Molti film, quest’anno. Ecco quelli più meritevoli secondo noi.
Si è visto molto bel cinema in questa 83esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, a differenza delle ultime due, un po’ fiacche. La selezione di quest’anno è stata di livello molto alto, in quasi tutte le sezioni, con poche fetecchie, tanti buoni film, qualche film di altissimo livello e persino qualche capolavoro – restando comunque il giudizio estremamente soggettivo, ovviamente, ed essendo consapevoli che gli aggettivi e gli elogi troppo altisonanti servono più a chi scrive che a chi legge.
Probabilmente ha giovato la minore presenza di film hollywoodiani, che da anni infarciscono il concorso (chi ci ridarà le ore perse guardando Joker: Folie à Deux?), a volte più per l’attrazione che le star inevitabilmente esercitano su appassionati e addetti ai lavori che per la qualità delle opere in sé. Negli ultimi anni Venezia è stata, per molti film, un esercizio in vista degli Oscar, ma a tratti è parso che la vocazione della Mostra alla valorizzazione di opere difficili e coraggiose passasse in secondo piano, o premiasse opere che aderivano a un’idea di artisticità di maniera (April di Dea Kulumbegashvili, ad esempio). Navigando a vista, con meno certezze di un tempo sulle aree cinematograficamente più interessanti, e attingendo quindi un po’ dappertutto, i selezionatori sono riusciti a confezionare un concorso principale vivace e composito. Ci sono però poche donne (pochissime in concorso), e non è un dato insignificante o una questione di poca importanza o da trattare con la sufficienza che si riserva alle questioni extra-artistiche, perché i poco ispirati film di qualche vecchio maestro (Herzog o Tsukamoto) sarebbero stati bene fuori concorso, ad esempio, e altri avrebbero invece meritato maggiore attenzione, come quello di Jacqueline Lentzou, A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra, presentato in Orizzonti.
Bene i film asiatici, sembrava quasi di essere tornati ai tempi di Marco Muller (ma anche Barbera è sempre stato estimatore del cinema di quelle latitudini), che tra l’altro era in sala ad applaudire il divertente poliziesco Arrested Memory del veterano del cinema di genere SABU, storia di un detective che perde la memoria causa burnout. Oltre a Tsukamoto e Kore’eda, di cui si dirà diffusamente domani, in concorso c’era anche Lee Chang-Dong con Possibile Love, che è molto piaciuto a critica e pubblico.
Purtroppo, alcuni dei molti film italiani nel concorso principale sono tra i meno riusciti.
Vale per Echo Chamber di Andrea Pallaoro tratto dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci con Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini e mai realizzata, drammone fin troppo algido (ma che cos’è, diceva un amico, il tardo Bertolucci se gli levi la sensualità e la porcaggine? Questo, ovvero un film da camera compassato, elegante, un po’ noioso, pure se con belle e funzionali trovate di regia, come i riflessi nelle superfici specchiate e gli split naturali che assecondano il nascondimento e le fughe discrete dei protagonisti, che non si vogliono incontrare dopo essersi lasciati, nello splendido appartamento che fa da sfondo alla vicenda), per Il fuoco che ti porti dentro di De Angelis, tratto dal libro di Antonio Franchini (senza la voce narrante di Franchini, il film è una farsa un po’ pasticciata con utilizzo delle musiche spericolato e una recitazione spesso sopra le righe). Strippoli fa un horror che non fa paura (il “thriller psicologico” non è in fondo un horror che se la crede molto?), ambientato nella Bari borghese e aspirazionale degli anni 2000, con qualche tentazione di metafora sociologica di troppo, qualche effetto cliché (tipo i fiotti di sangue che scorrono dal rubinetto del bagno), il tutto vagamente simile al Lanthimos de Il sacrificio del cervo sacro. Ma è un film diretto da un regista con stile e idee, anche se qui per creare tensione sceglie spesso di muovere la macchina freneticamente. Martone sarebbe stato bene in concorso con il suo film di fantasmi Scherzetto, tratto da Starnone. In generale, forse si è un po’ stufi di vedere sempre le stesse facce, quella manciata di attori e di attrici, anche bravi e molto bravi, che fanno un po’ tutto. Esci dalla sala dove hai appena visto un attore fare il padre amorevole e subito dopo lo ritrovi poliziotto corrotto, senza che quasi si percepisca la differenza tra l’uno e l’altro (è pure vero però che un buon padre può pure essere un poliziotto corrotto, però insomma). Un lavoro diverso di casting, anche per i personaggi secondari, con volti un po’ più interessanti e giusti per i singoli film, gioverebbe molto al cinema italiano, così come un utilizzo meno indiscriminato delle musiche e una maggiore fiducia nelle capacità dello spettatore di capire da solo cosa deve provare di fronte a una scena senza che un tappeto sonoro connotante in un determinato senso lo aiuti a farlo. Lo spettatore italiano è d’altronde spesso trattato come uno scemo.
I temi principali dei film, pure nella loro varietà, sono quelli che più ci incupiscono e angustiano: il confronto con le dittature passate, in chiave più o meno allegorica, con i fascismi di oggi (Israele, Russia, Iran), con la paura fondata dell’apocalisse e del potere narcisistico dei super-miliardari. C’erano ottimi film anche in Orizzonti, sezione che sempre più spesso ha al suo interno opere che meriterebbero il concorso principale. Ma questo equilibrio tra le due sezioni funziona. Bene anche la sezione Classici, con un Bunuel messicano, il Corman di The Wild Angels, Lo zio di Brooklyn di Ciprì e Maresco, Wajda con Cenere e diamanti tra gli altri.
I documentari (infilati nella nuova sezione Venezia Open, dove stava un po’ tutto che era fuori dai concorsi) quest’anno hanno dato molte soddisfazioni ai cinefili, anche per la durata torrenziale. Il ritratto di precisione filologica di Borges diretto da Mariano Llinás e Imperium di Sergio Loznitsa, viaggio nell’URSS attraverso materiali d’archivio girati tra il 1970 e il 1973 da cineasti italiani, sono due capolavori. E poi Guadagnino su Bertolucci, Gibney su Musk, Barbara Kopple, già premio Oscar con Harlan County, USA, e con Union Town, ultimo capitolo della sua trilogia sul lavoro.
Molto affettuoso Juso per sempre, il documentario che Karen di Porto ha dedicato a Galliano Juso, avventuroso e geniale produttore cinematografico italiano, che ha attraversato decenni di cinema sempre a un passo dalla bancarotta, inventandosi film di culto come W la foca, Bombolo come attore, ma dando anche a Ciprì e Maresco e Rezza e Mastrella la possibilità di realizzare i loro primi film.
Il tempo è quello che è, tutto non si può guardare, fa parte del gioco la tentazione di cambiare la proiezione dieci minuti prima dell’inizio o il rimpianto per non averlo fatto.
Quelli che seguono sono i film che abbiamo amato di più, in concorso e fuori concorso, e che meriterebbero di essere visti nelle sale. Per alcuni l’uscita è già prevista, per altri no, per alcuni sembra molto difficile che accada. Ma vale la pena recuperarli, anche affidandosi alle soluzioni più piratesche, nel caso. A poche ore dalla cerimonia di premiazione, sono questi i film che mi piacerebbe vedere premiati.
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DAU di Il’ja Chržanovskij
Venezia 83 Concorso
Nessun film in concorso quest’anno – e pochi negli ultimi anni – è all’altezza dell’ambizione, dell’originalità, dell’ossessività di DAU, che racconta, con grande libertà ma assieme estrema precisione storica (dalla feroce campagna anti-religiosa di fine anni Venti, passando per l’Holodomor, la destalinizzazione, fino all’altrettanto turpe post-comunismo di regime che arriverà e dura tutt’oggi), la vita del grande fisico Lev Landau e degli scienziati che con lui hanno lavorato al programma atomico sovietico. Progetto artistico smisurato e tentacolare, di cui questo film è la testa, DAU si compone, ad oggi, di tredici film, oltre 700 ore di girato, installazioni museali, realizzati in più di vent’anni di lavorazione. Oltre l’indiscutibile fascino di un’impresa che rasenta la follia (basti vedere la ricostruzione dell’ MIPT, l’istituto di fisica fondato da Pëtr Kapica, dove gli attori hanno vissuto realmente), e che ricorda l’ambizione faustiana del Mysterium di Aleksandr Nikolaevič Skrjabin, resta il valore dell’opera di per sé, coinvolgente ritratto di un genio la cui integrità morale e fiducia nelle possibilità umanistiche della scienza e del progresso si scontrano con la violenta paranoia repressiva del totalitarismo sovietico e con le sue mire distruttive. Non volendo piegare il suo talento alle esigenze guerresche di una ideologia che andava tradendo se stessa, dissipando i suoi figli (dai poeti, per citare Jakobson, agli scienziati, fino ai comuni cittadini). Dau cerca la libertà che gli è negata nel sesso, ma il suo libertinismo, perseguito scientificamente come modello di relazione, lo inaridisce, facendogli perdere la capacità di amare. È dunque un uomo in trappola, che sia dentro o fuori la Lubjanka.
Quando Dau e Krupitsa (il personaggio a Pëtr Kapica) discutono appollaiati su una gigantesca ringhiera di ferro, sembrano uccelli in gabbia (una delle tante originali idee di messa in scena del film). L’armadio a foggia di angelo che Dau si porta dietro dall’Ucraina nel corso degli anni pare il simbolo di una condizione ideale irraggiungibile, di una catabasi inevitabile per chi deve compromettersi col potere, camminare nel fango della storia, che si ripete, in frenetici e allucinatori montaggi che aprono e chiudono il film, identica a sé stessa. Nei primi minuti del film, quando Dau cammina per le vie di una San Pietroburgo in disfacimento, preda dei furori luciferini della folla che brucia le icone, profana i tabernacoli, spacca i campanili delle chiese, sembra un angelo, che, perse le ali, è caduto sulla strada polverosa ed è costretto a percorrerla, con passo incerto, in direzione contraria alla massa, senza mai voltarsi indietro, senza lasciarsi distrarre dalla distruzione che incombe. Per questo, per il messaggio inequivocabilmente anti-totalitarista, anti-putiniano, le polemiche e i tentativi di boicottaggio del film in quanto russo (ma il regista ha rinunciato alla cittadinanza), sono fuori luogo.
Guardare DAU è un’esperienza non così dissimile dalla lettura di Louis-Ferdinand Céline; oltre lo spirito picaresco, simile infatti è la voce febbricitante e maniacale che si alza, come scriveva Cortellessa dello scrittore francese, nello “sforzo di risvegliarci dall’incubo della storia”.
Carlo Rovelli, Marina Abramovic, Romeo Castellucci, Boris Mikhailov e molti altri, qui e/o negli altri film, recitano, ognuno svolgendo il ruolo che già hanno nella loro vita, regola che vale per tutti i partecipanti al film, escluso il protagonista, il direttore d’orchestra Teodor Currentzis, che si fa picchiare, frustare, pisciare in bocca e che si presta a fare sesso, a mostrarsi nudo, con grande dedizione al progetto.
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Woman Unknown di May el-Toukhy
Venezia 83 Concorso
Nella Danimarca liberata dal nazismo, la bambinaia Marie sta per diventare moglie del suo datore di lavoro, il ricco vedovo Christian, proprietario di una fabbrica di guanti e padre di una bambina piccola. Marie è una principessa tra le altre serve, essendo destinata con il matrimonio a sopravanzarle socialmente. Intanto, fa un sesso meccanico col futuro marito, imbottendosi di oppioidi per sopportare il dolore fisico, frutto di un trauma mai guarito. Un giorno, sullo sfondo di una città dove i collaborazionisti nazisti vengono giustiziati alla luce del sole, e le donne accusate di essere state troppo compiacenti coi tedeschi vengono rasate a zero e umiliate sulla pubblica piazza, Marie incontra un suo ex compagno di scuola. Questo ragazzotto dallo sguardo malato, un tempo innamorato di lei, minaccia di riportare a galla un segreto del passato di Marie che lei vorrebbe tenere nascosto ad ogni costo. Il segreto è sgradevole, doloroso e compromettente al punto da rischiare di gettare all’aria la vita che tanto faticosamente si sta costruendo. Si insinua così nel film un senso di minaccia, sottolineato da una fotografia austera ma livida, e da una regia di geometrica eleganza che accoglie gli spigoli dei personaggi, la freddezza dei loro rapporti. Non sappiamo le ragioni che hanno spinto Marie a fare quel che ha fatto, ma capiamo il suo desiderio di proteggersi; d’altronde è quello che anche gli altri, gli uomini, il suo futuro marito per primo, fanno in questa nuova fase democratica.
Film cupo, angosciante, con una visione della sessualità feticistica e senza gioia, tra Hitchcock e Muriel Spark, Il film esprime una sfiducia nell’umanità deprimente, degna di un maestro dell’atrabile come Lars Von Trier.
C’è chi potrebbe vedere un fondo di qualunquismo nella descrizione impietosa che il film fa dell’antifascismo come regolamento di conti tra bande, ma è per l’appunto più generalizzato, credo, il giudizio negativo che il film esprime sugli esseri umani. In modo particolare, è qui è una delle chiavi del film, nei confronti degli uomini, che la fanno franca più facilmente, e che riescono a nascondere i loro rapporti compromettenti con il nazismo spesso sviando l’attenzione sulla vita sessuale delle donne. Al punto che ci si chiede se la vera colpa da punire, in una società liberata dal nazismo ma non dal potere maschilista, non sia il sesso delle donne.
Non esistono nel film personaggi davvero privi di malizia e opacità, non ci sono eroi ed eroine, nessuno si staglia sugli altri per indiscutibile statura morale. Non è una cosa comune vederlo al cinema e con una messa in scena così curata, quella di May el-Toukhy, unica regista donna in concorso (oltre a Rachel Szor).
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Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor
Venezia 83 Concorso
Con “Naza” l’esercito israeliano definisce le vittime collaterali dei bombardamenti su Gaza. Peri colpire un miliziano importante, si possono “sacrificare” allo scopo infiniti civili innocenti. Il più delle volte a morire sono solo le vittime collaterali, spesso bambini. Queste cose ormai le sappiamo, ma è più raro sentirle raccontate da chi le compie.
Naza è un documentario composto da interviste a militari e ufficiali dei servizi segreti israeliani impiegati nei bombardamenti da remoto, tecnica che negli anni si è via via raffinata grazie al progresso della tecnologia, in una modalità di esecuzione spersonalizzante, le cui convergenze con il mondo dei videogiochi sono state mostrate, tra gli altri, da artisti come Harun Farocki, teorici dei media come Pasi Valiaho, Jussi Parikka e altri (in Italia, sul tema, è uscito di recente un libro di Dario Bassani).
Le interviste, registrate di notte, sui tetti di Tel Aviv, con gli intervistati di profilo, immersi nel buio, con la voce e i tratti modificati per garantirne l’anonimato, mostrano sì la cinica brutalità degli esecutori di ordini (sembra di sentir parlare i nazisti di Sereny), ma anche la schizofrenia di chi, come alcuni di questi militari, arriva a considerarsi progressista, di sinistra, pure esercitando quotidianamente lo sterminio. Senza ricorrere, se non negli ultimi minuti del film, a filmati di Gaza, i racconti di morte si fissano nella mente dello spettatore anche se egli vorrebbe interrompere l’esercizio dell’immaginazione: un bambino bombardato per essere entrato in una zona off-limits e poi sbranato dai cani, ad esempio. Se un bambino poi viene intercettato e dice alla mamma “papà sta tornando a casa”, rischia di sancire la condanna sua e della famiglia, che verrà così sterminata dall’alto se il padre è sospettato di appartenere ad Hamas.
Sul megaschermo di un grattacielo scorrono le immagini di Shoah di Claude Lanzmann, a cui la cinemateca di Tel Aviv dedica una retrospettiva; un soldato racconta di essere stato in Polonia a visitare i campi di concentramento, di considerare Hitler un mostro, e io chi sono invece?, si domanda; dopo aver ucciso fino a 500 persone dal suo ufficio, in una normale giornata di lavoro, un militare racconta che a fine giornata andava a bersi le birre con gli amici; un altro rivendica con piccato orgoglio il suo status di eccellenza, l’unità dell’esercito a cui appartiene è ambitissima, tutti vogliono farne parte; c’è chi dice di divertirsi ad ammazzare, è un gioco d’altronde il cui scopo è migliorare il proprio punteggio; un giovane Netanyahu, durante un’intervista televisiva, dà la sua definizione di terrorista, nella quale oggi senza alcuno sforzo si può riconoscere il suo operato da primo ministro; le insegne luminose delle multinazionali come Deloitte sono proprio accanto alle sedi delle unità d’elite dell’esercito israeliano, nel centro della città. Sembrano cose paradossali, che il buonsenso non sa tenere assieme, e che nel film vengono registrate senza troppa enfasi e con una regia da reportage giornalistico quale è.
Diretto dai due registi israeliani che, assieme ai palestinesi Adra e Ballal, hanno diretto No Other Land, e prodotto dal «Guardian», da Jonathan Glazer e James Wilson, il film uscirà nelle sale italiane dal 28 al 30 settembre come evento speciale, prima di trovare collocazione stabile al cinema.
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A Bit of Light di Ali Asgari
Venezia 83 Concorso
A Teheran, il medico Arash vuole uccidersi. La sua decisione sembra irrevocabile dopo essere stato arrestato e aver visto la chiusura del suo studio medico. La sua colpa è quella di aver curato dei manifestanti anti-regime. Arash vuole preparare alla sua morte le due sorelle, il fratello, la madre, spiegando la sua scelta con placida assertività, senza prediche, approfittando del tempo che gli rimane per lasciare in buone mani i pazienti dissidenti di cui, clandestinamente, si prende cura, la sua gatta e le sue molte e belle piante. Il tema del film è evidentemente una riproposizione de Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami. La riuscita di A Bit of Light si deve soprattutto alla bella faccia burbera e affettuosa di Misagah Zareh, sulla quale si leggono rassegnazione, malinconia e senso di giustizia e un disgusto appena trattenuto di fronte al potere. Il film è semplice, con una scrittura che sa dosare felicemente commedia e dramma, ma in un’edizione ricca di opere che osano nella ricerca di forme nuove, rimane uno dei più riusciti.
Le riprese sono cominciate a Teheran e, dopo lo scoppio della guerra, quando ormai era impossibile continuare, sono finite in Turchia. Anche per questo le battute su Trump (“Trump ha giurato che non bombarderà i civili, non si può dubitare di Trump”, dice con candore un personaggio), i vetri delle finestre “rinforzati” dallo scotch da pacchi, la minaccia delle bombe hanno, come spesso nel cinema iraniano, un che di assurdo che lascia spaesati e tronca il sorriso dello spettatore in una smorfia incerta.
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I figli della scimmia di Tommaso Landucci
Orizzonti
Il più bel film italiano della Mostra, almeno per chi scrive, era in sezione Orizzonti.
Riccardo Scamarcio interpreta (molto bene) Dario, il padre di un bambino disabile, che molto ama e di cui, assieme alla moglie, si prende cura con impegno. Ha un fratello maggiore, il bravo Russo Alesi, più serioso e ingessato, con il quale lavora nella ditta assicurativa di famiglia, e che ha anch’esso un figlio, a cui Dario è legato. Nel rapporto sempre più stretto col nipote, Dario può specchiarsi, riscoprendo le passioni giovanili, interessi convenzionalmente virili, una dinamica padre-figlio meno complicata. Queste attenzioni crescenti e il desiderio di un legame esclusivo col nipote creeranno problemi negli equilibri familiari, all’apparenza ottimi ma agitati da pulsioni opache e male espresse, come da buona tradizione piccolo borghese. Ma lo aiuteranno anche a calibrare le proprie aspettative e ad amare non per rispondere a un’immagine di sé lusinghiera, ma per reale volontà, senza vivere gli affetti e il lavoro di cura come una serie di compiti da svolgere e da rinfacciare all’altro.
Ben recitato, con dialoghi convincenti, senza la pseudo-letterarietà e il patetismo che spesso zavorrano storie del genere, e senza l’invadenza di tappeti sonori drammatizzanti e canzoni strappalacrime buttate lì a caso, il film sa emozionare in modo discreto. Ottima la fotografia, plumbea, sui toni del grigio, da provincia piemontese.