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Tommaso Giartosio

Skull Tower

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Certi modi in cui pensiamo agli amici, magari fabbricandogli pensieri o strani regali ad arte, sanno nascondere messaggi sottesi che non riusciamo ad ammettere a noi per primi: è quello che accade in questo racconto.

All’inizio degli anni ’90 mi sono messo a confezionare un libro d’artista destinato al mio amico Marko. L’avevo frequentato nella seconda metà degli anni Ottanta, Marko, tra Atene, Roma e Belgrado: uno studente di architettura jugoslavo che più tardi si era trasferito in Canada, mentre io ero andato a vivere in America. Ora avevamo in comune l’espatrio e il mio regalo aveva proprio a che fare con il luogo d’origine di Marko: Niš, la terza città della Serbia. 

Sembrava un pensiero gentile. Solo con il passare degli anni mi sono reso conto del garbuglio di significati imprigionati al buio dentro quel dono, come ragni in una scatola di fiammiferi. Eppure avrebbero dovuto mettermi sull’avviso sia il mio rapporto con Marko, più intimo e più divaricato di quanto sapessimo, sia il contenuto stesso del libro. 

Era pieno di immagini di teschi e si intitolava Skull Tower.

Non so più dire come mi fossi infilato in questa impresa. In quel periodo non avevo nessuna obbligazione al mondo tranne studiare, che era un piacere. E la verità è che una persona lasciata a sé stessa – se gli altri la lasciano in pace, e se si lascia in pace da sé – cede alla tentazione dell’autenticità e si abbandona a passatempi poco rispettabili: parlare con gli sconosciuti, sdraiarsi sulle panchine, gironzolare, scrivere poesie, uccidersi. Io invece raccoglievo queste orbite vuote, questi sguardi cavernosi o grotteschi. 

Li cercavo in biblioteca. Erano vere e proprie spedizioni al centro della terra. Bisogna essere scesi nel più profondo dei nove livelli sotterranei di una grande biblioteca universitaria sulle rive dell’Oceano Pacifico, essersi persi in quel dedalo di angusti corridoi serrati tra due scaffalature metalliche, dove il neon delle plafoniere incrocia il neon delle fotocopiatrici (in un corrusco duello di spade laser, pensavo); bisogna aver udito, due o tre o dieci cunicoli più in là, il brusio di altri ricercatori che certamente passeggiano, lenti o veloci, o estendono o richiudono le scalette, o sfilano o impilano i volumi con rumori di piccolo predatore notturno; bisogna aver colto tra le feritoie dei montanti modulari il guizzo di un occhio ancora giovane o il bagliore di una calvizie e intanto aver trovato nel libro che abbiamo sotto gli occhi pezzetti di carta ingiallita, biglietti scaduti, cartine di sigaretta, capelli – occorre aver fatto tutto questo per capire che cos’è alla fin fine una cultura, e capire che la convinzione liceale che sia per almeno nove decimi qualcosa di morto è sostanzialmente fondata; e capire che, in un modo misterioso, è proprio perché è morta e verminosa che una cultura rimane viva. 

La biblioteca era una vera miniera per un cercatore di crani. Certamente più produttiva di un cimitero. Bastava aprire qualche catalogo, qualche saggio storico, qualche resoconto antropologico, ed era fatta. Ecco un elenco parziale di ciò che trovai. Crani scolpiti nel cristallo di rocca, crani dipinti ai piedi di un crocifisso come una nota in calce al supplizio, crani ornati di una foresta di zanne di cinghiale, crani modellati nella pasta di zucchero per il dìa de muertos, crani distribuiti come soprammobili in una casa degli antenati polinesiana, crani raccolti dopo un massacro delle guerre di religione e disposti a piramide come i pandori nel supermarket a Natale. E poi gli scheletri viventi: le morti fantine, al galoppo accanto a pesti guerre e carestie; le morti conversanti con filosofi e alchimisti; le morti innamorate perse; le morti dispettose… Si potrebbe pensare che a questo collezionismo indubbiamente macabro corrispondesse in me una fase depressiva. Niente di più falso; c’era anzi una sorta di cupa euforia. Lavoravo con passione. Mi ero dato la missione di dissotterrare queste ossa per comporre – con l’aiuto di fotocopie, collage e riquadri di testo – il racconto illustrato delle origini di un singolare monumento di Niš, chiamato la Torre dei teschi.

Nel 1809 Niš faceva ancora parte dell’Impero Ottomano, ma i serbi lottavano per l’indipendenza. Dopo una sanguinosa battaglia il visir locale fece incassare su una piccola costruzione, come vasi di gerani sui muri di una trattoria di campagna, quasi mille crani di ribelli. Il tumulo doveva dissuadere la popolazione da ulteriori rivolte. Ottenne l’effetto opposto – così almeno affermava il libro da cui avevo tratto la storia: In quelle orbite vuote ognuno riconosceva un famigliare o un amico: qualcuno con cui conversare affettuosamente, qualcuno da cui ricavare la spinta a lottare ancora. Proprio da lì prese il via anni dopo la sommossa che spazzò definitivamente via i turchi. La Torre dei teschi era essa stessa un encefalo che conservava il ricordo del passato. Era ancora uno dei monumenti più amati e visitati del paese. Volevo regalare al mio amico Marko questo souvenir della sua terra; avrei fatto due copie del libretto, una per lui, una per me. 

Idea carina, no? Quasi sempre dietro le nostre idee carine si celano intenti efferati.

Non avevo messo a fuoco che per Marko ricevere quel dono sarebbe stato un po’ come, per me, vedermi recapitare un sonetto sull’Altare della Patria. Ma c’era ben altro di cui non mi ero dato pensiero, in quella primavera del 1992. Vukovar era stata rasa al suolo pochi mesi prima. La lista dei crimini di guerra in Croazia già si annunciava lunga, e nel frattempo iniziava l’assedio di Sarajevo, dove la conta dei morti sarebbe stata molto più tragica. Di tutto questo non ero certo all’oscuro; i miei amici rimasti in Italia mi parlavano da tempo di ciò che stava accadendo a poche centinaia di chilometri dalle loro case. Più d’uno saliva sui camion diretti a nord-est con viveri e medicinali… E mentre la Jugoslavia andava in pezzi, io mi entusiasmavo per questa edificante leggenda nazionalista che non doveva dispiacere a Ratko Mladić. Cosa avrà pensato Marko ricevendo il mio regalo? L’avrà preso per una sorprendente espressione di solidarietà, nel momento in cui i serbi venivano già additati come i principali responsabili dell’ecatombe in corso? 

Già da molti anni, del resto, Marko – che proveniva da una famiglia dell’élite intellettuale serba – mi annunciava che il suo paese vacillava sull’orlo della catastrofe. Le cose andranno molto male, non c’è limite al peggio, ripeteva nei nostri rari incontri scuotendo la testa e fissandomi a lungo, come se i suoi grandi occhi lucidi sotto le sopracciglia spioventi fossero l’ultimo artificio per comunicare a questo italiano beatamente inconsapevole l’imminente dramma jugoslavo. Me l’aveva detto quando ci conoscevamo da un paio di settimane appena. Era stato una sera dell’85, a Belgrado, in un ristorantino del quartiere Skadarlija che con i suoi violini tzigani e lo stufato piccante di carni miste e le conversazioni poliglotte orecchiate dai tavoli vicini sembrava confermare tutti i miei rassicuranti stereotipi sull’Europa orientale pittoresco mosaico di popoli… E già allora non gli avevo dato molta retta. Ma andiamo! la Jugoslavia aveva superato senza tragedie la morte di Tito! le fosche previsioni del mio amico dovevano essere un’iperbole! In questa illusione ero almeno in buona compagnia, dato che negli anni successivi l’opinione pubblica predominante avrebbe insistito a sommergere la carne viva della guerra sotto un denso ragù di frasi fatte, parlando di balcanizzazione come se si trattasse di un processo naturale inarrestabile, dicendo e scrivendo ex-Jugoslavia per rinunciare a districarsi tra le complesse vicende storiche e scelte politiche e responsabilità morali dei diversi popoli della moribonda repubblica federale. Ora però – in America – mi ero decisamente spinto ancora più in là, ben oltre il fraintendimento e la sottovalutazione, fino a raccogliere e fotocopiare quell’iconografia da Viva la muerte, fino a scrivere e stampare quella storia che ricordava le canzoni fiumane di D’Annunzio, Siamo trenta d’una sorte e trentuno con la morte: eia, l’ultima! alalà! Fino a costruire il mio libro sulla Torre dei teschi. Perché? Come diavolo mi era venuto in mente?

Forse mi ero detto che Marko, dopo tutto, si occupava proprio di costruzioni. Era un urbanista: progettava nuovi quartieri e città, un mestiere che la cronaca del suo paese avrebbe reso sempre più paradossale (e più tardi, purtroppo, più necessario). L’avevo incontrato in Grecia nel 1985, e da allora era venuto a trovarmi regolarmente a Roma una o due volte l’anno. Arrivava sempre con un paio di bottiglioni giallo paglierino, grappa alla prugna fatta in casa da sua nonna. Ne svuotavamo uno intero per notte, poco alla volta, chiacchierando e leggendoci poesie fino al sorgere del sole. Per la precisione, ero io che gli leggevo i miei versi; lui poi si faceva passare il foglio, lo fissava a lungo come una meravigliosa farfalla tropicale (quella grappa era piuttosto forte), e declamava con passione le parole straniere di cui non capiva quasi nulla (ma il suono è così bello!); io allora glielo strappavo di mano e traducevo in inglese. Poi brindavamo gridando živeli!, il cin-cin serbo, che significa più o meno lunga vita e va pronunciato (mi spiegava lui) guardandosi negli occhi il più a lungo possibile, perché la vita sia altrettanto lunga.

L’indomani, per l’intera giornata, scompariva. Dove andava? Be’, sapevo solo che faceva visita a un altro amico romano: un uomo fatto, appassionato di teatro e musica classica. È un giro di amici tutto diverso dal tuo, non vi capireste. Avrei dovuto immaginare che stavano insieme, e anche che quei frequenti voli da Belgrado a Roma celavano un interesse nei miei confronti. Ma a quell’epoca immaginare era un verbo che mi serviva per allontanarmi dalla realtà, non per affondarci lo sguardo. 

Marko stesso vuotò il sacco con me solo nel 1991, quando mi ospitò in Canada per qualche giorno e il suo nuovo ragazzo stufo di dover dormire altrove lo mise alle strette: Se non glielo dici tu subito, glielo dico io. Ecco dunque la verità (o almeno un altro versante, ancora inviolato, del massiccio della verità): aveva lasciato la Jugoslavia per tante ragioni – calcolo professionale, smania di vedere il mondo, complicate negoziazioni familiari, e soprattutto le accorate, accurate profezie storico-politiche che aveva provato invano a trasfondermi a Skadarlija – ma anche per questo ulteriore motivo; nazionalismo e machismo, del resto, erano due facce della stessa medaglia, come avrebbero presto dimostrato nel suo paese le pratiche di stupro etnico di uomini su uomini oltre che su donne. E riusciva a confessarsi soltanto ora, sei anni dopo Atene, sospeso a centomila chilometri dalla sua Niš come un fazzoletto annodato all’estremità di un bastone, seduto a gambe incrociate sulla moquette di quel suo piccolo caldissimo bilocale nel centro di Toronto, strizzandosi nervosamente le dita per dire a un vecchio amico: Sono gay. Cosa sarebbe stato per lui dirlo a un genitore, a un professore, a un datore di lavoro, a un qualsiasi -ore? Ma per spiegare la sua angoscia, che allora non era certo cosa rara, basti dire che Marko era – sembra incredibile dirlo oggi – l’unico amico, anzi quasi l’unico conoscente gay europeo (Italia inclusa) che avessi; o almeno l’unico che sapessi di avere. 

Quanto a me, non avevo una guerra civile alle spalle (una guerra il mio paese l’aveva avuta, ma mezzo secolo prima, e solo ora si iniziava a riconoscerla come guerra civile). Eppure oggi mi appare chiaro che la Torre dei teschi – questa atroce icona azteca – mi serviva a collegare la storia di Marko con la mia. Ero venuto in America per prendere tempo, per tirare il fiato. Anch’io avevo lasciato l’Italia per il sommarsi di tante spinte a cui però si era aggiunto, decisivo ma quasi inconfessato a me stesso, il miraggio di una liberazione dell’eros, cioè l’ammissione di una lunga servitù. Nessuno mi aveva ucciso (picchiato però sì), il mio cranio era ancora saldamente al suo posto con le sue suture fibrose ormai definitivamente ossificate, eppure sentivo di aver vissuto nella morte. Avevo la chiara percezione di un istinto – come un fruscio della coscienza – che mi teneva lontano dai davanzali bassi e invitanti delle case di legno californiane, da cui si vedeva l’oceano (passavo un dito sul telaio liscio e scuro, mi allontanavo); e sentivo battere un passo famigliare in quella bellissima frase del salmo 23 nella King James Bible, the valley of the shadow of death

Ma queste cose le sentivo solo ora che mi ero distolto dalla vecchia vita e dal mio paese d’origine, che chiamavo (come hanno sempre fatto in America fin da prima della Rivoluzione gli immigrati di ogni parte del mondo) the Old Country. Non madrepatria ma “vecchio paese”, non “caro vecchio paese”, solo “vecchio paese”, perduto ma non dimenticato, amato ma non rimpianto. Me ne accorgevo solamente ora, ora che non ci vivevo più, perché quella strada, la strada che corre lungo il fondo della valle dell’ombra della morte, quando ci stai ancora camminando un piede avanti all’altro è una qualsiasi strada di polvere, e l’ombra è niente, è solo il normale morire del giorno. La sequela di umiliazioni e aggressioni e silenzi e insulti non la ricordavo più nei dettagli. Era come il fregio liberty in cima a certi vecchi palazzi, né bello né brutto, monotono, masticato dalla pioggia. Salvarmi era dimenticarlo come i sogni, un po’ per volta ogni mattino. Salvarmi poteva essere anche rinchiuderlo in una metafora, innalzare al posto di casa mia un mausoleo a tutti i piccoli me che per anni si erano uccisi semplicemente rendendosi identici a tutti e incastrati e irriconoscibili. Skull Tower era un brindisi alla Rosmunda, funebre ma reattivo e cattivo, tra me e Marko, uno skål e un živeli al nostro destino comune.

Skål, skull. Giochi di parole. Ma qui ancora una volta, accanto alle immagini, anzi proprio sulla copertina che precedeva le riproduzioni in bianco e nero dei crani, le parole erano fondamentali. Con Marko, l’ho già detto, ci capivamo più che altro in inglese, ma non è solo per questo che il libretto si chiamava Skull Tower. Per me il titolo Torre dei teschi non avrebbe mai potuto funzionare: teschio c’entra con testa, e quella mia piccola opera aveva ben poco a che fare con la razionalità. Skull invece mi ronzava continuamente nella mente-soffitta, come una mosca in una stanza vuota. La Skull Tower è detta in serbo Ćele kula, che a sua volta deriva dal turco Kelle kulesi. Traducevo sia kula che kulesi con skull (e sbagliavo clamorosamente: in realtà entrambe le parole significano “torre”!). Non solo: con un ulteriore salto mortale le congiungevo a Skull Island, l’isola di King Kong, che prende nome dalla rupe a forma di teschio in cui vive il terribile, tenero gorilla; e infine alla Skull Cave dove ha la sua base Phantom, l’Uomo mascherato dei fumetti di Lee Falk. Erano tutte case-crani-caverne, una tipologia architettonica non comune ma ben attestata. Luoghi di morte e di inattesa, paurosa potenza. Volti di pietra scavata, vuote orbite, nasi mancanti; mura butterate di cavità, mitragliate di fori. Passaggi segreti da cui escono mostri antropomorfi, privé in cui svaniscono nerboruti spettri. Ossi sacri e maledetti. Nomi mormorati nel buio da criminali terrorizzati, indigeni affatturati. Skull, kula, kulesi. Prima ancora che una parte del corpo, culo – nel senso di frocio – era uno degli insulti che avevo sentito fin da piccolo, su al nord, nella Old Country

Oggi so che in anatomia si chiama splancnocranio, l’incastellatura di ossa che sorregge i visceri cranici, cioè la faccia. Estratti i visceri, staccata la facciata, rimane lo splancnocranio, la Skull Tower. Casa abbandonata, infestata, stregata.

Ma anche luogo di rinascita. Proprio da lì prese il via anni dopo la sommossa. Bizzarramente, la retorica del Risorgimento serbo alimentava le mie speranze di emancipazione sessuale; le retoriche si somigliano e sostengono a vicenda anche quando a lungo andare portano a politiche antitetiche; hanno tutte un andamento simile, la solita solfa; sono macchine per esortare all’azione. E questo valeva più per me che per il mio amico, che non sarebbe tornato al suo paese. A me toccava scendere dalla torre; perdere la faccia, estrarre gli scheletri dall’armadio, riportarli in vita. Non a caso ero stato io a comporre il libro. Eravamo diversi.

Cosa ci eravamo detti quella sera del ‘91, a Toronto?

I am gay.

That’s fine. For me, it’s no problem.

Respiro profondo. – I hoped you would say so. I knew it.

Just one thing… Have you ever been in love with me?

(Mentendo:) – No, never. – 

Ed ecco cosa queste parole volevano dire, anche quando non lo dicevano:

– Sono gay. –

– Anch’io. Siamo sulla stessa barca. –

Respiro. – Certo. Certo. –

– Allora siamo alleati? –

– In realtà, no. – 

No? Perché no? Ben prima di me Marko aveva scoperto con gioia incredula i miracoli della posta elettronica, che gli permetteva di restare in contatto con i genitori senza alcun reale contatto. Ora, come la maggior parte degli esuli, avrebbe mantenuto per decenni impacciati rapporti con amici sempre più distanti, con parenti destinati a diventare soprattutto coeredi. Avrebbe rivisto Niš, prima o poi: liquidato case e terreni, riordinato e donato la biblioteca paterna; avrebbe anche dedicato qualche pomeriggio a un rustico matrimonio di cugini o al battesimo di un nipote, che anni dopo sarebbe venuto a trovarlo a Toronto con la fidanzata. Ma no, non sarebbe mai davvero tornato a casa: o l’avrebbe fatto tardi, da straniero. La sua vita aveva assunto una forma rettilinea, affusolata, aerodinamica, era una freccia che lacerava non il bersaglio – il Marko di Toronto sempre più risolto e sicuro di sé – ma il punto di partenza, il Marko di Niš che non avrebbe mai fatto pace con la sua città, un luogo che i suoi nuovi amici canadesi pronunciavano nice: yes, very nice.

Giartosio 2

Io invece se fossi rimasto in America non sarei mai davvero rimasto. Anche vivendo lì sarei tornato in Italia ogni giorno, ogni mattina e ogni sera, e per questo dovevo tornare, trovassi pace o guerra. Mi ero fabbricato alcune ragioni d’ordine pratico per rientrare una volta finiti gli studi, ma la scelta in realtà non dipendeva dal mercato del lavoro o dal meccanismo dei visti – spiegazioni buone per le chiacchiere ai party dei dottorandi. Il ritorno lo dovevo alla mia lingua. L’inglese era una miniera di parole, aveva una musica tutta sua, si rivelava infinitamente maneggevole (sminuzzato com’era in monosillabi e alleggerito da declinazioni e coniugazioni) e in più lo sentivo profondamente radicato in me, ma l’italiano era la terra in cui affondare le radici. I ragazzi del dipartimento di Italian Studies mi avevano chiesto, fissandomi come una curiosa specie aliena, se nella mia lingua il genere grammaticale avesse per caso un impatto semantico. Volevano sapere se, per esempio, il fatto (così esotico per loro) che porta fosse un sostantivo femminile inducesse un italiano a assegnare alla porta (qui sorridevano imbarazzati) caratteri tradizionalmente ritenuti… femminei: a pensarla, magari, accogliente… seducente… generativa… – No, direi di no, – ho risposto, ma intanto pensavo: In realtà sì. Ad ammetterlo, temevo di rendermi ridicolo. Ma non sarà un caso, pensavo, se una porta massiccia è un portone e non una portona, non sarà un caso se al tavolo si lavora o si gioca a carte e a tavola si mangia, non sarà un caso se il pugno, lo schiaffo, il calcio, lo stupro e l’omicidio – e ovviamente il cazzotto – sono tutti maschili. Tutto questo, fino alle sfumature più impalpabili (come quelle che si sovrappongono come velature d’acquerello ai diversi significati di paura e timore, vergogna e pudore, passione e amore), lo sente soprattutto chi legge o scrive poesia in italiano da sempre. Dovevo tornare. E quanto al sesso, potevo rubacchiare dall’inglese definendomi gay o anche queer (Marko l’aveva fatto, e con lui tanti altri stranieri, era più facile per chi non aveva subito queer come insulto da ragazzo); oppure potevo rifugiarmi nella neutralità fredda e pseudoscientifica, ma immediatamente ricalcabile in tante lingue, di omosessuale; ma di certo non potevo ignorare le venerabili ingiurie della Old Country, perché quando una parola trova posto in te non puoi semplicemente annullarla, anche se te ne spogli devi poi raccattarla, distenderla come su un tavolo autoptico, accarezzarla, dissezionarla… percepire la sussurrante sprezzante familiarità di frocio, sorridere di checca e finocchio col loro rintocco da farsa di paese… ricavarne un accordo, insomma, così come avevo messo in risonanza culo con skull e kula e kulesi. Passare un polpastrello umido sull’orlo di questi quattro bicchieri era un modo per fracassarli e insieme metterli nella vetrinetta. Con il linguaggio si fa così.

Certo, i nostri gesti rituali sono sempre densi di significati divergenti (il rito è appunto questo: polisemia) e anche Skull Tower non era solo il nero basamento da cui sventolare uno stendardo di libertà. Il desiderio stesso era solo uno dei materiali utilizzati. L’eros è un accento, una cadenza che plasma le nostre parole, ma desiderio e paura sono più antichi del linguaggio e ci appartengono in modo intimo ben prima che il mondo venga a modellarli con le sue passioni d’amore e d’odio e con le sue variegate sfumature di indifferenza. Ci portiamo dentro uno spaesamento più antico delle carte geografiche con cui lo interpretiamo. Ma certamente mi ero perso. Man verliert sich ja so im Leben. Ero fuggito dall’Italia, ma dovevo tornare, riprendermi il mio paese, e l’unico modo per farlo era cavarmi le viscere e perdere la faccia, morire un po’: sarebbe stato orribile e sarebbe stata una rinascita. Poteva accadere ora oppure più tardi, ma avrei dovuto morire prima o poi, e meglio prima che poi. Non si può morire per tutta la vita. 

Skull Tower significava tutto questo. La Torre annunciava sciagura e liberazione, annullamento e riscatto. Pagina nera da fissare, pagina bianca da riempire. Il mio libro dei morti era solo introduzione e preludio al libro che stava appena iniziando.

Tommaso Giartosio

Tommaso Giartosio è scrittore, poeta, critico letterario e conduttore radiofonico. Il suo ultimo libro è Autobiogrammatica (Minimum Fax, 2024).

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