Tassare i grandi patrimoni appare una risposta logica alla crescita delle disuguaglianze, ma ogni volta il consenso evapora. Perché siamo così sensibili ai presunti privilegi di chi sta peggio e così indulgenti verso quelli di chi sta meglio? La psicologia sociale aiuta a capire come mai.
Per ritrovare diseguaglianze economiche come quelle attuali nella storia contemporanea bisogna tornare alla Belle Époque. Ricostruendo due secoli di archivi fiscali e successori, l’economista francese Thomas Piketty ha mostrato che la storia delle disuguaglianze disegna una grande U: altissime alla vigilia della Grande Guerra; schiacciate per mezzo secolo da due guerre mondiali, fisco progressivo e welfare; risalite, dagli anni Ottanta, fino a un presente in cui, almeno negli Stati Uniti, la concentrazione dei redditi è tornata ai livelli dei primi del Novecento. L’America di Trump, la Russia post-sovietica e l’India dei miliardari al potere hanno già raggiunto quei livelli, l’Europa sembra sulla stessa rotta.
Nel 2025 i patrimoni dei miliardari nel mondo (circa tremila persone) sono cresciuti del 16% in termini reali – tre volte il ritmo medio degli ultimi cinque anni – toccando il valore record di 18.300 miliardi di dollari. Le 12 persone più ricche del pianeta possiedono più ricchezza dell’intera metà povera dell’umanità: oltre 4 miliardi di persone. L’Italia non fa eccezione. Il 10% più ricco delle famiglie detiene quasi il 60% della ricchezza nazionale – era il 52% nel 2010 – e il 5% più ricco quasi la metà. All’altro estremo, alla metà più povera resta appena il 7,4% della ricchezza, con 5,7 milioni di persone, quasi una su dieci, che vivono in una condizione di povertà assoluta. Nel 2025, i patrimoni dei 79 miliardari italiani sono cresciuti, in media, di 150 milioni al giorno. Come ha ammesso Warren Buffett, la lotta di classe esiste e i ricchi la stanno vincendo.
Di fronte a questo scenario ci si aspetterebbe una domanda sociale di correzione forte e organizzata. I sondaggi sembrano registrarla: l’86% dei francesi si dichiara favorevole alla tassa ideata dall’economista Gabriel Zucman. Si tratta di un’imposta minima del 2% (che agisce come un’addizionale, nel caso in cui le normali tasse pagate dal contribuente siano inferiori a questa soglia) da applicare a patrimoni superiori ai 100 milioni di euro: riguarderebbe circa 1.800 famiglie e, secondo le stime dei proponenti, frutterebbe 20 miliardi di euro l’anno, circa 0,7 punti del PIL francese. In Italia l’84% degli intervistati approverebbe un’imposta sui patrimoni oltre i 10 milioni, incluso l’81% degli elettori di centrodestra. Ma quando dalle intenzioni si passa al voto, il consenso vacilla. Il 30 novembre 2025 il 78,3% dei votanti svizzeri ha bocciato alle urne un’imposta sulle successioni superiori ai 50 milioni di franchi. In Francia l’Assemblea Nazionale ha respinto (228 voti contro 172) la tassa Zucman. L’iniziativa dei cittadini europei Tax the Rich, sostenuta tra gli altri da Thomas Piketty, si è fermata a meno di un terzo del milione di firme necessario, in un’Unione di quasi 450 milioni di abitanti.
In Italia, come ha ricostruito Riccardo Staglianò in Tassare i milionari (Einaudi, 2026) le proposte si susseguono da circa quindici anni. Nel 2020 l’emendamento Fratoianni-Orfini – un’imposta progressiva dallo 0,2% sui patrimoni oltre i 500.000 euro che, sostituendo IMU e imposta di bollo su conti e titoli, avrebbe fatto risparmiare la maggior parte dei contribuenti – fu dichiarato inammissibile per “mancanza di coperture” (motivazione curiosa, per una misura che avrebbe aumentato il gettito) poi riammesso dopo il ricorso dei firmatari, sconfessato dallo stesso PD e ritirato. Nel 2021 Enrico Letta propose una “dote ai diciottenni” finanziata alzando l’imposta di successione sulle eredità sopra i 5 milioni: bastò una battuta di Draghi – “non è il momento di prendere i soldi ai cittadini, ma di darli” – a chiudere la pratica in giornata. Nel dicembre 2024 gli emendamenti di AVS per un’imposta progressiva sopra i 5,4 milioni – la soglia indicata da Oxfam, che toccherebbe lo 0,1% degli italiani – sono stati bocciati in commissione Bilancio. Nell’autunno 2025 il contributo di solidarietà, proposto dalla CGIL, dell’1,3% sopra i 2 milioni (prima casa esclusa, meno di 500 mila soggetti coinvolti), è stato subito ricondotto al suo significante proibito – “patrimoniale” – e accolto con freddezza da una parte degli alleati. Quest’anno, mentre il campo largo tenta di scrivere (per ora invano) un programma comune per le elezioni del 2027, la tassazione dei grandi patrimoni rimane una linea di frattura: Cinque Stelle e centristi fermi sul no, il PD che concede al massimo un rinvio – se ne discuta “a livello europeo” – e Schlein che si limita a promettere “di politica fiscale discuteremo”. Attualmente nessun grande partito, a destra come a sinistra, ha messo le politiche redistributive al centro della propria agenda.
Eppure le diseguaglianze economiche che la politica evita di correggere non sono soltanto ingiuste: sono considerate pericolose per la tenuta stessa del sistema economico. Vale la disequazione che riassume il lavoro di Piketty (r > g): finché il rendimento del capitale (return) supera la crescita dell’economia (growth), i patrimoni crescono più in fretta dei redditi, l’eredità torna a pesare più del lavoro e l’ascensore sociale si ferma. Le economie più diseguali, inoltre, crescono meno. E al vertice il fisco si fa regressivo; come recita il titolo del libro di Gabriel Zucman appena uscito in Italia, I miliardari non pagano l’imposta sul reddito (Einaudi, 2026): sommando tasse e contributi, in proporzione a quanto guadagnano versano la metà di un cittadino medio.
Che l’attuale livello di disuguaglianza non sia sostenibile a lungo termine lo hanno capito persino i miliardari, che sembrano assumere due posizioni contrastanti. Da una parte, coloro che si attrezzano a difendere il loro capitale oltre il punto di rottura: è l’orizzonte del cosiddetto “illuminismo oscuro” di Curtis Yarvin e Nick Land, caro a settori della tecnodestra, in cui gli Stati nazionali si dissolvono in un mosaico di enclave private governate come aziende — un amministratore delegato al posto del governo, clienti al posto dei cittadini e una sovranità senza fisco. Dall’altra chi chiede espressamente di essere tassato: oltre 250 tra milionari e miliardari di 17 Paesi — riuniti in reti come Patriotic Millionaires e la tedesco-austriaca taxmenow, animata da Marlene Engelhorn, l’ereditiera che ha affidato a un’assemblea di cittadini estratti a sorte la redistribuzione dei suoi 25 milioni di euro — hanno consegnato ai leader di Davos una lettera intitolata Proud to Pay More, fieri di pagare di più: consapevoli, in un certo senso, che la propria condizione rappresenta una minaccia esistenziale persino per loro stessi.
Eppure, nell’opinione pubblica, la rabbia sociale che le disuguaglianze dovrebbero intuitivamente attirare sembra scaricarsi verso i margini: sugli immigrati, sulle minoranze sessuali e di genere, su una criminalità percepita come dilagante (spesso con dati che non suffragano questo timore), sulle fasce economiche più deboli, sospettate di godere di sussidi immeritati. E quando questa rabbia prende di mira le “élite”, sceglie quelle culturali – scienziati, giornalisti, “buonisti” – lasciando fuori quelle economiche.
Questo dirottamento della rabbia sociale ha cause anzitutto socioeconomiche. La concentrazione della ricchezza si traduce in concentrazione di potere politico e mediatico. Oxfam stima che oggi un miliardario abbia 4.000 volte più probabilità di ricoprire cariche politiche rispetto a un comune cittadino, e chi possiede grandi patrimoni dispone di strumenti formidabili per orientare sia la politica, finanziando le campagne elettorali, sia l’opinione pubblica, acquisendo e manipolando i mezzi di comunicazione. L’esempio paradigmatico è Elon Musk, diventato nel giugno 2026 il primo “trilionario” della storia – un patrimonio che ha toccato 1.100 miliardi di dollari, quanto una delle prime venti economie del mondo, prima di tornare a oscillare intorno a quella soglia – che ha contribuito con oltre 270 milioni di dollari alla campagna elettorale che ha riportato Trump alla Casa Bianca e possiede il social network (X) con cui i governi di mezzo mondo parlano ai cittadini, secondo regole di visibilità che decide, in ultima istanza, il suo proprietario. Trump ha efficacemente incassato queste influenze, istituzionalizzando il conflitto di interessi (il suo patrimonio personale è quasi triplicato negli ultimi due anni) e attuando un maxi-taglio fiscale che premia i più ricchi assottigliando l’assistenza sanitaria e alimentare per i più poveri. Agli americani che iniziano ad accorgersene – l’89% considera corrotto il governo federale, e lo pensa anche l’83% degli elettori repubblicani – Trump promette una mancia elettorale (l’ha definita un “dividendo”) di 5.000 dollari a ogni adulto se i repubblicani vinceranno le midterm di novembre, puntando a trasformare l’indignazione in complicità.
Riteniamo però che le ragioni socioeconomiche non siano del tutto sufficienti a spiegare l’inerzia con cui l’opinione pubblica considera quella che Bernie Sanders, in Contro l’oligarchia (2025), chiama senza giri di parole un governo di miliardari per miliardari, dove un pugno di ultraricchi controlla la vita economica, politica e mediatica di una nazione. Un tema che tocca direttamente la quasi totalità della popolazione dovrebbe essere il più facile da capitalizzare in termini di consenso politico ed elettorale. Se ciò non accade, è possibile che diversi meccanismi psicologici collettivi agiscano, su più livelli, per mantenere questa inerzia.
Un primo livello riguarda la percezione. Studi di psicologia sociale ed economia politica hanno dimostrato che le persone sottostimano drasticamente le disuguaglianze economiche esistenti. Nello specifico, la diseguaglianza economica desiderata (quella considerata ideale) è sistematicamente inferiore a quella percepita – con una convergenza sorprendente tra elettorati e classi di reddito – che a sua volta è inferiore a quella reale. Ed è quella percepita, non quella reale, a orientare la domanda di redistribuzione. Ma aumentare l’informazione sulle disuguaglianze non sembra sufficiente: esperimenti randomizzati mostrano che conoscere i dati reali sulla disuguaglianza aumenta la preoccupazione ma modifica poco il sostegno alle politiche redistributive.
E qui potrebbero entrare in gioco meccanismi più sottili, che non riguardano più ciò che vediamo ma ciò che riteniamo giusto. La psicologia sociale ne ha descritto due forme. La credenza in un mondo giusto: abbiamo bisogno di pensare che le persone ottengano ciò che meritano e meritino ciò che ottengono, perché l’alternativa – un mondo in cui l’ascensore sociale è fermo e la ricchezza diventa dinastica – è psichicamente intollerabile. E la giustificazione del sistema: non difendiamo solo noi stessi e il nostro gruppo, ma l’ordine sociale in quanto tale, e questa spinta può farsi più forte proprio in chi ne è svantaggiato, perché credere che il gioco sia truccato a nostro svantaggio è più intollerabile che accettarlo. Insieme, le due credenze trasformano la meritocrazia in una teodicea laica: se i miliardari meritano ciò che hanno, tassarli equivale a punire la virtù.
A questo punto potrebbe entrare in scena una vera e propria identificazione (con l’aggressore). Per dirlo con la celebre battuta di John Steinbeck, il socialismo non ha mai attecchito in America perché i poveri non si vedono come un proletariato sfruttato, ma come capitalisti temporaneamente in difficoltà. La battuta di Steinbeck descrive una credenza che può essere persino cosciente e razionale. Secondo l’ipotesi della mobilità ascendente, descritta da alcuni economisti, se le politiche fiscali, una volta introdotte, tendono a durare, chi oggi guadagna meno della media può opporsi alla redistribuzione scommettendo che domani starà sopra la media e sarà lui a pagare il conto. Questa scommessa si regge anche su un errore sistematico (verificato empiricamente) secondo cui gli americani stimano le probabilità di scalata sociale molto più alte di quelle reali – gli europei, meno sensibili all’archetipo del “sogno americano”, le sottostimano. All’identificazione con l’aggressore si accompagnano le angosce persecutorie suscitate dalle politiche redistributive. L’avversione alla perdita (uno dei bias economici descritti da Kahneman e Tversky, 1979) alimenta la fantasia dello scivolamento: cominceranno dai miliardari, finiranno dal mio conto e dalla mia casa. In Italia questa fantasia ha anche una data di nascita: la notte tra il 9 e il 10 luglio 1992, quando il governo Amato prelevò il 6 per mille da tutti i depositi bancari. Da allora “patrimoniale” è un termine che ha assunto una connotazione fobica, capace di attivare nei piccoli risparmiatori l’angoscia pensata per i grandi patrimoni.
In termini psicoanalitici, il super-ricco potrebbe assumere la funzione di un ideale dell’Io collettivo: attaccarlo significherebbe attaccare una parte di sé desiderata e desiderante. L’invidia, ombra di quell’idealizzazione, può essere disconosciuta e proiettata all’esterno: chi propone di tassare i grandi patrimoni o di opporsi a grandi poteri privati viene tacciato di invidia sociale, un’operazione retorica che perverte una domanda di giustizia sociale in un difetto privato. Fantasie collettive simili potrebbero essere alla base del successo dei “tycoon” al potere, di cui noi italiani siamo tristemente precursori.
Sullo sfondo di questi meccanismi individuali potrebbe operare ciò che il filosofo e critico culturale Mark Fisher ha chiamato realismo capitalista. Fisher lo descrive con un lessico quasi psicoanalitico, come se fosse un inconscio politico collettivo. Non si tratta di un’ideologia, ma di un’atmosfera che si respira – la sensazione diffusa, pre-riflessiva, che il capitalismo sia l’unico sistema praticabile, al punto che le alternative non vengono nemmeno più pensate per poi essere scartate, sono semplicemente non pensabili. Fisher offre un ulteriore concetto, quello di impotenza riflessiva: i suoi studenti, scriveva, sanno benissimo che le cose vanno male, ma sanno altrettanto bene di non poterci fare nulla – e questo sapere non è solo una constatazione, diventa una profezia che si autoavvera. Insomma, sembra che anche dalle parti della “patrimoniale” si muovano i fantasmi del masochismo collettivo. Ai politici, dunque, la terapia.
Riferimenti bibliografici:
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