggere: il celebre episodio della serie Ai confini della realtà, intitolato “Tempo di leggere”, ne propone una versione estrema, in cui un classico topo di biblioteca, unico superstite dell’olocausto nucleare, contento di avere finalmente […]

I bibliofili hanno due grandi paure. La prima è che un appannarsi della vista precluda loro per sempre la possibilità di leggere: il celebre episodio della serie Ai confini della realtà, intitolato “Tempo di leggere”, ne propone una versione estrema, in cui un classico topo di biblioteca, unico superstite dell’olocausto nucleare, contento di avere finalmente tutto il tempo per dedicarsi alla lettura, scopre che i suoi occhiali si sono rotti e il suo sogno si trasforma in un incubo. La seconda è che la propria biblioteca vada distrutta. Può avvenire in molti modi: un’inondazione, un terremoto, l’incuria che lascia i libri preda dei tarli, più spesso un incendio. Nel 1961 Aldous Huxley assisté in lacrime, impotente, al fuoco che, proveniente dalle colline boscose di Hollywood, divorò in pochi istanti la sua bellissima villetta di Doronda Drive e i circa quattromila libri della sua biblioteca. Filodemo di Gadara fu più fortunato: morì di cause naturali un secolo prima che la biblioteca da lui attrezzata con grandi sforzi a Ercolano, seguendo il modello del Giardino fondato da Epicuro ad Atene, finisse inghiottita dal fango e dalla lava dell’eruzione del Vesuvio dell’anno 79. Fu una perdita inestimabile per la civiltà: vi era conservata l’intera produzione della scuola epicurea, che il grande Lucrezio aveva potuto consultare per la redazione della sua grande opera, il De rerum natura.

Fu però una grande fortuna per noi che la villa di proprietà del potente Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Giulio Cesare, finisse seppellita nell’eruzione vesuviana. Nessun’altra biblioteca privata è giunta a noi dall’antichità, e i rotoli carbonizzati conservano ancora al loro interno il contenuto di opere andate completamente perdute. Un sogno, che però restituisce anche i contorni di una tragedia più vasta di quelle che possono ogni tanto colpire i collezionisti di libri: la perdita di un intero patrimonio culturale. Può accadere quando la scala del danno supera di gran lunga quella del singolo collezionista. La nostra vista può appannarsi, ma altri potranno ancora leggere quei libri al posto nostro, a meno che l’incapacità di leggere non diventi generalizzata: un timore espresso da Christopher Nolan nella sua Odissea, quando nella scena finale Ulisse rivela a Penelope che delle loro vicende resteranno solo i canti perché saranno scomparse le persone che sapevano scrivere. Riferimento all’Età Oscura che colpì il mondo greco negli anni immediatamente successivi alla guerra di Troia, quando la civiltà micenea decadde per motivi ancora oggi sconosciuti, forse per effetto delle invasioni dei celebri “popoli del mare”, forse per crisi economiche innescate da siccità e terremoti. Fatto sta che la scrittura fu dimenticata e dovette essere riscoperta, questa volta utilizzando l’alfabeto fenicio, mentre quello di epoca micenea, il Lineare B, andò perduto ed è stato decodificato solo in anni recenti. Quanto alla distruzione delle biblioteche, il rogo dell’immensa Biblioteca di Alessandria non avrebbe provocato una perdita inestimabile se non fosse stata preceduta e seguita, nel corso dei secoli, dalla distruzione di molte altre biblioteche, allorquando la cultura libresca andò perduta a favore del ferro delle spade e del legno delle croci. Anche del De rerum natura si persero le tracce a partire dall’età carolingia, quando pure alla corte di Carlo Magno si riprese a copiare le grandi opere dell’antichità; la sua fortunosa scoperta nell’abbazia di San Gallo nel 1417 rappresentò un’autentica rivoluzione culturale per il nascente umanesimo. 

La biblioteca eterna

Così il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi “Marcello Gigante” ha scelto di intitolare le giornate di studio dello scorso giugno culminate in un’affollata conferenza stampa al Palazzo Reale di Napoli: la biblioteca eterna è quella della Villa dei Papiri, il cui contenuto continua a sfuggirci dopo duemila anni. Dal 2023 gli americani hanno lanciato la “Vesuvius Challenge”, mettendo in palio diversi milioni donati da privati (tra cui l’immancabile Elon Musk con due milioni di dollari) per provare a decifrare il contenuto dei papiri carbonizzati attraverso l’ausilio dell’intelligenza artificiale. I primi risultati, attesissimi, sembrano mostrare la bontà della tecnica sviluppata da alcuni team impegnati nella competizione: per la prima volta è stato svolto lo srotolamento virtuale per intero e letto da capo a capo uno dei papiri, il PHerc. (la sigla sta per Papyrus Herculanensis) n. 1667. Non sono che frammenti, ma sufficienti a consentire di attribuirlo a Crisippo di Soli, successore del fondatore della scuola stoica Cleante, di cui sono stati rinvenuti altri frammenti nella Villa dei Papiri. Questo, in particolare, sarebbe un tratto sull’etica. Non solo: la tecnica ha permesso di attribuire titolo e autore a un altro papiro, il PHerc. 139: si tratta del libro 8 dell’opera Sugli dei di Filodemo di Gadara. Ciò richiederà probabilmente di riscrivere l’edizione recente (2022) del trattato curata da Marzia D’Angelo e pubblicata nella prestigiosa collana “La Scuola di Epicuro”, che Marcello Gigante istituì nel 1978 con l’obiettivo di pubblicare edizioni critiche di tutte le opere man mano ricostruite dalle ceneri di Ercolano. 

L’attenzione mediatica internazionale che circonda i papiri ercolanensi è comprensibile. Quando furono scoperti per la prima volta, nell’ottobre 1752, si trattava dei primi papiri di età romana giunti fino ai nostri giorni. Si dovette attendere la fine del XIX secolo per il rinvenimento dei papiri di Ossirinco, che riportarono alla luce testi perduti di età greca e le più antiche edizioni conosciute di frammenti dei poemi omerici, dei trattati di Euclide e dei Vangeli sinottici, insieme a vari vangeli non canonici. Nel secondo dopoguerra, la scoperta dei manoscritti del Mar Morto, appartenuti alla setta ebraica degli Esseni, e dei codici di Nag Hammadi, di provenienza gnostica cristiana, rivoluzionarono gli studi sul cristianesimo antico e provocarono un terremoto culturale. Grande è dunque la speranza che le nuove tecniche d’intelligenza artificiale ci restituiscano, custodite nei rotoli inceneriti di Ercolano, importanti opere perdute dell’antichità. 

Analoghe speranze mossero i primi tentativi di decifrazione nel Settecento. “Vicino alla Real villa di Portici, nel fondo di un pozzo, ottantasei palmi sotto terra, essendosi ritrovati alcuni pezzi di marmo ed essendovi tradizione che altre volte ci si trovarono alcune statue, fece il re lateralmente cercare con far cavare alcune vie ad uso di mine. Non molto si lavorò che si trovarono frammenti di due grandi statue equestri”: così riporta un testo del 1748 sul rinvenimento della città di Ercolano per iniziativa di Carlo III, che subito fece sequestrare l’intera area per evitare i saccheggi dei privati e porla sotto la propria tutela. Qui, nell’ottobre 1752, furono riportati alla luce “numerosi volumi di carta, ma ridotti in carbone”, come comunicò in una lettera inviata alla Royal Society of London Camillo Paderni, conservatore del Real Museo di Portici appena istituito dal re per valorizzare quelle scoperte. Per la verità, non si capì subito di cosa si trattasse. All’inizio apparvero semplicemente come tizzoni di carbone senza alcun valore. Fu Paderni a convincersi di leggere su alcuni di essi dei segni che sembravano quelli di una scrittura. Messi controluce, fu possibile confermare che riportavano scritte in greco: erano volumina, ossia rotoli di papiro. Se ne portò alla luce un’intera collezione, archiviata in una stanza all’interno di nicchie, con i papiri disposti a piramide: tre alla base, due nello strato intermedio, uno in cima per complessivi 600 rotoli circa (le stime vanno da 650 ai più di 1.100, conservati oggi in 1.840 frammenti). Si sapeva che alla “corte” della villa di Pisone viveva come suo protégé il filosofo Filodemo di Gadara, che lì vi aveva messo su un circolo epicureo, per cui l’esistenza di una biblioteca a Ercolano era desumibile da fonti storiche. La carbonizzazione aveva fatto sì che i papiri, tipicamente soggetti a smembramento nel corso del tempo per effetto dell’umidità, restassero conservati per millesettecento anni; analogamente, i rotoli di Ossirinco e di Qumram e i codici di Nag Hammadi sono sopravvissuti grazie alle sabbie del deserto, che li hanno conservati asciutti per duemila anni. Ma, a differenza di questi, la lettura dei papiri ercolanensi si rivelò tutt’altro che agevole, come Paderni scoprì con grande irritazione distruggendone diversi nel tentativo di srotolarli. L’effetto di carbonizzazione che li aveva preservati era anche la causa della loro refrattarietà allo srotolamento. 

Fu chiamato a prestare consulenza anche il leggendario principe di Sansevero, Raimondo di Sangro, noto per il suo laboratorio chimico: ma i tentativi di trattare i rotoli col mercurio, considerato in alchimia un solvente universale perché elemento primordiale, si rivelarono vani. Occorreva pazienza: e ci si ricordò di un uomo molto paziente che lavorava alla Biblioteca Vaticana, l’abate scolopio Antonio Piaggio, esperto calligrafo. Carlo III riuscì per tramite dell’ambasciatore napoletano a Roma a convincere il papa a prestarglielo, ma si trattò di un prestito a vita perché padre Piaggio, giunto a Portici otto mesi dopo la scoperta dei papiri, vi rimase fino alla morte nel 1796, oltre quarant’anni dopo, fino all’ultimo impegnato nelle operazioni di srotolamento attraverso un’ingegnosa macchina da lui messa a punto allo scopo, che si avvaleva di cilindri mossi a mano e a pedali. L’operazione fu svolta a lungo in condizioni penose: dapprima per gli ostacoli frapposti da Padermi, dipinto da Piaggio nel classico ruolo del burocrate invidioso impegnato nell’esclusivo scopo di escogitare nuove angherie nei confronti del “papa straniero”, a cui aveva giurato di far vomitare “ora il sangue ora l’anima”; dappoi perché la trascrizione del testo fu svolta con l’ausilio di un accademico, Nicola Ignarra, vecchio e miope, che aveva fornito Piaggio – a sua volta ignorante di greco – di un dizionario per poter almeno leggere le lettere e dettagliele, “io senza intendere e scrivendo esso senza vedere”, ammetterà il padre scolopio. 

La prima opera svolta conteneva frammenti del quarto libro di un’opera, La musica, di Filodemo di Gadara. Nel 1761 erano stati svolti in tutti quattro rotoli, tutti sempre firmati da Filodemo su temi quali musica, retorica, vizi e virtù. Il grande storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann, diventato in quegli anni sovrintendente alle antichità a Roma, espresse tutta la sua delusione in uno scritto sull’argomento, nel quale rivelò le sue speranze di trovare i libri perduti di Diodoro Siculo o dello stesso Aristotele, magari le tragedie perdute di Sofocle ed Euripide. Niente di tutto questo: Filodemo, sempre Filodemo, quel “greco lascivo”, come lo aveva apostrofato il sempre generoso Cicerone (evidente canzonatura dell’edonismo epicureo), “compagno di bagordi” di Pisone. “Che ci importa di una lagna bizzarra e mutila contro la musica?”, si chiedeva Winckelmann. Gli intellettuali napoletani gli risposero per le rime (“un Goto divenuto antiquario a forza di pratica”) e Winckelmann a Portici non si fece più rivedere (finirà poco dopo assassinato in circostanze equivoche a Londra).

Qualcos’altro, nel frattempo, venne fuori: tra il 1793 e il 1855 le sontuose pubblicazioni nazionali dei testi ercolanensi promosse dal Regno di Napoli, in undici tomi per complessivi 19 papiri, rivelarono, oltre ai testi di Filodemo, anche frammenti degli epicurei Polistrato e Demetrio Lacone, e un testo in latino, il Carmen De bello Actiaco sulla battaglia di Azio. Ma soprattutto furono svolti papiri contenenti alcuni dei 37 libri dell’opera più importante di Epicuro, La natura, andata completamente perduta e conosciuta solo nel titolo delle testimonianze di Diogene Laerzio e Cicerone: opera che espone la teoria atomica di Epicuro, che in seguito, riscoperta in età moderna per tramite di Lucrezio, avrebbe enormemente influenzato la nascente rivoluzione scientifica. Allora come oggi, le nuove scoperte furono il risultato di un generoso finanziamento straniero, quello del principe di Galles, futuro Giorgio IV, che dopo la caduta della sventurata Repubblica napoletana del 1799 e il ritorno a Napoli dei rotoli che Ferdinando IV aveva portato con sé in Sicilia (nell’operazione ben sessantanove finirono distrutti) finanziò in toto le operazioni di svolgimento attraverso trenta esemplari della macchina Piaggio sotto la direzione del cappellano personale del principe, il reverendo John Hayter. Questi, per la verità, frustrato come Winckelmann dal fatto che i papiri rivelassero solo filosofia e non, magari, le decadi perdute di Tito Livio, nel 1806, quando le armate di Napoleone tornarono a Napoli, decise di seguire in Sicilia re Ferdinando anziché restare con i papiri, che questa volta erano rimasti a Portici, preferendo la bella vita di corte; tre anni dopo, avendo tentato di rapire da un convento una ragazza di cui si era invaghito, fu fatto rimpatriare in tutta fretta in Inghilterra.  

La biblioteca scomparsa

Gli studiosi sono oggi convinti che una parte, la più antica, del corpus della Villa dei Papiri risalga al Giardino fondato dallo stesso Epicuro ad Atene nel IV secolo a.C. Le prime biblioteche della civiltà greca furono allestite dai grandi filosofi delle scuole ateniesi, come quella di Aristotele. Alla morte di Epicuro il suo Giardino e le relative pertinenze erano passate al suo successore, Ermarco. Non si trattava di grandi spazi ma di “stanzucce” riservate alla lettura per gli iniziati, a deposito e a laboratorio per la trasmissione dei testi. Il ristretto locale della Villa dei Papiri doveva ricalcare esattamente lo stanzino dell’originaria biblioteca del Giardino. Parte del suo contenuto dovette in qualche modo essere recuperato dopo la conquista romana per finire nella sontuosa villa di Pollione. 

Pratica diffusa tra i romani, quella dell’acquisizione di intere biblioteche come “bottino di guerra” destinato a famiglie politiche facoltose. Dopo la vittoria di Pidna, la biblioteca del re macedone Perseo era stata portata a Roma dal generale Lucio Emilio Paolo e donata ai figli, amanti delle lettere. Sappiamo inoltre che Silla riportò da Atene, dopo la sua conquista, la biblioteca di Apellicone di Teo. Si trattava di uno dei più ambiti tesori librari dell’antichità, perché vi erano confluiti i resti della biblioteca di Aristotele. I libri dello Stagirita, infatti, dopo la sua morte erano dapprima passati al discepolo Teofrasto e poi, per lascito testamentario di quest’ultimo, a Neleo di Scepsi, che nella sua città natale era andato a nasconderli, sottraendosi alle profferte del faraone Tolomeo Filadelfo, che sperava di portarli ad Alessandria (Neleo gli diede solo libri posseduti da Aristotele, ma non quelli scritti di suo pugno). Lì rimasero, preda dell’umidità e destinati a deteriorarsi e distruggersi, finché due secoli dopo un discendente ne vendette i resti al collezionista Apellicone, che Strabone definiva “bibliofilo più che filosofo”: ma certamente il suo amore per i libri dovette essere intenso, perché quando arrivarono i soldati romani preferì morire tra i suoi libri piuttosto che vivere senza. Silla li trasferì nella sua residenza di Cuma, trasmettendoli poi in eredità al figlio Fausto, generale di Pompeo. Questi però, sommerso dai debiti, si trovò in seguito a dover vendere la biblioteca e così gli ultimi resti della leggendaria biblioteca di Aristotele andarono dispersi.

Una biblioteca specializzata in filosofia greca era quella che Lucullo aveva portato nella sua villa del Tuscolo dopo la sua vittoria su Mitridate: la vastità della biblioteca del re del Ponto attirò tutta l’élite romana, e Catone e Cicerone si incontrarono per caso tra gli scaffali, l’uno intento a consultare rotoli di autori stoici, l’altro per cercarvi i commentari di Aristotele. Sempre al Tuscolo anche Cicerone aveva una sua villa, che aveva arricchito di una biblioteca frutto perlopiù di donazioni, non possedendo mai denaro sufficiente per ingenti acquisti librari (per anni negoziò con Attico l’acquisto di un fondo proveniente forse da Atene, ma non se ne fece niente perché la somma era troppo alta, anche se Cicerone lo pregò di non venderlo a nessun altro). Parte di quel patrimonio fu saccheggiato dopo la sua morte per ordine del secondo triumvirato. 

Non si trattava di biblioteche aperte al pubblico. La prima di questo tipo è anche la più celebre: la biblioteca del Museo di Alessandria, costruita in età ellenistica. La dinastia dei Tolomei vi fece raccogliere un patrimonio librario stimato in mezzo milione di rotoli e impose che venissero ricopiati tutti i libri trovati nelle navi che facevano scalo ad Alessandria, trattenendo gli originali e restituendo solo le copie. Cesare, che pure aveva meditato a quanto sembra di trasferire la biblioteca di Alessandria a Roma (un’operazione a cui forse si ispirò Napoleone quanto cercò di portare a Parigi l’intero archivio vaticano), fu considerato a lungo da diversi autori responsabile della distruzione della grande biblioteca, a cui avrebbe fatto appiccare il fuoco durante la guerra civile per liberarsi dall’assedio navale portato dagli alleati di Pompeo. Ma poiché abbiamo testimonianze molto più tarde sulla perdurante attività del Museo e dell’annessa biblioteca, oggi si ritiene che a prendere fuoco furono solo alcuni magazzini portuali che dovevano contenere i rotoli provenienti dalle navi in attesa di essere copiati o restituiti in copia ai proprietari. 

La fine vera e propria avvenne in varie fasi. La prima, la principale, durante il conflitto tra Zenobia, regina di Palmiria, resasi indipendente da Roma nel III secolo, e l’imperatore Aureliano, impegnato in una grande campagna di riconquista dell’Egitto: nel corso del conflitto, un grande incendio nel quartiere del Bruchion trasformò il Museo e la biblioteca in un deserto. Seguì in sacco della città a opera di Diocleziano e, nel 391, la distruzione del Serapeo, il tempio di Serapide, con il suo ricco contenuto di papiri, da parte del vescovo Teofilo in un eccesso di zelo anti-pagano (analoghi eccessi portarono venticinque anni dopo alla lapidazione di Ipazia, figlia dell’ultimo direttore della biblioteca alessandrina). Come racconta Edward Gibbon richiamandosi a una testimonianza di Paolo Orosio, “circa vent’anni dopo la vista degli scaffali vuoti eccitava il rimpianto e lo sdegno di ogni spettatore che non avesse la mente del tutto ottenebrata dai pregiudizi religiosi”. Infine, nel 640 il generale maomettano Amr ibn al-As sottrasse Alessandria ai bizantini dell’imperatore Eraclio. Al califfo Omar chiese cosa fare dei tanti rotoli ritrovati nell’ultimo nucleo della biblioteca. La risposta fu netta: “Se il loro contenuto si accorda con il libro di Allah, noi possiamo farne a meno, dal momento che, in tal caso, il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme rispetto al libro di Allah, non c’è alcun bisogno di conservarli. Procedi e distruggili”. Occorsero, a quanto si disse, sei mesi per riuscirci.

“Un filo sottile collega i vari, e in larga parte vani, sforzi del mondo ellenistico-romano di mettere in salvo i propri libri”, ha scritto Luciano Canfora, che alla distruzione della biblioteca alessandrina ha dedicato uno dei suoi capolavori, La biblioteca scomparsa (1986). “Tutto comincia con Alessandria: Pergamo, Antiochia, Roma, Atene non sono che repliche” (così in un suo successivo saggio sulle biblioteche ellenistiche). Ciò che ci è rimasto non proviene dalle grandi biblioteche dell’antichità, ma dai centri minori dove copie superstiti sopravvissero al naufragio per essere trasmesse dai monaci dell’abbazie benedettine e dai maestri della Casa della Sapienza di Baghdad. 

L’Officina dei Papiri

Il risveglio dell’attenzione nei confronti dei papiri ercolanensi si dovette a Marcello Gigante, che dopo un’esperienza a Trieste, dove aveva insegnato filologia bizantina, era stato chiamato a Napoli nel 1968 come docente di Grammatica greca e latina, istituendo poi nel 1970 la prima cattedra di Papirologia ercolanense. L’Officina dei Papiri doveva aveva lavorato padre Piaggio, da Portici, era già stata spostata da tempo a Napoli, prima nella sede dell’attuale Museo archeologico e poi, per iniziativa di Benedetto Croce, insieme al resto della biblioteca nazionale, nell’attuale sede di Palazzo Reale. Ma all’arrivo di Gigante a Napoli versava in stato comatoso e il suo contributo determinante fu quello di istituire un centro internazionale di studi, nato nel 1969 e oggi a lui intitolato. Si iniziarono a erogare borse di studio per l’edizione dei testi, si acquistarono microscopi per la lettura dei papiri, si istituì una rivista con uscite annuali, si iniziò la pubblicazione della collana “La Scuola di Epicuro”. Si riuscì, soprattutto, a convincere le autorità a riprendere, a partire dalla fine degli anni Ottanta, gli scavi nella Villa dei Papiri. Al liceo il mio professore di greco, che aveva dedicato la tesi di dottorato a un’edizione critica del PHerc. 1055, contenente un’opera sugli dèi di Demetrio Lacone, maestro di Filodemo, ci raccontava ancora l’emozione di quando, al Congresso Internazionale di Papirologia di Napoli del 1983 Gigante annunciò la nuova campagna di scavi. La villa è stata infatti scavata solo in parte e i suoi tre livelli, adagiati su terrazzamenti naturali che all’epoca degradavano verso la spiaggia, non sono stati ancora completamente esplorati. A oggi la villa è ancora chiusa al pubblico per interventi di scavo in corso. La speranza di ritrovare altri nuclei papiracei non è venuta meno. Di sicuro doveva esistere anche una biblioteca in latino, dato il rinvenimento di rotoli in quella lingua su tematiche diverse dalla filosofia epicurea. Era, questa, una caratteristica delle biblioteche romane: tutte le sette biblioteche pubbliche istituite a Roma sotto l’impero (l’ultima da Triano) possedevano una sezione in greco e una in latino. Così anche quelle private, stando a quanto afferma Trimalcione nel Satyricon di Petronio, vantandosi di possedere “due biblioteche complete, una greca e una latina”. 

Le attività dell’Officina dei Papiri proseguirono per quasi due secoli utilizzando il metodo Piaggio. Tutti i tentativi fatti nei decenni a venire per sostituirlo con metodi più pratici andarono a vuoto. Negli anni Cinquanta Vincenzo Ariangio Ruiz, presidente dell’Accademia dei Lincei, interessò la Montecatini, che si fece prestare alcuni papiri trattandoli con varie soluzioni chimiche nella speranza di aprirli. Fu tutto inutile. Si dovette attendere gli anni Ottanta perché un team norvegese riuscisse a sviluppare una soluzione di gelatina e acido acetico in grado di staccare gli strati del rotolo. Il “metodo osloense”, come fu chiamato, non permetteva di svolgere l’intero rotolo come il metodo Piaggio, ma lo apriva pezzo dopo pezzo, richiedendo poi di incollare i singoli pezzi su carta giapponese, come in un puzzle. Dai primi anni Duemila anche questo metodo è stato abbandonato a favore della tomografia, che permette di leggere i rotoli senza svolgerli, con il problema però di dover ricostruire a posteriori i diversi strati di scrittura, dato che l’immagine tomografica, pur penetrando in profondità, non consente di precisare la posizione della scrittura rispetto all’esterno (la “scorza”) o al nucleo (il “midollo”) del rotolo.  

Ci si mise di mezzo anche la barbarie moderna. L’ultimo conflitto mondiale distrusse molto a Napoli. Nel terribile settembre 1943 i nazisti diedero alle fiamme 532 volumi dell’Archivio di Stato di Napoli, che erano stati trasferiti in un deposito a Nola per metterli al riparo dai bombardamenti. Andarono completamente perduti, tra gli altri, i volumi della Cancelleria Aragonese, privando gli storici di una fondamentale fonte storica. Nel rogo che i tedeschi appiccarono all’Università il 12 settembre venne distrutto anche il manoscritto di Bernardo Quaranta che aveva tentato una ricostruzione dell’intera Poetica di Filodemo. Come per una legge del contrappasso, le successive devastazioni in Germania portarono alla scomparsa di un analogo manoscritto di 273 pagine. Solo nel 1993 si è potuta pubblicare un’edizione del quinto libro dell’opera, mentre Francesco Sbordone, maestro di Marcello Gigante, ci ha lasciato traduzioni di molti frammenti del quarto libro. Una dimostrazione moderna di quanto facilmente possano andare perdute testimonianze storiche del passato. 

La fine della lettura

La scomparsa della biblioteca della Villa dei Papiri nell’immensa catastrofe del 79 fu solo un episodio, apparentemente trascurabile, nella lunga storia della trasmissione dei testi antichi. Copie dei testi della scuola epicurea dovettero sopravvivere, dato che l’obiettivo di Filodemo e dei suoi successori era quello di diffonderli per l’impero. Come accadde allora che di questi testi, e di moltissimi altri, si siano perse completamente le tracce con la fine del mondo antico? La risposta più semplice e banale chiama in causa le invasioni barbariche, la distruzione delle città dell’impero – tra cui la stessa Roma – e delle loro biblioteche, con la conseguente perdita di un’immensa quantità di opere. Ma da quando Peter Brown, con il suo libro Il mondo tardo antico (1971), mise in discussione l’idea di una frattura radicale tra mondo antico ed età medievale preferendogli l’idea di una “rivoluzione religiosa e culturale”, gli storici sono stati chiamati a fornire risposte più precise. 

Oggi siamo a nostro agio con l’idea che quel lungo “declino e caduta” dell’Impero romano narrato da Edward Gibbon con la sua prosa avvincente fu percepito molto tardivamente dai contemporanei, e ancora agli inizi del V secolo gli abitanti di Roma – e persino di aree remote come quelle della Mosella – credevano di vivere una nuova età dell’oro. Così ci ricordano, di recente, Peter Heather e John Rapley in un best-seller molto letto in America, La caduta degli imperi (2023), il cui sottotitolo, “Roma e il futuro dell’Occidente”, restituisce l’idea persistente di un crollo che giunge all’apice della civiltà.  “Il massimo ideale era costituito dall’uomo che si era modellato e levigato come una statua consacrandosi ai classici antichi”, scrive Peter Brown del mondo tardoantico. L’ideale che di lì a poco sarebbe invalso, quello del santo, “il vescovo cristiano con la Bibbia aperta, l’evangelista ispirato chino sulla pagina, sono discendenti diretti del ritratto tardo antico del letterato”. Continuità, dunque, non discontinuità, nella trasmissione della cultura classica durante il passaggio verso il mondo cristiano. Ma pur sempre un passaggio. Il vero cambiamento che si verificò con la trasformazione del mondo mediterraneo in una società completamente cristiana fu “una rapida semplificazione della cultura”. Secondo Brown, alla fine del VI secolo “la cultura dell’uomo della strada cristiano divenne per la prima volta identica a quella dell’élite dei vescovi e dei governanti”, l’élite secolare sparì e il tempo libero cedette il posto alle occupazioni ecclesiastiche da un lato, militari dall’altro. Semplicemente, non c’era più tempo per l’otium romano e quindi per leggere e scrivere per puro diletto o cultura. In sogno, San Girolamo fu rimproverato nientemeno che da Cristo in persona perché passava troppo tempo a leggere Cicerone. 

Ancora all’epoca di Costantino si contavano a Roma 28 biblioteche pubbliche (anche se il numero insospettisce gli storici). Alcune erano già bruciate: sotto l’impero di Commodo fu il destino di quella del Campidoglio. Ma i barbari non distrussero per intero il patrimonio librario della capitale imperiale. Le biblioteche a Roma rimasero sostanzialmente intatte. A crollare fu il numero di fruitori, insieme alla loro capacità di maneggiare quella cultura sterminata. Ammiano Marcellino scrive che le biblioteche di Roma “sono chiuse per sempre come se fossero tombe”. Brown racconta: “A un vescovo spagnolo bisognava che fosse un angelo a dire dove poteva trovare il testo che gli occorreva negli abissi della biblioteca papale”. 

All’apice dell’impero, nel II secolo, “le opere degli scrittori greci e latini potevano essere acquistate nelle librerie dell’odierna Francia come in Nordafrica, in Spagna come nell’Oriente ellenizzato” precisava Tonnes Kleberg in un saggio del 1975 su Commercio librario ed editoria nel mondo antico. Ancora nel 400 d.C. la Vita di Martino di Sulpicio Severo divenne un best-seller in tutto il mondo romano. “Postumiano era in viaggio verso l’Africa, e voleva fare agli amici di laggiù una sorpresa con questa notevole novità letteraria, ma al suo arrivo scoprì che questa era già arrivata a Cartagine, ad Alessandria, in tutto l’Egitto, perfino nel deserto”. Tuttavia, tra il IV e il VI secolo il pubblico di testi classici si ridusse sensibilmente. Era ormai costituito quasi esclusivamente dall’aristocrazia senatoria, ultima sacca di resistenza dell’antica religione e dei costumi antichi: un’élite chiusa e ristretta, disinteressata a produrre opere nuove. Nel mondo tardoantico i membri dell’amministrazione imperiale non provenivano quasi più dalle fila dell’élite intellettuale, ma da quelle dei tecnici: militari, giuristi, economi. Ancora alla corte ravennate di Teodorico la cultura classica fu tenuta in vita da Boezio e Cassiodoro; quest’ultimo, insieme con papa Agapito, farà fondare una nuova biblioteca, nucleo di un progetto di università che non vedrà mai la luce. Le guerre gotiche avrebbero rappresentato il colpo di grazia per il patrimonio culturale custodito in Italia e relegato le rimanenze nella grande biblioteca imperiale a Costantinopoli. 

“La capacità di leggere e scrivere, e l’importanza della parola scritta, certamente non scomparvero nell’Occidente post-romano”, ammette Bryan Ward-Perkins, le cui tesi su La caduta di Roma e la fine della civiltà (2005) sono molto critiche rispetto all’interpretazione “continuista” di Brown. “D’altro canto, il diffusissimo uso della scrittura, e in particolare il suo impiego a fini occasionali, così caratteristico dell’età romana, è molto meno documentato nei secoli che seguirono la caduta dell’impero”. Le oltre 11.000 iscrizioni ritrovate a Pompei, molte delle quali incise sui muri da parte di comuni cittadini, testimoniano che la civiltà romana era mediamente alfabetizzata. Casi simili di scritture di uso comune sono state ritrovate in ogni angolo del mondo romano, anche nella lontana Britannia. Ma quando, nel 518, ascese al trono imperiale d’oriente il generale Giustino, zio di Giustiniano, Procopio annotò che era analfabeta, “primo caso fra i Romani”. Non però l’ultimo: Carlo Magno, racconta Eginardo, si esercitava a scrivere la sera quando non riusciva a prendere sonno, e aveva sotto il cuscino delle tavolette per fare pratica, ma non risulta che fosse mai giunto a padroneggiare la scrittura, benché ne cogliesse l’utilità. 

Non è un caso, scriveva il grande Santo Mazzarino nel suo magnum opus, Il pensiero storico classico (1966), se sia arrivata fino a noi una parte notevole della letteratura latina cristiana del III secolo ma assai meno di quella pagana. Infatti già all’epoca “un pubblico non esiguo leggeva gli autori cristiani, mentre i ceti dirigenti leggevano autori pagani”. Con il declino di quest’ultimo tipo di pubblico, i librai dovettero rinnovare il loro repertorio e sostituire sempre più ai testi degli autori classici greci e latini i nuovi autori cristiani. Anche così, comunque, non poterono evitare l’inevitabile: con la nascita degli scriptoria dei monasteri la produzione libraria prese a spostarsi dalle botteghe laiche ai centri ecclesiastici, cosicché ai vecchi produttori e commercianti di libri si rivolgeva ormai solo una specie in via di estinzione, “quel pubblico tradizionale d’élite, magari cristianizzatosi ma in via di scomparire insieme alla sua cultura classica ed ai suoi libri”, osserva lo storico Guglielmo Cavallo. “Una volta scomparso quel pubblico, sarebbero scomparse anche le botteghe librarie laiche”. 

Il tracollo culturale, ieri e oggi

In un testo dedicato a La tradizione epicurea (1992) Howard Jones conferma sostanzialmente il giudizio negativo dei suoi predecessori anglosassoni sulla qualità delle opere di Filodemo, il quale “nonostante la prolifica attività di insegnante e commentatore, era forse più famoso presso i suoi contemporanei come autore di epigrammi greci in distici elegiaci (…). I suoi trattati appaiono precisi e puntuali. Ciò nondimeno, essi non apportano all’epicureismo alcun contributo originale”. Lo storico della scienza Lucio Russo non se ne stupisce, poiché “la svalutazione dei contenuti rispetto alle forme della loro trasmissione è una caratteristica tipica dei periodi di grave declino culturale”. Nel suo ultimo libro prima della sua scomparsa lo scorso anno, intitolato Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo: 146-145 a.C., Lucio Russo prova a rispondere a una domanda rimasta inevasa al termine del suo libro più noto, La rivoluzione dimenticata (1996), sulla perdita della scienza greca: com’era stato possibile dimenticare quell’enorme conoscenza? La sua risposta è che il vero tracollo culturale non si verificò al tramonto dell’età antica ma durante la conquista romana del Mediterraneo, nella metà del II secolo a.C., con la conquista della Grecia e dell’Egitto. La presa di Alessandria, se da un lato risparmiò la ricchissima biblioteca, dall’altro causò l’azzeramento dell’attività intellettuale del Museo e la sparizione dell’intellighenzia alessandrina, sterminata o ridotta in schiavitù. I sopravvissuti, ridotti in povertà, si dedicarono all’insegnamento per i figli dei ricchi conquistatori. La direzione della biblioteca fu affidata a un ufficiale dei lancieri. Un suo successore di età augustea, il grammatico Didimo, divenne noto per la sua prolificità ma anche per la ripetitività delle opere che scrisse, quasi quattromila secondo Seneca. “La straordinaria prolificità di Didimo non stupisce: tra le conseguenze del degrado culturale, insieme al crollo della qualità della pubblicazioni, vi è spesso l’aumento vertiginoso del loro numero”, scrive Russo, che sembra evocare l’attuale stato dell’editoria: non abbiamo mai avuto così tanti titoli pubblicati nella storia umana, eppure la qualità media di queste opere, soprattutto dopo l’avvento dell’IA, non è mai stata così mediocre. 

Lo stesso Plinio, nella sua Storia naturale, ammetteva che ai suoi tempi “non si aggiunge proprio nulla di originale sulla scienza; anzi nemmeno sono studiate le scoperte degli antichi”. Per colmare le lacune geografiche e cartografiche, Plinio dovrà far ricorso alla mitologia, riempiendo le sue descrizioni di popoli mostruosi, tra cui i Ciclopi e i Lestrigoni tratti dall’Odissea. Travisando il senso originale del termine “antipodi”, Plinio immaginò l’esistenza di popoli con i piedi al contrario. Interi trattati scientifici di età ellenistica andarono perduti, si smise di formulare nuovi postulati matematici e soprattutto la lettura dei testi di scienza divenne talmente ostica da produrre continui fraintendimenti e semplificazioni. I concetti teorici vennero reificati, il punto geometrico di Euclide diventò in Vitruvio il segno concreto che lo rappresenta, perché la capacità di astrazione era venuta meno. Da qui a “negare ogni validità ai concetti teorici proprio perché immateriali”, scrive Lucio Russo, il passo è breve. È il caso di un dialogo di Plutarco, nel quale viene negata la teoria dello spostamento verso il centro dei corpi in moto rettilineo uniforme da parte del centro di gravità che, “in quanto incorporeo, non può avere alcun ruolo nei fenomeni”. 

Aldo Schiavone, a cui dobbiamo grandi studi sull’invenzione del diritto nell’antica Roma e sul suo perfezionamento sotto Giustiniano, riconosceva che il tramonto del mondo antico rappresentò una cesura netta con il mondo moderno, rifiutando l’ipotesi continuista. Nel suo brillante saggio La storia spezzata (1995) provò a spiegare perché Roma fosse caduta anziché proseguire il suo sviluppo socio-economico nel corso dei secoli. La tesi è che a un certo punto Roma divenne talmente dipendente dalle guerre per la propria crescita economica, in particolare grazie all’acquisizione di masse immense di schiavi, da creare una vera e propria “economia di guerra” che paralizzò ogni prospettiva di sviluppo. Lo sfruttamento dei territori conquistati distrusse la struttura “egualitaria” precedente, in cui le terre venivano divise più o meno equamente sotto la pressione delle lotte plebee. L’aumento vertiginoso delle disuguaglianze patrimoniali negli ultimi anni della repubblica – di cui è espressione l’immensa ricchezza di Crasso, trasformata (come avviene oggi) in potere politico – favorì forme nuove di concentrazione fondiaria. “La rapina bellica si rivelava l’unico meccanismo di autoalimentazione che l’economia romana era riuscita a costruire: e il circuito guerra-conquista-ricchezza-nuova guerra finì presto col risultare l’autentico motore di tutto il sistema: una spirale in cui ogni campagna militare era insieme causa ed effetto, presupposto e conseguenza nel ripetersi dell’intero ciclo”. Venuta meno la molla della guerra di fronte alle sempre più vigorose popolazioni ‘barbariche’ e ai rendimenti decrescenti della conquista di terre sempre più lontane, il sistema crollò su sé stesso travolgendo quella cultura che serviva a nobilitare e giustificare l’apparato politico-militare romano. I giuristi tardorepubblicani, nota Schiavone, avevano compreso il rischio a lungo andare di un’economia fondata sul saccheggio e la schiavitù; speravano di allentare i vincoli dell’economia schiavile, per liberare margini di manovra al commercio e all’impresa. Ma il tentativo di creare un’economia protocapitalista fallì, perché la sua precondizione – il lavoro libero – non rappresentava un valore nel mondo romano successivo alla conquista mediterranea.  

Indubbiamente – lo abbiamo visto – le epoche di militarizzazione non giovano alla diffusione della cultura. E se l’avvento dell’automazione su larga scala producesse effetti simili a quelli dovuti all’enorme stock di schiavi nell’economia romana? A cercarli, i segnali di un collasso della civiltà tardomoderna ci sono tutti. Sul The Atlantic, all’inizio di luglio, Rose Horowitch ha parlato di “fine della lettura”, portando dati a supporto di ciò che tutti abbiamo sotto gli occhi: il declino della cultura libresca sostituito da una nuova cultura dell’audiovisivo. A chiusura del suo libro, Lucio Russo traeva amare lezioni per il presente. “Si moltiplicano infatti i segni di un rapido declino culturale che, accanto a profonde differenze, mostra anche sinistre analogie con ciò che accadde nel II secolo a.C.”: il dilagare dell’analfabetismo funzionale, il deterioramento delle facoltà mentali documentato dal calo medio del QI (per quanto si tratti di una misura molto controversa) a partire dagli anni Settanta, l’omogeneizzazione culturale simile a quella che si verificò nel Mediterraneo romano, con la conseguente diminuzione di complessità e la scomparsa di lingue e conoscenze specialistiche. Ancora, il risveglio della pseudoscienza e il negazionismo scientifico, incluse teorie affermate come quella della sfericità della Terra o eventi incontrovertibili come lo sbarco sulla Luna, sembrano ricordare il disprezzo per la scienza che si respirò nella Roma tardo-repubblicana e imperiale. Lucio Russo cita anche l’importanza della retorica e la superiorità della forma sul contenuto, del “come si dice” anziché “cosa si dice”, che produce contenuti persuasivi ma di scarsa qualità, come quelli di Filodemo di Gadara. 

Nel medioevo i testi ecclesiastici divennero un oggetto di per sé: paradossalmente, l’avvento dell’arte della miniatura, che arricchì i grandi codici religiosi medievali e li trasformò in quei capolavori artistici che ammiriamo ancora oggi, è il sintomo di un declino dell’uso comune del libro, utilizzato solo per finalità liturgiche, quando il codice – che ormai si era diffuso e aveva preso il posto del rotolo papiraceo classico –veniva ostentato in processione per essere ammirato dal clero e dai fedeli nella sua ricchezza di immagini e colori, non per il suo contenuto testuale, che pochi ormai sapevano leggere. Una trasformazione, forse, ci rassicurerebbe Peter Brown. Ma chissà se nel corso del tempo la graduale sparizione del mercato librario non renderà sempre più irreperibili moltissimi testi, mentre il libro in sé diventerà prezioso solo per le sue copertine instagrammabili. La più grande paura del bibliofilo potrebbe allora diventare quella di scoprire che un giorno lontano, duemila anni da oggi, i nostri discendenti troveranno quegli antichi testi, li tradurranno e infine concluderanno con le stesse parole sprezzanti di Winckelmann: “Che ci importa di una lagna bizzarra e mutila sugli amori tra vampiri?”. 

Roberto Paura

Roberto Paura è giornalista scientifico e culturale. Dirige la rivista «Futuri» ed è vicedirettore di «Quaderni d’Altri Tempi».

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