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Marcello Mosca

“Un giorno in pretura” ha cambiato il modo in cui guardiamo alla cronaca nera

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Da quasi quarant’anni va in onda “Un giorno in pretura”. Ora che è in corso la nuova stagione, il programma ha ancora il merito di rifuggire la spettacolarizzazione e la morbosità con cui la cronaca nera è perlopiù raccontata.

Soffro di insonnia e non ho mai amato uscire il sabato sera: l’incrocio di questi due fattori mi ha reso, fatalmente, lo spettatore perfetto di Un giorno in pretura.

Fino a pochi anni fa il palinsesto di Rai 3 prevedeva la messa in onda del programma il sabato, e la locuzione “in seconda serata” indicava un arco di tempo vago che, di settimana in settimana, poteva variare tra le 23:30 e la mezzanotte passata: condizioni particolari, che hanno portato una nicchia di estimatori, perlopiù formata da cultori, perlopiù insonni e studenti di giurisprudenza, a ritenere immancabile l’appuntamento.

Personalmente, prima che mi imbattessi in Un giorno in pretura (da qui in avanti, UGIP) ero disinteressato alle trasmissioni di cronaca nera; mi sembravano progettate per agganciare gli spettatori con dettagli morbosi di omicidi e violenze. Era la modalità di narrazione di quei fatti delittuosi a nausearmi, non i delitti in sé: speculativa, iper-mediatica, scioccante, condita di false piste e tesi incerte, volta a suscitare a tutti i costi empatia verso le vittime e disgusto verso i colpevoli; una televisione che dava allo spettatore il potere di elevarsi a giudice di una vicenda di cui conosceva poco, fornendogli dettagli perversi e pruriginosi utili a suscitare emozioni nette e immediate. 

Quella sgradevole sensazione, che in passato mi provocava la TV del dolore, i plastici di Bruno Vespa o le lacrimevoli interviste di Barbara D’Urso, in tempi più recenti si è perfino acuita: tra podcast narrati da voci calde e un po’ sexy, miniserie Netflix sulle vite dei serial killer, casi di cronaca giudiziaria che infestano qualsiasi media (Garlasco docet) mi sono convinto che, prima ancora che una moda, l’interesse per il true crime sia un rito collettivo con la doppia funzione di esorcizzare le paure e al tempo stesso rappresentare i concetti di Male e di Bene in senso sempre più manicheo. Da una parte c’è lo scandalo, la presunta presa di distanza “morale” da fatti che si ritengono estranei da sé, dall’altra la normalizzazione del racconto di quei fatti stessi sotto forma di intrattenimento. 

Eppure, scrittori eccellenti hanno mostrato un enorme interesse verso la cronaca nera: da Georges Simenon, che ne era uno sfegatato lettore, a Dino Buzzati, che se ne occupava per il «Corriere della Sera», fino alle inchieste compiute in prima persona da Andrea G. Pinketts per «Panorama» ed «Esquire», che lo portarono a profilare in Luigi Chiatti il Mostro di Foligno prima ancora delle autorità competenti; altri ancora vi hanno attinto come materiale linfatico per le loro opere: Raskol’nikov, il celebre personaggio di Delitto e castigo, è ispirato a Gerasim Čistov, protagonista di un caso dell’epoca, così come l’omicidio al centro del Pasticciaccio di Gadda ricalca un fatto avvenuto a Roma nel 1946, il delitto Barruca.

Né mancano esempi nel cinema: il solo Matteo Garrone, per dirne uno, si è ispirato per almeno tre dei suoi film a celebri casi di cronaca nazionali, L’imbalsamatore (dall’omicidio di Domenico Semeraro, il “nano di Termini”, Primo Amore (dal caso di Marco Mariolini, il “cacciatore di anoressiche”), Dogman (dalla vicenda di Pietro De Negri, “il canaro della Magliana”).

È innegabile che i delitti esercitino su molti di noi una grande fascinazione, rivelandoci verità profonde sull’essere umano che nella quotidianità ci sono celate. Omicidi, matricidi, parricidi, uccisione della prole sono archetipi che riecheggiano dalle favole antiche alla contemporaneità.

D’altronde le società in evoluzione, il progresso scientifico e tecnologico, il radicale cambiamento dello stile e delle condizioni di vita non impediscono, e credo non impediranno mai, a taluni di compiere delitti. È come se fosse una condizione imprescindibile dell’essere umano, ubiqua alle diverse culture, un’inevitabile condanna a perpetuare le gesta di Medea, Oreste, Edipo, Alcmeone. Come se gli assassini fossero in fondo anche vittime sacrificali, necessarie alla società per entrare in relazione catartica con la mostruosità e riconfigurare l’etica di conseguenza. Il delitto ci ricorda che, sotto l’apparentemente ordinata disposizione delle cose, si nasconde il Caos.

È qui che occorre tornare a UGIP per celebrarlo come esempio virtuoso del racconto di cronaca nera, a partire dalla scelta del linguaggio, innovativo nella sua apparente semplicità.

Ogni puntata racconta un caso di cronaca attraverso l’occhio algido delle telecamere piazzate nelle aule di tribunale durante il processo. La regia è monocorde, composta solitamente da inquadrature fisse che mostrano giudice, Pubblico Ministero, avvocati difensori e il banco dove si alternano imputati e testimoni. Gli attori della vicenda sono semplicemente coloro che l’hanno vissuta in prima persona, al contrario dei programmi in cui a cimentarsi in ingegnose speculazioni sono opinionisti, criminologi o presunti esperti; e ogni possibile fronzolo è di conseguenza espunto dalla narrazione, che risulta tanto distaccata da rasentare l’oggettività. È quella distanza che lascia allo spettatore la libera gestione delle proprie emozioni e del proprio discernimento in merito alle vicende giudiziarie: non ci sono tesi indotte, ma la semplice esposizione dei fatti avvenuti a processo. 

Con riprese così statiche, il ritmo della narrazione è affidato al montaggio, il vero punto di forza del programma: la divisione in blocchi sapientemente alternati (ricordo della vittima / tesi accusatoria / strategia difensiva / testimonianze / interrogatorio dell’imputato) garantisce un incedere di semplice fruizione per lo spettatore, che assume così da sè gli strumenti per collegare le fila del racconto fino al suo epilogo: richiesta della pena da parte del PM, tesi della controparte difensiva, infine sentenza. 

E poi c’è Lei.

La fascinosa conduttrice, nonché ideatrice e regista del programma, l’istituzionale Roberta Petrelluzzi, che non degna i curiosi del proprio commento, ma si limita a chiarire i passaggi più complessi del processo per chi non fosse alfabetizzato in materia di diritto penale, e a fornire gli strumenti necessari per intraprendere una decodificazione dei fatti scevra da pregiudizi e ipotesi fantasiose.

Roberta Petrelluzzi, Robertona Nazionale, Nonna d’Italia. In tempi in cui si abusa del termine iconico lei è vera e propria icona.

Come un’icona, d’altronde, è sempre raffigurata frontalmente, simmetricamente al centro dell’inquadratura; nessuno l’ha mai vista di profilo, è perfino plausibile dubitare che possa girarsi di tre quarti. Bidimensionale, rassicurante, identica a sé stessa da quarant’anni, fatta eccezione per l’età che avanza, portata comunque con grande signorilità.

Il look è sempre lo stesso, con poche variabili: occhiali da vista, orecchini di perla, collana di pietre dure, sciarpa o foulard, cartelletta degli appunti. Ma il punto forte è l’acconciatura, il capello argenteo e voluminoso, “bouffant”, a onde morbide. Talvolta, massima concessione alla frivolezza, un filo di rossetto. Anche il suo copione è sempre lo stesso: qualche piccolo errore di dizione nel leggere il gobbo, l’immancabile “Bonasera” di inizio puntata e la chiusura, uguale di puntata in puntata: “Per questa sera abbiamo terminato, e vi diamo appuntamento alla settimana prossima, sempre su Rai 3”.

Gli spettatori si fidano di lei: non li tratta da stupidi, li accompagna con stile asciutto, parole misurate e conduzione sobria. Non a caso, le rarissime volte in cui ha espresso un parere personale, come nei casi di Sarah Scazzi e Marco Vannini, è stata oggetto di asprissime polemiche, quasi avesse tradito un patto di fiducia con gli spettatori.

Qualche parola in più se la concede invece parlando del sistema giudiziario. In varie occasioni ha preso posizione a favore degli imputati più indigenti affinché possano avere diritto ad avvocati di buon livello, così come ha sempre espresso un’opinione critica nei confronti della sovraesposizione mediatica dei casi giudiziari e sul rischio che questa possa influenzare le sentenze dei giudici, preoccupati di dover rispondere del loro lavoro a un’opinione pubblica inferocita. 

Dal suo sguardo e dalle sue parole trapelano comprensione ed empatia perfino per chi ha commesso i crimini più efferati, nella convinzione che allargando il campo si possano riconoscere, oltre alle responsabilità individuali, anche le altre componenti che possono portare una persona a delinquere: le circostanze, l’ambiente socio-culturale, eventuali disturbi psichiatrici.

Lo credevo impossibile, ma da quando ha dichiarato, in qualche recente intervista, di aver militato nel Partito Comunista e di conservare in casa un quadretto di Karl Marx, la mia ammirazione nei suoi confronti è, se possibile, aumentata.

BREVE CRONISTORIA 

Per comprendere come sia potuto nascere un format del genere bisogna fare qualche passo indietro, e aprire una digressione su Angelo Guglielmi.

Intellettuale, critico letterario, tra i fondatori del Gruppo 63, movimento di neoavanguardia letteraria italiano che si poneva in contrapposizione al passato esplorando le possibilità del linguaggio attraverso la sua decostruzione, Guglielmi entra in Rai a metà degli anni ’50 portando grandi intuizioni all’interno di una programmazione ingessata e prudente. Dai celebri sceneggiati biografici (Dante, Michelangelo, Caravaggio) alla geniale idea del Teatro Inchiesta – piuttosto che mandare in onda una mera riproposizione dei classici, come avveniva all’epoca, propese per la produzione di spettacoli originali che sviscerassero fatti di cronaca e di attualità.

Nel 1987, negli anni dell’espansione delle tv private di Berlusconi, Guglielmi diventa direttore di Rai 3, al tempo connotata da un palinsesto privo di una forte identità, crea un nuovo linguaggio, una televisione pubblica di rottura. Partendo da una posizione critica verso la tv tradizionale, che considerava troppo pedagogica e lontana dalle persone, Guglielmi inventa il concetto di Tv Verità, con una serie di programmi più vicini al pubblico e alle loro esigenze, lontano dall’autoreferenzialità di molta televisione di quegli anni.

Con la prerogativa di cercare volti nuovi, scovati fuori dall’ambito televisivo, Guglielmi progetta un palinsesto che trasforma Rai 3 in un’emittente sì colta, ma anche popolare. 

Tra i programmi nati sotto la sua direzione, figurano i più celebri e duraturi della tv di stato: Blob, Fuori Orario, Chi l’ha visto?, La tv delle ragazze, Samarcanda, Telefono Giallo, Quelli che il calcio, Storie maledette e diversi altri. Tra questi, Un giorno in pretura.

A onor del vero, un embrione del programma esisteva già dall’85 col nome In pretura ed era curato da Nini Perno, Celestino Spada e Roberta Petrelluzzi, ma si limitava a mostrare casi di giustizia minore, liti di condominio, furtarelli, vagabondaggio e vicende affini. È nel 1988, sotto la guida di Guglielmi, che il format si trasforma e il titolo cambia in Un giorno in pretura, mutuando il nome da un film di Steno; alle semplici riprese svolte all’interno delle aule giudiziarie si infonde ritmo grazie al ruolo sempre più centrale del montaggio. Roberta Petrelluzzi diventa l’anima del programma: sua la direzione, sua la regia delle puntate, sua la conduzione. 

Se Chi l’ha visto? un’idea di televisione socialmente utile e Telefono giallo si inscriveva all’interno  di un certo tipo giornalismo d’inchiesta, UGIP rappresentava, in un certo senso, il manifesto teorico e stilistico delle idee di Guglielmi; a partire dall’assenza dello studio televisivo, del set, del pubblico e delle scenografie, la trasmissione portava nelle case degli italiani, direttamente dalle preture, il ritratto di un Paese raramente raccontato, dimostrando che la realtà ripresa in diretta e spogliata da ogni manipolazione poteva avere una forza drammaturgica superiore alla finzione scenica.

EVOLUZIONE DEL FORMAT

Un giorno in pretura è oggi il programma più longevo della terza rete, e se si pensa che dalla sua nascita è passato quasi mezzo secolo la sua struttura ha mantenuto una coerenza stilistica e narrativa pressoché immutata. Tuttavia, il format ha subito alcune variazioni, soprattutto legate a questioni di share.

Dalla visione delle prime puntate del 1988 si evince che il programma era ancora vincolato alla giustizia minore, gli episodi erano molto brevi e i processi si svolgevano sotto l’egida dei pretori.

Nel 1989 però viene stipulato il nuovo Codice di Procedura Penale, che comporta l’abbandono del Codice Rocco e decreta il passaggio definitivo dal sistema inquisitorio a quello accusatorio.

Tra le molte differenze spiccano la terzietà e l’imparzialità del giudice, uno scontro più paritario tra accusa e difesa, la possibilità di produrre nuove prove durante il processo e soprattutto una centralità assoluta del dibattimento, con il coinvolgimento di testimoni e periti, soggetti a esame per la ricostruzione della verità processuale. Questo non ha solo rivoluzionato la giustizia italiana ma anche la struttura di UGIP, che si trova negli anni ’90 a dover costruire narrazioni molto più articolate introducendo un uso più massiccio del montaggio. Soprattutto, il programma comincia a occuparsi di grandi inchieste.

Il boom degli ascolti arriva con Tangentopoli, nel 1993. Grazie alle telecamere di UGIP gli italiano possono assistere a qualcosa di impensabile fino a pochi anni prima: la classe politica messa alla sbarra, costretta a mostrare il suo lato più umano e meno istituzionale per rispondere alle accuse di corruzione mosse, tra gli altri, da Antonio Di Pietro, protagonista indiscusso di quella stagione e diventato allora star nazionale. I cittadini assistono al crollo della Prima Repubblica e il programma raggiunge picchi di share tuttora ineguagliati.

In quegli stessi anni UGIP ha documentato altri due grandi processi che hanno fatto la storia della televisione italiana, quelli a Totò Riina e a Pietro Pacciani, col merito di aver definitivamente iniziato gli spettatori al linguaggio giuridico e contribuendo a trasformare il racconto giudiziario in un grande romanzo popolare.

Si potrebbe asserire che da quel momento la trasmissione ha sempre mantenuto questo triplo binario: la cronaca nera, i processi di mafia e i processi politici e di costume.

Tra questi ultimi, fondamentali il processo Tarantini sul sistema di escort che ruotavano attorno a Silvio Berlusconi, Calciopoli, il procedimento sui rimborsi elettorali della Lega Nord, il processo a Erich Priebke per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, quello per i desaparecidos; il caso di Giulio Regeni, la vicenda del naufragio dell’11 ottobre 2013 – una delle più grandi tragedie di migranti avvenute nel Mediterraneo; i processi di mala polizia, per le morti di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi, di Serena Mollicone, di Aldo Bianzino, di Pino Turrisi, di Giuseppe Uva. 

UGIP ha accompagnato la storia d’Italia incarnando il significato di Servizio Pubblico nella sua forma più nobile.

Parallelamente ha approfondito i più eclatanti casi di cronaca nera italiani, forse quelli per cui la trasmissione è nota. Questo ha comportato molto presto, già dal 1994, lo spostamento del programma dalla prima alla seconda serata. Le immagini e le testimonianze che Roberta Petrelluzzi non ha mai accettato di tagliare dalle sue puntate erano ritenute troppo forti per essere mostrate in fascia protetta.

UGIP passa quindi dall’essere un programma mainstream a trasmissione di culto, in onda, come già scritto, il sabato sera intorno alla mezzanotte. Questo cambiamento del palinsesto ha fatto sì che diventasse appannaggio di una nicchia molto fedele, che rinunciava a uscire la sera o tornava a casa in tempo per vedere le nuove puntate.

Era un’epoca precedente a RaiPlay, che rendeva difficile fruire le puntate poco tempo dopo la messa in onda (c’era una rudimentale versione di sito Rai che le caricava, ma con una frequenza e un principio di causalità mai precisati).

Dal 2016, con l’implementazione appunto della TV digitale e la nascita della piattaforma RaiPlay, UGIP è cambiato ulteriormente, entrando in quella che per molti fan della prima ora è considerata l’era della confusione. La riproducibilità immediata delle puntate ha portato alla nascita di una nuova fanbase, nata principalmente sui social. La creazione di pagine FB come “Non uscire la sera per guardare Un giorno in pretura”, la mole infinita di commenti coinvolti o polemici sotto ogni singolo post della pagina Facebook ufficiale del programma, i meme, la diffusione di brevi clip estrapolate dal contesto perché ritenute divertenti e poi divenute virali hanno sicuramente contribuito a una nuova notorietà del programma, portandolo però anche a un cambio di passo.

Andrea Alongi (“Due canne!”), Alberto Bigioggero (“Poco professionista, molto libero”), Pietro Pacciani (“Se ni’ mondo esistesse un po’ di bene e ognun si honsiderasse suo fratello…”) la signora che ciuccia il microfono, l’avvocato di Denny Pruscino sono ormai entrati nell’immaginario collettivo, anche di chi non ha mai visto una puntata per intero.

A livello redazionale, sono state prese alcune scelte che non sempre premiano la qualità del prodotto. 

Per l’esigenza di fronteggiare una soglia dell’attenzione sempre più bassa la durata dei processi è stata sensibilmente ridotta. Fino a prima della stagione digitale c’erano casi anche di sette/otto puntate, sviscerati con dovizia di dettagli. Oggi tre ore è la durata massima dei processi e anche quelli più vecchi che sono stati rimontati per essere riproposti vengono accorpati e riassunti in accordo a questa nuova formula. Ovviamente è un peccato, perché i tagli di interi stralci di testimonianze, il montaggio più sincopato, l’eliminazione di quelli che solo apparentemente potevano sembrare momenti morti – come l’ingresso di una persona in aula, le richieste di una pausa, i silenzi – e che erano invece dettagli preziosi proprio perché conferivano tridimensionalità alle persone oggetto del racconto, hanno in parte leso alla personalità del programma.

Oltre al ritmo più incalzante, sono aumentati i contenuti multimediali, parallelamente all’utilizzo sempre più massivo che si fa dei mezzi digitali nella società. Contributi video, screenshot delle chat, fotografie, montaggi di contenuti originali e accompagnamenti musicali sono inserti pressoché immancabili nelle recenti stagioni. 

Tutu di Miles Davis, prima sigla del programma, aveva già ceduto il posto negli anni Duemila a un brano strumentale di Alan Silvestri, tratto dal film Van Helsing, dal ritmo ansiogeno e serrato, accompagnato dalle note di un coro in stile Carmina Burana dal sapore horror, che ben si confaceva alla natura notturna della trasmissione. Nel 2019 UGIP inaugura una nuova stagione con la sigla del compositore Teho Teardo, che abbandonando lo spirito adrenalinico della precedente sembra rifarsi alle atmosfere dell’opening theme di True Detective.

Queste e altre decisioni editoriali (i lievi movimenti di camera, principalmente carrelli in avanti, durante i raccordi della Petrelluzzi; il passaggio cromatico di logo e studio dal blu al rosso; le scenografie più contemporanee che integrano installazioni videowall con le foto delle vittime; la riproposizione di processi americani ridoppiati, come nel caso di Johnny Depp e Amber Heard) lasciano pensare al desiderio di accodarsi al successo della recente ondata di true crime. Ma non sono questi i veri problemi delle nuove stagioni: a lasciare interdetti sono piuttosto la programmazione variabile e sgangherata che ogni volta scatena l’ira dei fan, nonostante questa non sia responsabilità della direzione artistica del programma, ma del palinsesto Rai; i continui passaggi dalla seconda alla prima serata, le variazioni del giorno della messa in onda, le puntate misteriosamente scomparse da RaiPlay, le stagioni che non si capisce quando inizino e quanto durino, ma soprattutto la questione delle repliche: ogni volta che viene riproposto un vecchio processo i seguaci insorgono, perché “li hanno già visti tutti”, perché “possono comunque recuperarli online”, perché “ci sono tante puntate più interessanti e mai caricate in streaming che andrebbero ritrasmesse”, perché “se uno paga il canone non si merita un trattamento del genere”, e via dicendo.

A volte sorge il dubbio che questa trasmissione, così amata e così cult, sia brutalmente bistrattata dai direttori di rete, che la gestiscono alla stregua di un tappabuchi senza intuirne l’effettiva rilevanza. 

UN VIDEO A PROCESSO

Primi anni Duemila. 

Pietro Arena è un ex-poliziotto di Regalbuto, in Sicilia, allontanato dall’arma per comportamenti non consoni al suo ruolo. L’uomo si reinventa nel settore dell’installazione di telecamere, fino a sviluppare una videofilia. L’ex compagna, Adele Sanfilippo, lo dice chiaramente: riprende sempre tutto e tutti. Riempie la propria abitazione di videocamere di ogni tipo, perfino microcamere nascoste, tenendole costantemente accese, anche quando è in casa. A un certo punto comincia a manipolare Adele Sanfilippo, minacciandola di lasciarla se non si presta a farsi filmare durante gli amplessi. Pretende che Adele abbia un rapporto sessuale con un altro partner mentre lui effettua le riprese, e lei per amore acconsente.

Quando però scopre che una delle tante registrazioni raccolte in casa da Pietro Arena riguarda sua figlia in un momento di intimità rubata, Adele Sanfilippo lo lascia.

Lui allora comincia a diffondere per Regalbuto i loro filmati a sfondo sessuale, distribuendoli su diversi supporti, VHS, cd, dvd, telefonini. Crede di ricattarla con il revenge porn, ma ottiene solo una denuncia. Disperato e ossessionato, contatta il Dottor Stranamore, la trasmissione condotta da Alberto Castagna che si occupava di riconciliare le coppie in crisi. Per Arena, che tanto ama la dimensione video, l’opportunità di chiedere alla sua ex di tornare con lui su rete nazionale è il non plus ultra dell’eccitazione. Adele, coraggiosamente, si presta alla cosa presentandosi in studio, dove però ribadisce il suo rifiuto, umiliandolo.

Nel 2007, quando Adele Sanfilippo sembra essersi ormai rifatta una vita col nuovo compagno Nino Allegra, Pietro Arena infrange l’ordinanza che lo dovrebbe tenere lontano da Regalbuto e si presenta con una pistola nel bar dove lavora la coppia. Dopo aver esploso due colpi mirando ad Allegra, il secondo dei quali si rivelerà mortale, prende in ostaggio Adele Sanfilippo all’interno del locale: con una mano la tiene per i capelli, con l’altra le punta la pistola.

Accorrono le forze dell’ordine, ma Pietro Arena si dice disposto a trattare a un’unica condizione: che arrivi una troupe di Rai 3, così da poter raccontare in diretta nazionale la propria vicenda. Si decide di accontentarlo, e accorre la troupe accompagnata da un giornalista che intervista l’Arena. L’uomo, che conosce bene i dispositivi audiovisivi, intima al cameraman di non imbrogliarlo, notando che la spia rossa della telecamera risulta spenta. Diventa il regista del suo film, dà indicazioni sulle riprese: “Inquadra questo, inquadra quello, avvicinati”. Prepara la sua testimonianza nel dettaglio, perché vuole che tutto il Paese sappia, che tutta l’Italia veda.

Quando, dopo quasi dieci ore, viene l’alba, Arena sfinito si arrende e lascia scappare la Sanfilippo.

Tornerà in televisione nel 2013, proprio sugli schermi di Rai 3, a Un giorno in pretura, questa volta sul banco degli imputati: degno epilogo per un videomaniaco.

Il processo Arena è un caso minore tra quelli affrontati da UGIP, ma è emblematico di come la televisione sia entrata in casa della gente al punto da indurre la gente a voler entrare nella televisione. 

La seconda puntata del dittico che lo riguarda è una delle più anomale della storia del programma: la quasi totalità della durata è occupata proprio dal video della troupe che Pietro Arena pretese nella notte del suo arresto. Il contenuto nudo e crudo, praticamente integrale, finalmente trasmesso in TV: la sua ultima possibilità di far valere le proprie ragioni, di raccontare la propria versione dei fatti, nonostante l’ergastolo. L’ultimo contentino per il suo patologico narcisismo.

Qual è il valore di Un giorno in pretura rispetto a qualsiasi altro format true crime?

È innanzitutto un repertorio prezioso che ha protocollato il racconto della storia criminale d’Italia. È un documentario lungo 38 anni, che ha colto le mutazioni di un Paese e, per certi versi, anche i suoi tratti immutabili. Ha registrato i tic, le nevrosi, i vizi e le virtù degli italiani, carpiti in un ambiente che per sua stessa natura intimorisce, il Tribunale, dove chi entra non sa se troverà condanna o assoluzione, come davanti alla porta di San Pietro. L’unico luogo, forse, in cui la televisione non è autorità: chi testimonia si dimentica delle riprese e questo rende la sua deposizione, in qualche maniera, spontanea. 

La trasmissione evidenzia le differenze tra Nord e Sud, tra città e provincia, tra proletariato e borghesia; tra chi sa parlare e ha evidenti strumenti per difendersi e chi fatica perfino a leggere o a esprimere le proprie generalità. Mostra la seduzione del male, che può tentare l’ignorante quanto l’erudito e porli ugualmente nella condizione di delinquere. Cattura il narcisismo di avvocati e PM, che talvolta sembrano vivere nell’arringa il loro piccolo momento di gloria e di teatro. Ci rivela come siano cambiati i costumi, come la globalizzazione abbia livellato le differenze culturali tra le regioni, come la tecnologia possa facilitare le indagini ma non per questo impedire a chi voglia delinquere di farlo comunque. Ci mostra il lato grottesco dell’essere umano, unendo gli spettatori nel riso quando qualcuno manca di rispetto alla corte e parimenti nel pianto, quando il senso dell’ingiustizia è troppo cocente, come nel caso dei desaparecidos o di Federico Aldrovandi. 

Ha una funzione catartica se ci immedesimiamo nei familiari della vittima e siamo tentati di demonizzare l’imputato, animati da giustizialismo; o viceversa ha una funzione anti-catartica, quando a mente lucida analizziamo la vicenda nel dettaglio sospendendo il giudizio morale, mettiamo insieme i pezzi del puzzle e cerchiamo di capire cosa abbia spinto l’imputato al delitto.

UGIP testimonia quanto le ingerenze della stampa, la sovraesposizione mediatica dei casi e il furore di un’opinione pubblica che rivendica pene esemplari abbiano inquinato lo svolgimento dei processi; allo stesso tempo ci insegna a mantenere la giusta distanza, trasmettendo le puntate solo quando la sentenza è ormai emessa e siamo lontani dal clamore e il chiacchiericcio che accalorano il dibattito in fase di indagini, predisposti invece a tentare di capire, per farci un’opinione autonoma e incondizionata.

Ci aiuta a comprendere il funzionamento della Giustizia Italiana, con i suoi riti e i suoi cavilli, invitandoci però a riflettere anche sul puro concetto di Giustizia, ricordandoci che a esercitarla non sono che uomini sopra altri uomini e che non c’è incarico più gravoso che dover decidere le sorti della vita di un’altra persona.

C’è un vecchio principio che deriva dal diritto romano per cui nell’ordinamento penale italiano l’imputato ha la facoltà di mentire, a differenza che nel sistema anglosassone. 

Nemo tenetur se detegere: nessuno è costretto ad autoaccusarsi. Se il testimone sotto giuramento è obbligato a dire la verità, l’imputato può invece mistificare il proprio racconto per costruire una strategia difensiva, esercitando un sacrosanto diritto alla menzogna.

Il giudice sarà allora anche un detective alla ricerca della verità processuale, nella speranza che corrisponda almeno in parte alla verità dei fatti. La cercherà negli atti, nei verbali e nelle carte ma al tempo stesso anche negli occhi, nelle voci e nei vezzi di coloro che sfilano davanti al suo sguardo.

Assemblerà prove, testimonianze e indizi per azzardare una ricostruzione, conscio che resterà sempre e soltanto un tentativo di avvicinarsi alla verità assoluta.

“Non esistono fatti, solo interpretazioni” scriveva Nietzsche in un appunto, preannunciando la fibra più intima della società contemporanea. In tempi di pieno prospettivismo (alcuni direbbero post-verità), che l’esistenza di Un giorno in pretura ci consoli: come monito, come bussola, come strumento d’indagine.

Marcello Mosca

Marcello Mosca è disegnatore, fumettista e animatore. Co-fondatore di «Frankenstein Magazine», è autore dell’albo per bambini Le avventure di Frankenstein.

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