Articolo
Giuseppe Sansonna

Le molte vite di Tomas Milian

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Bellissimo e ripugnante, brillante e ottuso, efebico e sadico. Tomas Milian è stato sullo schermo molte cose, passando da Visconti e Antonioni ai film di genere che lo hanno reso icona. Ma chi era davvero? Con un fumetto l’autore del pezzo, che ha conosciuto Milian, prova a scoprirlo.

Era incisa nel destino di Tomas Milian, la sua metamorfosi in fumetto.

Presagibile tra le righe di un’esistenza più iperbolica dei tanti film interpretati, al di là e al di qua dell’Atlantico, tra gli anni cinquanta e l’alba del nuovo millennio. Una vita spesa ad avventurarsi, con la disinvoltura di un camaleonte, tra i bassifondi di New York e i night di Via Veneto, nei teatri di posa di Hollywood e in quelli di Cinecittà. Nei ruggenti anni italiani il suo corpo sembra anticipare e registrare i mutamenti d’immaginario, stratificandosi di costumi, trucchi e parrucche. Apparendo progressivamente sempre più trasfigurato, colorato e artificiale, l’attore completa la sua trasformazione in maschera. Stratagemma decisivo per nascondere e proteggere la sua duttile fragilità, mentre salta in corsa dai cavalli del western all’italiana alle motociclette di borgata, per darsi definitivamente in pasto ad un pubblico popolare. Tomas Milian, primo nome nei titoli di testa di tanti b-movies, appare spesso truccatissimo, quasi irriconoscibile, ma posticcio non lo è mai. Sotto la superficie di una rudezza beffarda, nel fondo degli occhi bistrati, da peón messicano o ladro di borgata, lampeggia un’inquietudine ferita. Sospesa tra vulnerabilità e perfidia, è l’essenza del suo magnetismo.

Sono nato da un grido di dolore, senza amore. Tra lenzuola di seta, bagnate di sudore amaro. Non mi diedero pelle, perché fossi ferito del vento.

Sono i versi autobiografici che mormora agli intimi e a sé stesso, per tutta la vita. Raccontano il dolente venire alla luce di un’anima persa, condannata alla perenne ricerca di identità. Nasce all’Havana, nel fatidico tre, tre del trentatrè, da una donna bella come Liz Taylor, ma madre fredda e distante, e da un rigido ufficiale dell’esercito cubano. Pretoriano del dittatore Gerardo Machado, dopo l’ascesa al potere di Fulgencio Batista l’uomo cade in disgrazia,. Incarognitosi, Accoglie la sensibilità di Tomas, troppo incline a fantasticare e a sfuggire ad ogni disciplina, come l’ennesimo oltraggio dell’esistenza. Dopo averlo riempito di cinghiate per anni, la sera di capodanno del 1946 gli riserva un ultimo gesto di violenza: come in un oscuro rituale, decide di indossare la divisa di gala e spararsi al cuore, davanti agli occhi sbarrati di Tomas, unico testimone. Lasciandogli in eredità un trauma a vita, ma anche la sua prima scena madre, da recitare a tredici anni. Correndo a riferire l’indicibilità della tragedia al resto della famiglia, riunita per il capodanno, il futuro attore riesce a nascondere, sotto un dolore simulato, il suo senso di liberazione, per il crollo inatteso di una figura dittatoriale. Quello sparo finirà per rimbombargli in testa, eco distorta di un senso di colpa, per tutta la vita. Paradossalmente, diventerà famoso con la pistola in pugno, colt o calibro nove che fossero, sforacchiando nemici e lasciandosi crivellare di proiettili, nei saloon e nei sobborghi di città. Di film in film, si ritroverà sempre più nauseato dalla violenza. Eppure alienarsi , rifugiarsi nei personaggi, lo sospende da sé stesso, alleviandogli il male di vivere. Fosse dipeso da lui, avrebbe interpretato solo melodrammi esistenziali, per liberare sul set le angosce di figlio incompreso. Nella sua contorta sete d’amore, vorrebbe sempre puttaneggiare con il dolore, sublimare e rendere seducente la sua disgrazia, agli occhi del mondo. Come il James Dean de La valle dell’Eden, in cui Tomas si rispecchia da ragazzo, in un cinema dell’Havana, eleggendolo a suo modello. Quando il ribelle senza causa muore, Tomas lascia Cuba per seguire le orme del suo mito, a New York. Bussando alle porte dell’Actors Studio, scuola in cui Dean si è formato, ne viene miracolosamente accolto, dopo un provino in cui lascia esplodere tutta la sua rabbia disperata. In attesa del sognato debutto a Hollywood, si ritrova seduto al fianco di Marilyn Monroe, a pendere dalle labbra di Lee Strasberg. Ma presto si sente un emarginato: il suo istinto è refrattario a qualsiasi tecnica. Ha solo bisogno di strapparsi di dosso anni di conformismo borghese, da rampollo di famiglia conservatrice, cresciuto dai Salesiani e nei club esclusivi di un Havana ancora ferocemente classista. Il wild side di New York, con la sua luminosa puzza di vita, diventa un gorgo attraente, un teatro di strada in cui giocare pesante, con la bellezza e l’ambizione. Esplorando i confini di una sessualità multiforme, Tomas scopre la voluttà di vendersi, a uomini e donne, per un letto, un pasto caldo, un’ipotetica chance di lavoro. Per guardarsi dentro.. Concupito da Gian Carlo Menotti, compositore e inventore del Festival dei Due Mondi, oscillante tra New York e Spoleto, a fine anni cinquanta si ritrova in Italia. Viene subito arruolato dal cinema autoriale, ingolosito dalla sua fisicità, dal suo esotismo tenebroso.

Citto Maselli, all’alba degli anni sessanta, gli affida il ruolo di Michele, protagonista dei moraviani Indifferenti: “Sarai una specie di Amleto cubano” sentenzia il regista, confondendo copione e vita, mentre lo cala nei panni fin troppo familiari di un giovane borghese snob e ben pettinato. Oscillando tra nevrosi e apatia, proprio come Michele, Tomas non si sente mai all’altezza del padre defunto, fantasma deluso e sempre incombente. 

Eppure il suo distacco, lo sguardo che sa diventare protervo, e l’eleganza dei modi catturano l’attenzione del monarca assoluto del cinema italiano. Luchino Visconti si rivede in lui e decide di ingaggiarlo come suo giovane alter ego, l’aristocratico milanese debosciato e un po’ perverso di Boccaccio ’70.

Convocato nello splendore della magione viscontiana, Tomas rimane interdetto. Non si spiega, pur stimandone il genio, come il Conte rosso possa dichiararsi comunista, vivendo come un principe rinascimentale. Immerso in uno stile di vita molto più sfarzoso della famiglia di Tomas a Cuba, prima che Fidel Castro provvedesse a espropriarne i beni ed esiliarla in blocco a Miami.  D’altronde Visconti, interrogato sulle sue contraddizioni, rispondeva: “ Il comunismo prevede che tutti debbano essere ricchi come me, non io povero come loro”.

Il giovane cubano intuisce di essere arrivato nel paese dell’eterna Commedia dell’Arte. Modellato, oggi come allora, sulla specularità tra politica e spettacolo, regolate da un mutevole equilibrio di mode passeggere, come le alleanze, posizionamenti convenzionali e conflitti recitati. Un posto in cui mettere in scena la rivoluzione è molto più prudente e lucroso che tentare di viverla davvero. Per giunta, a metà degli anni sessanta il successo planetario di Sergio Leone ha reso il western italiano un prodotto di successo. Uno scenario in cui Tomas può ridipingere la sua fisicità, stravolgendola. Anche perché aderire troppo a sé stesso ormai lo nausea, e nelle grinfie degli intellettuali comincia a sentirsi un pupazzo, prosciugato da ogni emozione. Riponendo in soffitta pallore e pensose posture da salotto, si scurisce il volto, infoltisce la zazzera e diventa barbudo, alterando i suoi lineamenti fini in smorfie plebee. Con piccole varianti, di film in film, diventa presto il divo dei western terzomondisti: campesino diseredato, povero cristo sudato e sporco, sottoproletario veloce di mano e di coltello. Ladrone con sentimento, non proprio immacolato ma pronto a radicalizzarsi in rivoluzionario, per trascinare el pueblo unido alla vittoria contro il potere corrotto. Scorrazzando nel Messico in rivolta come nel sertão, si infila basco e cartucciera da replicante del Che, nemesi della sua famiglia anticastrista, oppure si barda da cangaceiro, ricalcato sulle visioni lisergiche di Glauber Rocha, ma senza le sue lacerazioni. Tra i suoi cultori più esaltati ci sono anche quelli di Potere operaio: spesso li si sente cantare Vamos a matar compañeros, tema del film omonimo, nei cortei e negli scontri di piazza. Ha un fiuto raro, Tomas, nell’annusare l’aria che tira. In un’epoca in cui il termine non era ancora abusato, diventa un’icona, maneggevole perché alleggerita da implicazioni politiche ed esistenziali troppo complesse. Intuendo che è proprio la pura superficie, l’epidermide sintetica, la maschera in celluloide, la più adatta a sopravvivere al tempo, e persino alla Storia. Non biodegradabile come la plastica, galleggerà come un guscio vuoto nei flussi alterni dai revival e delle mode. 

Quando sente che la stagione dello spaghetti western è agli sgoccioli, il Fregoli cubano ne cavalca la parodia e diventa lo stralunato cacciatore di taglie Provvidenza, versione apocrifa di Trinità. Con baffo chapliniano, e bombetta calcata sulle orecchie, vive le sue avventure in un West incruento, da slapstick cartoonesca. Poi, come l’epoca richiede, si tuffa nella violenza metropolitana, delle città a mano armata, agli ordini di Umberto Lenzi e affini. In una Milano livida d’odio e nebbia, è un rapinatore di mezza tacca, con eskimo gucciniano e capello hippie. Pronto a degenerare vertiginosamente, a colpi di whisky e anfetamine, in mostro sanguinario. Morirà tra i sacchi di monnezza, riempito di piombo da un commissario esasperato. Per rinascere sporco di sangue bovino, con la schiena incurvata, nel mattatoio di Roma a mano armata. La sua ipercifosi è un richiamo al Gobbo del Quarticciolo, ladro convertito alla Resistenza, molto vivo nell’oralità capitolina, per la morte oscura e l’aura da Robin Hood. Nel film, Tomas macella carne per coprire rapine e rapimenti, e sembra replicare, in presa diretta, un esponente tipico dell’allora embrionale Banda della Magliana. 

L’Accattone Citti, pappone redento e un po’ funereo, caracollante in bianco e nero su musiche di Bach, il sottoproletario metafisico, nel corpo di Tomas Milian diventa fisico. Sanguigno e attraente, nella sua ferocia caricaturale, si ribella alla miseria e alla sua menomazione rapinando banche.

Sparando sui poliziotti e motteggiando in rima, come uno stornellatore turpiloquiante, già doppiato dal timbro roco di Ferruccio Amendola, manda in visibilio i tremila spettatori di borgata, accorsi al Cinema Adriano per la prima del film. Quando nel finale Maurizio Merli, versione da discount dell’ispettore Callaghan, lo uccide, la sala esplode di fischi. Parteggiano tutti per l’avanzo di galera gobbuto e sardonico, perché il tempo dei commissari di ferro è finito, e Tomas lo ha capito prima di tutti. Sente che il poliziottesco è ormai maturo per degenerare in farsa e vara la sua maschera più celebre: il trucido romano, strafottente, ipertricotico e barbuto. Sdoppiato in due figure: Monnezza è il ladruncolo di borgata mentre Nico Giraldi, detto Er Pirata, ne è il perfezionamento, il maresciallo di polizia con passato delinquenziale, utile a orientarsi nei bassifondi. Manesco ma accondiscendente con i rubagalline come Bombolo, punito con innocui, fumettistici schiaffoni, il maresciallo Giraldi è indomabile con i pesci grossi, boss e loschi imprenditori riuniti nei circoli per canottieri lungo il Tevere. Per connotare il personaggio, con movenze e battute ruspanti, gridate con la bocca dilatata e mano a cucchiara, appoggiata sulla guancia, Tomas troverà perenne ispirazione nel suo sosia pescivendolo. Lo conosce una notte di fine anni sessanta, al Piper. Ballando al centro della pista, si ritrova a specchiarsi in un suo doppio, acconciato come lui. Lo interroga e scopre che si chiama Quinto Gambi, fa il pesciarolo ai mercati generali e sfrutta la somiglianza con il cubano come strumento di seduzione, spacciandosi per lui con le ragazze. I due diventano inseparabili: Quinto è ciò che Tomas vorrebbe essere, uomo di cuore e di sostanza, immune alle nevrosi, capace di incenerire le angosce con una battuta fulminante. Imitarlo e glorificarlo sul grande schermo sarà il suo modo per rubare amore, accedendo al pantheon popolare della città eterna. Diventare un simbolo di romanità sarà il paradosso di un condannato all’alienazione eterna, di uno che si è sempre sentito uno straniero ovunque, come cubano, come americano e come italiano. Con l’accento sempre meticcio e sbagliato, ad ogni latitudine. Er Monnezza è la sua consacrazione, e la sua condanna: col passare degli anni, con i capelli sempre più radi sotto il parruccone, con la pancia in espansione, nascosta dalla larga tuta blu da meccanico, i suoi occhi diventano sempre più tristi e stanchi, appesantiti dal rimmel. Si sente un usurpatore, a recitare il suo romanesco delicato e spagnoleggiante, poi corretto dal doppiaggio, davanti a ruvidi macchinisti ed elettricisti. Tutti molto più Monnezza di lui. Da sensitivo, sul set, ne percepisce i pensieri feroci e inespressi. Ferito nel profondo, ha sempre più bisogno di anestetizzarsi, con alcol e sostanze forti. A metà degli anni ottanta capisce che è tempo di sparire da un cinema italiano che sta già iniziando ad affondare, lasciando ai devoti il ricordo di un trucido eternamente giovane. Lui, nel frattempo, potrà invecchiare liberamente in America, tentando l’approdo nella Hollywood sognata da ragazzo. Consapevole che la calvizie, il sovrappeso e la cadenza latina lo condannano a ruoli da caratterista. Eppure, alle soglie dei settant’anni e alla fine del novecento, riesce a ritagliarsi un ruolo memorabile, in Traffic, film visionario di Steven Soderbergh. Tomas arriva all’ultimo atto nudo e vero, senza più bisogno di trucchi. Il cranio lucido alla Kurtz, la corpulenza da uomo di potere, il raggelante gigionismo dittatoriale e persino il suo accento sono perfetti, per il torbido generale messicano che deve interpretare. Scoprendo che, per entrare finalmente nei titoli di testa di un grande film americano, ha finito per trasformarsi in un doppio di suo padre. Nel fantasma persecutorio di quell’Amleto cubano che non ha mai smesso di essere.

Tutto quello che ho qui riportato, l’ho sentito dalla sua viva voce, trasformandolo in un libro, tra il 2013 e il 2014. In quel periodo la comunicazione tra me e Tomas è stata molto intensa e affettuosa. Scandita da telefonate transoceaniche e incontri dal vivo, nella Miami in cui viveva, a Roma e nell’Havana in cui riuscii a riportarlo, per un documentario Rai. Non tornava a Cuba dal 1956. 

Qualche tempo fa, dopo la sua morte, ho pensato che da una vita tanto romanzesca, fosse interessante trarre un fumetto. Credo che non gli sarebbe dispiaciuto, offrirsi ad un’altra illusione di eternità, non troppo distante dal cinema. Ho proposto l’idea a Igort, che mi ha presentato un formidabile disegnatore, Antonio Cammareri, in arte Cammamoro. Io ho srotolato parole e situazioni, ricordi condensati e reinvenzioni, costruendo un tempo di narrazione non lineare. Il realismo magico di Cammamoro ha trasformato tutto in tavole pittoriche mai inerti. Vive, in fluido e costante dialogo tra loro.

Avvolgendo la crudezza di una vita, lacerata tra esaltazione e rimpianto, nella dolcezza onirica dei verdi d’infanzia. Nell’arancio, nel rosa e nel viola delle tante notti, consumate tra Cuba, New York e Roma. Sfumando la sottile persistenza del dolore nei vuoti, nei silenzi grafici e nel dissolversi delle ombre, di una memoria trasfigurata.

Nella sua vita in celluloide, Tomas è stato tutto: efebico, bellissimo, ripugnante, obeso, sadico e masochista, brillante e ottuso. Scivolando, in una spirale ipnotica, dall’Olimpo viscontiano alla suburra, fino agli interstizi di Hollywood. Diventando in scioltezza l’alter ego di Visconti e Antonioni e, con la stessa disinvoltura, riuscendo a schiaffeggiare Bombolo per un decennio, per riempire di opere di Burri, Warhol e Jim Dine la sua bellissima casa romana. Tanto, forse troppo, per una vita sola.

Ha sempre cercato, in sé stesso e viaggiando per il mondo, l’essenza spirituale dell’umano, con gli strumenti che il suo talento gli aveva dato. Senza mai ritrovarsi del tutto. 

Forse la sua verità, così intima e così illuminante, è nascosta nel flusso delle tante metamorfosi.

Giuseppe Sansonna

Giuseppe Sansonna è autore e regista di Rai Cultura e ha firmato diversi libri e documentari. Dal 2019 scrive recensioni cinematografiche e saggi per la rivista «Linus». Il suo ultimo libro è Hollywood sul Tevere. Storie scellerate (Minimum Fax, 2016).

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