Dalle esecuzioni dei giovani manifestanti arrestati a gennaio ai processi basati su confessioni estorte sotto tortura, la pena di morte in Iran continua a essere utilizzata come strumento sistematico per reprimere il dissenso e intimidire la società civile.
In Iran, per aver partecipato ad una protesta si può essere impiccati. Saleh Mohammadi era un campione iraniano di lotta greco-romana; nel 2024 aveva vinto una medaglia di bronzo alla Coppa Internazionale Saytiev di Krasnoyarsk, in Russia. Il 19 marzo del 2026, pochi giorni dopo il suo diciannovesimo compleanno e alla vigilia del Nowruz, il Capodanno persiano, è stato giustiziato pubblicamente nella città di Qom. Insieme a lui sono stati impiccati altri due detenuti: Mehdi Ghasemi e Saeed Davoudi, 21 anni. In un contesto già segnato dal conflitto e da un pesante blocco delle comunicazioni digitali, le autorità iraniane hanno continuato a ricorrere alla pena di morte per reprimere il dissenso e colpire chiunque tenti di esprimere le proprie opinioni.
Mohammadi, Ghasemi e Davoudi sono stati infatti condannati a morte per aver preso parte alle proteste del gennaio 2026. Le accuse mosse contro di loro includevano il reato di qisas (ritorsione in natura) – per il presunto coinvolgimento nell’uccisione di un agente durante le manifestazioni dell’8 gennaio a Qom – e il reato di moharebeh (inimicizia contro Dio), per l’uso di un’arma da taglio durante raduni clandestini. Agli imputati è stato negato non solo un processo equo, ma anche il diritto fondamentale di scegliere un avvocato per difendersi; inoltre l’incriminazione si basa su confessioni estorte sotto gravi torture fisiche e psicologiche.
La loro vicenda purtroppo non è un caso isolato: riflette una pratica consolidata nel sistema giudiziario iraniano, dove i prigionieri politici (ma non solo) vengono sottoposti a processi sommari, spesso della durata di pochi minuti, e condannati sulla base di prove costruite attraverso violenze, isolamento e minacce. Secondo Iran Human Rights Monitor, le esecuzioni di Mohammadi, Ghasemi e Davoudi fanno parte di un piano strategico per l’“eliminazione fisica degli avversari politici”.
In Iran la pena di morte è applicata in modo sistematico, soprattutto per omicidio e per reati legati alla droga. Lo scorso anno, le impiccagioni sono state 1.639. Nei primi quattro mesi del 2026, invece, 650. Sono cifre elevatissime, che confermano come la pena capitale rappresenti uno dei principali strumenti di controllo politico del regime. All’ombra del recente conflitto, il regime ha approfittato della ridotta attenzione internazionale, concentrata prevalentemente sugli sviluppi della guerra, per intensificare la repressione interna ed eliminare i dissidenti, proseguendo a violare ripetutamente i più fondamentali diritti umani.
Dal 30 marzo al 6 aprile, in Iran sono stati giustiziati almeno 10 prigionieri politici. Tra loro compaiono sia detenuti con un lungo decorso in carcere, sia giovanissimi condannati a causa delle rivolte nazionali. Di questo ultimo gruppo, dopo le esecuzioni del 19 marzo, sono stati impiccati: il 1 aprile Amirhossein Hatami (di 19 anni), il 5 aprile Mohammad-Amin Biglari (19 anni) e Shahin Vahedparastdi (30 anni), entrambi coimputati per il medesimo processo di Hatami, e il 6 aprile Ali Fahim (23 anni), tutti giustiziati nel carcere di Ghezel Hesar a Karaj.
I casi delle condanne a morte degli ultimi quattro manifestanti riguardano le proteste nazionali dell’8 gennaio 2026 e sono stati esaminati dalla Sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, presieduta dal giudice Abolghassem Salavati, noto come “il giudice della morte”.
I capi d’accusa – efsad-fil-arz (corruzione sulla Terra) e, ancora una volta, moharebeh – sono sono molto vaghi, e proprio per questo scelti dai giudici per giustificare una condanna a morte altrimenti difficile da legittimare. Queste sentenze si basano su confessioni estorte sotto tortura a seguito di processi gravemente ingiusti, a volte durati pochi minuti e in cui all’imputato non è stato concesso difendersi o essere difeso.
Il rischio è che altri giovani arrestati durante le recenti proteste possano essere impiccati da un momento all’altro: a pochi mesi dall’incarcerazione, senza aver avuto diritto a un giusto processo e dopo essere stati sottoposti a forti pressioni durante gli interrogatori. A essere attualmente a rischio esecuzione sono, tra gli altri, Abolfazl Salehi Siavashani, Shahab Zohdi e Yaser Rajaifar, coimputati di Ali Fahim. Si inserisce in questo contesto anche la recente sentenza di condanna a morte di Bita Hemmati, di suo marito Mohammadreza Majidi-Asl, di Kourosh Zamani-Nejad e di Behrouz Zamani-Nejad accusati di aver partecipato ai raduni di protesta dell’8 e del 9 gennaio.
Come anticipato, oltre ai manifestanti, l’esecuzione capitale è stata inferta anche a detenuti politici in carcere da molti anni. Tra il 30 marzo e il 4 aprile il regime ha impiccato sei prigionieri accusati di baghi (ribellione armata), per appartenenza all’Organizzazione Mojahedin del Popolo Iraniano, un gruppo di opposizione iraniano fondato nel 1965 e in esilio dagli anni Ottanta. La leader attuale è Maryam Rajavi, presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), mentre il leader storico e co-fondatore era suo marito Massoud Rajavi, scomparso dal 2003.
Le prime esecuzioni di questo gruppo di prigionieri sono avvenute a Ghezel Hesar il 30 marzo, quando sono stati impiccati Akbar Daneshvarkar (58 anni) e Mohammad Taghavi Sangdehi (59 anni). Il 31 marzo sono stati giustiziati Babak Alipour (34 anni) e Pouya Ghobadi (33 anni), mentre il 4 aprile è stata la volta di Abolhassan Montazer (67 anni) e Vahid Bani-Amerian (34 anni).
Le vicende giudiziarie di questi detenuti non sono recenti: nel novembre 2024 furono condannati a morte dalla Corte Rivoluzionaria di Teheran, sotto la presidenza del giudice Iman Afshari. Secondo quanto riferito dalle famiglie dei condannati, durante il processo ai prigionieri politici vennero concessi soltanto pochi minuti per difendersi. Nel luglio 2025 la Corte Suprema annullò la loro condanna, rinviando il caso per un nuovo processo. Ma a novembre dello stesso anno, il giudice Iman Afshari li processò nuovamente e il 7 dicembre 2025 vennero condannati a morte. Gli imputati furono sottoposti a torture fisiche e psicologiche, tra cui esecuzioni simulate, coercizione per estorcere confessioni, lunghi periodi di isolamento e impossibilità di incontrare i propri avvocati, riferisce Iran Human Rights.
Dietro questo gruppo di prigionieri politici si celano storie di resistenza che affondano le radici sia prima che dopo la rivoluzione del 1979. Come, ad esempio, quelle di Abolhassan Montazer e Mohammad Taghavi Sangdehi.
Prigioniero politico di lunga data, Abolhassan Montazer, fu arrestato per la prima volta nel 1977, durante il regime dello scià, a Mashhad, dove rimase detenuto per sei mesi nel carcere di Vakilabad. Dopo la rivoluzione, negli anni Ottanta venne nuovamente incarcerato, trascorrendo quattro anni in prigione. Successivamente, Montazer è stato arrestato più volte tra il 2018 e il 2020; il suo ultimo arresto risale al gennaio 2024. Negli ultimi anni le sue condizioni di salute si sono progressivamente aggravate: affetto da una grave patologia cardiaca, nel giugno del 2021, durante la detenzione, è stato sottoposto a un intervento a cuore aperto. Dopo l’operazione è stato trasferito nel reparto 4 della prigione di Evin, senza ricevere adeguate cure post-operatorie, cosa che ha reso necessario un ulteriore intervento tuttavia mai stato effettuato. Di fronte al peggioramento delle sue condizioni, nel novembre 2021, viene trasferito d’urgenza in ospedale dove invece di ricevere un trattamento dignitoso, su ordine del direttore del carcere, Montazer viene incatenato al letto del pronto soccorso. Le sue proteste e lamenti per il dolore e il bruciore vengono ignorati, tant’è che il prigioniero viene infine dimesso e riportato in carcere in condizioni ancor più critiche. Oltre ai problemi cardiaci, il prigioniero soffriva anche di diabete, disturbi renali e patologie cutanee.
La terribile condizione fisica di Montazer non ha mai fermato la sua resistenza; assieme ai suoi compagni di carcere, ha sempre denunciato i crimini del regime iraniano chiedendo lo stop delle esecuzioni capitali. A resistere con lui c’è anche Mohammad Taghavi.
È il 1985 quando, a causa del suo sostegno all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano, Taghavi viene incarcerato per oltre tre anni nelle prigioni di Evin e Gohardasht, sopravvivendo e testimoniando il massacro del 1988. In quell’anno, a seguito di una fatwa emessa dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini, migliaia di prigionieri politici vennero segretamente uccisi. La vita di Taghavi sarà successivamente segnata da ripetuti arresti legati a motivi politici, e per aumentare la pressione su di lui, i suoi due fratelli verranno arrestati.
La resistenza di Taghavi è destinata a rimanere scritta nella storia. Durante la sua detenzione, si rifiutò di firmare i documenti degli interrogatori, contestò il processo e non partecipò alle udienze. Insieme ai suoi compagni, coimputati nel medesimo processo, fu tra i sostenitori della campagna “No ai martedì delle esecuzioni”, simbolico sciopero della fame promosso dai detenuti politici, sezione femminile di Evin, il 30 gennaio 2024 e a oggi esteso in oltre 56 carceri in tutto l’Iran. Nonostante le sofferenze, Taghavi restò sempre fermo nelle sue convinzioni e protestò (anche attraverso lo sciopero della fame) contro le condizioni di detenzione, fino alla morte.
L’esecuzione di questo gruppo di prigionieri, denuncia Iran Human Rights Society, è avvenuta con modalità simili a quelle delle impiccagioni di Mehdi Hassani e Behrouz Ehsani, due prigionieri politici legati al gruppo Mojahedin del Popolo, giustiziati nel luglio 2025. In entrambi i casi, le esecuzioni sarebbero state precedute da violente irruzioni nei reparti carcerari in cui si trovavano prigionieri politici di lunga data e alcuni manifestanti, tra cui Biglari, Fahim e Hatami. Secondo IHRS, il 29 marzo, nel carcere di Ghezel Hesar, le forze speciali avrebbero fatto irruzione nel reparto 4, picchiando i detenuti senza alcuna motivazione e trasferendone alcuni in celle di isolamento o in luoghi sconosciuti. L’irruzione ha suscitato grande preoccupazione tra i compagni di cella, che temevano per la loro sorte. Purtroppo, le paure si sono rivelate fondate, poiché molti dei prigionieri trasferiti in isolamento sono stati impiccati poco dopo.
Quando la violenza non può più essere esercitata direttamente sui prigionieri, il regime iraniano la trasferisce sui loro cari. Una delle forme più gravi di pressione psicologica consiste nel non restituire, anche per anni, le salme dei detenuti politici uccisi tramite pena capitale alle loro famiglie, con la conseguente impossibilità per i parenti di celebrare riti funebri o visitarne la tomba.
“La scomparsa forzata dei resti dei prigionieri giustiziati non è episodica” denuncia Iran Human Rights Monitor, “ma rappresenta una politica sistematica volta a infliggere una punizione psicologica ai familiari e a impedire che le tombe diventino luoghi di memoria e richiesta di giustizia. Secondo il diritto internazionale, tale pratica può essere assimilata a una forma di tortura nei confronti dei sopravvissuti e costituisce una grave violazione della dignità umana”.
Tuttora le salme dei prigionieri politici giustiziati recentemente non sono ancora state consegnate alle famiglie. “Dove sono i corpi?” è una delle domande che quotidianamente i parenti delle vittime rivolgono alle autorità iraniane. Senza però ricevere alcuna risposta.
Il modo migliore per reprimere il dissenso e prevenire lo scoppio di proteste, oltre silenziare i dissidenti, è l’incarcerazione. Il Center for Human Rights in Iran comunica che, secondo i dati ufficiali, dopo un mese dall’inizio della guerra, le forze di sicurezza della Repubblica Islamica hanno arrestato almeno 1.500 persone. Oggi il numero potrebbe essere già molto più alto se si considera che le operazioni di arresto si verificano quotidianamente, spesso con modalità violente e coordinate in diverse città. Nel mirino ci sono attivisti, studenti, familiari di manifestanti e oppositori residenti all’estero.
Le accuse mosse contro gli arrestati rimangono avvolte nell’incertezza. Alcune delle presunte ragioni dei recenti arresti sono: il possesso di dispositivi Starlink, l’attività sui social media, la condivisione di contenuti con media stranieri e la diffusione di immagini dei luoghi colpiti dagli attacchi. A queste si aggiungono imputazioni più gravi, come lo spionaggio, la raccolta di informazioni per governi stranieri e tentativi di minare la sicurezza pubblica.
La crescente paranoia del regime iraniano alimenta un clima di controllo oppressivo, che si traduce in una sorveglianza autoritaria, sequestri arbitrari, censura e blocco delle informazioni e arresti di massa. Diversi osservatori hanno notato che, insieme alla guerra, è aumentata la pressione su cittadini, attivisti e utenti dei social, rendendo sempre più sottile il confine tra libertà di espressione e accuse legate alla sicurezza. In questo contesto ogni forma di comunicazione viene soffocata, impedendo persino l’uso di strumenti come Starlink, che potrebbero offrire vie di fuga dall’informazione bloccata.
Azar Yahoo è una donna di 38 anni di Mashhad. Il 4 marzo viene arrestata dalle forze di intelligence del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e trasferita al carcere di Vakilabad. Secondo le informazioni diffuse dall’Organizzazione Hengaw per i Diritti Umani, Azar è ritenuta colpevole di attività sui social media, incluso l’uso di emoji a forma di cuore in risposta a post riguardanti alcune figure politiche straniere, e perché presumibilmente “ballava in strada dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei”. Ufficialmente però le autorità l’hanno accusata di gravi reati, tra cui cooperazione con Israele e attività contro la sicurezza nazionale. Hengaw riferisce inoltre che, dal momento dell’arresto, ad Azar Yahoo è stato negato il contatto con la famiglia e l’accesso a un avvocato. La situazione del suo caso e il relativo procedimento giudiziario restano tuttora incerti.
Il fratello di Hossein Razzagh, ex prigioniero politico scarcerato nel giugno 2024 e attivista attualmente in Europa, è stato arrestato il 15 marzo durante un’irruzione nella casa di famiglia. Gli agenti dell’intelligence, entrati con un mandato di perquisizione e arresto, hanno sequestrato tutti i dispositivi elettronici (telefoni, tablet, computer) appartenenti a lui, alla moglie e ai figli, per poi portarlo via. “Mio fratello non è coinvolto in attività politiche e non lo è mai stato. Era anzi molto prudente anche nel comunicare con me. Nel corso degli anni, a causa del mio impegno, è stato più volte convocato e interrogato. La pressione sulle famiglie degli attivisti è sempre esistita, ma oggi si è ulteriormente intensificata” ha riferito Hossein a CHRI.
È il 9 aprile invece quando le forze di sicurezza irrompono nell’abitazione di Sara Sepehri, cittadina bahá’í residente a Shiraz. Quello stesso giorno viene arrestata e trasferita in un luogo sconosciuto. Durante la perquisizione nella casa dove vive con la madre disabile, le vengono sequestrati tutti i dispositivi elettronici, oltre a oggetti personali e strumenti di lavoro. Secondo quanto riportato da Hrana – organizzazione non politica e non governativa composta da sostenitori che difendono i diritti umani in Iran –, gli agenti avrebbero fatto irruzione nella sua abitazione sfondando la porta.
In linea con questa oppressione: negli ultimi giorni, a Qom, sono stati eseguiti diversi arresti legati all’utilizzo del sistema di internet satellitare Starlink. Il capo della Polizia Cibernetica locale ha riferito del sequestro di vari dispositivi, definiti “strumenti contro la sicurezza”, avvertendo che verranno adottate misure severe nei confronti di chi ne fa uso.
Parallelamente, nella provincia dell’Azerbaigian Orientale sono stati avviati 60 procedimenti giudiziari per questioni di sicurezza, di cui 10 riguarderebbero presunte attività di spionaggio. Il 14 aprile, inoltre, l’Iran Human Rights Documentation Center ha rilanciato sui social una notizia diffusa dall’agenzia Fars, vicina all’IRGC, secondo cui a Teheran 50 persone sarebbero state arrestate con l’accusa di aver condiviso, attraverso canali Telegram, “informazioni sensibili”, tra cui immagini e dati relativi a siti e infrastrutture, presumibilmente destinati a “agenti ostili”. Al momento non sono stati resi pubblici né i nomi dei fermati né il luogo di detenzione, e resta ignoto se abbiano accesso a un avvocato.
In questo clima di oppressione e paura, è facile pensare che gli arresti aumenteranno, portando a nuove condanne, comprese quelle alla pena capitale.
I nomi di Saleh Mohammadi, Amirhossein Hatami, Mohammad Taghavi Sangdehi o Bita Hemmati, per citarne alcuni, non figurano spesso nelle nostre cronache, a volte vengono citati velocemente, ma fatichiamo a dare loro un volto, una storia.
Dallo scoppio della guerra, l’attenzione sulle esecuzioni capitali in Iran è notevolmente diminuita, i prigionieri politici rischiano di essere impiccati da un momento all’altro, e c’è la possibilità che si verifichi un nuovo 1988. Per impedirlo, è fondamentale che istituzioni, attori diplomatici e società civile si mobilitino con ogni mezzo possibile per contrastare e abolire la pena di morte in Iran, così come nel resto del mondo. Attraverso lo slogan “Stop Executions in Iran”, attivisti e cittadini iraniani in esilio si mobilitano da mesi chiedendo la fine delle esecuzioni e la liberazione dei detenuti politici, ma la loro voce rimane ancora troppo spesso inascoltata.