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Perdendo di vista ciò che è davvero importante, anche a sinistra.

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Da Beppe Grillo a Mario Roggero, da Citizen Vigilante a Welcome to Favelas, fino alle polemiche che hanno investito Francesco De Gregori, Erri De Luca e molti altri, il giustizialismo, soprattutto sui social, è diventato un sentimento potente e dilagante, anche a sinistra. Perché, e come fare a liberarcene?

“No, cosa sono adesso non lo so / Sono solo, solo il suono del mio passo”, cantava la Premiata Forneria Marconi in Impressioni di settembre: naturalmente sono passati decenni (era il 1971), e oggi quella descrizione bucolica di rugiada, cavalli e nebbia suonerebbe come la retorica silvestre tanto cara a chi da una parte spopola le aree interne e dall’altra esalta la tradizione dei borghi, dedicando loro un canale Rai sul Digitale Terrestre. Ma questa è un’altra storia, una storia da commedia all’Italiana, per parafrasare il titolo del canale medesimo, che suscita qualche risata amara, petizioni, indignazioni sui social, e poi, come sempre, viene dimenticata.

Di quella canzone resta valida un’emozione, la solitudine. Solo il suono del mio passo: è vero, non ci siamo mai sentiti così soli, e sarebbe auspicabile capire, infine, che così come è stato immaginato l’Internet che utilizziamo, non può che tendere a fare della solitudine un mercato. Ma alla solitudine si accompagna una seconda emozione, che nei mesi estivi si è rivelata predominante in occasioni apparentemente diverse e che alla solitudine è legata. È il giustizialismo, da intendersi in due modi: l’esaltazione dei giustizieri e il desiderio di giustiziare, possibilmente via social.

Dicono che chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, ma io non credo che conoscerla serva a qualcosa. L’avidità, la follia e l’attrazione per il sangue sono una costante della storia, e questa è una cosa che persino Dio – che sa tutto quel che si può sapere – sembra incapace di modificare.
(Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi)

I giustizieri piacciono. Ma non i giustizieri tormentati come il Giovanni Vivaldi che Vincenzo Cerami immaginò in Un borghese piccolo piccolo. Piacciono quelli che vengono non dai libri ma dalla cronaca, e sono sfacciati come l’orefice Mario Roggero, un uomo che può ammazzare due persone e chiedere la grazia dopo aver dichiarato in televisione che lo rifarebbe subito. Piacciono, certo, anche quelli immaginari ma modellati sulla realtà, ed esaltati in un film diffuso con entusiasmo da Elon Musk su X e recensito altrettanto entusiasticamente da utenti di estrema destra che lo hanno spedito nelle parti alte della classifica delle piattaforme. Lo ha diretto uno specializzato in filmacci, Uwe Boll, si intitola Citizen Vigilante ed è la storia di Michael Sanders, palazzinaro di animo nazista, che elimina migranti a suo parere degni di morte, così come lo sono gli uomini di legge non in linea con la sua idea di giustizia. 

Nella scorsa primavera Citizen Vigilante non ha avuto il permesso di essere distribuito nelle sale tedesche, ed è scoppiata la rivolta. A organizzare la proiezione gratuita in Italia è stata Welcome to Favelas, la pagina Instagram che titola “ITALIANO REAGISCE” l’orribile pestaggio filmato da parte di Giuseppe Barboni a San Benedetto del Tronto. “La sicurezza è la base della vera libertà”, asseriscono i titolari dell’account. Applausi da destra, e purtroppo non solo. Perché la voglia di giustizialismo è anche a sinistra.

“Di lì a poco, finita la festa, si sparpaglieranno in mille direzioni. Sulla sabbia della Marinella, verso Santa Lucia, a Toledo… Domani avranno già scordato quanto succede adesso: ora però si stanno divertendo, innocenti e crudeli come infanzia”.

(Enzo Striano, Il resto di niente)

Nel mirino, quest’estate, sono stati anche gli intellettuali. Non è una novità, ovviamente: ma le reazioni seguite all’intervista a Erri De Luca riportata dal «Foglio» a proposito del genocidio, e poi proseguite con le contestazioni alle dichiarazioni di Francesco De Gregori sulla necessità o l’irrilevanza dello schierarsi, si sono espanse fino a toccare il ruolo degli intellettuali, scivolando nel frame antico (e, se permettete, di destra) dell’intellettuale come pavido custode del presente, incline a proteggere i propri simili.

E qui è interessante soffermarsi, perché la questione riguarda il modo di stare insieme e anche di saper confliggere. Perché confliggere bisogna, ma va fatto nel modo più adatto a non portare acqua ai mulini altrui, il che significa formulare un progetto comune, e i progetti comuni difficilmente riescono se ci si scanna per settimane sui social, salvo poi dimenticare rapidamente. E ci sono molte cause per il nostro comportamento di oggi.

Andiamo indietro nel tempo. C’è un libro, si intitola L’aspra stagione, lo scrivono Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale nel 2012 e la stagione va dalla “mattina del 16 marzo 1978, quando viene rapito Aldo Moro, all’11 luglio del 1982, quando Dino Zoff alza la coppa d’oro col globo per celebrare la vittoria della nazionale italiana al mondiale di football in Spagna. In quel lustro si compie – almeno a nostro avviso – la fine della prima Repubblica, della Repubblica uscita dalla Resistenza, con i suoi partiti di massa, la grande fabbrica, la centralità operaia, un preciso statuto del politico e via dicendo”.

Il punto è che di quegli anni si parla sempre più a senso unico, superando persino la persistente dicotomia del reducismo o dell’abiura, e il senso unico è simile a quello governativo sui brigatisti che sono qui e premono alle porte per replicare il piombo che viene ricordato senza mai far cenno all’utopia realizzata di quel tempo.

Ma non è solo questo: quell’aspra stagione, quella fine delle possibilità, diventa “l’origine dell’oggi” e “la dannazione di un’idea di società”, che al progetto comune antepone la giustizia fai-da-te, sia pure via social.

Passo avanti. Nel 2007, Valerio Evangelisti scrive un lungo articolo su «Carmilla» dopo il primo V-Day a Bologna, l’8 settembre di quello stesso anno. Davanti alla folla, Beppe Grillo lesse una lista di politici condannati. E in quel discorso mise sullo stesso piano politici collusi con la mafia e Daniele Farina, uno dei fondatori storici del Leoncavallo, presentandolo come terrorista. Scrisse dunque Evangelisti: “Che la piazza reclami i suoi diritti è positivo. Che se ne serva a fini di generico ‘giustizialismo’ non lo è, e rischia persino di risultare infame. Secondo la stampa locale, molti di coloro che hanno partecipato al V-Day abbracciavano un concetto astratto di ‘legalità’, e dirigevano la loro ira, in egual misura, contro i politici come contro i lavavetri, i rom, i rumeni e gli altri bersagli dei sindaci di Bologna, Verona, Firenze, i comuni del Pavese ecc. (volutamente, e provocatoriamente, li metto tutti assieme). Bisogna stare attenti a chi si riempie la bocca del termine ‘legalità’ e, rimboccate le maniche della camicia, arringa le folle”.

E aggiunse:

“Evitiamo di enfatizzare la lucidità politica di un attore che, in nome di uno slogan vecchio come il cucco (‘la politica è sporca, facciamo pulizia’), sembra sollecitare, certo in buona fede, i più bassi istinti della massa quanto Berlusconi. Prima e seconda Repubblica sono finite malissimo, c’è bisogno di una terza? In quanto a democrazia diretta, personalmente mi auguro qualcosa di meglio”.

Nel 2013, un anno prima dell’oggi dimenticato post con cui Beppe Grillo chiedeva “Che fareste in auto con Laura Boldrini?”, Wu Ming, in varie occasioni, fa un’analisi lucidissima del grillismo, che, dice: “è una conseguenza della crisi dei movimenti altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si prosciugava, il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio letto. (…) Temi, rivendicazioni e parole d’ordine sono stati cooptati e rideclinati in un discorso confusionista e classicamente ‘né-né’, cioè che si presenta come oltre la destra e oltre la sinistra”.

E aggiunge una cosa importante:

“il grillismo non è la causa principale dell’assenza di movimenti radicali, ma crediamo abbia un certo rilievo. Come minimo, è una conseguenza che retroagisce pesantemente sulle cause, aggravandole.”

E inoltre:

“Uno dei motivi principali, sui quali abbiamo più volte insistito è, per quanto possa sembrare strano di primo acchito, l’antiberlusconismo, ovvero l’interpretazione destoricizzata (e quindi ‘berluscocentrica’) dello sfascio italiano. A partire dal ’94 quest’interpretazione si è diffusa a macchia d’olio nella sinistra, facendo scambiare l’effetto (l’avvento di Berlusconi) per le cause, che invece risiedono nella sconfitta dei movimenti di emancipazione degli anni ’60-’70, con conseguente toga party reazionario, vero e proprio festival trentennale di controriforme, privatizzazioni, concentrazioni di potere, corruzione, riduzione dei partiti a cosche mafiose etc. Berlusconi è figlio di quella temperie. Di più: è l’antropomorfosi degli anni Ottanta, guardi lui e vedi gli anni Ottanta. Ma non te ne accorgi, perché credi che dei mali d’Italia abbia colpa principalmente lui.
Berlusconi non è una causa, ma una conseguenza. Aver concentrato tutta l’attenzione su di lui e sulle sue malefatte ha disarmato concettualmente la sinistra e i movimenti, impedendo di aggredire i nodi di fondo che generano i Berlusconi”.

Quegli interventi auspicavano un “duro lavoro di ricostruzione” per spezzare l’incantesimo. Che è difficilissimo da fare con i social, anche se qualcuno ci riesce. Nel lontano 1957, in Miti d’oggi, Roland Barthes scrive di wrestling, o catch, come lo chiama lui, e dice: 

“nel catch non c’è problema di verità come non c’è a teatro. In questo come in quello, quanto ci si aspetta è una raffigurazione intelligibile di situazioni morali abitualmente nascoste”.

Bene, i social ci hanno abituato al wrestling, ovvero alla raffigurazione delle passioni e non alle passioni medesime. Perché nella maggior parte dei casi la passione è altrove: mentre ci si accapigliava su De Luca e De Gregori, chiedendo giustizia, il Collettivo Gkn raccontava di un’assemblea gigantesca per Gaza che si è svolta a Firenze, con 30 gradi all’ombra. Ma tutti presi a elaborare il lutto per l’intellettuale organico che sostituisca la politica che ci ha deluso, non ce ne accorgiamo, e non capiamo che abbiamo molto più bisogno di sapere che i movimenti esistono che di affidarci alle parole di un cantautore, di uno scrittore o di un poeta. Perché rischiamo di trasformare in segno, direbbe Barthes, una persona, al di là del suo testo o delle sue canzoni. E i segni si sgretolano, e le persone falliscono o ci deludono. La convergenza, il metodo, la resistenza, il progetto magari falliscono ugualmente, ma incidono sul mondo molto di più.

Il problema è che siamo giustizialisti perché i nostri fugaci idoli ci deludono in fretta, ma di idoli non dovremmo aver bisogno. È quel che dice una frase da La peste di Camus: “Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”. E qualche anno fa Stefano Jossa scrisse un libro molto bello, Un paese senza eroi. L’Italia da Jacopo Ortis a Montalbano, dove diceva fra l’altro:

“Il Galileo di Brecht sa che la natura non prevede l’esistenza degli eroi: dove si lavora con passione e fiducia per la verità, non c’è bisogno di simboli da seguire e bandiere con cui identificarsi. Il modello che fornisce un esempio vale infinitamente di più dell’eroe da mitizzare e idolatrare: la terra che ha eroi ha costruito una cultura populista, in cui la massa s’identifica con un’astrazione impersonata dal simbolo eroico, mentre la terra che non ha bisogno di eroi privilegia l’etica dell’impegno e della partecipazione”.

Gli eroi, le dicotomie, la voglia di gogna, non servono. Ce lo ha insegnato fra gli altri il professor Tolkien, facendo soccombere il gentile Frodo al potere dell’anello e, prima ancora, cambiando senso a un aggettivo del poema La battaglia di Maldon, dove si narra del conte inglese Byrhtnoth che nel 991 manda a morire i suoi uomini “for his ofermod”. “Audacia”, si era tradotto fino a Tolkien. “Smisurato orgoglio”, corresse il professore.

Di Maldon si occupò anche Borges, in un breve frammento del 1976 che si intitola 991 A.D. Racconta di quel che avviene dopo, quando l’esercito dell’orgoglioso Byrhtnoth è stato distrutto e di come un gruppetto di reduci intenda vendicare il suo condottiero. È il vecchio Aidan a guidarli, e Aidan lascia fuori dal gruppo uno dei suoi figli, Werferth, il cui compito sarà quello di scrivere il romanzo della battaglia. Werferth non ne ha nessuna intenzione, ma alla fine deve cedere. E subito, mentre gli altri si allontanano, si trasforma in poeta:

“Werferth li vide perdersi nella penombra del giorno e del fogliame, ma le sue labbra stavano già modulando un verso”.

Ecco: dovremmo raccontare quello che vediamo, provare a capire quello che non comprendiamo. E, ovvio, certo, prendere posizione ogni volta, sapendo che ci sarà sempre non tanto qualcuno che non la pensa come noi, ma qualcuno che prova a ridicolizzarci, a schernirci. A usarci. Come è avvenuto in questa estate e come sicuramente avverrà ancora.

Ma se continuiamo a parlarci, e a vederci, avrà meno importanza.

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